Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Tutto chiuso: Intervallo 53 (di papaveri senza papere e di rosse lanterne di festa)

Il tema di oggi è d’obbligo perché il 25 aprile nel 1926 esordiva, al Teatro alla Scala di Milano, Turandot di Giacomo Puccini.
Ho avuto modo in altre occasioni di parlare dell’opera e perciò rimando eventuali curiosi all’ultimo dei tanti post dedicati all’estremo capolavoro di Puccini.
In questo lasso di tempo, non essendoci spettacoli dal vivo, la musica mi è di pretesto per lasciare andare l’immaginazione e poi cercare di tradurre il risultato delle mie elucubrazioni in un’immagine. Le foto, giocoforza, sono quasi sempre d’archivio, ma oggi no, perché fotografando questo papavero entro i limiti imposti dalle misure di sicurezza (e mai avrei pensato di dover scrivere una diavoleria del genere) mi sono ricordato delle rosse lanterne di festa evocate da Ping, Pong e Pang all’inizio del secondo atto di Turandot.

Se voi ci vedete altro, beh, pazienza.

Uno per tutti e tutti per uno: Francesca Tosi si racconta e immagina il futuro dei teatri.

Dopo le quattro chiacchiere con Chiara Molent, primo contrabbasso dell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste, ho chiesto anche a Francesca Tosi, Maestro del coro della fondazione triestina, che ci faccia il punto della situazione sul particolare momento che stanno attraversando i teatri.
Il coro, inteso come complesso di artisti che cantano insieme per ottenere un buon risultato, mi pare una bella metafora di quello che dovrebbe essere una comunità, soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo.

 

Francesca, due parole per presentarsi ai nostri lettori.

Da musicista, quando apro una partitura assaporo fin dalla prima nota la traccia indicata dal compositore senza domandarmi dove mi porterà, così nella professione ho iniziato gli studi del pianoforte nella mia regione, la Toscana, che storicamente ospita istituzioni musicali di alto livello e mi sono diplomata col Maestro Daniel Rivera, mio mentore.
Grazie alla Scuola di Musica di Fiesole e alle Masterclass che grandi pianisti come Ciccolini, Perahia e Lonquic tenevano a Firenze ho sviluppato la mia preparazione musicale ed ho conosciuto il mondo del teatro lirico da cui non mi sono più allontanata. Prima al Teatro del Maggio Musicale e al Festival Puccini, poi al Teatro dell’Opera di Nizza fino ad arrivare alla bellissima Trieste, per me scoperta inaspettata e meravigliosa.

Lei è arrivata a Trieste in seguito alla tragica scomparsa di Paolo Vero e un breve interregno di Fulvio Fogliazza, suo predecessore. Com’è stato l’impatto iniziale?

La scomparsa del Maestro Paolo Vero ha lasciato un grande dolore, ho cercato di infondere una profonda motivazione negli Artisti del Coro perché continuassero ad affermare il grande valore artistico che il Coro del Verdi ha sempre dimostrato.

Il ruolo di direttore di coro è defilato in confronto ad altri, all’interno di un’organizzazione teatrale. In realtà, chi è del mestiere, sa benissimo che non è così. In sintesi, come descriverebbe il suo lavoro?

È vero, il Maestro del Coro lavora dietro le quinte e non ha grande visibilità, ma ha il privilegio di fare una professione ricchissima di sfaccettature e di stare a contatto con tutte le maestranze del teatro. Infatti, dopo la fase di puro studio della partitura, che rappresenta il momento dell’intuizione musicale, organizzo le prove musicali in sala con il coro accompagnato al pianoforte.  Vengono subito di seguito le prove in palcoscenico dove gli artisti del coro uniscono l’arte attoriale a quella vocale, e qui collaboro strettamente con il regista, lo scenografo, il costumista, i Maestri di palcoscenico, il Direttore di palcoscenico ed il Direttore d’orchestra per ottenere il miglior risultato possibile. Il Teatro d’Opera è una fantastica interazione di Arti.

Come ricorda i molti anni passati al Festival Pucciniano di Torre del Lago? Che difficoltà ulteriori si incontrano per preparare un’esibizione open air?

Gli anni al Festival Pucciniano li ricordo con grandissimo     affetto e riconoscenza, lì ho imparato cosa significa lavorare in teatro.  Rappresentare Puccini nel luogo dove il Maestro ha vissuto e composto è un’occasione unica al mondo, anche se ritengo sia più difficile fare opera all’aperto.

Qual è la differenza fondamentale, se ce n’è una, tra un direttore d’orchestra e un direttore del coro?

Dirigere in senso assoluto ha un significato univoco, credo si tratti piuttosto di conoscere le peculiarità della voce e quelle degli strumenti per dirigere bene entrambi.

Con la pandemia del COVID-19 i teatri stanno vivendo, come tutti, un momento che definire particolare è davvero un eufemismo. Cosa si fa, a Trieste, per tenere desta l’attenzione su quella che è la maggiore realtà culturale della regione, un pezzo di storia nato nel 1801?

In questo momento difficile credo sia molto importante tenere vivo l’interesse del pubblico e il Teatro Verdi realizza attraverso le proprie pagine social una campagna promozionale ricchissima, proponendo non solo video musicali realizzati da casa dagli artisti del Verdi anche ma interviste, lezioni, esecuzioni di repertorio

Queste attività, intraprese a Trieste e altrove, possono contenere in nuce qualche pericolo per la sopravvivenza della musica dal vivo?

Non credo che la musica del vivo corra alcun pericolo, queste iniziative sono molto utili per mantenere viva la fiamma, la musica tornerà a scaldarci nei teatri e nelle sale da concerto

Il Teatro Verdi è stato costretto a cancellare le produzioni di La Bohème, Pagliacci e Macbeth. Quale è stata, per lei, la rinuncia più dolorosa?

Naturalmente è strettamente personale, ma dover rinunciare a Pagliacci mi ha toccato particolarmente, la considero un capolavoro, inoltre mancava da parecchi anni nel nostro teatro.

Ci dia una specie di personale rendering di una recita teatrale che si svolgerà nel dicembre 2020. Come se la immagina?

Se nella memoria collettiva ci sarà come credo un prima e un dopo Corona Virus mi immagino due spettacoli nella stessa serata, un’opera di repertorio e una inedita di nuova composizione. Mi auguro fortemente che il pubblico potrà sedersi in teatro senza la mascherina perché vorrà dire che abbiamo superato questo momento e siamo tornati alla normalità, forse con un pizzico di coscienza in più.

Grazie per la disponibilità, Francesca.

Grazie a voi, continuate a sostenerci perché ne abbiamo bisogno!

Tutto chiuso: Intervallo 43 (di gradi di separazione, parole fantastiche e dove trovarle)

Il 15 aprile del 1929 se ne andava per sempre Antonio Smareglia, compositore ignoto ai più ma, a mio modesto parere, meritevole di una veloce riscoperta. Tra le sue composizioni spicca Oceàna, opera lirica che debuttò al Teatro alla Scala nel 1903.

Ora, la singolare pronuncia dell’opera, con l’accento grave sulla vocale a, mi ricorda un altro compositore italiano, Arrigo Boito il quale, nel suo Mefistofele inserisce nel terzo atto un duetto che a me piace molto e che principia così:

Lontano, lontano, lontano,

sui flutti d’un ampio oceàno

Anche qui con l’accento grave sulla a, per mantenere la rima dei versi.

Quindi oceano, un mare immenso. E un mare immenso ci separa cantano gli schiavi all’inizio di Il crociato in Egitto, opera di Giacomo Meyerbeer.
Analizziamo la frase vocabolo per vocabolo:

“Un mare”: già basterebbe per perdere la nostra mente in una distesa liquida, mobilissima e informe d’ipotesi, un labirinto in cui non lascia traccia del nostro passaggio, poiché l’acqua non ci consente di sapere se per quella via siamo già passati, si richiude imperterrita dietro di noi, come la scia di un relitto alla deriva.
“Immenso”: non grande, non enorme, non gigantesco bensì incommensurabile, al di là della nostra comprensione.
“Ci”: chi c’è dietro questo “ci”? Un uomo ed una donna, due popoli, un figlio e una madre, due amanti che si sono perduti?
“Separa”: divide, impedisce di esplicitare i nostri sentimenti, condanna alla solitudine, al rimpianto, al ricordo, all’abbandono, alla perdita.

Potevo, dopo tutte queste inutili elucubrazioni, non postare una foto del mare?

 

Intervallo nell’intervallo: parliamo di teatri e di chi lavora in teatro.

Intervista fatta per OperaClick, rivista di cui sono indegnamente vicedirettore:
La contingenza è molto impegnativa per tutti e coloro che lavorano in teatro non fanno eccezione, anzi. Dai periodi di crisi, ce lo insegna l’esperienza, sono proprio le istituzioni teatrali (tutte, senza eccezioni) a uscirne peggio perché la politica è sempre stata miope nei confronti delle esigenze della cultura. Per questo motivo abbiamo deciso di contribuire a dare visibilità a chi in teatro ci lavora ogni giorno, magari senza essere sotto le luci della ribalta.
Chiara Molent è il Primo Contrabbasso del Teatro Verdi di Trieste, e ci racconta un po’ di sé.
Come nasce la tua passione per la musica?
La mia passione per la musica nasce grazie ai miei genitori, che non sono musicisti, ma sin da piccola mi hanno indirizzato allo studio del pianoforte con i corsi Yamaha. Mi sono innamorata della musica e ho capito abbastanza presto che nella vita avrei solo voluto suonare anche se non ero ben consapevole del percorso che avrei dovuto affrontare. Il contrabbasso è stata una passione che è nata successivamente. Avevo 15 anni, già allieva di pianoforte al Conservatorio di Milano, ero curiosa e interessata agli strumenti ad arco. Affascinata dai suoni gravi ho scelto il contrabbasso.

Attraverso quali vie sei arrivata a Trieste?
Il percorso che mi ha permesso di arrivare fino a qui è stato intenso e impegnativo ma sempre stimolante e gratificante. La vittoria del concorso da primo contrabbasso nel mio Teatro è stata il culmine di una serie di esperienze formative e lavorative meravigliose. Ho studiato al Conservatorio “G. Verdi” di Milano con Piermario Murelli, diplomandomi a 22 anni con lode. Qualche giorno dopo ho conseguito anche il diploma di Pianoforte, che non ho mai abbandonato. Ho studiato all’Accademia “W. Stauffer” di Cremona con Franco Petracchi. Mi sono perfezionata con le prime parti del Teatro alla Scala, Francesco Siragusa e Giuseppe Ettorre. Ho iniziato contestualmente a fare audizioni per lavorare nelle fila delle orchestre italiane più importanti. In seguito alle idoneità conseguite ho collaborato con l’Orchestra e la Filarmonica del Teatro alla Scala di Milano, del Teatro Regio di Torino, Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Teatro Petruzzelli di Bari, Pomeriggi Musicali di Milano, Teatro Carlo Felice di Genova.
In queste ultime tre Fondazioni sono risultata idonea anche come Primo Contrabbasso. Ho avuto la fortuna di studiare e poi lavorare accanto a concertisti, solisti, e direttori di fama internazionale da cui ho imparato moltissimo. Pochi giorni prima di vincere il concorso al Teatro Verdi di Trieste avevo vinto il Concorso da Co-Principal all’Opera di Lubiana.
L’essere donna è stato un ostacolo o un vantaggio per la tua carriera?
Direi nessuna delle due. Fortunatamente nella maggior parte dei casi sono stata giudicata come musicista e strumentista e non come donna. Dipende sempre però dalle persone che si incontrano e dalla sensibilità di ognuno. Per quanto riguarda il contrabbasso, nello specifico, siamo ancora in poche a suonare questo strumento. Forse per questo motivo, o per le sue dimensioni, desta talvolta interesse che a suonarlo sia una donna. Sono convinta che gli strumenti musicali siano un mezzo di espressione delle sensibilità individuali e dei propri talenti, e che non siano destinati all’uomo piuttosto che alla donna. Se una persona è musicale e sensibile, riuscirà ad esprimersi attraverso qualsiasi strumento.
Ti senti responsabilizzata in qualche modo dalla tua singolare posizione di prima donna, giovane e prima parte dell’orchestra di una fondazione lirica?
Essere la prima donna in Italia a ricoprire stabilmente il ruolo di primo contrabbasso in una Fondazione è per me un onore e mi sento certamente responsabile del mio ruolo, ma non lo collego direttamente ad una questione di genere. So di aver “sfondato una porta” essendo la prima nel nostro paese, ma ho constatato che la preparazione e le abilità fugano ogni pregiudizio, qualora ce ne fossero stati. Aver vinto questo posto mi riempie di orgoglio come donna, musicista e per il percorso che ho fatto. Ho avuto la fortuna di essere accolta da un gruppo di colleghi fantastici, che mi stimano molto. Sono leader di una fila di contrabbassisti in gamba ed è un piacere lavorare con loro.
Quali sono le altre tue passioni?
Fino ad ora ho avuto poco tempo per attività all’infuori della musica, che ha sempre riempito le mie giornate. Nel tempo libero mi piace fare passeggiate (quelle a Trieste, sul mare, sono bellissime!) e amo molto la natura. Le piante grasse sono da sempre una mia grande passione. Infine mi piace la cucina, adoro mangiare fuori, e ho una vera passione per il sushi.

Come ti trovi a Trieste?
Benissimo. È una città assolutamente a misura d’uomo, vivibile, e con tutti i servizi sempre a portata di mano. La trovo piena di fascino, colorata, luminosa, frizzante… una città bellissima. Inoltre il nostro Teatro si affaccia sul mare, e possiamo goderci questa vista straordinaria da più punti.

Qual è il clima che si respira in questi giorni in Teatro? Ovviamente attraverso media vari o social, perché anche voi siete tutti a casa.
Purtroppo questa pandemia sta rendendo per tutti il clima molto pesante. L’incertezza su quando si riprenderà a lavorare e le conseguenze che ci saranno ci preoccupano molto. Al tempo stesso siamo fiduciosi e speriamo che nel più breve tempo possibile si possa tornare alla normalità o quantomeno riprendere il lavoro anche con modalità differenti. Cerchiamo costantemente di tenere viva l’attenzione per il nostro Teatro producendo video e pubblicando esperienze riguardanti la nostra attività di musicisti. In questo momento difficile la musica diventa un mezzo per esprimere unione e solidarietà. Fra colleghi ci si sostiene a distanza, sempre in compagnia dei nostri strumenti. Vorremmo tornare a lavorare al più presto, perché per noi è importante suonare insieme per il nostro pubblico.
Hai qualche aneddoto da raccontare, non necessariamente spiritoso, successo durante l’esecuzione di un’opera, un concerto o comunque un’esibizione pubblica?
A volte capita che durante le prove si sentano dei rumori inattesi in buca, magari dal lato opposto al tuo. Spesso per la distanza non si riesce a capire cosa sia successo e serpeggia tra i musicisti una certa curiosità. L’anno scorso, per esempio, durante la prova generale di “Elisir D’amore” di Donizetti, nel pizzicare con troppa enfasi accompagnando la delicatissima aria “Una Furtiva Lagrima” ho colpito involontariamente con l’arco che avevo in mano la lampada del leggio. Ho causato un botto molto forte, la lampadina si è spenta e i colleghi vicino si sono spaventati e trattenuti dal ridere. Abbiamo ovviamente proseguito cercando di restare impassibili.
Suoni o vorresti suonare in qualche complesso da camera?
Ho suonato con qualche collega in formazione cameristica e per anni in quintetto insieme a quattro compagni di studio del Conservatorio. Con questo gruppo abbiamo anche vinto una borsa di studio ed inciso un DVD per Limen Music. La musica da camera mi appassiona e mi piacerebbe continuare a suonare anche in formazioni cameristiche.
Che ne dici della nostra rivista?
Che vuoi che dica, la “nostra” musica ha poco spazio ovunque, posso solo essere contenta del vostro lavoro, continuate a sostenerci perché ne abbiamo bisogno ora più che mai. Buona fortuna a tutti e un affettuoso saluto ai vostri lettori!

Tutto chiuso: Intervallo 39 (di uova, frusti detti popolari e cadute di gusto)

Insomma, nulla è come appare, si è detto più volte anche qui.
Le uova pasquali però sono inconfondibili e non è possibile fraintenderne l’immagine.
La malizia sta negli occhi di guarda.

Tutto chiuso: Intervallo 28 (di navicelle e Bob Dylan)

 

Oh, tutto di navicelle coperto è il flutto.

È un verso del Prologo dall’Attila di Giuseppe Verdi.

Qui siamo a ottobre dell’anno scorso, in occasione della Barcolana. Un vero e proprio assembramento di quelli che oggi verrebbero sanzionati con la fucilazione.

 

Alla fine ci guida il vento, sempre. E tutto dipende dalle prospettive.

Quali sono le nostre prospettive: The answer my friend is blowing in the wind.


 

Tutto chiuso: Intervallo 22 (di Violette e Aide in playback, senza farsi mancare citazioni di lingue morte)

Questa ragazza si chiama Veronica e non Violetta, però quando le ho scattato la foto pensavo a Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia
Non so se sappia cantare, ma il playback esiste proprio per questi casi. Dopotutto anche Sofia Loren fu doppiata da Renata Tebaldi nel famoso film del 1953.
Mutatis mutandis e Si parva licet.

Tutto chiuso: Intervallo 21 (di calembour operistici idioti)

Chi mi conosce de visu sa che ho una mente malata – in generale, non ci sono dubbi – e che sgravo mostri di ogni tipo, soprattutto freddure di solito incomprensibili ai più. Non so da dove nasca questa mia insana e nefasta passione per i giochi di parole e forse è meglio così (strasmile), perché su questi argomenti quel vecchio porco barbuto che risponde(va) al nome di Freud ha scritto cose fastidiose.
Il librettese, la non lingua dei libretti operistici, si presta particolarmente a questi miei calembour. Oggi un grande classico, ispirato da Francesco Maria Piave e dalla contingenza meteo: qui a Trieste le temperature sono invernali e tira una discreta bora.
Perciò, immaginando i due alberi della foto come due fidanzatini, vi propongo questo imperdonabile Amami al freddo.

Abbiate pazienza.

Tutto chiuso: Intervallo 20 (di montagne incantate e di prolungate malattie).

A un certo punto del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann, Hans Castorp, ufficialmente guarito, si rifuta di tornare alla normalità*. Meglio l’isolamento tra le montagne, incantate o meno che siano*. Del resto, quando si decide di tornare lo aspetta la guerra, e del giovane Hans Castorp non sapremo più nulla.
Boh, pensateci.

* Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Tutto chiuso: Intervallo 19 (di fiorite metafore)

Oggi siamo tutti piegati dalle intemperie, come nella prima foto. Ma rialzeremo la testa, come nella seconda. Vero?

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