Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione addolorata del Barbiere di Siviglia di Rossini al Teatro Verdi di Trieste: bravi gli artisti, ma il pubblico non c’è!

Spiace, spiace molto segnalare che il teatro è stato quasi disertato dal pubblico. E sì che di svago abbiamo bisogno…

È noto che la prima del Barbiere di Siviglia, il 20 febbraio 1816 a Roma, fu un disastro. I motivi di tale tonfo non furono esclusivamente artistici e l’aneddotica del fiasco della prima è ricca e spumeggiante: dal tenore Manuel Garcia che rompe una corda della chitarra mentre canta l’aria di entrata, all’interprete di Basilio che scivola, si rompe il naso e continua a cantare sanguinante per finire con un gatto nero che salta sul palco e molesta i cantanti. Eppure, a più di duecento anni di distanza il Barbiere continua a essere una delle opere più rappresentate in tutto il mondo, perché il tempo è (quasi) sempre galantuomo e soprattutto la musica di Rossini galleggia nell’empireo dell’Arte.
Massimo Luconi, che firma regia e scene dello spettacolo al Verdi di Trieste, asseconda il libretto di Sterbini nel solco della tradizione e con un occhio alla Commedia dell’Arte, ambientando la vicenda in un non luogo in cui i personaggi si muovono con leggerezza in uno spazio con pochi elementi scenografici. L’interazione tra i caratteri è scarna ma curata e al resto pensano gli artisti, tutti o quasi veterani delle loro parti.


Ne esce un allestimento poverello ma gradevole e onesto, di quelli che non lasciano il segno e non disturbano , che ha il pregio di accompagnare il pubblico nella cortese commedia degli equivoci rossiniana. Non manca un garbato accenno all’attuale schiavitù delle mascherine.
Nel solco della tradizione anche la direzione di Francesco Quattrocchi, che sceglie una lettura forse un po’ pigra nelle agogiche ma attenta a non essere troppo esuberante nelle dinamiche. Ben eseguita la famosa Ouverture, brillanti i concertati, preciso l’accompagnamento ai cantanti. Ottima la prestazione dell’Orchestra del Verdi, al pari di quella del Coro maschile preparato da Paolo Longo e della bravissima Adele D’Aronzo, maestro collaboratore.
La compagnia di canto è sembrata affiatata, omogenea e divertita e tutti gli artisti si sono espressi a un buon livello.
Mi piace segnalare l’ottima prova del soprano Elisa Verzier (Berta) che ha cantato bene l’aria di sorbetto Il vecchiotto cerca moglie e ha svettato con la sua voce limpida e cristallina nei concertati.
Antonino Siragusa è ormai vicino alle quattrocento recite nei panni del Conte di Almaviva ed è stato una volta di più convincente in una parte piena di asperità tecniche certo, ma che richiede anche la capacità di cantare dolcemente, come si addice al tenore rossiniano amoroso. Il pubblico gli ha tributato numerosi applausi a scena aperta, meritatissimi.
Buona anche la prestazione di Paola Gardina (Rosina), che ha connotato il suo personaggio di grazia e civetteria con misura, senza ricorrere a effetti plateali troppo accentuati. La voce è di bel timbro e la linea di canto pulita anche nelle agilità.
Bravo Mario Cassi nei panni di un Figaro esuberante e giovanile, vitale nella continua ricerca di stratagemmi e inganni che aiutino l’amico Almaviva alla conquista di Rosina. Ottima la cavatina iniziale ma di là delle indubbie qualità vocali il baritono ha colpito per la padronanza del palcoscenico.
Fabio Previati ha caratterizzato il suo Bartolo con intelligenza, evitando atteggiamenti ormai datati e puntando su una recitazione sobria, agile e al contempo divertente. Nell’aria A un dottor della mia sorte si è apprezzata la confidenza con il sillabato rossiniano.
Guido Loconsolo, voce di basso imponente, si è distinto per la bella interpretazione di Don Basilio, strappando applausi nella famosa aria della calunnia.
Apprezzabili anche i contributi di Giuseppe Esposito (solido Fiorello) e Armando Badia (Ufficiale).
In una serata divertente e riuscita l’unica nota stonata da registrare è la scarsa presenza di pubblico: è davvero doloroso vedere un teatro con pochi spettatori. Certo la contingenza, con tutte le incertezze che conosciamo, non è favorevole, ma forse sarebbe bene provare una strategia di comunicazione più aggressiva e anche una programmazione più varia.
Successo indiscutibile per tutta la compagna di canto e ovazioni, meritate, a tutti gli artisti.

Il Conte d’AlmavivaAntonino Siragusa
RosinaPaola Gardina
FigaroMario Cassi
BartoloFabio Previati
BasilioGuido Loconsolo
BertaElisa Verzier
FiorelloGiuseppe Esposito
Un UfficialeArmando Badia
  
DirettoreFrancesco Quattrocchi
Direttore del CoroPaolo Longo
  
Regia e sceneMassimo Luconi
  
Orchestra e Coro del Teatro Giuseppe Verdi di Trieste



Dal nostro inviato speciale al Festival di Bayreuth!

Come sapete da qualche anno Di tanti pulpiti ha un agente segreto all’interno del Festival di Bayreuth. L’inviato speciale ci racconta i retroscena del Festival esprimendo le sue opinioni: ecco il primo dossier (strasmile).

Ripartire non è stato facile ma era, a dir poco, necessario. Sarà per tutti noi che lavoriamo qui un festival da ricordare e, al contempo, da dimenticare. Stringatamente:

1) Tampone quotidiano obbligatorio (tornerò a casa con le narici di un equino!).

2) Ingressi ed uscite dal palcoscenico, sala coro, camerini etc.etc differenziati (della serie: si entra da una parte e si esce dall’altra che, solitamente dista circa un km. Tornerò con i polpacci di un maratoneta)

3) Il coro è diviso in due gruppi ciascuno di 70 elementi. Un gruppo canta dalla sala coro con tanto di microfono ed il tutto viene trasmesso in tempo reale in palcoscenico. L’ altro gruppo è in palcoscenico e..”muove la bocca”. Si, hai letto bene: cantiamo in…playback”. Risultati, durante le prove, discutibili. Tornerò a casa con uno spiccato sviluppo della muscolatura facciale.

4) Abbiamo fatto tutte le prove in palcoscenico con la mascherina 😷😠in sala coro hai visto come siamo stati “ingabbiati”. Per fortuna a partire dalle prove di assieme abbiamo potuto liberare il nostro volto… 5) Riguardo Holländer: ottima a dire poco la Grigorian anche se, a mio avviso, troppo “temperamentosa”. Ciò, in alcuni momenti va a scapito della voce ma glielo perdono. Direttrice d’orchestra molto in gamba che riesce a tenere testa ad un’orchestra che, con i direttori, sa essere molto critica e lo manifesta apertamente. Ciò fino ad ora non è avvenuto. Regia: mi farebbe piacere sapere che cosa mai hanno passato nella loro infanzia e adolescenza i registi attuali…Tutto sommato non è male ma c’è tanto Freud e non troppo Wagner…Ma qui si usa così…

6) Le altre opere sono collaudate e non c’è molto da dire se non che sono state ridimensionate scenicamente e registicamente per un coro dimezzato…

7) Non so come risulti, all’ascolto, il tutto. Posso giudicare solo ciò che arriva in palcoscenico e preferisco non farlo.

8) Non mi viene, per il momento, in mente altro 🤔..Ah! Sì! Nei Meistersinger, Festwiese, noi, meschini! che sediamo negli ultimi banchi abbiamo in dotazione anche i tappi per le orecchie perché abbiamo alle nostre spalle i riporti…

9) Tutto è terribilmente triste e non solo per quanto ho detto ma perché si avverte un tentativo forzato di ritorno alla normalità. Già il fatto di non vedere pubblico alle generali non è stato bello. Spero che con gli spettacoli la cosa cambi. Gli spettatori in sala saranno 900, salvo restrizioni dettate dall’andamento dei contagi. Il resto me lo dovrete dire voi che ascolterete. Io potrò solo darvi notizia di quanto accadrà…

Tra Gaber e il Covid-19: gli uomini che perdono i pezzi (e non per loro colpa).

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La Top Ten degli articoli del 2020.

Non mi soffermerò su ciò che è successo in questo tragico 2020 perché lo sapete tutti in primis e inoltre potete trovare ovunque opinioni e pareri ben più autorevoli dei miei. 
È indispensabile, invece, fare un paio di osservazioni preliminari.
Non c’è più Giuliano, che se n’è andato in silenzio poco più di un mese fa. Era, come già ho scritto, una delle colonne portanti di questo blog, perché ha spesso impreziosito le mie farneticazioni con i suoi commenti.
Di Giuliano, per Giuliano, parla il suo lascito in rete che è disponibile per tutti.
Il blog sul cinema 

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Colonne sonore? Sì, ma grande musica!

Come ho già scritto, ascoltare CD è ormai uno dei pochi modi rimasti per stare vicini alla musica, il perché lo sapete tutti. Per me, che sono molto diffidente nei confronti degli spettacoli in streaming, è ancora più vero.
Per fortuna ogni tanto mi arriva qualche nuova incisione, alla quale do spazio volentieri soprattutto se editori e interpreti sono poco noti.

Una delle molte conseguenze del maledetto Covid-19 è che tantissime iniziative artistiche sono state bloccate oppure, e forse è peggio, lasciate a metà. È il caso di questo lavoro di Laura Menegozzo (viola) e Adele D’Aronzo (pianoforte), dedicato alla musica di Nino Rota e Krzysztof Penderecki.
Infatti, riportano le note nel booklet, l’incisione del CD è cominciata quasi in concomitanza col primo lockdown, nel marzo di questo nefasto 2020. Solo qualche mese dopo, alle porte dell’estate, è stato possibile finire il lavoro in studio (Auditorium Casa della Musica, a Trieste).
Nell’immaginario collettivo Nino Rota è un compositore di colonne sonore, perché è l’attività che gli ha dato notorietà universale grazie alla collaborazione con quasi tutti i più grandi registi di cinema.
In realtà, Rota è stato un artista a tutto campo, che ha spaziato dalla musica da camera alla sinfonica, dalle opere liriche – si pensi a Il cappello di paglia di Firenze – alle canzoni e altro ancora.
Il primo brano proposto è il celeberrimo Intermezzo per viola e pianoforte in Si minore, a seguire la Sonata per viola e pianoforte in Do maggiore e la Sonata per viola e pianoforte in Sol maggiore, entrambe in tre movimenti.
Si tratta di pagine musicali sofisticate, in cui la spigolosa temperie culturale del Novecento è smorzata da ampie e raffinate aperture melodiche che le rendono piacevolissime anche al primo ascolto.
Le due soliste dimostrano da subito un grande affiatamento artistico e il caldo suono della viola (che strumento meraviglioso!) si fonde alla perfezione con l’impeto metallico, quasi violento in certi passi, del pianoforte. Ma è un gioco di scambi, una complicità solidale che anima una musica viva e palpitante.
In altri momenti prevale una dolcezza che ha nulla di zuccheroso, come nell’Allegretto scorrevole che apre la prima sonata o nell’Andante successivo. Non mancano ovviamente diversi momenti in cui entrambe le interpreti danno fondo alle loro capacità virtuosistiche.

Penderecki, (che anch’io, come Laura Menegozzo, ho avuto il privilegio di conoscere in occasione di un’esecuzione del Requiem polacco a Lubiana) è purtroppo scomparso proprio quest’anno, a marzo.
Il compositore polacco non si è dedicato alle colonne sonore, ma due sue pagine musicali sono state inserite in film di grandioso successo: L’esorcista e Shining.
Esponente dell’avanguardia postmoderna – ammesso che voglia dire qualcosa – anche Penderecki è stato un compositore poliedrico, intrigante e sperimentatore. Spesso la sua musica pare aggressiva ma è sempre permeata da una grande spiritualità.

Già dal primo brano, Tempo di valse, s’intuisce che l’atmosfera è diversa rispetto alla musica di Rota.
Qui le pause, i silenzi, hanno una valenza espressiva e poco o nulla è concesso alla melodia. Le note si inerpicano e si aggrovigliano con gli stilemi paradigmatici della musica novecentesca. Traspare un senso di urgenza, quasi di ansiosa aspettativa, che costringe a un’attenzione non svagata, in particolare nell’ultimo brano proposto, Cadenza (tratta dal Concerto per viola e orchestra).
Laura Menegozzo, che è violista nell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste, vanta numerose esperienze come concertista e svariate collaborazioni internazionali e interpreta Penderecki con passione e virtuosismo.
Il CD è disponibile su buona parte degli store online dedicati alla musica.




La Prima alla Scala (e delle sue implicazioni metaforiche).

Sono stato in dubbio fino a pochi minuti fa, lo ammetto senza problemi. Pubblicare il tradizionale post per la serata inaugurale del Teatro alla Scala di Milano, oppure non farlo?


Non farlo sarebbe stato ragionevole per tanti motivi, non ultimo la scomparsa di una delle colonne portanti di questo blog, e cioè Giuliano, del quale ho appena scritto in circostanze drammatiche. E, dal punto di vista emozionale, ho fatto difficoltà a superare la mia tristezza.
D’altro canto, questa specie di animale preistorico che risponde al nome “Di tanti pulpiti” è nato per parlare di musica: “episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie, sempre tra il serio e il faceto”, così recita il sottotitolo. E, inoltre, sono un sostenitore della necessità di andare avanti nonostante la contingenza sfavorevole. Lo faccio sempre, con i miei metodi, le mie regole e i miei tempi, certo, ma lo faccio.
Perciò, con una punta di nostalgia, ecco qui alcune mie considerazioni sulla Prima alla Scala, com’è tradizione di questo luogo virtuale.
Serata che ovviamente sarà diversa dagli anni scorsi, ma che si presta in ogni caso a qualche speculazione.
Su Twitter, unico social che frequento, poco tempo fa ho lanciato un sondaggio tra i miei lettori e simpatizzanti, che recitava così:

La prima alla Scala di Milano è stata sospesa e sostituita da un concerto di arie d’opera con grandi interpreti che sarà trasmesso su RAI1. Voi avreste preferito un’opera o vi va bene il concerto?
Questo il risultato, che mi pare eloquente:

Opera 80,8%

Concerto 19,2%


Qualcuno potrebbe obiettare che le alternative erano troppo secche e che probabilmente le risposte sono state “di pancia”, ed è vero. Resta il fatto che, almeno per me, delineano una tendenza.
Dal momento che anch’io avrei preferito un’opera, provo ad argomentare.
Si parla tanto, e spesso a sproposito o solo perché fa figo, di “trasformare in opportunità le difficoltà” e, santo cielo, quest’anno le difficoltà non mancano di certo.
La Scala è il più ricco teatro italiano e il più famoso teatro del mondo (a torto o ragione, ora non è importante) e perciò se c’era un luogo dove si doveva mettere in pratica la regoletta di cui sopra questo era il teatro milanese.
I motivi sono tanti e il primo e sicuramente il più importante è che le fondazioni, per statuto, devono diffondere la Cultura (sì, quella cosa con la quale non si mangia).
La scusa del Covid-19 è farlocca perché, se è vero che la prevista Lucia di Lammermoor sarebbe stata troppo onerosa da affrontare in sicurezza per la presenza di numerosi solisti, del Coro e dell’Orchestra, è anche vero che il repertorio operistico è vastissimo e comprende molti titoli che si possono eseguire – soprattutto in assenza di pubblico – con pochi interpreti sul palco e un’orchestra cameristica. Non mi metto neanche a citarli.
Inoltre, si sarebbe potuto proporre qualche capolavoro inedito o dimenticato, facendo così davvero cultura e divulgazione alta e non abbassando l’asticella con un concertone nazionalpopolare il cui significato metaforico è molto, troppo simile al paternalismo dell’attuale Presidente del Consiglio che ci ripete ogni volta che può che “andrà tutto bene”, che “il Natale è una festa spirituale ed è meglio passarla da soli” e altre porcherie del genere.
No, non va tutto bene, della cristianità tirata fuori solo perché fa comodo non me ne frega nulla e, semmai a Conte passasse per la testa di suggerircelo, puntualizzo anche che a colazione mangio quello che voglio.
Accetto e rispetto tutte le regole, con fastidio, ma le accetto. Però le raccomandazioni accorate, l’ottimismo peloso, i buoni sentimenti ostentati mi fanno imbestialire.
L’Italia, paese sfortunato, avrebbe potuto usare una delle sue vetrine più scintillanti e in vista per dare un esempio di attenzione, di professionalità, d’intelligenza.
Invece – e sia detto col massimo rispetto per tutti gli artisti impegnati nel concerto e per tutta la macchina organizzativa, per i lavoratori del teatro – domani in televisione andrà in onda la solita Italia: quella che mortifica gli italiani.
Niente recensione, quest’anno, perché non voglio contribuire in alcun modo a diffondere l’immagine di una classe dirigente politica, teatrale, che non sa rispondere alle esigenze della Cultura, come ha dimostrato più volte anche in questi giorni con iniziative e dichiarazioni (da parte del ministro competente, tra l’altro) aberranti e insensate.
Quindi, “A riveder le stelle”? Magari! Per me, dal punto di vista intellettuale, sarà l’opposto: una descensus averno.
Questa è la mia posizione, a cui aggiungo quella, molto più urbana e intelligente, di Alfonso Antoniozzi, su di un argomento laterale.


Adele D’Aronzo ci accompagna in un viaggio musicale nella musica degli anni 2000, che rispecchia le contraddizioni del nostro tempo, ma ha salde radici nel passato.

La contingenza è tale che ascoltare dischi diventerà un’abitudine, purtroppo.
Al momento non me sento d’aggiungere altro, abbiate pazienza, neanche qualcosa di spiritoso che mi costringa a usare il tag umorismo.

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Terzo concerto della stagione autunnale al Teatro Verdi di Trieste. Cosa avrebbe detto Čajkovskij della Barcolana?

La Barcolana, seppure in forma più timida del solito per ovvi motivi, potrebbe aver sottratto qualche spettatore al Verdi. L’importante è che ci sia continuità nell’attività teatrale!
Scusate per la formattazione stravagante del testo, purtroppo WordPress mi ha imposto un nuovo editor e per ora non ci capisco una cippa (strasmile amaro)

In questi tempi grami, mentre mi preparavo per l’ascolto del terzo concerto della stagione autunnale triestina che si colloca poco prima della Barcolana, mi sono divertito a immaginare che musica avrebbe tratto Čajkovskij dall’atmosfera che si respira a Trieste nei giorni che precedono la grande regata. Mi piace pensare che non sarebbe stata poi così diversa da quella del Capriccio Italiano che ha aperto la serata e così cito, parafrasando, una lettera del compositore alla mecenate Nadezda von Meck:

il carattere di questa festa è determinato dal clima e dalle antiche usanze…se si osserva bene il pubblico che si accalca in modo così selvaggio sulle Rive, ci si convince che l’allegria di questa folla, per quanto possa assumere aspetti davvero singolari, in fondo è sincera e naturale. Non ha bisogno né di grappa né di vino, si inebria con l’aria del posto.

Se poi, come pare, l’aria del posto assumerà domenica prossima i connotati della bora scura, beh, di sicuro ci divertiremo.
Jordi Bernàcer, come già nel concerto precedente, si è confermato direttore di sicura professionalità sul podio dell’Orchestra del Verdi di Trieste, riuscendo a trovare equilibrio in una pagina musicale complessa, in cui convivono sprazzi militareschi, afflati romantici e suggestioni popolaresche. Dell’orchestra, sottolineo tra le altre cose l’ottimo rendimento delle percussioni e degli ottoni.Il passaggio tra la musica di Čajkovskij e quella, più severa e imponente, di Beethoven, può anche risultare ostico, ma il Quarto concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra ha caratteristiche peculiari.
Composto quasi in contemporanea a pietre miliari quali Fidelio e la Quinta sinfonia, il brano ha un retrogusto dolce e luminoso, scorrevole e discorsivo, quasi privo di quelle asperità che caratterizzano molta della produzione di Beethoven.
La solista Mariangela Vacatello ne ha colto in pieno l’umore romantico senza risultare svenevole o zuccherosa – l’ Allegro moderato iniziale si presterebbe a qualche eccesso di miele – e al contempo ha conferito un misurato vigore al più contrastato Andante con moto successivo, palesando anche tocco delicato e grande abilità nel “giocare” con le dinamiche. Poi, nel Rondò che chiude il concerto, la pianista ha dato ampia prova di un virtuosismo mai ostentato, finalizzato a un’espressività calorosa e vivacissima, solare.
Grande successo per lei, che ha ricambiato gli applausi del pubblico con due bis.
Gli archi e i legni dell’orchestra triestina hanno contribuito in modo fondamentale alla buona riuscita di una pagina musicale molto impegnativa.
L’Eroica rectius Terza sinfonia in mi bemolle maggiore op.55 – si può considerare un’opera etica, quasi un esempio di moralità in musica. Su questa pagina musicale si è scritto qualsiasi cosa (anche qualche corbelleria) e forse spingere troppo sul pedale della retorica non aiuta a godere di quello che è, in primis, uno straordinario monumento culturale. Perciò tralascerei Napoleone, l’Iliade e quant’altro, concentriamoci sulla musica.
La terza di Beethoven è innanzitutto musica da brividi, palpitante ed emozionante come poche altre perché porta con sé un tumulto di sentimenti difficilmente governabile sin dall’inizio, che sembra quasi un trionfo della vitalità dell’uomo. Poi, con la Marcia funebre ci ritroviamo, tutti, al cospetto con le grandi domande della vita che, com’è giusto che sia, sono disperatamente senza risposta.
Lo Scherzo ci rasserena e ci trasporta in un mondo dal sapore bucolico, a una spensieratezza ancestrale. L’Allegro molto del quarto movimento è energia pura e credo sia davvero uno dei momenti più adrenalinici di tutta la produzione di Beethoven il quale, non a caso, considerava proprio questa la sua sinfonia più riuscita.
Il direttore Jordi Bernàcer ha scelto una lettura prudente, forse non troppo personale ma sicuramente encomiabile per precisione e accuratezza. È mancata, dal mio punto di vista, quella scintilla che sarebbe potuta scaturire da agogiche più spregiudicate.
Brillante in toto il rendimento della compagine orchestrale triestina.
Il concerto è stato gradito dal pubblico, questa volta meno numeroso rispetto alle ultime occasioni, che ha ripetutamente chiamato al proscenio Jordi Bernàcer.

Pëtr Il’ič ČajkovskijCapriccio italiano in la maggiore op.45
Ludwig van BeethovenQuarto concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra
Ludwig van BeethovenTerza sinfonia in mi bemolle maggiore op.45
  
DirettoreJordi Bernàcer
PianoforteMariangela Vacatello
  

Orchestra del Teatro Verdi di Trieste



È ripresa con un concerto lirico l’attività al Teatro Verdi di Trieste: è subito sold out!

Sold out, appunto, ed è già un’ottima notizia. Per il momento va bene così, a seguire la cronaca della serata con le bellissime immagini dell’amico Fabio Parenzan.
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Presentata l’attività artistica del Teatro Verdi di Trieste.

Presentata questa mattina la “stagione autunnale” del Teatro Verdi di Trieste. Quello che leggerete è il comunicato stampa del teatro e non farina del mio sacco, perché ritengo che nella contingenza sia già miracoloso che il teatro riapra e non me la sento di aggiungere altro. E speriamo che si riesca a portare a termine la stagione senza inconvenienti! Leggi il resto dell’articolo

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