Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Il senso della musica (e forse della vita).

Come credo sappiate, non amo troppo la retorica.
Ci sono occasioni però che meritano una certa enfasi e, se per sapere qualcosa degli esiti artistici del concerto al Festival di Lubiana vi dovete scomodare a leggere La Classica Nota, per capire qual è il senso più profondo della musica, di tutta la musica, vi basta guardare queste foto.

Un saluto a tutti.

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Stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste: omaggio a Richard Strauss.

Mandy Fredrich

Prima della consueta recensione, questa volta meno scanzonata del solito, mi fa piacere ricordare che all’entrata del teatro Verdi, venerdì sera, ho incontrato una vecchia amica. O meglio, prima ho visto un gruppo di ragazzine e poi ho notato lei che le guidava all’interno come una chioccia segue i propri pulcini (smile). Ecco, a questa amica che resterà anonima e che si è scelta la professione dell’insegnamento – o ha seguito quella che è una vera e propria vocazione – voglio dedicare questo post.
Ovviamente anche lei è alterata (eufemismo) per il fatto che il nostro quotidiano, Il Piccolo, non pubblica più le recensioni degli spettacoli dal Verdi e non se ne fa una ragione perché in questo modo – sostiene – è venuta a mancare una fonte d’informazione e un’occasione di dibattito e approfondimento in classe. Il disappunto, nella fattispecie, è ancora maggiore perché con ogni probabilità questo concerto resterà l’unica manifestazione che il teatro dedicherà al compositore Richard Strauss nell’anniversario (il 150°) della nascita. Strauss, come tutti noi adulti sappiamo, è stato pesantemente coinvolto con il nazismo: insomma, qualche informazione su questo controverso artista avrebbe fatto comodo.
Ma evidentemente tutto ciò non interessa, sono implicazioni che non sfiorano neanche i vertici del nostro quotidiano.

A questo link troverete un po’ di belle foto del concerto.

Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria di Der Rosenkavalier al Maggio Musicale Fiorentino.

Der Rosenkavalier Primo violino

Trasferta piuttosto impegnativa, questa al Maggio Fiorentino per assistere a Der Rosenkavalier di Richard Strauss. Stare seduto tanto tempo – treno e teatro – sicuramente non è un toccasana per la mia schiena. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste.

Vista la situazione disperata in cui si trova questa piattaforma, mi sento di chiedere scusa ai lettori, purtroppo posso solo sperare che si torni alla normalità prima possibile.
Partitura Salome.

Ecco la recensione, nonostante tutto.

Questa Salome, che mancava da vent’anni da Trieste, si è risolta in una bella serata di teatro e sono felice di scriverlo dopo il controverso Samson et Dalila di un mese fa.
Il primo plauso va all’Orchestra del Verdi, davvero encomiabile per la bellissima prestazione sfoderata alla prima.
Ovviamente il direttore Stefan Anton Reck è pure lui sugli scudi, perché è riuscito a cogliere gran parte delle innumerevoli suggestioni della ricchissima partitura, scegliendo una via interpretativa che potrei definire espressionistica, tesa a sottolineare i grandi contrasti tra i leitmotive che individuano i personaggi.
Una lettura scabra e drammatica allo stesso tempo, che forse non è sensuale come dovrebbe, ma che ha il merito di apparire lontana da manierismi e edonismi stucchevoli.
Di questa direzione asciutta e tesa beneficiano in particolare la scena della danza dei sette veli, sottratta per fortuna a ispirazioni voyeuristiche, e la forsennata disputa religiosa tra gli ebrei, che se ne giova in modo particolare.
Episodicamente le sonorità sono parse eccessive ma senza che si sconfini nel clangore orchestrale fine a se stesso.
Molto ben riuscito anche l’agghiacciante finale a coronamento di una prestazione di rilievo, voglio ribadirlo, dell’Orchestra del Verdi.
Salome 1
L’allestimento di Gabriele Lavia, che avevo già visto l’anno scorso a Bologna, è un felice mix di tradizione rivisitata con intelligenza e buon gusto e sperimentazione consapevole, rispettosa della musica del compositore.
Certo, non mancano alcune contraddizioni. Per esempio se si decide di non mostrare, per evitare trucidi effetti grandguignoleschi, la scena del bacio alla testa di Jochanaan (peraltro descritta con dovizia di particolari da Wilde) sarebbe stato più logico non tenere mezz’ora in scena il cadavere decapitato del povero santo. Ma forse la scelta era meditata e la decisione dovuta alla volontà di rendere più efficace il finale, quando dal palcoscenico esce un enorme testone sul quale Salome si abbagascia sordidamente (strasmile).
Decisamente comico invece, e spero che si trovi una soluzione, l’escamotage scelto per far sentire la voce dell’invisibile Jochanaan nella cisterna: l’artista cantava da fuori scena ma, ahimè, si vedeva benissimo dalla platea mentre cercava di nascondersi dietro le quinte!
Anche la mannaia che scende dall’alto è un po’ingenuotta così come la trovata della lente gigante che amplifica l’attenzione del pubblico durante una castissima Danza dei Sette Veli.
Le idee di Lavia sono realizzate molto bene dal suo team.
Salome 2
Le scene di Alessandro Camera sono improntate al minimalismo ma non alla sciatteria e sono essenziali ed efficaci, anche grazie al bellissimo impianto luci di Daniele Naldi. Belli pure i costumi di Andrea Viotti e di routine la coreografia di Luciano Pasini, portata a termine con diligenza da Alessia Passari.
Dal punto di vista vocale il migliore, artefice di una prestazione di rilievo assoluto, è stato Robert Brubaker.
Il tenore è perfettamente padrone del declamato attraverso il quale si esprime il Tetrarca, la voce è squillante e passa bene il muro di suono dell’orchestra. Inoltre l’artista rende benissimo, anche con la recitazione, il carattere nevrotico ed equivoco del personaggio. Davvero molto bravo.
Non mi ha convinto per niente invece l’agitato Thomas Gazheli, che era nei panni di Jochanaan.
Voce anonima, grossa ma non penetrante, forzata e spesso “impiccata” in acuto. Soprattutto è mancata la caratterizzazione del personaggio, che non aveva quella solennità e quel carisma che si addicono a una figura così imponente.
Completamente spaesato anche Michael Heim, che non ha lasciato traccia alcuna col suo insipido Narraboth, tra l’altro cantato con una voce piccola e aguzza, poco gradevole.
Sufficiente Marta Moretto, una Herodias corretta localmente e scevra da eccessi di temperamento, sempre possibili (e temuti) in questa parte.
Su come debba essere l’interprete di Salome ci si potrebbe dilungare molto.
Ricordo a questo proposito che Strauss stesso ne parlò come di “un’adolescente con la voce di Isotta”, frase che suona più come una provocazione che altro, poiché un simile connubio pare irrealizzabile.
Sarebbe necessario, questo sì, trovare un equilibrio tra la perversione morbosa e l’irrazionalità capricciosa insita nel personaggio e Ingela Brimberg ha raggiunto, in questo senso, un buon compromesso almeno dal punto di vista delle intenzioni interpretative e attoriali.
Purtroppo però la voce non ha sempre sorretto il soprano nei suoi propositi, tanto da costringerla ogni tanto a rifugiarsi nel parlato. La voce infatti è di discreto volume, ma l’ottava bassa risuona opaca e poco sonora.
Meglio nel registro centrale, corposo e abbondantemente esibito, mentre i numerosi acuti della parte sono parsi qualche volta non a fuoco, pure nell’ambito di una prestazione complessivamente discreta.
Va detto però che nel lungo e terribile monologo finale l’artista è stata convincente e che il personaggio di Salome si ammanta di tutta la sua grandiosa, perversa e tragica follia pur mantenendo un’ombra di adolescenziale incoscienza.
Insomma, la cantante emoziona e bisogna dargliene atto.
Salome 3
La lista dei coprotagonisti è sterminata, ma credo che tutti meritino almeno la citazione perché hanno contribuito in modo essenziale alla riuscita dello spettacolo, perciò eccoli qui: Elena Traversi (Ein page der Herodias), Federico Lepre, Alessandro De Angelis, Davide Cicchetti, Pablo Karaman, Nicolò Ceriani (Funf Juden), Giuliano Pelizon e Francesco Pacorini (Zwei Nazarener), Alessandro Svab e Giuliano Pelizon (Zwei Soldaten), Federico Benetti (Ein Cappadocier) e, per finire, Dax Velenich (Ein Sklave).
Salomè
Rilevo che non c’erano i consueti sottotitoli, e quindi suppongo che parte del pubblico non abbia potuto apprezzare in pieno questo lavoro straordinario di Richard Strauss: spero che nelle repliche l’inconveniente sia risolto.
Lo spettacolo ha avuto un successo calorosissimo e, a mio parere, meritato. Grandi ovazioni per Brubaker, la Brimberg e il direttore Reck, che ha rischiato di finire nella buca dell’orchestra preso dall’entusiasmo (smile). Festeggiatissimo anche il regista Gabriele Lavia, apprezzato anche a Trieste per la sua attività di prosa.
Alla prossima, se Splinder non collassa definitivamente.
 
 
 

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione e breve divagazione iniziale.

Ogni tanto, senza particolari ansie da prestazione, do un’occhiata alle statistiche del blog e da qualche giorno ho notato una notevole flessione del numero di visite.

Siccome la questione m’interessa sino a un certo punto-scrivo da solo, quando ho voglia e/o tempo e l’argomento musica lirica non è poi così popolare- non ne faccio un dramma, però mi sono incuriosito e così ho scoperto che questa piattaforma che si noma Splinder ha litigato (non chiedetemi di spiegarlo in termini tecnici, grazie) con Sua Maestà Google e quindi i post sono meno “visibili”.
Me ne farò una ragione. Per certo non implementerò una chat nel blog per aumentare a dismisura le visite, come mi fu suggerito un paio di anni fa. Mi manca solo di dover stare attento a ciò che si dice in una chat, non luogo dove notoriamente l’internauta offre il peggio di se stesso!
Intanto ieri, presso il Ridotto del Verdi, il grande Franco Serpa ha tenuto una magnifica prolusione alla Salome che esordirà sabato nel teatro triestino.
Il Professor Serpa ha molte qualità ma le sue conferenze colpiscono soprattutto perché sono rigorose dal punto di vista culturale e allo stesso tempo divulgative pur conservando un tono scabro e asciutto, senza concessioni alla vulgata nazionalpopolare che trionfa ovunque.
Sala piena come non succedeva da tempo, bisogna dirlo.
Ho imparato molte cose, a cominciare proprio dal nome Sálome che si pronuncia così in tedesco e in inglese, mentre in francese e italiano dovrebbe suonare come Salomé e sarebbe pure più corretto rispetto alle origini greche e latine del nome.
Ho scoperto che Giovanni il Battista (Jochanaan) è l’unico Santo di cui la Chiesa celebra la nascita e non la morte o il martirio.
E poi mi sono rinfrescato la memoria sulle vicende della famiglia degli Erode, che sono davvero inquietanti.
Erode il Grande, quello della strage degli innocenti, ne è il capostipite ma anche la discendenza perlopiù incestuosa, tra cui appunto Erode Antipa che compare nell’opera di Strauss, brilla per ferocia.
E in questo senso non scherza neppure la donna di casa, Herodias.
Insomma Salome, la nostra fanciullina tutto pepe, non è vissuta certo in un ambiente familiare rassicurante, chiaro che poi quando ne ha la possibilità se ne esce con richieste stravaganti tipo “voglio baciare la testa di un Santo morto”, no (strasmile)?
Inoltre, nel finale dell’opera di Strauss Salome è uccisa dagli uomini di Erode, mentre sembra che in realtà non sia andata così e che la ragazzina si sia poi sposata un paio di volte e abbia avuto anche numerosi figli.
Chissà se ha avuto anche figlie? No, perché sono sicuro che Daland trarrebbe conforto dal sapere che le discendenti di colei che “superava per lascivia tutte le prostitute” sono tra noi (strasmile).
Oggi una recita di Salome non porta certo turbamenti nel pubblico, come avvenne ai tempi del debutto (1905) quando l’opera destò scandalo, peraltro annunciato, al Metropolitan di New York e addirittura proibita a Vienna.
Questo lavoro di Strauss mi ha sempre colpito per una circostanza, che sono felice aver ritrovata evidenziata nel libretto di sala dallo stesso Serpa: le passioni amorose, per quanto malate, non sono mai ricambiate.
Narraboth ama Salome, Erode brama la figliastra Salome, Salome stessa desidera Jochanaan. Tutti s’infilano in un vicolo cieco, in un labirinto dei sensi dai quali non escono.
L’unica a uscire trionfatrice è la musica di Strauss.

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione semiseria e carnascialesca.

Siccome di Salome (la storia di una quasi coppia di fatto di nuovi mostri, strasmile) ho già scritto molto l’anno scorso, quando vidi l’opera di Strauss prima a Bologna– tra l’altro l’allestimento è lo stesso delle recite triestine, trattandosi di una coproduzione- e poi a Firenze, ho pensato di dare un taglio diverso dal solito ai post di presentazione, prendetelo come uno scherzo di Carnevale ok?

Per questa prima puntata mi sono ispirato a un articolo di Loredana Lipperini che si trovava nel libretto di sala a Firenze.
Uno sguardo trasversale, quindi, che indaga la figura e la storia di Salome da alcuni tra i tanti punti di vista non strettamente operistici.
Ecco allora alcune immagini di Auprey Beardsley che accompagnarono la pubblicazione del lavoro di Oscar Wilde, nel 1893.

Salome e Jochanaan:
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La danza dei sette veli:
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Il bacio di Salome a Jochanaan:

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Ovviamente anche il cinema e la televisione, killer conclamati del teatro d’opera,  si sono appropriati della vicenda di Salome ed ecco un paio di esempi.

La danza dei sette veli di Alla Nazimova nel film del 1923 diretto da Charles Bryant:

 Il bacio di Maria Kouba a Jochanaan nel film per la televisione del 1960:
 

Non possono mancare i mattatori a vario titolo, come l’incredibile Carmelo Bene nel suo film Salome:

La non meno incredibile e fantasmagorica versione di Ken Russell:

E per finire e tornare più propriamente alla lirica, la straordinaria Montserrat Caballé nel 1957, quando debuttò la parte di Salome a Basilea all'età di 23 anni.

Insomma, ho scritto un post che non leggerà nessuno, me ne rendo conto. Ci vuole troppo tempo per tutta 'sta roba.
Intanto buona settimana a tutti, in attesa della prolusione di Franco Serpa che si svolgerà dopodomani (mercoledì) alle ore 18.

Recensione abbastanza seria della Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Firenze: bella senz’anima.

Il motivo principale della mia trasferta al Comunale di Firenze era sì la Salome, opera che mi emoziona sempre, ma anche la curiosità di vedere l’allestimento di Robert Carsen, un regista che offre numerosi spunti di riflessione nei suoi spettacoli.
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Trovo che il commento di Daland, che ha assistito a una recita precedente, nei confronti del regista  sia molto indovinato quando lo definisce una specie di Dr.Jekyll e Mr.Hyde.


Forse perché è successo anche a me d’imbattermi, in sede di preparazione alla serata, nella frase di Strauss in cui descrive quali dovranno essere le linee guida per l’artista che impersonerà la figlia di Herodias nella scena dei sette veli:
 
Salome deve essere rappresentata con la massima semplicità e nobiltà di gesti; altrimenti invece di pietà susciterà solo raccapriccio e orrore.
 
Ora, raccapriccio e orrore forse è troppo, però un certo fastidio in alcuni momenti m’è affiorato, perché a mio parere ci siamo affacciati alla porta della pornografia senza passare neanche un momento attraverso le meno desolate lande dell’erotismo.
Una mano meno pesante sarebbe stata gradita e anche opportuna.
Detto questo, va sottolineato che tutto il resto quadra.
L’allestimento è gradevolissimo e originale nell’ambientazione-la sala di controllo del caveau di un casinò, “tempio” del potere economico-, ben realizzato e intelligente nel gioco di specchi e riflessi che identifica Herodias e Salome.salome_fi4

Grandiosa l’apparizione di Jochanaan, in particolare, e come sempre curatissimo il lavoro sui cantanti, circostanza che è poi quella che differenzia un regista vero come Carsen dalla pletora di scenografi prestati alla regia che spesso rovinano le serate in teatro.
La parte più squisitamente musicale (di teatro lirico si tratta, non possiamo dimenticarcelo!) è stata meno brillante.
Sul podio di una compatta Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino c’era non il solito condottiero, Zubin Mehta, ma il direttore Ralf Weikert, che mi ha parzialmente convinto per la grande sobrietà dell’interpretazione di una partitura difficilissima.
Il direttore mi è parso puntare sulla riscoperta o sottolineatura dei passi melodici che s’intuiscono tra le pieghe dei grandi confronti di sentimenti distruttivi, claustrofobici.
E qui torno alla metafora iniziale del Dr.Jekyll, perché appunto sul podio questa Salome avrebbe necessitato di un Mr.Hyde.
Mi spiego.
L'allestimento di Carsen è molto godibile ma è piuttosto freddo, metallico, e una direzione temperamentosa, passionale, sarebbe stata sicuramente più adatta di quella sobria di Weikert: lo spettacolo ne avrebbe guadagnato e alla fine, credo, non avrei provato un senso d'incompiutezza irrisolta.
Salome, come Elektra, è opera che smuove le armonie recondite dell'inconscio e se ciò non accade significa che qualcosa non ha funzionato.
Tra i protagonisti bene Janice Baird, una Salome matura ma non matronale, che ha palesato uno strumento sensuale e adatto alla parte anche come peso vocale. Le si perdona volentieri qualche acuto ghermito e non perfettamente a fuoco.
Mark S.Doss era Jochanaan ed è risultato pure lui all’altezza della situazione, anche se il canto non è sempre fluido e vellutato e qualche volta si sospetta che l’artista forzi, come a cercare uno spessore vocale che non gli appartiene del tutto.
Kim Begley (Herodes) si è difeso egregiamente in una parte declamatoria molto impegnativa.
salome_fi2Sufficiente Irina Mishura,convincente nei panni di Herodias più per disinvoltura scenica che per qualità canore.
Piuttosto flebile il Narraboth di Mark Milhofer, che nasaleggia parecchio.
Discreti i personaggi “minori”, che meritano un encomio e la citazione: dal Page der Herodias di Jennifer Holloway, ai cinque ebrei di Gianluca Floris, Saverio Fiore, Antonio Feltracco, Cristiano Olivieri e Carlo Di Cristoforo (nei panni pure del Cappadocier), ai due nazareni di Roberto Abbondanza e Uwe Griem, ai due soldati di Gabriele Ribis e Francesco Musinu sino allo schiavo di Fernando Cordeiro Opa.
Prima dell'inizio un rappresentante sindacale ha espresso solidarietà per i colleghi del Teatro Carlo Felice di Genova, raccogliendo applausi che non mi sono sembrati di circostanza.
Il pubblico ha tributato un caloroso successo a questa Salome, in particolare alla protagonista Janice Baird.
Segnalo un paio di buu un decimo di secondo dopo che era stata suonata l'ultima nota, credo indirizzati alla regia.
 

La Salome di Richard Strauss apre la stagione lirica del Maggio Musicale Fiorentino.

Le vicende artistiche, diciamo così, di Salome sono sempre state scandalose e disturbing, si direbbe in inglese.

Le reazioni ai quadri di  Gustave Moreau (qui sotto "L'apparizione")
Lfurono di sgomento, la Salome di Oscar Wilde, pubblicata dopo mille traversie nel 1894 fu giudicata immorale e bandita dai teatri inglesi.
Così fu anche per la Salome di Richard Strauss, che fece sentenziare al Kaiser Guglielmo II questa perla, dopo la prima dell’opera avvenuta il 9 novembre 1905:
kaiser_Gugliemo_II
 
Mi dispiace che Strauss abbia composto questa Salome, lui mi è molto simpatico ma si farà un danno enorme con quest’opera.
 
Per la serie ognuno ha diritto a sparare almeno una stronzata nella vita, per accedere poi a quel quarto d’ora d’immeritata celebrità teorizzata qualche anno dopo da Andy Warhol (smile).

Beh, sicuramente questa sedicenne con la voce di Isotta– così la definì proprio Strauss- non è un personaggio rassicurante, anzi credo si possa sostenere che sia, nella sua palese irrazionalità, il simbolo della destabilizzazione dei presunti ideali borghesi (scusate, oggi mi è presa male e scrivo come un blogger serio, smile).
Ovviamente tutti hanno sentito parlare della danza dei sette veli- che per molto tempo in scena fu interpretata da una ballerina professionista- e della sua perversa carica erotica, ma seppure anch’io apprezzi molto questo momento dell’opera, è il lavoro in toto che proprio mi prende in maniera particolare, come mi succede anche per l’Elektra.
Voglio dire, con Salome non corro mai il rischio di distrarmi da una musica che mi scuote perché mi risveglia sensazioni che profumano d’ignoto, o inconoscibile.
Ecco, diciamo che la musica mi fa intravedere lati irrisolti della mia vita.
Vi pare poco?
Spero che una sensazione simile, di ricerca e meditazione, provino gli spettatori del Teatro Comunale di Firenze, dove la Salome di Strauss apre la stagione 2010, con la direzione di Zubin Mehta e la regia di Robert Carsen.
Qui la locandina completa.

Sono graditi i commenti di chi ci sarà, io spero di farcela per una recita della settimana prossima.
 
 

Mini recensione semiseria di Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Bologna.

Su questo allestimento della Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Bologna avevo letto e sentito pareri contrastanti, che nella migliore tradizione dei relata refero gossipari andavano da spettacolo sublime a porcheria immonda.

Salome partitura  
Inoltre, quasi tutte le opinioni venivano da fonti attendibili. Quasi.
Perciò ho deciso di andare a controllare di persona, perché almeno di me stesso mi fido quasi sempre anche se a voi, me ne rendo conto, può sembrare una folle enormità (ma anche una follia enorme eh?).
Quindi insieme a ex Ripley ho assistito allo spettacolo pomeridiano di domenica scorsa.
Tralascio di descrivere in quali condizioni ho trovato Bologna, un po’ com’era successo l’ultima volta che ci sono stato, per la Norma di Daniela Dessì. Mi limito a dire che non ho memoria di una città che si è tanto degradata in un così breve lasso di tempo e la smetto qui.
Allora.
Contrariamente alla Stuarda triestina, qui la regia non era schifosa, ed è già un bel cominciare.
Gabriele Lavia traspone la vicenda all’inizio del Novecento e per me l’operazione è senza infamia e senza lode, però almeno l’allestimento non mette in difficoltà i cantanti costringendoli ad acrobazie inutili sul palcoscenico. E mi pare di poter affermare che non ci siano incongruenze tremende col libretto.
Però non voglio soffermarmi troppo sulla regia, preferisco parlare del lato prettamente musicale.
Aggiungo solo che nel complesso, anche grazie al magnifico impianto luci di Daniele Landi e alla scenografia di Alessandro Camera, lo spettacolo è godibilissimo ed emozionante. Trattandosi di una coproduzione tra le fondazioni di Trieste e Bologna, lo vedrò anche qui al Verdi, non so quando.
Ho trovato magnifica la direzione di Nicola Luisotti, che ha guidato l’Orchestra del Comunale di Bologna sorprendente per disciplina e colore bellissimo, in una partitura scabrosa.
In particolare ho apprezzato che Luisotti sia riuscito a evitare i clangori che spesso riducono questo capolavoro di Strauss (ma anche Elektra) a una specie di uragano di suoni indistinti.
Ho messo questa foto di Strauss perché ricorda me qualche anno fa, quand’ero più giovane.
Anche in questa Salome c’è stata una sostituzione dell’ultim’ora, e cioè quella della prevista Nadja Michael con la sconosciuta (a me, perlomeno) Erika Sunnegårdh, soprano svedese naturalizzata americana.
Proprio sulla prova di quest’artista avevo raccolto le maggiori perplessità e la sua prestazione m’offre l’occasione per chiarire come la penso io sull’opera come “spettacolo”.
Io l’ho trovata una Salome eccellente e un’artista completa ed intelligente.
Intanto, nonostante non abbia vent’anni, il personaggio esce per quello che dev’essere e cioè giovane, priva di effetti caricaturali grossolani, quegli stessi che identificano nell’immaginario collettivo la figlia di Herodias come una mangiauomini scollacciata tipo B movie soft porno o peggio.
L’erotismo estremo, la passione perversa che caratterizzano Salome sono resi in modo elegante, raffinato, sostenuti da una recitazione mai sopra le righe e di ottimo gusto e esaltati da una padronanza scenica assoluta. Bravissima nelle coreografie, per esempio, una bravura che non si esplica solo nella danza dei sette veli ma anche in una costante leggerezza nei movimenti, una grazia che seduce sin dall’entrata in scena (questa signora qui sotto, qualcuno la ricorda?).
Dal punto di vista vocale ha un merito fondamentale e cioè quello di non forzare mai la voce nel tentativo di bucare l’orchestra e trovare una voce imponente che non le appartiene, specialmente nella prima ottava.
Quando sale agli acuti la voce si espande e diventa bella sonora, anche se il colore non è particolarmente attraente.
Detto questo è vero che io, che ero nella penultima fila di platea in alcuni momenti, quando sotto l’orchestra era furibonda (per esigenze di partitura) mi sono perso qualche frase, ok. E allora?
Perché sia chiaro, Erika Sunnegårdh sa cantare e pure bene. Non sarò certo io a sottovalutare le esigenze di un canto corretto, accidenti!
Però signori trattasi di teatro lirico, teatro, ripeto, la prestazione di un artista va valutata nel suo complesso.
Per me la cura nella recitazione, l’eleganza del fraseggio, il buon gusto compensano ampiamente un minimo di deficit di volume vocale, soprattutto in un’opera dall’orchestrazione ipertrofica. Non so che farmene di una voce che passa l’orchestra urlando o di un’altra perfetta per la parte ma inespressiva e algida.
Il soprano in questione ha una voce leggermente sottodimensionata alla parte, tutto qui, non mi pare un dramma, un avvenimento tale da strapparmi i capelli e piangere per tutto il web.
Passiamo, brevemente, agli altri protagonisti.
Mark S.Doss ha impersonato Jochanaan e mi è parso di un livello artistico inferiore alla collega, ma comunque il personaggio è stato delineato nella sua grandezza e maestosità.
Io, al contrario di Daland (e qui vedete come i gusti personali possano incidere nella valutazione di uno spettacolo) avrei preferito una voce di colore più scuro, che ritengo più adatta alla parte del profeta.
Bravissimo il tenore Robert Brubaker che era nei panni scomodissimi di Herodes, a suo agio anche dal lato attoriale. La voce non è bellissima ma voluminosa e la sua caratterizzazione di un Tetrarca volitivo seppur travolto dalla passione mi ha convinto.
Un po’ urlacchiante Dalia Schaechter, che si è rivelata una Herodias piuttosto spenta e incolore.
Lo sfigatissimo Narraboth (non c’è niente da fare, se c’è un personaggio demenziale è roba da tenore) è stato interpretato da Mark Milhofer, che non si deve essere dannato molto per approfondire almeno un po’ la psicologia del Capitano delle Guardie di Herodes.
Lo definirei querulo, gracchiante, ecco. Non che Narraboth sia una parte per tenori dalla voce stentorea, però a me piacerebbe un timbro più corposo.
Compagnia artistica Salome Bologna.  
Tutti gli altri cantanti, e sono tantissimi nei ruoli comprimari, si sono rivelati all’altezza di uno spettacolo che a me è piaciuto molto e ancora di più ha incontrato il favore del pubblico bolognese.
Meritano almeno la citazione: Nora Sourouzian (Paggio), Gabriele Mangione, Paolo Cauteruccio, Dario Di Vetri, Ramtin Ghazavi, Masashi Mori (I cinque giudei), Rainer Zaun e Paulo Paolillo (Due Nazareni), Cesare Lana e Rainer Zaun (Due soldati), Edoardo Miletti (uno schiavo).
 
Un saluto a tutti.
 

Nessun dorma!

Se da un lato il governo continua a tagliare i fondi per la cultura e la ricerca, dall’altro, per fortuna, nell’editoria privata ma anche universitaria, come in questo caso, le pubblicazioni di alto profilo intellettuale non mancano.
“Miti e note. Musica con antichi racconti” di Franco Serpa, a cura di Lorenzo De Vecchi e Corrado Travan, si inserisce a pieno titolo in questo filone di divulgazione colta.
Il volume, edito da EUT Edizioni Università di Trieste, è una raccolta degli scritti del Professor Serpa pensati in occasione di conferenze, lezioni accademiche, saggi e libretti di sala.
Al centro delle approfondite speculazioni c’è il rapporto tra la musica e il mondo classico e quello cristiano, la necessità che questi argomenti siano continuamente ripensati e riproposti.
In questo modo ci si trova catapultati in un viaggio che parte dalle Odi di Orazio e si conclude con Phaedra di Hans Werner Henze, spettacolo rappresentato durante il Maggio Fiorentino dell’anno scorso.
Ogni capitolo affronta un tema diverso ed offre interessanti spunti di riflessione, come per esempio le analogie tra l’Arte del Canto e l’Ars Oratoria romana, che necessitava di una tecnica precisa proprio per l’emissione e il controllo della respirazione.
Anche la frequente riproposizione, giudicata dai profani un po’ stucchevole, di scenari comuni nelle opere liriche (interno di palazzi, giardini, carceri e sotterranei), specialmente sino al Romanticismo, è indagata con curiosità. I compositori e i librettisti dovevano fare di necessità virtù per focalizzare l’attenzione del distratto pubblico di quei tempi e cercarne il consenso.
I teatri, come è noto, erano spesso delle vere bolge, in cui si mangiava, si beveva ed anche si ascoltava musica. Da queste circostanze oggettive nasceva il bisogno di rappresentare in modo almeno parzialmente rassicurante, noto, vicende diverse, in maniera di ottenere l’attenzione del pubblico negli snodi più significativi dell’opera: le arie virtuosistiche, i duetti più infuocati.
L’appassionato wagneriano (come me per esempio) troverà in questo libro un excursus molto interessante sulle origini del mito del Graal, sulla storia del Tannhäuser, del Lohengrin, e su come le vicende personali hanno inciso sull’urgenza psicologica di Wagner nello scrivere il Tristan.
Personalmente leggendo questi passi mi è venuta voglia di riascoltare con orecchio più attento alcuni brani di questi capolavori, e credo che ciò sia indicativo dell’interesse che suscita la lettura.
Ho trovato molto stimolanti anche i capitoli dedicati a Richard Strauss e al complesso rapporto di collaborazione artistica che il compositore instaurò prima con il poeta Hugo von Hofmannsthal e poi con Joseph Gregor, il tutto sullo sfondo della tragedia dell’ascesa del nazionalsocialismo di Hitler.
Il lavoro del Professor Serpa non trascura poi altri compositori moderni, tra cui gli alfieri della dodecafonia Arnold Schönberg e Luigi Dallapiccola.
Ovviamente, come tutte le persone di profonda cultura, l’Autore impreziosisce il testo di riferimenti al panorama artistico che fa da sfondo alle varie osservazioni specifiche: frequenti, quindi, le citazioni dalla Poesia e dalla Pittura, ma anche dalla Psicanalisi.
La scrittura colta e lo stile divulgativo favoriscono la lettura di questo bellissimo volume, anche nei momenti in cui la ricostruzione dei miti (Orfeo, Edipo, Elettra) si avventura in tempi storici che ci appaiono remoti, mentre invece i conflitti che li generano sono attuali e presenti nella vita e nella cronaca quotidiana.
Il libro ha inoltre un grandissimo merito e cioè quello di sottolineare con i fatti che la cultura è un campo in cui né pubblico né privato possono accampare diritti di controllo esclusivo né tantomeno ricatti finanziari, ma è patrimonio di tutti e quindi deve essere tutelato ad ogni costo.
Le logiche mercantili, ormai dilaganti, non possono governare le attività dell’intellettuale e dello studioso.
Il lavoro è arricchito, inoltre, da una puntualissima bibliografia, che ripercorre il percorso intellettuale dell’Autore, sempre a cavallo tra filologia e musicologia.
Ecco, scrivendo e pensando questo tipo di libri si fa realmente cultura, non certo blaterando in televisione durante dibattiti assurdi, in cui la mancanza di un conduttore preparato e serio consente agli invitati di parlarsi addosso per ore, unica attività in cui costoro sono realmente straordinari.
Intanto, al momento in cui scrivo questo post, sembra che dopo la prima di ieri, a Bologna saltino per sciopero anche le prossime tre recite della Gazza Ladra; a Roma, non c’è certezza né per le prossime rappresentazioni di Ipghigénie en Aulide di Gluck né per quelle del Re Nudo di Luca Lombardi.
Questa è la situazione in cui si trovano i teatri italiani, per cui mai come in questo caso la citazione del titolo cade a fagiolo.
Nel frattempo Daland, in questo post, ospita tra i commentatori Angelo Foletto, attuale Presidente dell’Associazione Critici Musicali Italiani.
Buona settimana a tutti.
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