Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria di Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: gli Ufo sono tra noi, e non è bello.

La novità è che con questo post comincia una collaborazione con Francesco Vittorino, che è l'autore di questo blog. Chiaro che io ne avrò solo vantaggi, speriamo che sia così anche per lui!
La vignetta è amara, ma il sorriso e il divertimento sono sempre un po' così, vero?
Samson et Dalila

Bah, io direi che si può cominciare a parlare di Samson et Dalila con un po’ di polemica, tanto per ravvivare gli animi e non farci mancare qualche commento astioso (strasmile).
Partitura Samson

Una regia, quella di Michal Znaniecki, stravagante, inutile e credo pure piuttosto costosa perché a un certo punto c’era tanta di quella gente e talmente tanti oggetti in scena che sembrava di stare alla Fiera di San Nicolò, che i triestini conoscono bene. Mancava solo, che ne so, quello che fa l’hamburger più grande del mondo e lo zucchero filato.
Filato come se la sono filata molti spettatori già alla fine del primo atto, ma non certo perché lo spettacolo non era di loro gradimento. Semplicemente perché vengono a teatro solo per stare quella mezz’ora nel foyer, a parlar male l’uno dell’altro appena si gira la schiena.
Il pubblico delle prime è così ovunque e io lo dico chiaro, questi registi e questo pubblico non servono all’opera, anzi fanno solo danno. Che se ne stiano a casa, l’uno a coltivare il proprio narcisismo e l’altro a guardare il Festival di Sanremo. Almeno non vedrò poveri cantanti salire perigliosissime scale antincendio e non sentirò perle di saggezza tipo quest’opera non ha senso, non c’è un momento per riposarsi ed è tutto un rumore di fondo dell’orchestra.
Bene.
Dicevo della regia, che è incorsa nel peggior reato possibile: procurata distonia tra musica e azione scenica.
In sostanza abbiamo visto gli UFO mentre si narra una vicenda biblica, tutta sacralità, raccoglimento e cori quasi gregoriani.
Samson et Dalila foto di scena
Alcuni momenti imperdibili: le ballerine che entrano in scena a guisa di zombie nel videoclip Thrillers di Michael Jackson, il Gran Sacerdote di Dagon vestito da albero di Natale con le lucine intorno al collo, lo stesso Sacerdote che ci mette un quarto d’ora a strangolare il veillard hébreu che nel frattempo si dimena come una biscia, gente che fa disegni dal significato oscuro un po’ dove gli pare, e tutti i Filistei (gli Ufo, appunto) con un mega copricapo che procura una tragedia ecologica in testa (strasmile).
Potrei andare avanti, ma credo che possa bastare.
Scene di Tiziano Sarti, costumi di Isabelle Comte, coreografia di Aline Nari, luci di Bogumil Palewicz, il tutto coordinato dalla povera assistente di regia, Eleonora Gravagnola. Incolpevole quest’ultima, perché chi riprende uno spettacolo di altri sostanzialmente si limita ad adattare l’allestimento al palcoscenico.
Aggiungo solo che il buon regista avrebbe bisogno di uno psicologo (magari bravo, sarebbe meglio) perché la scena è o del tutto spoglia oppure, per riparare a un irrefrenabile attacco di horror vacui, strapiena. Allo stesso tempo però riesce a rendere ancora più statica una vicenda che già di suo non è il massimo dell’ipercinesi.
Meglio la parte strettamente musicale.
Fatti subito gli omaggi e gli inchini del caso all’Orchestra e al Coro del Verdi (teniamoci stretti questi artisti, altroché epurazioni…) passo al direttore, Boris Brott.
Una lettura corretta ma un po’ piatta, quella del maestro canadese. Sono mancati un po’ di passione e sentimento, un po’ di languore, ma almeno, anche nel baccanale, non ho sentito clangori e l’accompagnamento ai cantanti è stato attento e meticoloso, anche se sempre freddino.
Insomma una sufficienza se la merita.
Ian Storey- Samson foto Parenzan
Ian Storey era nei panni ipertricotici e poi ipovedenti e scarsicriniti di Samson e non ha demeritato, anche se la voce è bruttina e la sensazione di sforzo costante. La parte è di scrittura centrale e quindi adatta all’artista che declama con una certa cura di fraseggio e belle intenzioni interpretative.
Un po’ debole la sortita (Arrêtez, ô mes frères) che richiederebbe un accento più imperioso ma buona poi la resa nel duetto, con addirittura qualche bella mezza voce, nella scena della macina e nel finale concluso con un acuto sicuro e penetrante.
Si aggiunga un’imponente figura che indubbiamente s’attaglia al personaggio e una discreta recitazione.
Avevo dubbi sul rendimento di Elena Bocharova, la Dalila di questa produzione, dopo averla sentita nel Requiem di Verdi pochi giorni fa. In realtà il mezzosoprano, pur senza strabiliare, ha cantato in modo discreto.
Certo, il timbro è anonimo e qualche acuto esce schiacciato, ma il volume nel registro centrale è buono e la parte gravita appunto in quella zona.Storey (Samson) Bocharova (Dalila)- foto Prenzan
Nei due momenti in cui l’artista è più esposta (le melodie sono celeberrime o dovrebbero esserlo, meglio dire), l’aria Printemps qui commence e il duetto del secondo atto con Samson che comprende il lungo inciso Mon coeur s’ouvre à ta voix, se la cava egregiamente, grazie a una buona gestione della respirazione che le consente di legare le lunghe frasi melodiche di Saint Saëns.
A completare una discreta prova artistica, da sottolineare una recitazione appropriata, senza atteggiamenti da vaiassa che ogni tanto affliggono questa parte.
Claudio Sgura (poraccio, costretto a cantare in quelle condizioni… se lo vedo gli chiedo come ci si sente), in una parte che non prevede certo grosse finezze psicologiche, ha impersonato bene il Gran sacerdote di Dagon facendo sfoggio di una voce importante come volume e robusta come fibra. Interessanti gli autorevoli accenti nel duetto del secondo atto con Dalila e la beffarda ironia dello scherno a Samson nel terzo atto.
Corretto Alessandro Spina, voce più da baritono che da basso, nella breve ma impegnativa parte di Abimélech.
Vocalmente bravo e incisivo dal punto di vista della recitazione il basso Alessandro Svab nei panni del veillard hébreu.
Routinari gli interventi di Alessandro De Angelis (Premier Philistin), Dario Giorgelè (Deuxième Philistin) e Federico Lepre (Messager).
Samson applausi Il pubblico, già non numerosissimo prima delle defezioni in corso d’opera, ha accolto con applausi che definirei di circostanza tutta la compagnia artistica che, a mio parere, meritava un po’ di calore in più.
Si sono sentite un paio di contestazioni, rumorose ma abbastanza isolate, per la regia.
Infine segnalo che opportunamente la serata è stata dedicata alla memoria del musicista triestino Giampaolo Coral, scomparso nei giorni scorsi.
Il prossimo appuntamento al Verdi di Trieste è con la Salome di Strauss, tra meno di un mese.
Un saluto a tutti!

P.S.
Le foto tratte dal sito del Verdi sono a cura dello Studio Parenzan, le altre sono di ex Ripley!

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Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione, questa volta piuttosto seria.

Allora, dopo ben ventisette anni torna a Trieste il Samson et Dalila di Camille Saint Saëns.

Questa lunga assenza mi ha fatto pensare che quest’opera non ha avuto vita troppo facile sin dagli inizi, come prova il fatto che la gestazione fu lunga (il compositore cominciò a idearla intorno al 1860) e travagliata poiché l’idea iniziale era di scrivere un oratorio e non un’opera lirica.
La provenienza oratoriale rimane rilevante nell’uso del coro, peraltro, che segna quasi tutto il primo atto, nel quale il tenore protagonista ricorda molto da vicino alcuni “colleghi” wagneriani per il canto declamato (in particolare Lohengrin e Tannhäuser).
Molto wagneriano anche il lungo duetto del secondo atto tra i due protagonisti, nel quale s’inserisce una delle arie più famose-e più belle, a parer mio- del repertorio mezzosopranile e cioè Mon coeur s’ouvre à ta voix.

C’è poi, come accennato nel post precedente, l’appartenenza dell’opera a un filone che si potrebbe definire generalmente esotico e che fu di gran moda nella seconda metà dell’ottocento.
Un esotismo ingenuo, da cartolina illustrata (addirittura comica pare l'ambientazione nel video postato qui sopra!), in cui sembra che basti evocare un paio di palme e qualche casco di banane per centrare un’atmosfera lontana o, in questo caso, una presunta cultura barbarica.
Operazione questa alla quale non sono sfuggiti tanti altri compositori coevi in Francia-si pensi a Bizet, Delibes, Massenet e a titoli come Thaïs, Les Pêcheurs de perles, Lakmé- e anche in Italia dall’Iris di Mascagni sino, per certi versi, alla Turandot di Puccini.
Quello che è diverso e in qualche modo estraneo all’Occidente viene considerato corrotto, peccaminoso, pruriginoso. L’Oriente è visto come un luogo di perdizione in cui l’uomo non riesce a dominare il suo lato animalesco e ingovernabile. Insomma un po’ come nei film western in cui ci sono “i nostri” e i selvaggi indiani.
Questa rappresentazione ferina del diverso fu poi assai utile alla politica e al colonialismo o meglio a giustificarne le nefandezze, quelle sì davvero diaboliche. Una specie d’esportazione coatta della democrazia ante litteram, della quale siamo ancora prigionieri.

Siamo tutti un po' John Wayne, qui in Occidente (smile).
Nella fattispecie a essere “diversi” sono i Filistei: la seduttrice Dalila, Abimelech, il Gran Sacerdote di Dagon.
Da un lato quindi abbiamo le melodie rassicuranti e l’aspetto nobile, sofferto e ieratico di Sansone e degli Ebrei, dall’altro le musiche sinuose e sensuali che appartengono a Dalila, quando non addirittura i tratti quasi demoniaci degli altri ministri del culto, non a caso affidati alle voci gravi maschili, come da tradizione musicale soprattutto francese.
Dalila, infatti, quando deve sedurre Sansone gli si rivolge con un linguaggio (leggi una melodia) rassicurante, del tutto diverso da quella “di conversazione” che adopera nei dialoghi con i suoi simili.
Insomma un’opera piuttosto mobile ed eterogenea, in cui gli unici momenti di stanchezza compositiva-a mio parere- si ravvisano nel Baccanale che comunque è uno dei pezzi più famosi dell’opera.
Ovviamente, per la consueta regola del nemo propheta in patria, la fatica di Saint Saëns raggiunse il successo prima all’estero: il debutto avvenne nel 1877 in Germania grazie agli auspici nientemeno che di Liszt, e poi appena nel 1890 in Francia.

A Saint Saëns va quindi il merito d’aver saputo coesistere con un certo equilibrio tutte queste pulsioni artistiche diverse in un lavoro che è per certi aspetti veramente tradizionale e allo stesso momento piuttosto all’avanguardia per i tempi.
Il compositore francese, a dimostrazione del fatto che sapeva e voleva guardare avanti, fu uno dei primi a scrivere musica per il cinema (1908, L’assassinat du Duc de Guise).
Si potrebbe dire che non si rese conto di collaborare col nemico, perché proprio il cinema è storicamente in cima alla classifica dei serial killer che hanno cercato, per ora senza riuscirci, di trucidare l’opera lirica (strasmile).
Alla prossima, buona settimana a tutti.

Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione più semiseria del solito.

Il terzo titolo della stagione operistica del Teatro Verdi di Trieste è Samson et Dalila, di Camille Saint Saëns.

Già so che questo post piacerà (spero!) al mio amico Giuliano.
Un po’ in anticipo, la prima è il 18 febbraio, lancio il mio primo sguardo semiserio su questa coppia di fatto (ma anche di fatti, volendo, smile), che risulterà questa volta un po’ sguincio perché approfondendo l’argomento come fa (o dovrebbe fare) il bravo critico musicale mi ha incuriosito molto il rilievo che ha avuto la figura di Sansone (ma anche Dalida) negli spettacoli più popolari.
Così magari accontento anche alcuni miei lettori storici che si lamentano di non poter intervenire (smile).
Negli anni in cui Saint Saëns componeva l’opera, siamo nella seconda metà dell’ottocento e il lavoro esordì nel 1877, uno dei divertimenti più in voga tra il popolo era il circo.
Tigri, leoni, esotismi vari, si succedevano nelle tournée delle compagnie circensi più famose tra le quali spiccava quella di Phineas Taylor Barnum (The greatest show on Earth lo definiva egli stesso, con impagabile modestia, smile).
Ebbene nell’ambito di questi spettacoli non mancava quasi mai il numero “Sansone e i Filistei”, in cui il forzuto di turno tirava giù qualche tempio, qualche casa e, immagino io, visto che non credo che la sicurezza sul lavoro fosse una priorità, anche qualche bestemmia (strasmile).
Quindi se da una parte, quella del teatro lirico-frequentato dalla borghesia-, la figura di Sansone risultava drammatica e ieratica allo stesso tempo, come vedremo nei prossimi post, dall’altra-il circo, dove il pubblico era più autenticamente popolare- si assisteva a una specie di smitizzazione, per non dire ridicolizzazione, di questa nobile figura.
Peraltro, questo Sansone è davvero uno che si presta alle prese in giro, diciamolo (smile).
Qualche decennio più tardi, ad affiancare e poi superare il circo nelle preferenze del pubblico arrivò il cinema.
Ovviamente il soggetto biblico di Sansone e Dalila non poteva passare inosservato e quindi si spiega il fiorire di molti film, in Italia e non solo, sulla vicenda.
Anzi, con il primo Sansone interpretato da Luciano AlbertiniLuciano Albertini nel 1918 (famoso per un film dell’anno precedente, La spirale della morte, che doveva il titolo a un numero che l’attore acrobata eseguiva appunto in circo) si dà quasi il via a un genere, quello del forzuto più o meno mitologico: Ursus, Maciste, Ercole ecc ecc.
Pensate che solo il nostro Albertini interpretò, nell’ordine:

  1. Sansone contro i Filistei (1918)
  2. Sansone muto o Il mistero delle vetrerie (1919)
  3. Sansone e la ladra d’atleti (1919)
  4. Sansone e i rettili umani (1920)
  5. Sansone burlone (1920)
  6. Sansone l’acrobata del Kolossal (1920)

 
Speriamo che il regista del Samson et Dalila che s’allestisce a Trieste, Michal Znaniecki, non proponga un audace mix di questi film (strasmile)!
 
La prima Dalila sul grande schermo fu invece Maria Korda maria_kordaaccanto al Sansone di Alfredo Boccolini, già prestigioso interprete di Galaor contro Galaor (smile!).
Per concludere questa divertita e limitata carrellata cinematografica non si possono dimenticare i più celebrati Sansone e Dalila dello schermo, quelli che immagino siano impressi a fuoco nell’immaginario collettivo della maggioranza di tutti noi piccini, e cioè Victor Mature e Hedy Lamarr.
I due grandi divi hollywoodiani, in questo film (Samson and Delilah) agli ordini del regista Cecil Blount De Mille furono il bersaglio di una battuta di Groucho Marx, che disse testualmente:
 
 
È l’unico film che abbia visto dove le tette del protagonista sono più grandi di quelle della star.

Mature-Lamarr

 
Una sentenza, ma bisogna dire che il buon Victor Mature appare leggermente in sovrappeso, nel film…
Un saluto a tutti (strasmile).

Recensione piuttosto seria della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi a Trieste.

La recensione della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi manda in archivio, diciamo così, quest’altro post.
Chissà, forse non è un caso. Comunque, quello che segue è dedicato a mio padre.

Presso la Sala de Banfield Tripcovich, il Teatro Verdi di Trieste ha rischiato l’organizzazione del Requiem di Verdi-rischiato perché non disponeva di una compagnia di canto di primissimo piano- e ha vinto almeno parzialmente la scommessa.
Innanzitutto rilevo come i prezzi fossero realmente popolari (da 10 a 25 euro, davvero una cifra ragionevole), circostanza che ha favorito un’ottima affluenza di pubblico-la sala era praticamente esaurita-e inoltre finalmente ho visto tanti giovani in teatro e non posso che esserne felice.
La genesi del lavoro è complessa, ma basterà ricordare che il Requiem fu eseguito per la prima volta il 22 maggio 1874 a Milano, primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, di cui Verdi era un grande ammiratore.Rovaris1s
Sul podio di un’Orchestra del Verdi in grandissimo spolvero sia per compattezza sia per il suono bellissimo, c’era il M° Corrado Rovaris, che ha diretto con mano felice e ispirata una partitura difficile, in cui è fondamentale più del solito-se possibile-trovare equilibrio tra le masse orchestrali, il coro e i solisti.
L’obiettivo è stato raggiunto, seppure con qualche distinguo dovuto a un’evidente disparità di attuale valore artistico tra i solisti.
E prima che me ne scordi, sottolineo subito la magnifica prova del Coro, che ha contribuito in modo fondamentale alla riuscita della serata, dimostrando tra l’altro di saper cantare piano e con dolcezza e non solo forte o fortissimo, come talvolta ho sentito affermare da qualche inutile parolaio.
Un plauso quindi anche a Alessandro Zuppardo, che dirige la compagine triestina.
Ma veniamo ai solisti.
DongwonShin1s
Il tenore Dongwon Shin era evidentemente non all’altezza della situazione non tanto perché qualche nota è uscita sporca, ma piuttosto perché la sua organizzazione vocale non gli ha consentito il rispetto dei segni d’espressione previsti. I tentativi di cantare con dolcezza sono approdati solo a un falsetto abbastanza fastidioso, del tutto inappropriato alla parte. Per assurdo, l’Ingemisco cantato tutto forte e con gli acuti ghermiti sui si bemolle, è stato il momento in cui l’artista coreano è riuscito a mascherare in qualche modo il suo disagio.
Lim1s
Buona la prestazione del giovane basso Simon Lim, che ha palesato voce potente anche se un po’ carente di armonici e timbro gradevole, oltre che pronuncia discreta e dizione scandita. Il suo Confutatis maledictis ha lasciato il segno per proprietà d’accento.
Bocharova1s
Non straordinaria la prova di Elena Bocharova, che mi ha convinto pienamente (forse perché ha goduto della mia momentanea e dissimulata emozione, smile) nel Recordare.
La voce sembra salire con relativa facilità agli acuti mentre nei gravi l’artista abusa del registro di petto, col risultato che qualche suono esce piuttosto sgradevole e orchesco.Moore1s
Per quanto riguarda Latonia Moore, che dire. Prestazione ottima e abbondante (smile).
Il soprano americano, ben noto a Trieste anche per la quasi contemporanea bellissima prestazione quale Lucrezia Contarini nei Due Foscari (ma fu anche brillante Elvira nell’Ernani, in alternanza a Sondra Radvanovsky), è una di quelle artiste che vorrei vedere (e sentire) su palcoscenici più prestigiosi, dove spesso invece si esibiscono, per motivi arcani, soprani di livello ben più modesto.
Voce di colore affascinante, acuti facili e una prima ottava bella incisiva e sonora, come non è dato spesso d’apprezzare. Magnifico, nell’ambito di una prova maiuscola, il Libera me.
Pubblico, come dicevo numerosissimo, in visibilio, che ha tributato un trionfo a tutti con ripetute chiamate al proscenio.
L’appuntamento è ora con il Samson et Dalila, il 18 febbraio. Speriamo bene!
 

Requiem di Giuseppe Verdi a Trieste.

Anche il Teatro Verdi di Trieste, al pari degli altri teatri italiani, è in grosse difficoltà economiche. Praticamente ci sono soldi, e quindi una programmazione certa, sino a giugno.

Certa si fa per dire, perché io m’attendo qualche sorpresa sgradita nella stagione in corso, anche se spero di sbagliarmi.
Di sicuro ci sono ancora problemi con i cast, come dimostra l’inopinata sostituzione di Luciana D’Intino con Elena Bocharova nel prossimo Samson et Dalila che debutterà il 18 febbraio.
Nel frattempo venerdì prossimo 4 febbraio, presso la Sala de Banfield Tripcovich, potrò assistere al Requiem di Giuseppe Verdi.
Sul podio dell’Orchestra del Verdi il M° Corrado Rovaris e i solisti Latonia Moore (soprano), Elena Bocharova (mezzosoprano), Dongwon Shin (tenore) e Simon Lim (basso). Oltre ovviamente al Coro del Verdi.
Mi consento un piccolo inciso personale.
Mio padre, recentemente scomparso, considerava questa Messa di Requiem come una delle composizioni più emozionanti e il capolavoro in assoluto di Giuseppe Verdi.
Certo, papà aveva nelle orecchie altri interpreti, però credo che non sarà facile per me trattenere la commozione.
 
 
 

Recensione semiseria della Forza del destino al Teatro Regio di Parma: il grande zot.

È scomparso nei giorni scorsi Andrea Giorgi, direttore di cori stimatissimo che ha lavorato in tutti i più prestigiosi teatri d'Europa.
Purtroppo non ho il tempo per scrivere un ricordo articolato come meriterebbe questa grande personalità della musica che lascia un vuoto davvero incolmabile tra gli appassionati e gli addetti ai lavori, e mi devo limitare solo alla notizia.
Riposi in pace.

Premetto che questa mia recensione, sempre semiseria, questa volta è un po’ più attendibile delle altre ricavate da un ascolto televisivo perché ho visto la generale mercoledì 26 gennaio, in occasione della riunione dell’Associazione nazionale critici musicali a Parma.

Tante volte si nomina la parola scenica nelle recensioni o nelle discussioni tra appassionati, e anzi, mi è successo che qualche neofita mi abbia chiesto una definizione chiarificatrice del concetto di parola scenica.
Bene, siccome qui non vogliamo farci mancare niente, faccio rispondere a Giuseppe Verdi, che parlando proprio della Forza del destino, così si esprimeva:
 
…nella Forza del destino non è necessario saper fare dei solfeggi e delle cadenze, ma bisogna aver dell’anima e capire la parola ed esprimerla…
 
Un paradosso, evidentemente, perché l’opera lirica è canto, ma un paradosso che spiega benissimo il concetto di cui sopra.
Ho voluto cominciare con quest’inutile mini tesina perché ad almeno un paio degli interpreti della Forza di questa sera la frase in neretto andava fatta imparare a memoria. Oltre ai problemi vocali, sui quali non si può certo sorvolare, spesso a latitare era l’accento, il fraseggio, la comprensione dell’importanza drammaturgica del testo.
Ci sono state defezioni importanti nel cast originariamente pensato (problemi di salute per quanto riguarda Daniela Dessì e altre circostanze che non conosco per ciò che riguarda Francesco Hong) ed è indubbio che entrambi i citati artisti fossero sulla carta più adatti alla parte dei sostituti che hanno cantato stasera.
Quindi una volta preso atto che Dimitra Theodossiou debuttava la parte e l’ha dovuta studiare in poco tempo e che Aquiles Machado (debuttante anch'egli) era originariamente previsto nel cast alternativo, direi che possiamo andare avanti.
La direzione di Gianluigi Gelmetti è stata piuttosto generica ed è mancata di quell’attenzione e cura al fraseggio orchestrale che è indispensabile per rendere i contrasti di questa partitura verdiana ricchissima.
Gelmetti

In particolare mi è parso, già nell’Ouverture iniziale, che mancasse di vigore e sentimento, soprattutto negli archi. In tutta l’opera, nei momenti drammatici che sono tantissimi, ho avvertito questa mancanza di nerbo e controllata concitazione, sostituiti anche da episodici clangori . Meglio, molto meglio invece nei passi elegiaci e nell’accompagnamento ai cantanti, ma nel complesso la direzione è mancata d’equilibrio e omogeneità.
Mi sono chiesto, e esprimo questo dubbio anche qui, se ciò non dipendesse dal fatto che alcune voci fossero sottodimensionate alle parti e in questo caso la concertazione morbida potrebbe essere una scelta meditata.
Discretamente si è comportata l’Orchestra del Regio e la resa del Coro, davvero magnifico alla generale, è sembrata meno efficace questa sera, ma ho fortissimi dubbi sul posizionamento dei microfoni che metteva inopportunamente le voci del Coro in primo piano, distorcendone la funzione.
Dimitra Theodossiou era nei panni di Leonora e la sua prestazione è stata alterna.
OVI ParmaIl soprano ha personalità, temperamento e anche una discreta disinvoltura sul palcoscenico, ma la voce, soprattutto nella prima ottava, è spesso flebile. Va meglio nel registro acuto, mentre i centri non sono importanti come richiederebbe il personaggio.
Brava nella prima aria Me pellegrina ed orfana, ad esempio, ma deficitaria nella successiva scena con Alvaro e nell'aria Madre pietosa vergine, nella quale la cavata è apparsa chiaramente insufficiente.
Così così La vergine degli angeli.
L'ultimo scoglio,  l'aria Pace mio Dio, è stato accolto in modo opposto dal pubblico: moltissimi applausi e qualche buuu. A me è sembrata dignitosa.
Però, considerato appunto che si trattava di un debutto in un ruolo scorbutico, la prova è da ritenersi sicuramente positiva.

Aquiles Machado non ha il peso vocale per la parte di Don Alvaro ed è stato costretto, dalla prima all’ultima nota, a un canto forzato e generico, sempre sul forte o mezzoforte. Una scelta obbligata perché altrimenti la voce, di timbro non gradevolissimo e di modesta proiezione, non avrebbe passato l’orchestra.
Considerato che Alvaro è tra i personaggi verdiani più tormentati, la circostanza è piuttosto grave.
Poca attenzione ai recitativi, nessuno slancio amoroso, nessun ripiegamento malinconico, accento inesistente.
Paradigmatica della prestazione di Machado recitativo e aria La vita è inferno all'infelice…oh tu che in seno agli angeli, resa senza colori e monotona.
Un Alvaro piatto non può considerarsi riuscito sotto alcun punto di vista.

Più a suo agio Vladimir Stoyanov, che ha interpretato Don Carlo di Vargas in maniera piuttosto monolitica ma possiede una voce adatta alla parte. Inoltre il fratello di Leonora è il personaggio della Forza che meno necessita di scavo psicologico, votato com’è solo alla vendetta. Il baritono ha superato discretamente la prova dell'urna fatale e nel duetto della barella è stato nettamente superiore al tenore, e lo stesso si può dire per entrambi i duelli.
Una prestazione discreta, diciamo.

Mariana Pentcheva, voce importante, ha urlacchiato abbastanza la sua Preziosilla, senza donarle un’identità particolare: una prova modesta e di gusto opinabile, quella del mezzosoprano.
Roberto Scandiuzzi ha cantato più o meno come nella recente prova fiorentina, il suo Padre Guardiano risulta cavernoso quando non gutturale, molti problemi d'intonazione qua e là, insomma proprio non si può dargli la sufficienza.
Strana la prova di Carlo Lepore, un Fra’Melitone discreto vocalmente e centrato dal punto di vista interpretativo e di gusto accettabile, ma che rispetto alla generale ha accentuato di molto, con risultati discutibili, il lato grottesco del personaggio, sfiorando qualche volta il macchiettismo.
Accomuno, non me ne vorranno, in un unico giudizio di sufficienza risicata tutti i comprimari: Ziyan Atfeh (Marchese di Calatrava), Adriana Di Paola (Curra), Alessandro Bianchini (Alcade), Myung Ho Kim (Trabuco) e Gabriele Bolletta (Chirurgo).
Stefano Poda firma a caratteri grandi questo allestimento perché è responsabile di regia, scene, costumi, luci e coreografie (per una volta apprezzabili!).
Lo spettacolo è piuttosto gradevole, sostanzialmente tradizionale, ma presenta qualche incongruenza e un paio d’ingenuità.
Rispetto alla generale, per fortuna, è stato cambiato il costume di Leonora nell'ultimo atto: d’accordo che siamo in teatro (ho letto le note di regia dello stesso Poda, piuttosto pretenziose e banali, sembrava la provetta di un liceale che vuol far colpo sulla professoressa, smile) ma nella scena finale a qualsiasi latitudine una donna nascosta in un convento di frati con un vestito che le lascia le spalle fuori e ne evidenzia il seno rigogliosissimo non è credibile: almeno Poda ha avuto l'umiltà di raccogliere qualche suggerimento e di coprire il soprano con uno scialle.
E poi la genialata finale, la spada che cade dal cielo e s’infilza su di una roccia in una nuvola di un pulviscolo inspiegabile (la forfora di Zeus, bah! Strasmile) non crea né sorpresa né sgomento, ma solo risate inopportune che rovinano il pathos di un momento che dal punto di vista drammaturgico e musicale è sublime e necessita di composto raccoglimento.
Molto belle le luci e interessanti i costumi, suggestive le scenografie che però danno la sensazione del deja vu, in particolare i due elementi centrali che ruotano e fanno da sfondo all’azione (penso alle regie di Daniele Abbado nel Nabucco, nel Don Giovanni e non solo).
Nonostante tutto lo spettacolo ha un suo fascino e a me è sembrato che funzioni egregiamente: qui potete vedere molte foto dell’allestimento. 
Le reazioni del pubblico (non mi spiego perché l'editor di Splinder m'ha cambiato il carattere, scusate) sono state univoche: applausi per tutti, regista e direttore compresi, e trionfo per Dimitra Theodossiou.
Al solito, se ci sono errori ortografici segnalate, così domani correggo.
Buon fine settimana a tutti.

Recensione semiseria di I due Foscari al Teatro Verdi di Trieste.

Diciamo che per disintossicarmi dagli effetti nefasti della urla di Josè Cura alla Scala (tremori, vertigini, secchezza alle fauci ma meno di Cura stesso), anzi, per riconciliarmi con la mia musica preferita, una serata normale in teatro mi ci voleva.
Preludio Foscari

Cominciamo dal meteo, perché il freddo rigido e la bora furiosa hanno fatto sì che molti abbonati dei palchi e della platea abbiano preferito il tepore del salotto di casa. Trieste è una città di anziani e l’età media in teatro sfiora il secolo, c’è gente che recitava nella parte del vecchio fuorilegge cattivo nella serie Bonanza (strasmile).
Almeno spero che sia questo il motivo della scarsa affluenza in teatro di ieri sera, perché se i numerosi vuoti in sala fossero dovuti a disinteresse sarebbe davvero una catastrofe.
Renato Palumbo era sul podio di un’orchestra del Verdi in buona serata e ha concertato e diretto con grande efficacia.
Questo Verdi che sta tra gli anni di galera e i fasti delle opere successive è difficile da eseguire, perché l’effetto banda è sempre dietro…la partitura.
Palumbo invece ha scelto una direzione vigorosa ma asciutta, attentissima e quasi paterna nei confronti dei cantanti, trovando allo stesso tempo un bellissimo colore orchestrale nei momenti più lirici e malinconici dell’opera, in particolare nelle arie del tenore e del baritono. Una prova di rilievo e, ci tengo a sottolinearlo perché mi preme molto in questi tempi tristissimi di sospetti e dietrologia spinta, io non sono mai stato tenero con lui come si può facilmente verificare dalle recensioni degli anni scorsi.
Dopo qualche prestazione interlocutoria, ha brillato anche il Coro agli ordini di Alessandro Zuppardo.
Stefano Secco
Magnifica la prova di Stefano Secco, un tenore relativamente giovane e poco pubblicizzato che sta facendo da qualche anno una bellissima carriera.
Voce non strabordante ma educata, solare e omogenea in tutto il registro, Secco è riuscito nella non facile impresa di dare un’identità precisa al figlio del Doge, che come ho già detto è un mollaccione che piagnucola sempre. Nell’interpretazione di ieri sera invece, il personaggio aveva una sua malinconica dignità virile espressa tramite un canto sorvegliato, ricco d’intense mezzevoci e più corposi slanci giovanili (ora, lo vedo anch’io che slancio giovanile corposo fa pensare a una cosa brutta, ma non è quello che intendo io, strasmile).
Direi che è stata la migliore prestazione tenorile che ho sentito a Trieste negli ultimi anni, a meno che non mi dimentichi di qualcuno, anche perché il colore della voce era molto adatto alla parte, il fraseggio esemplare e la recitazione sobria e coinvolgente. Bravo!
Siri-Salsi
Maria Josè Siri è più bella della Marianna Barbieri-Nini ed è già una cosa (smile). A parte gli scherzi, il soprano si è dimostrato complessivamente all’altezza della situazione in una parte molto difficile.
La voce non è bellissima, risulta leggermente chioccia e acidula, ma il volume è discreto (negli intensi concertati si sentiva bene) e l’accento giusto, da classica eroina verdiana di quegli anni.
Qualche problema nelle agilità di forza, non troppo fluide ma efficaci, e saltuariamente negli acuti un po’ gridati, ma nulla di particolare. Debole invece la prima ottava. In compenso, senza facilitarsi le cose, esegue le puntature all'acuto e i trilli previsti dalla partitura.
Il personaggio però esce bene nella sua energia vitale tutta tesa a salvare il marito dalle accuse ingiuste del Consiglio dei Dieci, molto buona per esempio l’invettiva o patrizi tremate.
Bravo pure Luca Salsi, giovane baritono in ascesa, che si è cimentato in una parte (a Trieste poi, dove Piero Cappuccilli diede tre prove memorabili qualche lustro fa) di grande difficoltà anche psicologica.
Il Doge, lacerato prima dalla ragion di stato che gl’impone di condannare il figlio all’esilio e poi beffato dai Dieci che ne pretendono le dimissioni, vive di sentimenti contrastanti.
Ebbene il Francesco Foscari di Salsi è autorevole ma non autoritario, così come il lato privato, quello di padre, è restituito con toni dolenti ma non piagnucolosi.
Nel terzo atto la prestazione di Salsi è stata davvero coinvolgente e se non fossi un duro mi sarei commosso anch’io (ho piangiucchiato in realtà, ma non mi sono lasciato andare a scene isteriche, strasmile).
Alexander Vinogradov interpreta un Loredano giustamente cattivo e monolitico, con una voce di basso dagli accentuati riflessi tenorili.
Tra i comprimari non straordinario il Barbarigo di Saverio Bambi, di normale amministrazione le prove di Asude Karayavuz e Ivo Federico (rispettivamente Pisana e Servo del Doge) e meritevole di segnalazione il Fante di Dax Velenich.
Due parole sull’allestimento.
Festa
La regia di Joseph Franconi Lee punta a sottolineare il contrasto tra pubblico e privato ed è, come si suol dire, tradizionale, ma possiede una certa personalità che non la rende scontata.
I personaggi sono sovrastati dalle scenografie di William Orlandi, semplici ma efficaci, che rappresentano di volta in volta le stanze del palazzo ducale o il tetro carcere, mentre la Serenissima è sempre sullo sfondo, lontana nella sua inutile bellezza.
Anche i costumi, firmati ancora da William Orlandi, si collocano nel segno della tradizione. Bella, come impatto visivo, la scena della festa popolare che apre il terzo atto, in cui si può apprezzare anche il breve intermezzo coreutico coordinato da Marta Ferri.
Apprezzabile l’impianto luci di Nino Napoletano.
Applausi Foscari.
Il pubblico ha apprezzato e applaudito a scena aperta gli artisti dopo le arie più famose.
Alle uscite singole trionfo per Stefano Secco e Luca Salsi, successo per Maria Josè Siri e tutta la compagnia artistica, con notevoli punte d’entusiasmo, meritate, per il direttore Renato Palumbo.
Bene, se ce la faccio vado a sentire anche il secondo cast, in ogni caso ogni aggiornamento è gradito.
Buona domenica a tutti.
P.S.
Le foto dello spettacolo tratte dal sito del Verdi di Trieste sono di Fabio Parenzan e qui si possono vedere tutte.

I due Foscari di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: ancora una riflessione semiseria prima della prima.

Domani al Teatro Verdi di Trieste, dopo la brillante prolusione di Angelo Foletto dei giorni scorsi (a proposito, Foletto mi ha segnalato che esiste anche una registrazione dell’aria alternativa incisa da Placido Domingo, non lo sapevo),  eccoci al secondo appuntamento della stagione e dopo La traviata d’apertura si torna ancora a Verdi, con I due Foscari.


Opera di transizione, codesta, in cui si ritrovano alcuni sprazzi del Verdi degli anni di galera, penso ad alcuni passi orchestrali, all’uso del coro, ma anche anticipazioni di un Verdi, in qualche modo, più nobile e raffinato o meglio diverso.
Penso anche a Francesco Foscari come predecessore di Boccanegra, per il clima notturno che profuma di salsedine, o ad alcune soluzioni musicali che ricordano proprio La Traviata.
Le preoccupazioni e le esigenze del compositore sono le solite: la necessità di adattare al suo credo di brevità e fuoco il testo di Byron (The Two Foscari)-che infatti viene compresso in tre atti laddove l’originale è in cinque- e quindi le consuete schermaglie con Francesco Maria Piave, librettista dell’opera, uno dei bersagli preferiti degli strali del Maestro. Peraltro, Piave lavorò come librettista per Verdi in ben dieci occasioni!
Sintesi e ardore, quindi, come ben si capisce da questa frase estrapolata da una lettera a Piave:
 
Osservo che in quel di Byron non c’è quella grandiosità scenica che è pur voluta dalle opere per musica: metti alla tortura il tuo ingegno e trova qualche cosa che faccia un po’ di fracasso specialmente nel primo atto!
 
 
Ritorna anche il tormentone delle parti scritte sartorialmente sugli interpreti a disposizione, tanto che proprio in una lettera a Piave, Verdi sottolineava l’urgenza di scrivere una cabaletta di forza perché scriviamo per Roppa (Giacomo Roppa, il primo tenore, interprete di Jacopo Foscari).
Ma il motivo principale per cui fu scelto il dramma di Byron fu, ancora una volta, l’opposizione della censura ad inscenare un’opera tratta dal dramma Lorenzino De’ Medici di Giuseppe Revere (che era un triestino, tra l’altro): i tirannicidi tra i potentati di allora non godevano di grande popolarità (smile).
I due Foscari, sempre a proposito di censura, non debuttarono com’era previsto a Venezia ma a Roma.
Nella città lagunare i nomi dei protagonisti erano molto noti e i discendenti delle nobili famiglie, anche se dalle vicende narrate erano passati quattro secoli, non vedevano di buon occhio che le loro beghe fossero messe in scena coram populo.
In realtà, e spesso ai giorni nostri ce ne scordiamo perché magari ci fa comodo, indagare sulle dinamiche politiche che hanno fatto la fortuna della Serenissima era abbastanza scandaloso.
I grandi poteri temporali si basano sempre sulla violenza e la sopraffazione.
In questo caso ci troviamo di fronte alla classica situazione in cui una vicenda personale, di sentimenti e parentele, è fortemente compromessa dallo scenario politico, l’efferata ragion di Stato.
Infatti l’opera s’apre con le parole silenzio e mistero che schiudono poi la porta a una discutibile giustizia.
Il Potere non può fare a meno, ad alcuna latitudine anche cronologica, di una presunta giustizia perpetrata nel silenzio e nel mistero. In quest’atmosfera, lo sappiamo, si tramano le vicende politiche di ogni tempo, mentre il popolo sta a guardare indifferente tanto per restare in tema, se Doge sia un Malipiero o un Foscari, come sostiene il cattivo di turno, Loredano.
La protagonista femminile, Lucrezia Contarini, è la classica eroina verdiana di quei tempi, nobile, orgogliosa, forte, tanto che Verdi aveva paura che apparisse sin troppo ardimentosa a discapito del tenore.
E in effetti Jacopo è abbastanza piagnone e mollaccione [ e anche un po’rincoglionito, dal momento che ad un certo punto scambia Lucrezia per il fantasma del decapitato Conte di Carmagnola (strasmile)] se paragonato alla moglie, che sfida il Consiglio dei Dieci per amore, fregandosene delle leggi e del decoro che si vorrebbe indispensabile per una donna d’alto lignaggio.
E l’energica scrittura vocale ne interpreta bene il carattere sanguigno.
BarbieriNini
La prima Contarini, vale la pena ricordarlo, fu il soprano Marianna Barbieri-Nini, che creò poi anche nientemeno che la Lady Macbeth verdiana, parte micidiale.
Donna non bellissima, come si può vedere dall’immagine e soprattutto dedurre dalla linguaccia di Giuseppina Strepponi, compagna di Verdi, che a questo proposito fu lapidaria:

S’Ella ha trovato marito non può disperar nessuna di trovarlo (strasmile!).

Quanto al Doge Francesco Foscari, il carattere è ben rappresentato da una frase che dice nel secondo atto rivolto al Consiglio: Sarò Doge nel volto, e padre in core.
Un uomo costantemente tormentato tra il dovere e gli affetti familiari. Una storia triste, padre di tre figli che lo precederanno nella morte e alla fine addirittura beffato da quel potere al quale ha sacrificato tutto.
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La parte è per baritono, primo interprete Achille De Bassini, che creò anche Miller padre nella Luisa Miller e Seid nel Corsaro, sempre di Giuseppe Verdi.
Se ben eseguiti, la parte ha almeno due momenti memorabili, in un certo modo speculari.
Alla fine del primo atto, quando solo con se stesso medita sul suo ruolo di Doge (Eccomi solo alfine) , e nel terzo atto quando pubblicamente constata che la sua fedeltà alla Serenissima gli è costata amaramente cara (Questa è dunque l’iniqua mercede).
Il suono del bronzo ferale delle campane di San Marco lo saluta per sempre.
L’opera debuttò il 3 novembre 1844 al Teatro Argentina di Roma e il successo fu tiepido, ovviamente se paragonato alle consuetudini dei tempi.
I cantanti non s’espressero al meglio e pare inoltre che il pubblico non apprezzò il raddoppio del prezzo dei biglietti, che passarono da dieci a venti baiocchi.
Verdi commentò dicendo che
 
Io aveva molta predilezione per quest’opera: forse mi sono ingannato, ma prima di ricredermi voglio un altro giudizio.
 
Il lavoro peraltro non uscì mai di repertorio ma neanche sfondò mai davvero, restando per lungo tempo ai margini della programmazione teatrale.
Anche oggi la situazione non è cambiata molto in questo senso, per quanto l’opera goda di una diffusione maggiore: al Verdi di Trieste, comunque, manca da quasi trent’anni.
Vedremo se gli attuali protagonisti, la compagnia di canto è sulla carta di buon livello per gli standard triestini e il direttore, Renato Palumbo, uno specialista del genere, riuscirà a ripetere i successi del passato.
Ne riparleremo in sede di recensione.
Semiseria, ovviamente.
Un saluto a tutti.
  

Recensione semiseria di Pagliacci e Cavalleria rusticana alla Scala di Milano: AAA tenori cercasi!

Serata dall’esito contrastato alla Scala di Milano per il dittico Cavalleria-Pagliacci.

Premetto che ho seguito l'opera in televisione, su RAI5.

La regia di entrambe le opere è stata firmata da Mario Martone che non ha lasciato certo un segno indelebile.
Pagliacci rimestati nella solita salsa vista e stravista mille volte, senza un’identità precisa, ambientati suppongo in un generico presente (c’era un’automobile in scena) e considerevolmente intristiti da costumi, a cura di Ursula Patzak, da trovarobato squallido. Luci insignificanti di Pasquale Mari e scene banali di Sergio Tramonti.
Spero che non ci sia ancora qualcuno che faccia buon viso allo stantio gioco del presunto metateatro, solo perché il tenore punta il coltello alla gola ad uno spettatore che stava in un palco vicino al proscenio.
Dal punto di vista vocale questi Pagliacci sono stati un disastro, perché a cantare discretamente sono stati in due su cinque.
Pessima, indecente, la prestazione di José Cura, il tenore che ha interpretato Canio, una sofferenza per chiunque ami la lirica. Ululati, cachinni, stonature, tutto il campionario di quello che non si vorrebbe sentire da un cantante. Una sbobba indecorosa e indigesta, sulla quale non dico nulla di più perché non vale neanche la pena che mi sprema per descriverla.
Poco meglio il soprano Oksana Dyka, che però mi ha dato al sensazione di non aver idea di cosa stesse cantando, tanto era monotona nel fraseggio e piatta nell’accento. E Nedda, al contrario, è personaggio vivo che esprime lacerazioni interiori e sentimenti forti.
Voce anonima e acuti gridati e presenza scenica tendente allo zero. Vabbè.
Ambrogio Maestri discreto Tonio sia vocalmente sia dal lato attoriale, anche se certo non si può affermare che tratteggi un personaggio memorabile. Bene il Prologo, seppure cantato tutto forte.
Forse poteva evitarci qualche effettaccio, ma in un’opera come questa ci può stare, forse.
Male anche il baritono Mario Cassi, un Silvio spesso stonato e calante, del quale si può innamorare solo una patata lessa come la Nedda di stasera. Povera, tra Canio e Silvio era messa proprio male (strasmile).
Abbastanza buona la prova di Celso Albelo quale Beppe/Arlecchino, che è parso, a confronto del resto della compagnia di canto, una specie di divinità canora.
Davvero splendida la direzione di Daniel Harding, perché ha dimostrato che si può dirigere un’opera come Pagliacci senza ricorrere a clangori e spargere retorica ridondante ad ogni nota. Anzi, proprio nei momenti più drammatici è risultato asciutto ma vigoroso e pure nell’accompagnamento ai cantanti (si fa per dire) si è dimostrato sobrio, mai prevaricante. Merito anche di un’Orchestra della Scala magnifica, che evidentemente, un po’ come tutte le orchestre, ha bisogno di una personalità forte sul podio per rendere al meglio.
Il pubblico ha contestato vivacemente tutti, prendendosela in particolare con Cura, salvando inspiegabilmente Massi e fischiando stupidamente Harding. I fischi al direttore sono stati uno scandalo vero e proprio.
Le cose sono andate meglio in Cavalleria rusticana.
In questo caso la regia di Martone e il lavoro dei suoi collaboratori (gli stessi dei Pagliacci) mi ha convinto. Molto belle le luci, appropriati i costumi, scene dignitose. Un allestimento tradizionale ma con una personalità piuttosto marcata.
Il Turiddu di Salvatore Licitra non è stato, per usare un eufemismo, particolarmente convincente. Il tenore ha una voce assai bella ma a me sembra inerte dal lato interpretativo e vocalmente sempre al limite (e qualche volta oltre) dell’urlo. Ci si potrebbe addentrare in speculazioni tecniche ma non mi pare il caso. Diciamo che per ora continua a sfruttare il capitale che madre natura gli ha regalato, con risultati alterni.
E poi, caro Salvatore, non si può dire Francoforte invece di Francofonte, dai!

Nel complesso brava Luciana D’Intino, anche se la parte di Santuzza non le si addice nonostante ce l’abbia in repertorio da molto. Spesso gli acuti erano ghermiti e la sensazione di fatica piuttosto evidente. Il personaggio però è centrato ed esce piuttosto bene.
Claudio Sgura mi è sembrato sottotono ma non ha certo sfigurato. C’è da considerare che Compar Alfio non offre il destro per particolari introspezioni, è un personaggio semplice, lineare.
Per me Elena Zilio, Mamma Lucia, era impresentabile. Nessuno nega il suo passato ma ormai può fare solo qualche comparsata che non preveda difficoltà vocali, suvvia.
Discreta Giuseppina Piunti nei panni di Lola.
Harding anche in questo caso mi è piaciuto molto, specialmente nell’Intermezzo, mentre l’Orchestra della Scala ha presentato qualche sbavatura negli archi: nulla d’irrimediabile.
Molto bene sia in Cavalleria sia in Pagliacci il Coro della Scala.
Il pubblico ha fischiato, giustamente, Licitra, e applaudito senza troppi entusiasmi il resto della compagnia di canto. Molto festeggiato pure Harding, per fortuna.
Contestata piuttosto vivacemente la regia di Martone, non so se più per i Pagliacci o per Cavalleria Rusticana.
Una piccola chiosa sulla regia televisiva: non male, però i primi piani nella lirica sono sempre a rischio. Stasera Ambrogio Maestri ha esalato un catarro di dimensioni ragguardevoli e non sono cose belle (smile).
Bene, buonanotte! 
P.S.
Scritto in fretta, segnalate errori che poi domani, anzi oggi, correggo.

Petizione “a una sola voce”.

Nota bene IMPORTANTE per il popolo di Facebook: NON BASTA CLICCARE SU "mi piace"! Occorre cliccare su "firma", inserire nome e cognome e mail, e poi rispondere alla mail automatica per confermare che siete voi! Solo così la firma viene conteggiata!
Comunicatelo anche ai vostri contatti.
Grazie 

Alfonso Antoniozzi l'ha pensata e scritta, noi dobbiamo solo firmare.
È importante, vi prego di investire un minuto della vostra giornata.
Cliccate sul banner!
Grazie,
Paolo

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Statuto della petizione
 

Signor Presidente,

sentiamo l'urgenza di una Sua parola.

In questi drammatici giorni, in cui quotidianamente ma senza clamore ci viene data notizia della chiusura di uno dei nostri teatri, templi di memoria, custodi di civiltà ed officine di creatività, i cantanti lirici italiani hanno unito le voci per richiamare l'attenzione sulla gravità di questo fatto.

Noi cantanti lirici portiamo addosso il dono della voce, lo coltiviamo con costante impegno, sacrificio, studio, degno lavoro. Il suo valore va al di là del mercato che muove: è tradizione, sapienza, passione, bellezza, poesia, identità, cultura dentro di noi; un bene che sempre più frequentemente esportiamo all'estero dove viene riconosciuto ed apprezzato.

Spesso lontani dalle nostre famiglie e dal nostro Paese, constatiamo con amarezza che i media italiani, nelle poche occasioni in cui si occupano del teatro lirico, ripetutamente distillano accuse velenose, talvolta volgari.

Ci siamo finalmente uniti per rispondere alle accuse che ci vengono rivolte, e ogni giorno crescono tra noi scambi, adesioni, apporti di pensiero, ipotesi per un futuro sostenibile dell'opera.

Noi per primi vorremmo ridiscutere il sistema produttivo in evidente crisi dei teatri d'opera, ma non vorremmo mai vedere azzerato il valore del bene prezioso che l'opera lirica rappresenta per la nostra Nazione.

In questo momento vorremmo la Sua voce, opposta a coloro che ci definiscono improduttivi, superflui, parassiti.

Vorremmo sentire da Lei, signor Presidente, che anche l'opera lirica, nata nella nostra terra, voce della nostra Patria nel momento in cui questa nasceva, è parte irrinunciabile del patrimonio culturale italiano.

Le nostre voci, per la prima volta unite in coro, si fondono con quelle della moltitudine dei lavoratori, in particolare dello spettacolo e del mondo della cultura, e con quelle di chi la ama e la sostiene; siamo convinti, signor Presidente, che a difesa delle nostre radici culturali debbano schierarsi tutte le Istituzioni politiche della Nazione, senza rinvii né riserve, appassionatamente.

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