Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Don Giovanni al Teatro Verdi di Trieste: ancora un paio di considerazioni semiserie.

Simone Alberghini

Simone Alberghini nella scena finale del Don Giovanni per la regia di Damiano Michieletto (Teatro alla Fenice)

Altro sguardo laterale sul Don Giovanni, oggi che è sabato e vi vedo lì che aspettate novità da leggere avidamente nel fine settimana (sì, certo).
Ma andiamo avanti.

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Recensione semiseria di “Una notte a Venezia” e “Metamorfosi di una gatta” al Festival dell’Operetta a Trieste.

Daniela Mazzucato.

Il Festival dell’Operetta è per Trieste una felice e radicata tradizione, importante oltre che come proposta culturale anche come biglietto da visita per una città che vede nel turismo una potenzialità ancora inespressa. Potenzialità sulla quale, peraltro, io nutro da sempre forti dubbi perché non mi pare che la mia città possa offrire poi tanto al visitatore esterno. Ho sempre pensato che “Trieste città turistica” suoni come uno dei tanti slogan finalizzati a elemosinare qualche soldino che poi va a finire in non so quali tasche. Non le mie, di questo ho assoluta certezza. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria di Les Contes d’Hoffmann a Torino e Lucia di Lammermoor a Firenze.

Dunque, dopo una tre giorni operistica piuttosto faticosa, forse è il caso di fare un piccolo bilancio, partendo da considerazioni che con la lirica non c’entrano nulla.
A Torino ho trovato un addetto alla reception dell’albergo che era di una gentilezza imbarazzante, però parlava con la stessa voce priva d’espressione di HAL9000, il computer impazzito di 2001: Odissea nello spazio. Il ragazzo era estremamente analitico e rispondeva con dovizia di particolari a qualsiasi domanda, anche quelle che richiederebbero risposte immediate.
“Scusi, dov’è la sala della prima colazione?”
Risposta.
“Una robusta e sana colazione al mattino è fortemente consigliata da tutti i nutrizionisti. Recenti studi sui bioritmi hanno dimostrato che l’uomo necessita di una quantità di zuccheri…ecc…ecc…”
Tutto questo con il tono, appunto, di una segreteria telefonica pedante.
Cioè, ho fame, se mi fai un seminario sulla storia dell’alimentazione mi acculturo, ma muoio di stenti e non mi servirà a nulla.
No, perché voglio dire, metti che chieda scusi dov’è la toilette, non è che puoi farla tanto lunga no? Vuol dire che da solo non la trovo e ne ho bisogno urgente, altrimenti non farei domande imbarazzanti.
Bene, e questa è una e il titolo di nuovo mostro non glielo leva nessuno!
Poi, annuncio a tutti che io e ex-Ripley abbiamo raggiunto i 297 Km/h, o meglio a quella velocità andava il treno tra Novara e Torino. In carrozza c’era uno strano silenzio, dovuto certo all’ottima insonorizzazione, ma anche al fatto che i passeggeri trattenevano il fiato per il terrore.
Ancora.
Domenica a pranzo sono andato a mangiare con Bob e Marina. Avevo chiesto gentilmente che mi portassero in un posto qualsiasi, insomma un boccone per stare in compagnia, anche perché alle 15.30 mi aspettava la Lucia e non volevo farmi cogliere dalla classica botta di sonno da mappazza post prandiale.
Certo. Finocchiona, coppa di testa, prosciutto crudo, crostini toscani, lardo di Colonnata, insalata di fagioli, coccole (mi pare, una specie di torta fritta parmigiana) e ricotta come ANTIPASTO, in uno dei migliori ristoranti di Firenze. Minestra di fagioli e farro e ribollita come primo piatto. Una fiorentina come secondo (non la squadra, ché quella vale poco, ultrasmile), patate al forno e carciofi fritti. Sorbetto non mi ricordo come, ma buonissimo. Vino e acqua.
Non solo, ci hanno pure offerto il pranzo, ‘sti due disgraziati.
Battute di rara volgarità davanti al teatro, dove ho immortalato Bob mentre importuna con gesti inequivocabili una signora. Non metto la foto perché sono un signore.
Io e ex-Ripley ringraziamo coram populo (per il pranzo, non per il comportamento di Bob, ultrasmile)
Ma veniamo alle cose meno serie.

La partitura di Les Contes d’Hoffmann.

Venerdì a Torino ho assistito a un’opera che adoro, Les Contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach, nell’allestimento di Nicolas Jöel ripreso per l’occasione da Stephane Roche.
Molto belle le scenografie di Ezio Frigerio e magnifici i costumi di Franca Squarciapino. Buone anche le luci di Vinicio Cheli.
Un elemento fisso, che assomiglia molto agli ingranaggi di un orologio, fa da sfondo alle vicende dello sfigatissimo poeta Hoffmann.
Il tenore Arturo Chacòn-Cruz però non mi è piaciuto per nulla, soprattutto perché non ha capito che il personaggio è un maledetto ( Baudelaire, non a caso, amava I Racconti )e non un bamboccione, un bambascione come dice la mia amica Margie, fonte inesauribile d’ispirazione.
La voce, in teatro, appare sempre velata e priva di autentico squillo tenorile. Inoltre l’interpretazione è monolitica, sempre improntata a un generico forte o mezzoforte.
Purtroppo Alfonso Antoniozzi ha dovuto rinunciare a causa di una tracheite (non so se poi ha cantato domenica pomeriggio, ma mi auguro che si sia ripreso), ma è stato ben sostituito dal collega Simone Alberghini, artista di grande classe ed eleganza. Voce non monumentale, certo, ma accento sempre appropriato e pertinente in un ruolo (sono quattro personaggi, lo ricordo) difficile che ha reso alla perfezione.
Ne approfitto per spezzare una lancia a favore degli Artisti che si esibiscono nei nostri teatri.
Forse mancano le voci straordinarie, peraltro rarissime anche in passato, ma questi signori si fanno un mazzo così a curare l’interpretazione, la gestualità, la mimica e tutto ciò che contribuisce a rendere credibile un personaggio. Cantano distesi, correndo, arrampicati sui trampoli, a testa in giù, insomma seguono le indicazioni, spesso insensate (ma non è questo il caso), dei registi.
Vogliamo considerarlo una volta per tutte un bel valore aggiunto alla prestazione complessiva? O continuiamo a far finta che se cantassero impalati al proscenio, come appunto spesso succedeva ai tempi sempre troppo rimpianti del passato, saremmo tutti lì a dire Sì Tal dei Tali ha una bella voce ma sembra Maldini in area di rigore tanto è ancorato a terra?
Questo non significa certo che si debba passare sopra ad orrori vocali quando ci sono, sia chiaro, ma credo che non sottolineare il diverso e meritevole impegno dell’artista moderno sia disonesto.
Amen.
Désirée Rancatore ha sparato acuti e sovracuti a nastro nella parte della presunta donna Olympia, questo richiede il ruolo, che non necessita di particolari sottigliezze interpretative. Quindi il soprano siciliano era a suo agio al pari di Berlusconi quando sta per dire una stronzata, un gioco da ragazzi. Trionfo dopo l’aria della bambola meccanica, che ho riportato nel post precedente nella versione di Natalie Dessay.
Raffaella Angeletti mi è piaciuta moltissimo come Antonia, una ragazza che vuole cantare a tutti i costi e ci lascia le penne, povera. Speriamo non succeda la stessa cosa al soprano Silvia Dalla Benetta, che mi dicono abbia intenzione di debuttare Norma a Trieste. (ao’, sto a scherza’ eh?, smile)
La Angeletti ha palesato solo sporadiche tensioni negli acuti, ma ha una voce di colore e timbro gradevolissimi e una presenza scenica di gran classe. Brava!
Monica Bacelli, nell’atto veneziano, faceva la cortigiana. I mean per ragioni di libretto eh? (smile)
Però qui devo contestare il librettista Jules Barbier. Quando mai una zoccoletta si è chiamata Giulietta? Giulietta può al massimo cadere in un tragico equivoco ed  amare un travestito, come ben aveva capito Bellini. (strasmile)
E chiamala Deborah, o Jessica, no? Transeat.
Comunque la Bacelli ha una voce importante, tanto che nella barcarola che apre l’episodio di cui è protagonista, l’altro mezzosoprano Nino Surguladze ( non fate casini con i nomi e i travestiti e tutto il resto, Nino è donna, e pure bona, vedere qui, grazie) sembrava un pesce nell’acquario, muoveva la bocca ma non si sentiva. Bravissima anche Monica, allora!
Sia Angeletti sia Bacelli sono impegnate in duetti col tenore che, appunto in queste occasioni, faceva il secondo pesce nell’acquario. La proiezione della voce di un cantante si valuta in teatro, nelle trasmissioni radiofoniche ci sono i microfoni che rendono tutto uniforme, vale la pena ricordarlo.
Di Nino Surguladze ho sostanzialmente già detto, con l’aggravante che non mi sembrava troppo attenta dal punto di vista scenico, né come Musa né come Nicklausse (altro personaggio en travesti, abbiate pazienza, ma oggi è un delirio). La voce è abbastanza gradevole ma è evidente il tentativo di gonfiare i centri, con il risultato che poi gli acuti sono sbiancati e stimbrati, per non dire spoggiati, addirittura. Peccato no?
Tutti gli altri coprotagonisti meritano una citazione non distratta: i tenori Carlo Bosi ( Andrès, Cochenille, Frantz e Pitichinaccio)e Emanuele Giannino (Spalanzani). Bene anche il baritono Armando Ariostini (Schlémil e Hermann) e il basso Alessandro Guerzoni (Crespel). Pure Diego Matamoro (Oste), Gianluca Sorrentino (Nathanafil) e Giovanna Lanza (madre di Antonia) sono sembrati di buon livello. Nella breve e muta apparizione, non passa inosservata la curata mimica di Maria Paola Rebecchi nel ruolo di Stella.
Il Coro ha risposto con grande sicurezza anche dal punto di vista scenico.
La concertazione di Emmanuel Villaume non mi è parsa memorabile, ma il direttore ha seguito con grande attenzione i cantanti, evitando casini tra buca e palcoscenico e con tanti personaggi in scena non è merito da poco.
Il pubblico di Torino, cioè la parte di pubblico che è rimasta sino alla fine, perché un paio di centinaia di gradassi presenzialisti se ne sono andati al secondo intervallo, ha applaudito convinto tutta la compagnia artistica.
Ma che ci venite a fare in teatro, mi chiedo. Tra l’altro I Racconti sono quasi da consigliare al neofita, perché è un lavoro che si segue con facilità, ogni atto una vicenda diversa, mica è il Parsifal.
E state a casa, no? Mah.
Non finisce qui, purtroppo per voi, perché poi da Torino sono partito per Firenze come avrete argutamente capito dall’introduzione alle recensioni semiserie.
Al Comunale era di scena La Lucia di Lammeroor di Donizetti.

Paritura di Lucia di Lammeromoor.

Allora, fermo restando che io qui esprimo opinioni personali e non le spaccio per Verità Assolute, dico subito che, dal punto di vista artistico, mancava la protagonista.
Il soprano Eglise Gutiérrez che ho sentito più volte in teatro a Trieste e non solo, a mio avviso, ha completamente travisato il personaggio di Lucia.
Voglio dire, questa ragazza doveva essere una con le palle (in senso lato, ché ormai qui non si parla più di presunti uomini o donne, strasmile), non una povera sfigata che si fa mettere i piedi in testa da tutti.
È innamorata di un bellimbusto litigioso ma ragioni familiari spingono il fratello (quello sì, sfigato, perché sceglie di stare dalla parte di chi perde una guerra) a imporle un matrimonio che gli salvi il culo.
Ora, lei avrebbe potuto benissimo sposare il ricco e vincente sostituto, sgravare una sessantina di eredi e vivere il resto della sua vita serenamente, oppure, al limite, darsi al whisky che in Scozia non è male.
Invece no, che fa? Uccide lo sposino, diventa matta e muore di consunzione amorosa.
Insomma il personaggio è tosto, fiero, nobile, orgoglioso, non piagnucoloso e pigolante!
Appunto invece la Gutiérrez ha trasformato Lucia in una lagnosa scassa palle, e non va bene per nulla.
Vocalmente poi, almeno ieri, non mi è parsa all’altezza. Nulla di grave, però la prima ottava era latitante e gli acuti e sovracuti (pochi, questi ultimi) quasi impercettibili, presi sempre “da sotto” e restavano lì, non correvano per il teatro, segno che nell’ emissione c’è qualche falla.
C’è da sottolineare che l’acustica del Maggio non è il massimo, e non lo sostengo io, ma chi al Maggio è di casa, come spettatore intendo; può essere quindi che in una posizione più favorevole la voce si sentisse meglio. Però, santo cielo, ero nella terza fila in prima galleria, mica nel magazzino delle scope.
Nella scena della pazzia si è rotolata un po’ sul palco, ma lo faceva nel salotto di casa anche Linda Blair nell’Esorcista, non è che si caratterizzi così un personaggio.
Il tenore Stefano Secco, Edgardo, ha cantato davvero bene l’ultima aria, Tu che a Dio spiegasti l’ali, e gliene va reso atto. Però la voce è come il suo cognome, secca e priva di armonici, comunque piccolina.
Inoltre nelle scene più drammatiche, quando il suo personaggio deve tirare fuori gli attributi, il suo furore è quello di un bambino al quale hanno tolto la Nintendo, e non va bene neanche questo.
Il ruolo è molto difficile ed è opportuno considerarlo, quindi direi che nel complesso la prova di Secco è stata discreta.
Alberto Gazale è un baritono dalla voce piuttosto ampia e sonora e dalla linea di canto omogenea, ma anche lui (c’è sempre da tenere presente che i cantanti devono seguire le indicazioni del regista) vede Enrico come uno sempre inferocito: gli manca nobiltà, questo voglio dire.
Buona la sua prestazione.
Raimondo Bibident (lascio a voi le battute salaci su un personaggio che si chiama così, una via di mezzo tra una gazzosa e un adesivo per dentiere) è stato interpretato dal basso Giovanni Battista Parodi, che è stato autorevole dal punto di vista scenico e discreto dal lato vocale.
Così così gli altri: il mezzosoprano Antonella Trevisan (Alisa), i tenori Saverio Fiore (lo sposino Arturo) e Enrico Cossutta (Normanno).
Molto bene l’Orchestra del Maggio, anzi, direi magnifica. Buono il Coro.
Stefano Ranzani a me è piaciuto, perché ha diretto questa Lucia (a memoria pure lui, come il giurassico Nello Santi) con vigore ma senza fare chiasso nei momenti più drammatici e con sufficiente leggerezza nelle fasi più scopertamente romantiche e notturne.
Non è piaciuto, invece, a un numero esiguo ma non irrilevante di spettatori, che lo hanno buato alla fine.
Opinioni.
Applausi convinti (teatro pienissimo, immagino che fosse tutto esaurito o quasi) invece per tutti i protagonisti, con punte d’entusiasmo per Eglise Gutiérrez.
Graham Vick firmava la regia, ripresa da Marina Bianchi. Boh. Non ho visto un’impronta significativa, mentre erano belle anche se leggermente stucchevoli e didascaliche le scene di Paul Brown che ha firmato anche i costumi. Appaganti, ma non tali da destare meraviglie le luci di Nick Chelton.
Però me lo dico da solo, non sono mai contento.
L’allestimento era tradizionale e abbastanza rispettoso del libretto (con l’eccezione della scena della torre, mancava…la torre).
Direi che può bastare.
Buon fine settimana a tutti.
P.S
In trasferta con me c’era anche ex-Ripley che ha apprezzato tutto, da Torino a Firenze, ad eccezione della mia compagnia.
Come darle torto, peraltro. (smile)
P.S 2

I Racconti di Hoffmann a Torino, poi la Lucia di Lammermoor a Firenze.

Fine settimana impegnativo ma molto stimolante, anche all’insegna del mantenimento dell’unico buon proposito per l’anno nuovo: lavorare di meno, divertirmi di più.
 
 
Domani sarò al Teatro Regio di Torino, per vedere una delle mie opere preferite, Les Contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach.
Purtroppo ho pochissimo tempo e quindi non ce la faccio a scrivere una presentazione dell’opera, neanche semiseria (le versioni semiserie, peraltro, richiedono molto più impegno di quelle seriose).
Opera incompiuta, perché Offenbach morì mentre la stava finendo: dedalo inestricabile di edizioni, quindi, tanto che al momento non so quale sarà allestita nel capoluogo piemontese.
Il tratto distintivo di questo lavoro, ispirato ad alcuni racconti di E.T.A. Hoffmann (qui potete scaricarne uno, proprio quello della bambola meccanica), è un kitsch sublime: diavoli, nani, poeti, bambole meccaniche, incantesimi, umorismo e presagi funesti.
Un delirio.
Tre donne. Olympia, Antonia, Giulietta, che sono, forse, solo la rappresentazione fantastica di tre aspetti di una quarta e più reale ragazza, Stella.
Quattro diavolacci in uno, Lindorf, Coppélius, Dr.Miracle, Dapertutto: Alfonso Antoniozzi, un uomo intelligente e polemico (memorabili le sue tirate sugli argomenti più disparati, leggete anche che non sta bene ma non la prende male, auguri!) prima ancora che un grande cantante dal spiccato talento interpretativo.
Insomma, credo che non m’annoierò!
Ho scelto per voi, tra i tanti possibili ascolti e interpreti, Natalie Dessay, una delle poche cantanti contemporanee che si possono già definire storiche, di riferimento, nel ruolo dell’inquietante Olympia.
 
 
Poi, sabato pomeriggio sarò al Comunale di Firenze e, se ce la faccio, alla sera vedo il secondo cast della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, perché non mi posso accontentare di vedere il primo domenica pomeriggio [son messo male, lo so, peraltro pensate come sarà contenta ex-Ripley, che m’accompagna in questo tour de force! (strasmile)].
La Lucia è una di quelle opere che non possono prescindere da interpreti eccellenti, è Belcanto puro.
Speriamo bene, anche perché già mi girano un po’ perché l’annunciata (non si sa con quali criteri, peraltro, ma transeat) Elena Mosuc, una fuoriclasse, non ci sarà.
Quante volte avete sentito parlare di scena della pazzia? (mai, lo so, ma fate finta, suvvia!)
Ecco, qui c’è forse la più famosa pazza del melodramma.
Una ragazza che vuole vincere la ragion di stato familiare, che le impone un marito brutto e scemo, mentre lei è innamorata di uno scemo, ma bello.
Sceglie la soluzione più facile, uccide lo sposo e muore di dolore, e per simpatia il suo amato Edgardo si suicida.
Un’opera che ci fa guardare al futuro con ragionevole ottimismo, diciamo. (smile)
Anche qui la Dessay, con le stesse motivazioni precedenti.
 
 
Detto questo, chiamo Bob, ché me ne sono colpevolmente dimenticato, e vi prometto recensioni semiserie a nastro per la prossima settimana (forse anche prima, chissà…)
 
 
 
 
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