Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Un DVD che è testimonianza di uno spettacolo indimenticabile, in cui Asmik Grigorian entra di diritto tra le interpreti di riferimento di Salome. Splendida la regia di Romeo Castellucci.

Tra gli eventi più significativi del Festival di Salisburgo dell’anno scorso, spiccava senz’altro la Salome di Richard Strauss affidata alla regia di Romeo Castellucci. Lo spettacolo è stato valutato a suo tempo da Rossana Paliaga per OperaClick, che era presente in sala alla prima.
Questa recensione si riferisce, invece, alla registrazione distribuita dalla Unitel in formato DVD. Leggi il resto dell’articolo

Serata dedicata a Richard Strauss al Teatro Nuovo Giovanni da Udine: Robert Trevino e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai incantano.

Non credo che una pagina musicale o un compositore piacciano per caso, penso che dietro ci sia qualcosa, un percorso anche turbolento e spesso ignoto, una specie di fiume carsico di cui qua e là riaffiorano tracce dall’inconscio o comunque da un vissuto nascosto o dimenticato.

Per me la musica di Strauss è così, inquietante e un po’ misteriosa perché mi si propaga in territori che conosco poco oppure, forse, desidero non indagare troppo. Non vorrei che pensaste che mi stia dando delle arie da intellettualone, mi succede anche con Islands dei King Crimson o A love supreme di John Coltrane.
Però l’altra sera, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, era in programma un concerto di musiche di Richard Strauss e perciò di quelle sensazioni voglio scrivere.
La serata prevedeva, in apertura, gli splendidi Vier letzte Lieder (Quattro ultimi lieder) interpretati dal soprano Dorothea Röschmann assieme all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, guidata per l’occasione dal giovane direttore emergente Robert Trevino.
La pagina è un vero e proprio testamento musicale e, in questo senso, avrei preferito che fosse posta a conclusione del concerto, dopo l’adrenalinica Eine Alpensinfonie (Sinfonia delle Alpi). La diversa collocazione avrebbe risposto a un’intima esigenza, perché avrei ripercorso virtualmente un itinerario reale: quello delle mie escursioni in montagna, spesso faticose ed esposte alla variabilità delle condizioni atmosferiche. Uscite che mi costano sempre più fatica sia fisica sia psicologica perché, diciamolo dai, sto invecchiando. Poi, appunto, quando torno a casa, mi metto lì ad ascoltare qualcosa che rimpingui l’appagante svuotamento da fatica virtuosa e risanatrice del corpo e di quel po’ di anima che mi resta.
Dorothea Röschmann ha tutte le caratteristiche per cantare questi Lieder, ma nell’occasione le sono mancati un po’ di morbidezza e velluto vocale per rendere al meglio il fluire incessante delle note. Eccellente, invece, il fraseggio, il dire sempre eloquente accompagnato da una composta sobrietà di fondo da grande interprete.
Grandiosa la prestazione dell’orchestra guidata da Trevino che con gesto disinvolto e sicuro ha pennellato di colori malinconici, autunnali, una partitura che davvero sembra un quadro di Monet o Gauguin.
Per quanto riguarda la successiva Eine Alpensinfonie se possibile le cose sono andate ancora meglio. Non mi soffermo neanche sulla nota difficoltà esecutiva di una pagina che pretende un organico orchestrale impressionante, in cui le percussioni hanno un rilievo peculiare e che oltretutto necessita di corni, trombe e tromboni fuori scena. Voglio dire che basta un niente per servire un piatto indigesto, in cui i gusti non si distinguono confusi in un magma sonoro indistinto, quasi soffocante.
Robert Trevino, invece, è riuscito a lavorare di cesello anche in questo caso, calibrando, probabilmente durante le prime due tappe della breve tournée, un colore scuro, tempestoso e al contempo radioso degli archi gravi e un equilibrio perfetto tra le varie sezioni orchestrali. La macchina del vento, quella del tuono, i campanacci, il glockenspiel e l’organo hanno poi fatto il resto.
Tutti sanno che si tratta di musica descrittiva e qualche volta la definizione suona come una diminutio ma, in questo caso, si è imposta solo la bellezza: quella delle montagne e l’altra, delle vette del genio di Richard Strauss.
Successo pieno del concerto, ovazioni a non finire e Trevino che, giustamente, ha voluto dividere il trionfo con l’orchestra.

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Il senso della musica (e forse della vita).

Come credo sappiate, non amo troppo la retorica.
Ci sono occasioni però che meritano una certa enfasi e, se per sapere qualcosa degli esiti artistici del concerto al Festival di Lubiana vi dovete scomodare a leggere La Classica Nota, per capire qual è il senso più profondo della musica, di tutta la musica, vi basta guardare queste foto.

Un saluto a tutti.

Stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste: omaggio a Richard Strauss.

Mandy Fredrich

Prima della consueta recensione, questa volta meno scanzonata del solito, mi fa piacere ricordare che all’entrata del teatro Verdi, venerdì sera, ho incontrato una vecchia amica. O meglio, prima ho visto un gruppo di ragazzine e poi ho notato lei che le guidava all’interno come una chioccia segue i propri pulcini (smile). Ecco, a questa amica che resterà anonima e che si è scelta la professione dell’insegnamento – o ha seguito quella che è una vera e propria vocazione – voglio dedicare questo post.
Ovviamente anche lei è alterata (eufemismo) per il fatto che il nostro quotidiano, Il Piccolo, non pubblica più le recensioni degli spettacoli dal Verdi e non se ne fa una ragione perché in questo modo – sostiene – è venuta a mancare una fonte d’informazione e un’occasione di dibattito e approfondimento in classe. Il disappunto, nella fattispecie, è ancora maggiore perché con ogni probabilità questo concerto resterà l’unica manifestazione che il teatro dedicherà al compositore Richard Strauss nell’anniversario (il 150°) della nascita. Strauss, come tutti noi adulti sappiamo, è stato pesantemente coinvolto con il nazismo: insomma, qualche informazione su questo controverso artista avrebbe fatto comodo.
Ma evidentemente tutto ciò non interessa, sono implicazioni che non sfiorano neanche i vertici del nostro quotidiano.

A questo link troverete un po’ di belle foto del concerto.

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Recensione semiseria di Der Rosenkavalier al Maggio Musicale Fiorentino.

Der Rosenkavalier Primo violino

Trasferta piuttosto impegnativa, questa al Maggio Fiorentino per assistere a Der Rosenkavalier di Richard Strauss. Stare seduto tanto tempo – treno e teatro – sicuramente non è un toccasana per la mia schiena. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste.

Vista la situazione disperata in cui si trova questa piattaforma, mi sento di chiedere scusa ai lettori, purtroppo posso solo sperare che si torni alla normalità prima possibile.
Partitura Salome.

Ecco la recensione, nonostante tutto.

Questa Salome, che mancava da vent’anni da Trieste, si è risolta in una bella serata di teatro e sono felice di scriverlo dopo il controverso Samson et Dalila di un mese fa.
Il primo plauso va all’Orchestra del Verdi, davvero encomiabile per la bellissima prestazione sfoderata alla prima.
Ovviamente il direttore Stefan Anton Reck è pure lui sugli scudi, perché è riuscito a cogliere gran parte delle innumerevoli suggestioni della ricchissima partitura, scegliendo una via interpretativa che potrei definire espressionistica, tesa a sottolineare i grandi contrasti tra i leitmotive che individuano i personaggi.
Una lettura scabra e drammatica allo stesso tempo, che forse non è sensuale come dovrebbe, ma che ha il merito di apparire lontana da manierismi e edonismi stucchevoli.
Di questa direzione asciutta e tesa beneficiano in particolare la scena della danza dei sette veli, sottratta per fortuna a ispirazioni voyeuristiche, e la forsennata disputa religiosa tra gli ebrei, che se ne giova in modo particolare.
Episodicamente le sonorità sono parse eccessive ma senza che si sconfini nel clangore orchestrale fine a se stesso.
Molto ben riuscito anche l’agghiacciante finale a coronamento di una prestazione di rilievo, voglio ribadirlo, dell’Orchestra del Verdi.
Salome 1
L’allestimento di Gabriele Lavia, che avevo già visto l’anno scorso a Bologna, è un felice mix di tradizione rivisitata con intelligenza e buon gusto e sperimentazione consapevole, rispettosa della musica del compositore.
Certo, non mancano alcune contraddizioni. Per esempio se si decide di non mostrare, per evitare trucidi effetti grandguignoleschi, la scena del bacio alla testa di Jochanaan (peraltro descritta con dovizia di particolari da Wilde) sarebbe stato più logico non tenere mezz’ora in scena il cadavere decapitato del povero santo. Ma forse la scelta era meditata e la decisione dovuta alla volontà di rendere più efficace il finale, quando dal palcoscenico esce un enorme testone sul quale Salome si abbagascia sordidamente (strasmile).
Decisamente comico invece, e spero che si trovi una soluzione, l’escamotage scelto per far sentire la voce dell’invisibile Jochanaan nella cisterna: l’artista cantava da fuori scena ma, ahimè, si vedeva benissimo dalla platea mentre cercava di nascondersi dietro le quinte!
Anche la mannaia che scende dall’alto è un po’ingenuotta così come la trovata della lente gigante che amplifica l’attenzione del pubblico durante una castissima Danza dei Sette Veli.
Le idee di Lavia sono realizzate molto bene dal suo team.
Salome 2
Le scene di Alessandro Camera sono improntate al minimalismo ma non alla sciatteria e sono essenziali ed efficaci, anche grazie al bellissimo impianto luci di Daniele Naldi. Belli pure i costumi di Andrea Viotti e di routine la coreografia di Luciano Pasini, portata a termine con diligenza da Alessia Passari.
Dal punto di vista vocale il migliore, artefice di una prestazione di rilievo assoluto, è stato Robert Brubaker.
Il tenore è perfettamente padrone del declamato attraverso il quale si esprime il Tetrarca, la voce è squillante e passa bene il muro di suono dell’orchestra. Inoltre l’artista rende benissimo, anche con la recitazione, il carattere nevrotico ed equivoco del personaggio. Davvero molto bravo.
Non mi ha convinto per niente invece l’agitato Thomas Gazheli, che era nei panni di Jochanaan.
Voce anonima, grossa ma non penetrante, forzata e spesso “impiccata” in acuto. Soprattutto è mancata la caratterizzazione del personaggio, che non aveva quella solennità e quel carisma che si addicono a una figura così imponente.
Completamente spaesato anche Michael Heim, che non ha lasciato traccia alcuna col suo insipido Narraboth, tra l’altro cantato con una voce piccola e aguzza, poco gradevole.
Sufficiente Marta Moretto, una Herodias corretta localmente e scevra da eccessi di temperamento, sempre possibili (e temuti) in questa parte.
Su come debba essere l’interprete di Salome ci si potrebbe dilungare molto.
Ricordo a questo proposito che Strauss stesso ne parlò come di “un’adolescente con la voce di Isotta”, frase che suona più come una provocazione che altro, poiché un simile connubio pare irrealizzabile.
Sarebbe necessario, questo sì, trovare un equilibrio tra la perversione morbosa e l’irrazionalità capricciosa insita nel personaggio e Ingela Brimberg ha raggiunto, in questo senso, un buon compromesso almeno dal punto di vista delle intenzioni interpretative e attoriali.
Purtroppo però la voce non ha sempre sorretto il soprano nei suoi propositi, tanto da costringerla ogni tanto a rifugiarsi nel parlato. La voce infatti è di discreto volume, ma l’ottava bassa risuona opaca e poco sonora.
Meglio nel registro centrale, corposo e abbondantemente esibito, mentre i numerosi acuti della parte sono parsi qualche volta non a fuoco, pure nell’ambito di una prestazione complessivamente discreta.
Va detto però che nel lungo e terribile monologo finale l’artista è stata convincente e che il personaggio di Salome si ammanta di tutta la sua grandiosa, perversa e tragica follia pur mantenendo un’ombra di adolescenziale incoscienza.
Insomma, la cantante emoziona e bisogna dargliene atto.
Salome 3
La lista dei coprotagonisti è sterminata, ma credo che tutti meritino almeno la citazione perché hanno contribuito in modo essenziale alla riuscita dello spettacolo, perciò eccoli qui: Elena Traversi (Ein page der Herodias), Federico Lepre, Alessandro De Angelis, Davide Cicchetti, Pablo Karaman, Nicolò Ceriani (Funf Juden), Giuliano Pelizon e Francesco Pacorini (Zwei Nazarener), Alessandro Svab e Giuliano Pelizon (Zwei Soldaten), Federico Benetti (Ein Cappadocier) e, per finire, Dax Velenich (Ein Sklave).
Salomè
Rilevo che non c’erano i consueti sottotitoli, e quindi suppongo che parte del pubblico non abbia potuto apprezzare in pieno questo lavoro straordinario di Richard Strauss: spero che nelle repliche l’inconveniente sia risolto.
Lo spettacolo ha avuto un successo calorosissimo e, a mio parere, meritato. Grandi ovazioni per Brubaker, la Brimberg e il direttore Reck, che ha rischiato di finire nella buca dell’orchestra preso dall’entusiasmo (smile). Festeggiatissimo anche il regista Gabriele Lavia, apprezzato anche a Trieste per la sua attività di prosa.
Alla prossima, se Splinder non collassa definitivamente.
 
 
 

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione e breve divagazione iniziale.

Ogni tanto, senza particolari ansie da prestazione, do un’occhiata alle statistiche del blog e da qualche giorno ho notato una notevole flessione del numero di visite.

Siccome la questione m’interessa sino a un certo punto-scrivo da solo, quando ho voglia e/o tempo e l’argomento musica lirica non è poi così popolare- non ne faccio un dramma, però mi sono incuriosito e così ho scoperto che questa piattaforma che si noma Splinder ha litigato (non chiedetemi di spiegarlo in termini tecnici, grazie) con Sua Maestà Google e quindi i post sono meno “visibili”.
Me ne farò una ragione. Per certo non implementerò una chat nel blog per aumentare a dismisura le visite, come mi fu suggerito un paio di anni fa. Mi manca solo di dover stare attento a ciò che si dice in una chat, non luogo dove notoriamente l’internauta offre il peggio di se stesso!
Intanto ieri, presso il Ridotto del Verdi, il grande Franco Serpa ha tenuto una magnifica prolusione alla Salome che esordirà sabato nel teatro triestino.
Il Professor Serpa ha molte qualità ma le sue conferenze colpiscono soprattutto perché sono rigorose dal punto di vista culturale e allo stesso tempo divulgative pur conservando un tono scabro e asciutto, senza concessioni alla vulgata nazionalpopolare che trionfa ovunque.
Sala piena come non succedeva da tempo, bisogna dirlo.
Ho imparato molte cose, a cominciare proprio dal nome Sálome che si pronuncia così in tedesco e in inglese, mentre in francese e italiano dovrebbe suonare come Salomé e sarebbe pure più corretto rispetto alle origini greche e latine del nome.
Ho scoperto che Giovanni il Battista (Jochanaan) è l’unico Santo di cui la Chiesa celebra la nascita e non la morte o il martirio.
E poi mi sono rinfrescato la memoria sulle vicende della famiglia degli Erode, che sono davvero inquietanti.
Erode il Grande, quello della strage degli innocenti, ne è il capostipite ma anche la discendenza perlopiù incestuosa, tra cui appunto Erode Antipa che compare nell’opera di Strauss, brilla per ferocia.
E in questo senso non scherza neppure la donna di casa, Herodias.
Insomma Salome, la nostra fanciullina tutto pepe, non è vissuta certo in un ambiente familiare rassicurante, chiaro che poi quando ne ha la possibilità se ne esce con richieste stravaganti tipo “voglio baciare la testa di un Santo morto”, no (strasmile)?
Inoltre, nel finale dell’opera di Strauss Salome è uccisa dagli uomini di Erode, mentre sembra che in realtà non sia andata così e che la ragazzina si sia poi sposata un paio di volte e abbia avuto anche numerosi figli.
Chissà se ha avuto anche figlie? No, perché sono sicuro che Daland trarrebbe conforto dal sapere che le discendenti di colei che “superava per lascivia tutte le prostitute” sono tra noi (strasmile).
Oggi una recita di Salome non porta certo turbamenti nel pubblico, come avvenne ai tempi del debutto (1905) quando l’opera destò scandalo, peraltro annunciato, al Metropolitan di New York e addirittura proibita a Vienna.
Questo lavoro di Strauss mi ha sempre colpito per una circostanza, che sono felice aver ritrovata evidenziata nel libretto di sala dallo stesso Serpa: le passioni amorose, per quanto malate, non sono mai ricambiate.
Narraboth ama Salome, Erode brama la figliastra Salome, Salome stessa desidera Jochanaan. Tutti s’infilano in un vicolo cieco, in un labirinto dei sensi dai quali non escono.
L’unica a uscire trionfatrice è la musica di Strauss.

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione semiseria e carnascialesca.

Siccome di Salome (la storia di una quasi coppia di fatto di nuovi mostri, strasmile) ho già scritto molto l’anno scorso, quando vidi l’opera di Strauss prima a Bologna– tra l’altro l’allestimento è lo stesso delle recite triestine, trattandosi di una coproduzione- e poi a Firenze, ho pensato di dare un taglio diverso dal solito ai post di presentazione, prendetelo come uno scherzo di Carnevale ok?

Per questa prima puntata mi sono ispirato a un articolo di Loredana Lipperini che si trovava nel libretto di sala a Firenze.
Uno sguardo trasversale, quindi, che indaga la figura e la storia di Salome da alcuni tra i tanti punti di vista non strettamente operistici.
Ecco allora alcune immagini di Auprey Beardsley che accompagnarono la pubblicazione del lavoro di Oscar Wilde, nel 1893.

Salome e Jochanaan:
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La danza dei sette veli:
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Il bacio di Salome a Jochanaan:

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Ovviamente anche il cinema e la televisione, killer conclamati del teatro d’opera,  si sono appropriati della vicenda di Salome ed ecco un paio di esempi.

La danza dei sette veli di Alla Nazimova nel film del 1923 diretto da Charles Bryant:

 Il bacio di Maria Kouba a Jochanaan nel film per la televisione del 1960:
 

Non possono mancare i mattatori a vario titolo, come l’incredibile Carmelo Bene nel suo film Salome:

La non meno incredibile e fantasmagorica versione di Ken Russell:

E per finire e tornare più propriamente alla lirica, la straordinaria Montserrat Caballé nel 1957, quando debuttò la parte di Salome a Basilea all'età di 23 anni.

Insomma, ho scritto un post che non leggerà nessuno, me ne rendo conto. Ci vuole troppo tempo per tutta 'sta roba.
Intanto buona settimana a tutti, in attesa della prolusione di Franco Serpa che si svolgerà dopodomani (mercoledì) alle ore 18.

Recensione abbastanza seria della Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Firenze: bella senz’anima.

Il motivo principale della mia trasferta al Comunale di Firenze era sì la Salome, opera che mi emoziona sempre, ma anche la curiosità di vedere l’allestimento di Robert Carsen, un regista che offre numerosi spunti di riflessione nei suoi spettacoli.
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Trovo che il commento di Daland, che ha assistito a una recita precedente, nei confronti del regista  sia molto indovinato quando lo definisce una specie di Dr.Jekyll e Mr.Hyde.


Forse perché è successo anche a me d’imbattermi, in sede di preparazione alla serata, nella frase di Strauss in cui descrive quali dovranno essere le linee guida per l’artista che impersonerà la figlia di Herodias nella scena dei sette veli:
 
Salome deve essere rappresentata con la massima semplicità e nobiltà di gesti; altrimenti invece di pietà susciterà solo raccapriccio e orrore.
 
Ora, raccapriccio e orrore forse è troppo, però un certo fastidio in alcuni momenti m’è affiorato, perché a mio parere ci siamo affacciati alla porta della pornografia senza passare neanche un momento attraverso le meno desolate lande dell’erotismo.
Una mano meno pesante sarebbe stata gradita e anche opportuna.
Detto questo, va sottolineato che tutto il resto quadra.
L’allestimento è gradevolissimo e originale nell’ambientazione-la sala di controllo del caveau di un casinò, “tempio” del potere economico-, ben realizzato e intelligente nel gioco di specchi e riflessi che identifica Herodias e Salome.salome_fi4

Grandiosa l’apparizione di Jochanaan, in particolare, e come sempre curatissimo il lavoro sui cantanti, circostanza che è poi quella che differenzia un regista vero come Carsen dalla pletora di scenografi prestati alla regia che spesso rovinano le serate in teatro.
La parte più squisitamente musicale (di teatro lirico si tratta, non possiamo dimenticarcelo!) è stata meno brillante.
Sul podio di una compatta Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino c’era non il solito condottiero, Zubin Mehta, ma il direttore Ralf Weikert, che mi ha parzialmente convinto per la grande sobrietà dell’interpretazione di una partitura difficilissima.
Il direttore mi è parso puntare sulla riscoperta o sottolineatura dei passi melodici che s’intuiscono tra le pieghe dei grandi confronti di sentimenti distruttivi, claustrofobici.
E qui torno alla metafora iniziale del Dr.Jekyll, perché appunto sul podio questa Salome avrebbe necessitato di un Mr.Hyde.
Mi spiego.
L'allestimento di Carsen è molto godibile ma è piuttosto freddo, metallico, e una direzione temperamentosa, passionale, sarebbe stata sicuramente più adatta di quella sobria di Weikert: lo spettacolo ne avrebbe guadagnato e alla fine, credo, non avrei provato un senso d'incompiutezza irrisolta.
Salome, come Elektra, è opera che smuove le armonie recondite dell'inconscio e se ciò non accade significa che qualcosa non ha funzionato.
Tra i protagonisti bene Janice Baird, una Salome matura ma non matronale, che ha palesato uno strumento sensuale e adatto alla parte anche come peso vocale. Le si perdona volentieri qualche acuto ghermito e non perfettamente a fuoco.
Mark S.Doss era Jochanaan ed è risultato pure lui all’altezza della situazione, anche se il canto non è sempre fluido e vellutato e qualche volta si sospetta che l’artista forzi, come a cercare uno spessore vocale che non gli appartiene del tutto.
Kim Begley (Herodes) si è difeso egregiamente in una parte declamatoria molto impegnativa.
salome_fi2Sufficiente Irina Mishura,convincente nei panni di Herodias più per disinvoltura scenica che per qualità canore.
Piuttosto flebile il Narraboth di Mark Milhofer, che nasaleggia parecchio.
Discreti i personaggi “minori”, che meritano un encomio e la citazione: dal Page der Herodias di Jennifer Holloway, ai cinque ebrei di Gianluca Floris, Saverio Fiore, Antonio Feltracco, Cristiano Olivieri e Carlo Di Cristoforo (nei panni pure del Cappadocier), ai due nazareni di Roberto Abbondanza e Uwe Griem, ai due soldati di Gabriele Ribis e Francesco Musinu sino allo schiavo di Fernando Cordeiro Opa.
Prima dell'inizio un rappresentante sindacale ha espresso solidarietà per i colleghi del Teatro Carlo Felice di Genova, raccogliendo applausi che non mi sono sembrati di circostanza.
Il pubblico ha tributato un caloroso successo a questa Salome, in particolare alla protagonista Janice Baird.
Segnalo un paio di buu un decimo di secondo dopo che era stata suonata l'ultima nota, credo indirizzati alla regia.
 

La Salome di Richard Strauss apre la stagione lirica del Maggio Musicale Fiorentino.

Le vicende artistiche, diciamo così, di Salome sono sempre state scandalose e disturbing, si direbbe in inglese.

Le reazioni ai quadri di  Gustave Moreau (qui sotto "L'apparizione")
Lfurono di sgomento, la Salome di Oscar Wilde, pubblicata dopo mille traversie nel 1894 fu giudicata immorale e bandita dai teatri inglesi.
Così fu anche per la Salome di Richard Strauss, che fece sentenziare al Kaiser Guglielmo II questa perla, dopo la prima dell’opera avvenuta il 9 novembre 1905:
kaiser_Gugliemo_II
 
Mi dispiace che Strauss abbia composto questa Salome, lui mi è molto simpatico ma si farà un danno enorme con quest’opera.
 
Per la serie ognuno ha diritto a sparare almeno una stronzata nella vita, per accedere poi a quel quarto d’ora d’immeritata celebrità teorizzata qualche anno dopo da Andy Warhol (smile).

Beh, sicuramente questa sedicenne con la voce di Isotta– così la definì proprio Strauss- non è un personaggio rassicurante, anzi credo si possa sostenere che sia, nella sua palese irrazionalità, il simbolo della destabilizzazione dei presunti ideali borghesi (scusate, oggi mi è presa male e scrivo come un blogger serio, smile).
Ovviamente tutti hanno sentito parlare della danza dei sette veli- che per molto tempo in scena fu interpretata da una ballerina professionista- e della sua perversa carica erotica, ma seppure anch’io apprezzi molto questo momento dell’opera, è il lavoro in toto che proprio mi prende in maniera particolare, come mi succede anche per l’Elektra.
Voglio dire, con Salome non corro mai il rischio di distrarmi da una musica che mi scuote perché mi risveglia sensazioni che profumano d’ignoto, o inconoscibile.
Ecco, diciamo che la musica mi fa intravedere lati irrisolti della mia vita.
Vi pare poco?
Spero che una sensazione simile, di ricerca e meditazione, provino gli spettatori del Teatro Comunale di Firenze, dove la Salome di Strauss apre la stagione 2010, con la direzione di Zubin Mehta e la regia di Robert Carsen.
Qui la locandina completa.

Sono graditi i commenti di chi ci sarà, io spero di farcela per una recita della settimana prossima.
 
 

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