Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria del Don Giovanni dal Festival di Aix en Provence, ovvero “non l’avrei giammai creduto!”

Nei giorni scorsi sulla televisione satellitare Arte è andato in onda, in diretta differita di qualche minuto, il Don Giovanni di Mozart, dal Festival di Aix en Provence.

Prima considerazione: era davvero il Don Giovanni di Mozart? Può essere considerato ancora tale se il regista, in questo caso Dmitri Tcherniakov, già all’inizio ci vuole convincere che queste qui sotto e cioè le indicazioni di quei due coglionazzi di Da Ponte e Mozart:
 
La scena si finge in una città della Spagna.
 
Don Giovanni: giovane cavaliere estremamente licenzioso.
Donn’Anna: dama promessa sposa di Don Ottavio.
Don Ottavio: Duca.
Il Commendatore: padre di Donn’Anna.
Donn’Elvira: dama di Burgos abbandonata da Don Giovanni.
Leporello: servo di Don Giovanni.
Masetto: contadino, amante di Zerlina.
Zerlina: contadina.

 
Sono stronzate tanto grandi che bisogna rimescolare le carte in questo modo:
 
L’azione si svolge presso la casa del Commendatore.
 
Il Commendatore
Donna Anna: sua figlia.
Don Ottavio: il suo nuovo fidanzato.
Zerlina: la figlia di Donna Anna.
Masetto: il fidanzato di Zerlina.
Donna Elvira: la cugina di Donna Anna.
Don Giovanni: il marito di Donna Elvira.
Leporello: un parente che vive in casa del Commendatore.

 
E tutto perché il grande regista ha deciso che la vicenda si deve svolgere in un appartamento?
Io direi di no, che questo non è il Don Giovanni, ma un’elucubrazione del genio di turno o un libero adattamento dal Don Giovanni di Mozart, nella migliore delle ipotesi.
Ma vi pare che Don Giovanni possa essere sposato e avere figli? È possibile che Donna Anna, dopo che il padre è stato ucciso (per sbaglio, in questo caso, perché dà una capocciata alla libreria, giuro) indichi all’assassino da dove fuggire?
E taccio di altre incongruenze e follie, per carità di patria.
I protagonisti sono tutti vestiti molto trendy: Zerlina come una winx, Anna come una escort d’alto bordo, Elvira come una signora molto fashion, con tanto di low boot. Sono tutte carine, va detto, in particolare Elvira.
Gli uomini non so se sono belli o brutti, perché non so giudicare i maschi in questo senso, a meno che non siano brutti pe’esse’ brutti come me o acclaratamente belli come Erwin Schrott.
Don Giovanni era vestito come Marlon Brando nel film Ultimo tango a Parigi, ed era una scelta del regista anche questa, come sempre del regista è la decisione di farlo apparire come un semideficiente che sbava e fa le boccacce, una via di mezzo tra il Jack Nicholson più deteriore e Alvaro Vitali.
Ma, dico, Don Giovanni??? Il mitico Don Giovanni??? Per fortuna che il povero Cesare Siepi è morto prima di vedere questo scempio!
Bene, ora mi calmo un po’ e passo a due parole due sulla parte più squisitamente musicale.
Il libertino era interpretato da Bo Skovhus che è stato orribile: lo definirei un cantante diversamente intonato, tanto per essere politically correct. E calante spesso e volentieri, come se non bastasse. E afono, anche.
Una vera tragedia.
Leporello era Kyle Ketelsen, che non ha demeritato particolarmente ma che spesso dava la sensazione di non sapere ciò che stava dicendo e, come sappiamo, specialmente nei meravigliosi recitativi dapontiani, bisognerebbe avere contezza del testo, no?
Di Masetto, David Bizic, non ricordo nulla e probabilmente è un bene.
Don Ottavio era interpretato dal tenore Colin Balzer che ne ha fatto un decerebrato molle ed effeminato, dalla voce quasi bianca fastidiosa, irritante e dalla pronuncia e dizione imperscrutabili.
Il Commendatore era il basso Anatoli Kotscherga: terribile, orchesco, caricaturale, stonato.
Meglio le donne, decisamente.

Buona la prova del soprano Marlis Petersen, Donna Anna, anche se qualche acuto è sembrato stridente, ma sarebbe interessante capire come risultasse in teatro. Spesso la disgraziata ha dovuto cantare distesa o comunque in varie posizioni del Kamasutra.

Discreta l’Elvira di Kristine Opolais, anche lei spesso mezza nuda (e non me ne sono dispiaciuto, francamente), che ha reso bene la nevrosi del tormentato personaggio.
Molto scadente invece Kerstin Avemo che ha una voce striminzita e spesso fissa e asprigna, sgradevole.
Ci sarebbe da questionare molto sulla scelta di barocchizzare il Don Giovanni, però è certo che la direzione di Louis Langrée (sul podio della Freiburger Barockorchester) è stata pesante, fracassona, letargica e, insieme ai lunghi cambi scena imposti dalla regia, responsabile di momenti di grande noia e fastidio.
Insomma, dal lato musicale qualcosa di buono si è sentito (poco) ma erano gocce in un oceano di volgarità e mistificazione intellettuale.
E poi non scherzate sulle mie opere preferite, ché divento una bestia.
Il pubblico ha giustamente sbertucciato il regista alla fine, ma anche durante la rappresentazione.
Meno male.
Un saluto a tutti e chiedo scusa se non mi faccio vedere nei vostri blog, ma non è un momento particolarmente felice.

 
 
 

Recensione semiseria del Don Giovanni di Mozart alla Scala di Milano.

Vorrei chiarire subito che quando parliamo del Don Giovanni di Mozart ci addentriamo in una di quelle opere d’Arte che sono da considerare tout court tra le più grandi “imprese” del genio umano.
Voglio dire che il discorso trascende la disciplina artistica, in questo caso l’opera lirica, e sconfina in un terreno che resterà inesplorato per la stragrande maggioranza delle persone normali, anche quelle che hanno la fortuna di avere una mente brillantissima (che non sia il mio caso mi pare persino superfluo evidenziarlo, ma insomma, siccome leggo cose in giro…).
Don Giovanni Violino  
Il Don Giovanni non si capisce, è una fede (vero Giorgia? Strasmile), non c’è una chiave di lettura, ce ne sono infinite. Non c’è una via giusta e una sbagliata, ci sono solo molte interpretazioni più o meno convincenti.
Questa recensione semiseria (anzi, sarà abbastanza seria e circostanziata) si riferisce alla seconda recita, martedì 2 febbraio.
Il regista di questa ripresa scaligera (lo spettacolo è già stato visto nel 2006, mi pare), Peter Mussbach, non ha dubbi: il protagonista è un seduttore erotomane, incapace di trovare pace fisicamente e mentalmente, in continuo movimento finalizzato alla ricerca della sua soddisfazione.
Una lettura forse superficiale e semplicistica, ma che ha il merito di essere chiara, trasparente e non costringe lo spettatore ad arzigogoli intellettualoidi pretestuosi.
 
Lasciar le donne! Pazzo!
Lasciar le donne? Sai ch’elle per me
son necessarie più del pan che mangio,
più dell’aria che spiro!
 
Dichiara il seduttore, scandalizzato, a Leporello.
È il classico esempio di regia minimalista che decontestualizza la vicenda e la colloca in uno spazio atemporale che ben si presta alla rappresentazione di un mito, un archetipo.
Ecco allora che il mondo in cui vive Don Giovanni è rappresentato da due monoliti scuri, che si muovono intorno a lui creando gli spazi, i pertugi, dentro ai quali vivono i personaggi dell’opera, anch’essi incapaci di cambiare e di trovare una stabilità interiore.
Personaggi che sembrano tutti preda di un’ipercinesi dell’anima, più che del corpo.
Locandina Don Giovanni  
I costumi, di Andrea Schmidt Futterer, sono funzionali a questa specie di direttiva generale tanto che i protagonisti non si cambiano mai d’abito e restano sempre uguali: abbigliamento sadomaso (Don Giovanni), un gessato volgarotto (Leporello), un completo da tamarro di campagna in ghingheri (Masetto), un grigio e indefinibile vestito (come il suo carattere, Don Ottavio), mentre il Commendatore nella scena finale, della resa dei conti, sembra un lucente personaggio di fantascienza, un robot. Viene appunto da un altro mondo.
Le signore invece, che non sembrano poi detestare tanto le attenzioni di Don Giovanni (discutibile qui la caratterizzazione di Donna Anna, nella scena iniziale) sono tutte molto sensuali: Donna Anna in abito scuro, Donna Elvira in tubino nero e filo di perle, Zerlina in abito da sposina color rosa pastello.
Non c’è spazio per sfumature, come il monolite nettamente divide lo spazio sul palcoscenico così il buio, lo scuro, appartiene ai potentati e la vivacità dei colori al popolo vittima (?) dei soprusi.
Le luci, di Alexander Koppelmann, sono anch’esse organiche all’allestimento, nelle sfumature del blu e dell’azzurro, e sono più vive solo nel finale.
Quello che conta è che si percepiva uno sforzo registico sul lavoro dei cantanti, in cui nulla era mai lasciato al caso. Mussbach può essere discusso, ovviamente, ma è un regista e non uno scenografo che si occupa di regia a tempo perso.
Sul podio di un’Orchestra della Scala in ottima serata c’era Louis Langrée che mi ha fatto temere il peggio con una Sinfonia iniziale pesantissima e roboante. Per fortuna durante la recita il direttore si è calmato e la musica di Mozart non è stata sfregiata da una lettura clangorosa, ma anzi l’accompagnamento ai cantanti e i concertati avevano sempre quella leggerezza, quell’impalpabilità eterea ma eloquente che  è il tratto disitintivo della musica di Mozart. Stranamente nel finale è mancato un po’ di quel vigore indispensabile alla rappresentazione dell’abisso e della perdizione.
Erwin Schrott è stato un Don Giovanni quasi ideale dal punto di vista vocale e perfetto nel contesto di questo allestimento. Dal lato vocale gli rimprovero solo una tendenza un po’ eccessiva al parlato nei recitativi, ma per il resto è risultato magnifico. La voce è molto bella e sonora, di timbro chiaro ma ricchissima di armonici e calda, mai forzata. La dizione e la pronuncia ammirevoli, gli acuti sicuri.zdg8
Insomma una prova maiuscola e mi sbilancio anch’io, per una volta: è il miglior Don Giovanni possibile oggi e non teme neanche troppo gli inevitabili confronti con i grandi del passato, perché al di là del personaggio contingente, Schrott sa cantare e ha un’ottima tecnica. Ne sono testimonianza inequivocabile il legato e la gestione perfetta del fiato, che gli consentono un fraseggio preciso e mai noioso e mezzevoci bellissime, di cui ha fatto sfoggio tutt’altro che autocompiaciuto in più occasioni.
Il suo modello è per me (anche se  Schrott non l’ha nominato, quando l’ho intervistato) Eberhard Waechter,  io ci trovo molto della leggerezza e dell’umorismo di questo cantante,  nell’interpretazione del "suo" Don Giovanni.
Inoltre, in un ruolo che si presta facilmente a cadute di gusto (visto anche il costume eh?) la sua prestazione brilla, cosa rara (ah, ah, ah), per buon gusto e pertinenza stilistica.
Amen.
Alex Esposito ha caratterizzato un vivace Leporello, e se c’è stata qualche gigionata è sicuramente imputabile a una scelta registica, perché l’artista è misurato e posso dirlo per averlo sentito più volte a teatro. Tanto è sicuro del suo percorso Don Giovanni tanto è pieno di dubbi il suo servitore (non v’annoio con il pistolotto sull’alter ego, non preoccupatevi) e Esposito rende benissimo questa caratteristica con un fraseggio ansioso ma sorvegliato e una vocalità che riesce ad essere controllata anche nell’esprimere la ruspante vitalità frustrata di chi si deve accontentare degli avanzi del padrone, siano donne o pezzi di fagiano. Eccellente poi la disinvoltura scenica, in un allestimento che richiede anche, nella fattispecie, un considerevole impegno fisico.
Juan Francisco Gatell era nei panni dell’inane Don Ottavio e non mi ha convinto. Il tenore ha un timbro sbiancato, freddo e querulo e se è vero che il suo personaggio non brilla certo per determinazione, queste caratteristiche, unite a una generale monotonia interpretativa, hanno contribuito a una prestazione molto evanescente. Inoltre il volume della voce è ridotto e qualche volta (nei concertati) non si sentiva. Le due bellissime arie, ad onor del vero di difficoltà straordinaria, sono scivolate via senza alcuna emozione.
Anche Gatell, va detto, è un cantante di ottimo gusto e solo per questo non considero la sua prova del tutto negativa.
Buono Mirco Palazzi quale Masetto, anche se la voce in alcuni momenti m’è sembrata un po’ flebile, mentre merita ogni elogio dal punto di vista scenico, perché si è mosso bene sul palco senza fare la caricatura grottesca del marito geloso.
Avrei preferito un Commendatore più corposo dal punto di vista vocale, ma non posso certo affermare che Georg Zeppenfeld abbia demeritato.
Carmela Remigio ha interpretato Donna Anna, una parte costellata di difficoltà sia vocali sia interpretative, ed  è stata magnifica (ho un debole per questa ragazza, mi ricordo ancora una sua splendida Marguerite nel Faust a Trieste, qualche anno fa).zdg9
Intanto l’accento è sempre fiero e nobile, e non è scontato che sia così, e ne guadagnano in particolare i recitativi, la cui riuscita artistica è fondamentale in Mozart. E poi ha una voce gradevolissima, non certo debordante come tonnellaggio, ma di grande impatto perché proiettata benissimo.
Inoltre, e neanche questo è scontato, non si riscrive a proprio uso e consumo la parte spianandosi le agilità, i picchettati, gli acuti. Le due grandi arie sono state risolte in modo ineccepibile e accompagnate da quell’intensità emotiva che fa la differenza tra un’interpretazione onesta e una brillante. Or sai chi l’onore meritava un applauso a scena aperta che ahimé, non c’è stato. Ottima anche nel rondò Non mi dir, nel quale la cantante ha dimostrato con i fatti cosa significa avere una tecnica salda, in un’aria che ha visto soprano di gran nome naufragare in modo clamoroso.
Avevo sentito parlare male di Emma Bell, Donna Elvira, ma a me pare che le si possa imputare solo una dizione non chiarissima e una gestione dei fiati rivedibile. La voce è discretamente potente e forse non troppo sorvegliata, specialmente nel primo atto, in cui le è scappato qualche acuto un po’ gridato. Nella seconda parte invece la prestazione è cresciuta e ha cantato bene Mi tradì quell’alma ingrata.
Forse è troppo agitata in scena, ma non è che interpreti un personaggio calmo e tranquillo eh? Voglio dire, questa donna non fa che correre dietro a Don Giovanni per tutta l’opera e spera che sia Mr.Right contro ogni evidenza, e Mozart descrive quest’ansia implacabile con una musica nervosa, agitata.
Veronica Cangemi ha evitato, e la ringrazio, di interpretare una Zerlina leziosa e manierata. La sposina ha pepe, tanto, e l’attrazione per il nobile cavaliere è stata resa senza eccessi. Forse solo nel la “Canzone dello speziale” mancava un po’ di sensualità e malizia, ma il soprano è stata convincente nel duetto del primo atto e anche lei ha dimostrato una grande attenzione al fraseggio. La voce non è particolarmente attraente, un po’ stridula, manca di rotondità, ma la linea di canto è pulita e il personaggio è stato ben delineato.
Nel complesso io e ex Ripley abbiamo trovato trovato questo Don Giovanni scaligero molto buono, decisamente sopra la media degli spettacoli che si sentono normalmente. Tra l’altro Ex Ripley ha apprezzato le "tartarughe" di Schrott e Esposito, così tanto per umiliarmi (strasmileamaro).
Abbiamo sentito voci "belle" e visto uno spettacolo forse non straordinario ma di rilievo, interessante e stimolante.
Il pubblico milanese invece non ha manifestato grandi entusiasmi durante l’opera (sicuramente io sono un provincialotto eh?) e ha preferito accogliere tutta la compagnia di canto con grandi applausi alla fine.
Trionfo per Erwin Schrott e giubilo più contenuto per Alex Esposito e Carmela Remigio, comunque apprezzatissimi. Tiepida l’accoglienza a Juan Francisco Gatell. Buon successo per tutto il resto del cast, direttore compreso. Segnalo per dovere di cronaca un singolo “buu” a Emma Bell.
Un saluto a Giuliano e Danilo.
 
 
 

Da non perdere!

No ho il tempo di controllare, ma immagino che qualche altro melomane avrà già avvisato che si può vedere e sentire on line il recentissimo Don Giovanni allestito al Covent Garden.

Io lo comunico soprattutto perché questo blog è frequentato anche da neofiti.

Basta fare clic qui.

Buona settimana a tutti.

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Così Fan Tutte a Parma.

Con il Così Fan Tutte ( ossia la scuola degli amanti) al Regio di Parma, si è probabilmente conclusa per questo marzo la mia peregrinazione attraverso i teatri lirici italiani.
Oddio, volendo c’è pur sempre un noto barbaro a Verona, ma non so se ce la faccio ad essere presente.
Parma, già l’ho scritto una volta, è una città molto bella ma, soprattutto, è ambiente a misura di melomane: purtroppo è stridente il contrasto tra l’età media degli spettatori a Trieste, che si misura normalmente con il Carbonio14, e il pubblico autoctono del Regio (qui un’immagine del Palco reale), dove sono presenti molti appassionati giovani. Meglio per Parma e per l’opera, in generale.
Sì, lo so che io alzavo la media, quindi si evitino battutacce, grazie. (smile)
Così Fan Tutte è un’opera sulla quale si potrebbero spendere molte parole, in questa sede è sufficiente segnalare che si tratta del lavoro straordinario di un genio assoluto, Mozart, supportato dall’eccellente librettista (definizione quanto mai limitativa) Da Ponte.
Dramma giocoso in due atti, il primo più scanzonato, leggero, il secondo più riflessivo, nel quale i personaggi sono costretti a confrontarsi con le proprie contraddizioni.
Siccome, anche recentemente, ho spesso sparato sulle regie d’opera, è giusto sottolineare il bel lavoro di Adrian Noble (ripreso da Elsa Rooke) per quest’allestimento mozartiano.
Una regia giovane, innovativa, anche un po’ ardita, ma rispettosa della musica e delle esigenze degli artisti.
Descriverla è esercizio ozioso: diciamo che questa foto, per quanto scioccante, rende bene l’idea.
La compagnia di canto è stata all’altezza, la regia pure, chi può fare da bersaglio?
Il direttore, ovvio.
La concertazione di Marco Zambelli, che ha sostituito Attilio Cremonesi, non mi è piaciuta per nulla. Pesante, schizofrenica, soporifera e con seri problemi di comunicazione col palco e l’orchestra, che, comunque, non ha palesato un grandissimo feeling con le dinamiche musicali mozartiane, bisogna dirlo.
Molti gli attacchi imprecisi e le sonorità eccessive, mentre Mozart pretende un accompagnamento lieve, quasi un tappeto floreale per le voci dei cantanti.
Discutibile, ma solo per la dizione approssimativa, la Despina di Stefanie Irányi, che ha cantato discretamente e risolto bene il personaggio, senza cadere in trucchetti interpretativi di cattivo gusto.
Molto bravo Andrea Concetti nei panni di Don Alfonso, motore della commediola degli equivoci di Da Ponte: grande presenza scenica, voce sicura e timbrata, recitazione misurata e sobria, ma molto efficace.
Le due sorelline Dorabella e Fiordiligi erano Serena Gamberoni e Irina Lungu: entrambe spigliate e simpatiche, hanno connotato piacevolmente di gioventù ed un po’ di follia i rispettivi personaggi.
Applausi a scena aperta per entrambe, in particolare dopo il “Come scoglio” della Lungu.
Bravissimo anche Alex Esposito, ottimo Guglielmo, dalla voce scura e corposa, ma sempre morbida e di pregevole gusto.
Per la prima volta ho sentito dal vivo Francesco Meli, giovane ma già affermato tenore, che nelle ultime uscite mi era parso in difficoltà sin dai primi acuti. Il suo Ferrando è risultato convincente sotto ogni aspetto: curatissimi i recitativi, dizione molto buona, accento pertinente.
L’aria “Un’aura amorosa” è stata cantata molto bene, con ampia dovizia di colori e nuances interpretative. La voce è bellissima, calda, maschia, (odio i tenori mozartiani cicisbei) e la ricchezza d’armonici la rende sensuale ed accattivante. Ho notato, ma proprio volendo cercare il pelo nell’uovo, qualche incertezza negli attacchi, ma il direttore, dal gesto molto confuso, potrebbe avere qualche responsabilità, in questo senso.
Alla fine, applausi per tutti, più marcati per Meli.
Il vero finale, per me, si è svolto in un noto ristorante del luogo, dove ho ingurgitato una quantità industriale d’affettati misti, accompagnati da torta fritta e un migliaio di tortelli alle erbe conditi con burro fuso, salvia e parmigiano. Poi, non pago, ho demolito una mattonata di crostata di frutta.
Vabbè, transeat.
Buona settimana a tutti.

Don Giovanni a Trieste: considerazioni a margine.

Il Don Giovanni di Mozart mancava al Verdi di Trieste da 17 anni.

La regia del capolavoro mozartiano, in quest’occasione, è stata affidata a Daniele Abbado.

La compagnia di canto era di buon livello, con punte d’eccellenza.

Il direttore d’orchestra, Tomaš Netopil, giovane ma ampiamente affermato.

La prima è finita in una marea di fischi.

Nel dettaglio, qui potete leggere la mia recensione per Operaclick.

Cosa ha scatenato la rabbia del pubblico triestino? La regia.

E siamo alle solite, diciamo.

Indubbiamente non è una regia convenzionale, e quindi Abbado si è esposto a qualche rischio.

Il problema, aldilà del fatto che possa piacere o no l’allestimento, è un altro.

Il pubblico triestino è troppo tradizionalista e conservatore; ha fatto passare senza sussulti regie di una banalità sconcertante (ricordo un’orrida Turandot, la scorsa stagione, ma ci starebbero altri esempi) ed ogni volta che si trova di fronte ad un’idea nuova reagisce malissimo, dimostrando solo di avere una visione limitata e codina della cultura in generale.

Dico, vogliamo ricordare che Trieste è la città nella quale Verdi ha fatto debuttare 2 opere?

Verdi, è stato un innovatore, un rivoluzionario nel suo campo.

Di questa contestazione io ho avuto sentore già alla prolusione dell’opera, peraltro noiosissima, il venerdì precedente alla prima.

Nella sala Victor De Sabata io, che m’avvio non troppo felicemente verso i 52 anni, ero tra i più giovani.

Quando il relatore ha affermato che la regia non sarebbe stata tradizionale, si è levato un generale mormorio di disapprovazione.

Preventivo, ingiustificato e foriero di quello che è poi successo in teatro.

Andare a teatro già sapendo che si contesterà lo spettacolo è penoso.

Sono sempre più convinto che l’assioma di Giovanni Vitali , che recita lapidariamente così:

"la maggior parte dei critici musicali e degli spettatori che frequentano i teatri lirici non capiscono un cazzo" 

sia molto vicino alla verità.

Vale anche per me, ovviamente.

Buona settimana a tutti.

 

Pentiti, scellerato!

Ho approfittato, subdolamente, degli ottimi risultati scolastici di mio nipote per regalargli Il Flauto Magico a fumetti.

Con questa ed altre viscide manovre diversive spero d’infettarlo con il temibile virus della melomania.

Con mia sorpresa, invece di mandarmi a quel paese e reclamare una macchinina si è dimostrato interessato!

Si è messo subito a leggere ed ha cominciato a fare domande.

Ora attendo che mi chieda di vedere l’opera in DVD (ha solo l’imbarazzo della scelta).

Sono bastardo?

Stasera a Trieste c’è la prima del Don Giovanni, quindi rispondo da solo al titolo di questo mio post.

"No, no, ch’io non mi pento!"

Buon fine settimana a tutti. (smile)

 

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