Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Francesca Dego e Alessandro Taverna brillano al Festival di Portogruaro. Il pubblico li premia con grandi applausi e apprezza pure l’ostico Arnold Schönberg.

L’efficacia di un’esecuzione musicale non è mai valutabile solo dalla compitazione più o meno corretta di una serie di note, ci vuole ben altro per trasformare quei segni sul pentagramma in qualcosa di unico e irripetibile, diverso ogni sera. Vale per la musica lirica e anche per la sinfonica, dove l’atmosfera è creata dal suono degli strumenti, certo, ma anche dal feeling tra podio e orchestra.
Questa valenza emotiva, intima, è a maggior ragione determinante nei concerti che prevedono due solisti alle prese con due meravigliose ed esigenti creature, il violino e il pianoforte. E, credetemi, l’antropomorfizzazione – spesso inopportuna in altri campi – in questo caso è pertinente.
Vedere come Francesca Dego accarezza, blandisce, rimprovera il suo Ruggeri rimanda a un atto materno primordiale, atavico. E lo stesso si può affermare di Alessandro Taverna e il Fazioli: un rapporto alla pari, simbiotico.
Francesca Dego e Alessandro Taverna, che si esibivano per la prima volta insieme, hanno trovato quella alchimia che fa sperare in una proficua collaborazione futura.
All’inizio è subito Schönberg, quello duro e rivoluzionario del furore dodecafonico, che nella sua Fantasia per violino e pianoforte op. 47 poco concede al lirismo in un brano asciutto e nervoso, in cui il pianoforte è spesso ai margini, sovrastato dall’impeto rabbioso del violino che Francesca Dego usa come il pennello di un pittore espressionista. Del resto, Schönberg appartiene alla Seconda Scuola di Vienna, che dell’espressionismo musicale fu promotrice negli anni Venti del secolo scorso.
È stata poi la volta di un altro grande del Novecento, Richard Strauss, per quanto il brano proposto – la Sonata per violino e pianoforte in mi maggiore op. 18 – appartenga alla prima produzione del compositore e abbia esordito nel 1888.
Il gusto di Strauss per una raffinata magniloquenza si percepisce subito anche in questa composizione giovanile, in cui pianoforte e violino fanno a gara per ergersi a protagonisti in un’alternanza di umori che vede spesso nervoso il primo e più accattivante nella melodia il secondo.
La cavata e il legato della Dego le hanno fatto guadagnare un inopportuno (e meritato) applauso tra un movimento e l’altro: io sugli stereotipi che governano il comportamento del “bravo spettatore di musica” sono piuttosto critico, credo che certe convenzioni possano essere, con meditata moderazione, riviste. Oggi il mondo è mutato ed è cambiata la comunicazione, anche tra artisti e pubblico. Difendere con lo sguardo severo dell’inquisitore stilemi superati mi pare che possa nuocere alla divulgazione dell’Arte, che non deve isolarsi dal mondo bensì dettare l’agenda da protagonista anche nella quotidianità.
Magnifico il contributo di Alessandro Taverna, capace di un suono impetuoso e al contempo raffinato. Meravigliosa la leggerezza dell’arpeggio che chiude il secondo movimento e, poco dopo, impressionante la tonica autorevolezza dell’inizio del conclusivo Andante.

Dopo la pausa è stata eseguita la Sonata per violino e pianoforte in la maggiore di César Franck, la pagina di più facile, si fa per dire, ascolto della serata.
L’atmosfera nel primo movimento è distesa anche se non mancano momenti di carattere più ombroso, come nell’Allegro successivo, con Traversa travolgente al pianoforte.
Come giustamente sottolineato nel libretto di sala – a proposito, complimenti all’organizzazione, considerati gli insipidi straccetti forniti da altri teatri di presunto prestigio – il petricore wagneriano è molto presente nel terzo movimento con dei cromatismi che hanno il retrogusto di certe atmosfere decadenti proprie del compositore tedesco. Emozionanti, nella fattispecie, le ardite cadenze della Dego.
Il Rondò finale sembra ricomporre equilibri forse mai del tutto spezzati con i solisti che insieme plasmano un clima di serenità che smorza la tensione del movimento precedente.
Trionfo per i due protagonisti, che hanno dimostrato non solo il loro virtuosismo ma anche la capacità di comunicare, qualche volta con lo sguardo, la gioia del fare musica insieme. Due bis, uno dedicato a una composizione giovanile di uno Schönberg più … morbido e l’altro a Brahms, con lo Scherzo della Sonata FAE, acronimo che sta per Frei Aber Finsam (libero ma solo) in onore dell’amico violinista Joseph Joachim.

Arnold SchönbergFantasia per violino e pianoforte op. 47
Richard StraussSonata per violino e pianoforte in mi maggiore op. 18
César FranckSonata per violino e pianoforte in la maggiore
  
ViolinoFrancesca Dego
PianoforteAlessandro Taverna

Grande serata di musica al Teatro Verdi: la “sorpresa” di un violoncellista vestito da rockstar!

Pochissime gioie, ultimamente a Trieste. Per fortuna ci sono il teatro e la musica, che ci preservano almeno un po’ da certi orrori…

Dopo la serata della settimana scorsa – che si è svolta in condizioni ambientali difficili -, l’attività del Verdi di Trieste è ripresa ieri con il secondo concerto della rassegna autunnale con la musica di Antonin Dvořák, Richard Strauss e Alexander von Zemlinsky. Si tratta di artisti nati in pieno Ottocento che si sono affacciati al secolo successivo declinando in modo personale l’arte della composizione prediligendo generi musicali diversi, tanto che fatico a trovare un fil rouge nel programma che non sia la parentela culturale tra i protagonisti, tutti di estrazione mitteleuropea.
Il concerto per violoncello e orchestra n.2 in si minore op.104 di Dvořák, una pagina musicale emozionante come poche, ha aperto la serata. Il brano prende spunti da quella autentica miniera che è la musica popolare, a cui hanno attinto moltissimi compositori di tutte le epoche.
Strutturato nei classici tre movimenti la pagina si caratterizza per il notevole equilibrio tra il solista e l’orchestra, quasi a contraddire lo schema del concerto romantico in cui l’orchestra è spesso quasi ancella del solista. Il suono caldo del violoncello sembra seguire l’andamento di un fiume carsico, che ogni tanto scompare per poi risorgere vigoroso e lussureggiante.
Mischa Maischy è stato protagonista di una splendida prestazione che, per quanto mi riguarda, è cominciata già dal look più da rockstar che da inamidato concertista. Il violoncello è sembrato quasi un prolungamento del corpo e dell’anima su cui avvinghiarsi, contorcersi e vibrare in unisono. Ne è uscita un’interpretazione viva, palpitante, rivelatrice dell’impegnativo brano del compositore ceco.
Ottima l’intesa col giovane direttore Nikolas Nägele il quale, con altrettanta passione, ha ottenuto un suono omogeneo ed equilibrato da un’Orchestra di Trieste più che mai in palla, in cui si sono distinti legni e fiati.
Grandioso (e meritato!) successo per Maischy, che ha generosamente concesso ben tre bis.
Dopo l’intervallo è stato Richard Strauss, colto in una famosa pagina giovanile, a emozionare il pubblico.
Il poema sinfonico giovanile Tod und Werklärung (Morte e trasfigurazione) è una specie di ideale ponte con il Tristan und Isolde di Wagner, soprattutto dal punto di vista concettuale. La morte vista non come atto finale e definitivo della vita bensì come mezzo per raggiungere una dimensione diversa. Una visione consolatoria? Forse, ma l’immortalità è propria degli artisti, che percepiscono scenari diversi dalla gente comune e la aiutano a vivere con la speranza che ci sia, comunque, un domani.
La musica di Strauss è sempre molto densa, anche quando a farla da padrone sono gli strumenti più delicati come i flauti, i clarinetti o i fagotti.
Nägele sceglie agogiche rilassate, che lasciano apprezzare il virtuosismo dei professori d’orchestra ma che al contempo mantengono tesa la narrazione grazie a un raffinato uso di dinamiche anche fortemente contrastate. Ne sortisce un’interpretazione convincente di un brano che prova a sciogliere con delicatezza uno dei drammatici nodi gordiani dell’esistenza.
Brillante anche in questo caso la prestazione dell’orchestra, capace di una trasparenza e nitidezza di suono che nella musica di Strauss è difficile da ottenere.
IL concerto si è chiuso con il Salmo 13 per coro e orchestra op24 di Alexander von Zemlinsky, che ci è sembrato molto adatto ai tempi (grami) che stiamo vivendo. Sdegno, paura, speranza, sono sentimenti che ci pervadono spesso e che sono espressi nei versi del salmo anche bruscamente. L’intervallo orchestrale contribuisce ad aumentare una tensione che poi si scioglie nel finale.
Ottima, in questo caso, la prestazione del Coro della Fondazione, preparato da Paolo Longo.
Alla fine il folto pubblico ha manifestato grande entusiasmo per la serata, applaudendo con convinzione e chiamando più volta al proscenio i protagonisti.

Antonin DvorákConcerto per violoncello e orchstra n.2 in si minore op.104
Richard StraussTod und Werklärung
Alexander von ZemlinskySalmo 13 per orchestra e coro op.24
  
DirettoreNikolas Nägele
VioloncelloMischa Maischy
Direttore del coroPaolo Longo
  
Orchestra del Teatro Verdi di Trieste



Un DVD che è testimonianza di uno spettacolo indimenticabile, in cui Asmik Grigorian entra di diritto tra le interpreti di riferimento di Salome. Splendida la regia di Romeo Castellucci.

Tra gli eventi più significativi del Festival di Salisburgo dell’anno scorso, spiccava senz’altro la Salome di Richard Strauss affidata alla regia di Romeo Castellucci. Lo spettacolo è stato valutato a suo tempo da Rossana Paliaga per OperaClick, che era presente in sala alla prima.
Questa recensione si riferisce, invece, alla registrazione distribuita dalla Unitel in formato DVD. Leggi il resto dell’articolo

Serata dedicata a Richard Strauss al Teatro Nuovo Giovanni da Udine: Robert Trevino e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai incantano.

Non credo che una pagina musicale o un compositore piacciano per caso, penso che dietro ci sia qualcosa, un percorso anche turbolento e spesso ignoto, una specie di fiume carsico di cui qua e là riaffiorano tracce dall’inconscio o comunque da un vissuto nascosto o dimenticato.

Per me la musica di Strauss è così, inquietante e un po’ misteriosa perché mi si propaga in territori che conosco poco oppure, forse, desidero non indagare troppo. Non vorrei che pensaste che mi stia dando delle arie da intellettualone, mi succede anche con Islands dei King Crimson o A love supreme di John Coltrane.
Però l’altra sera, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, era in programma un concerto di musiche di Richard Strauss e perciò di quelle sensazioni voglio scrivere.
La serata prevedeva, in apertura, gli splendidi Vier letzte Lieder (Quattro ultimi lieder) interpretati dal soprano Dorothea Röschmann assieme all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, guidata per l’occasione dal giovane direttore emergente Robert Trevino.
La pagina è un vero e proprio testamento musicale e, in questo senso, avrei preferito che fosse posta a conclusione del concerto, dopo l’adrenalinica Eine Alpensinfonie (Sinfonia delle Alpi). La diversa collocazione avrebbe risposto a un’intima esigenza, perché avrei ripercorso virtualmente un itinerario reale: quello delle mie escursioni in montagna, spesso faticose ed esposte alla variabilità delle condizioni atmosferiche. Uscite che mi costano sempre più fatica sia fisica sia psicologica perché, diciamolo dai, sto invecchiando. Poi, appunto, quando torno a casa, mi metto lì ad ascoltare qualcosa che rimpingui l’appagante svuotamento da fatica virtuosa e risanatrice del corpo e di quel po’ di anima che mi resta.
Dorothea Röschmann ha tutte le caratteristiche per cantare questi Lieder, ma nell’occasione le sono mancati un po’ di morbidezza e velluto vocale per rendere al meglio il fluire incessante delle note. Eccellente, invece, il fraseggio, il dire sempre eloquente accompagnato da una composta sobrietà di fondo da grande interprete.
Grandiosa la prestazione dell’orchestra guidata da Trevino che con gesto disinvolto e sicuro ha pennellato di colori malinconici, autunnali, una partitura che davvero sembra un quadro di Monet o Gauguin.
Per quanto riguarda la successiva Eine Alpensinfonie se possibile le cose sono andate ancora meglio. Non mi soffermo neanche sulla nota difficoltà esecutiva di una pagina che pretende un organico orchestrale impressionante, in cui le percussioni hanno un rilievo peculiare e che oltretutto necessita di corni, trombe e tromboni fuori scena. Voglio dire che basta un niente per servire un piatto indigesto, in cui i gusti non si distinguono confusi in un magma sonoro indistinto, quasi soffocante.
Robert Trevino, invece, è riuscito a lavorare di cesello anche in questo caso, calibrando, probabilmente durante le prime due tappe della breve tournée, un colore scuro, tempestoso e al contempo radioso degli archi gravi e un equilibrio perfetto tra le varie sezioni orchestrali. La macchina del vento, quella del tuono, i campanacci, il glockenspiel e l’organo hanno poi fatto il resto.
Tutti sanno che si tratta di musica descrittiva e qualche volta la definizione suona come una diminutio ma, in questo caso, si è imposta solo la bellezza: quella delle montagne e l’altra, delle vette del genio di Richard Strauss.
Successo pieno del concerto, ovazioni a non finire e Trevino che, giustamente, ha voluto dividere il trionfo con l’orchestra.

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Il senso della musica (e forse della vita).

Come credo sappiate, non amo troppo la retorica.
Ci sono occasioni però che meritano una certa enfasi e, se per sapere qualcosa degli esiti artistici del concerto al Festival di Lubiana vi dovete scomodare a leggere La Classica Nota, per capire qual è il senso più profondo della musica, di tutta la musica, vi basta guardare queste foto.

Un saluto a tutti.

Stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste: omaggio a Richard Strauss.

Mandy Fredrich

Prima della consueta recensione, questa volta meno scanzonata del solito, mi fa piacere ricordare che all’entrata del teatro Verdi, venerdì sera, ho incontrato una vecchia amica. O meglio, prima ho visto un gruppo di ragazzine e poi ho notato lei che le guidava all’interno come una chioccia segue i propri pulcini (smile). Ecco, a questa amica che resterà anonima e che si è scelta la professione dell’insegnamento – o ha seguito quella che è una vera e propria vocazione – voglio dedicare questo post.
Ovviamente anche lei è alterata (eufemismo) per il fatto che il nostro quotidiano, Il Piccolo, non pubblica più le recensioni degli spettacoli dal Verdi e non se ne fa una ragione perché in questo modo – sostiene – è venuta a mancare una fonte d’informazione e un’occasione di dibattito e approfondimento in classe. Il disappunto, nella fattispecie, è ancora maggiore perché con ogni probabilità questo concerto resterà l’unica manifestazione che il teatro dedicherà al compositore Richard Strauss nell’anniversario (il 150°) della nascita. Strauss, come tutti noi adulti sappiamo, è stato pesantemente coinvolto con il nazismo: insomma, qualche informazione su questo controverso artista avrebbe fatto comodo.
Ma evidentemente tutto ciò non interessa, sono implicazioni che non sfiorano neanche i vertici del nostro quotidiano.

A questo link troverete un po’ di belle foto del concerto.

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Recensione semiseria di Der Rosenkavalier al Maggio Musicale Fiorentino.

Der Rosenkavalier Primo violino

Trasferta piuttosto impegnativa, questa al Maggio Fiorentino per assistere a Der Rosenkavalier di Richard Strauss. Stare seduto tanto tempo – treno e teatro – sicuramente non è un toccasana per la mia schiena. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste.

Vista la situazione disperata in cui si trova questa piattaforma, mi sento di chiedere scusa ai lettori, purtroppo posso solo sperare che si torni alla normalità prima possibile.
Partitura Salome.

Ecco la recensione, nonostante tutto.

Questa Salome, che mancava da vent’anni da Trieste, si è risolta in una bella serata di teatro e sono felice di scriverlo dopo il controverso Samson et Dalila di un mese fa.
Il primo plauso va all’Orchestra del Verdi, davvero encomiabile per la bellissima prestazione sfoderata alla prima.
Ovviamente il direttore Stefan Anton Reck è pure lui sugli scudi, perché è riuscito a cogliere gran parte delle innumerevoli suggestioni della ricchissima partitura, scegliendo una via interpretativa che potrei definire espressionistica, tesa a sottolineare i grandi contrasti tra i leitmotive che individuano i personaggi.
Una lettura scabra e drammatica allo stesso tempo, che forse non è sensuale come dovrebbe, ma che ha il merito di apparire lontana da manierismi e edonismi stucchevoli.
Di questa direzione asciutta e tesa beneficiano in particolare la scena della danza dei sette veli, sottratta per fortuna a ispirazioni voyeuristiche, e la forsennata disputa religiosa tra gli ebrei, che se ne giova in modo particolare.
Episodicamente le sonorità sono parse eccessive ma senza che si sconfini nel clangore orchestrale fine a se stesso.
Molto ben riuscito anche l’agghiacciante finale a coronamento di una prestazione di rilievo, voglio ribadirlo, dell’Orchestra del Verdi.
Salome 1
L’allestimento di Gabriele Lavia, che avevo già visto l’anno scorso a Bologna, è un felice mix di tradizione rivisitata con intelligenza e buon gusto e sperimentazione consapevole, rispettosa della musica del compositore.
Certo, non mancano alcune contraddizioni. Per esempio se si decide di non mostrare, per evitare trucidi effetti grandguignoleschi, la scena del bacio alla testa di Jochanaan (peraltro descritta con dovizia di particolari da Wilde) sarebbe stato più logico non tenere mezz’ora in scena il cadavere decapitato del povero santo. Ma forse la scelta era meditata e la decisione dovuta alla volontà di rendere più efficace il finale, quando dal palcoscenico esce un enorme testone sul quale Salome si abbagascia sordidamente (strasmile).
Decisamente comico invece, e spero che si trovi una soluzione, l’escamotage scelto per far sentire la voce dell’invisibile Jochanaan nella cisterna: l’artista cantava da fuori scena ma, ahimè, si vedeva benissimo dalla platea mentre cercava di nascondersi dietro le quinte!
Anche la mannaia che scende dall’alto è un po’ingenuotta così come la trovata della lente gigante che amplifica l’attenzione del pubblico durante una castissima Danza dei Sette Veli.
Le idee di Lavia sono realizzate molto bene dal suo team.
Salome 2
Le scene di Alessandro Camera sono improntate al minimalismo ma non alla sciatteria e sono essenziali ed efficaci, anche grazie al bellissimo impianto luci di Daniele Naldi. Belli pure i costumi di Andrea Viotti e di routine la coreografia di Luciano Pasini, portata a termine con diligenza da Alessia Passari.
Dal punto di vista vocale il migliore, artefice di una prestazione di rilievo assoluto, è stato Robert Brubaker.
Il tenore è perfettamente padrone del declamato attraverso il quale si esprime il Tetrarca, la voce è squillante e passa bene il muro di suono dell’orchestra. Inoltre l’artista rende benissimo, anche con la recitazione, il carattere nevrotico ed equivoco del personaggio. Davvero molto bravo.
Non mi ha convinto per niente invece l’agitato Thomas Gazheli, che era nei panni di Jochanaan.
Voce anonima, grossa ma non penetrante, forzata e spesso “impiccata” in acuto. Soprattutto è mancata la caratterizzazione del personaggio, che non aveva quella solennità e quel carisma che si addicono a una figura così imponente.
Completamente spaesato anche Michael Heim, che non ha lasciato traccia alcuna col suo insipido Narraboth, tra l’altro cantato con una voce piccola e aguzza, poco gradevole.
Sufficiente Marta Moretto, una Herodias corretta localmente e scevra da eccessi di temperamento, sempre possibili (e temuti) in questa parte.
Su come debba essere l’interprete di Salome ci si potrebbe dilungare molto.
Ricordo a questo proposito che Strauss stesso ne parlò come di “un’adolescente con la voce di Isotta”, frase che suona più come una provocazione che altro, poiché un simile connubio pare irrealizzabile.
Sarebbe necessario, questo sì, trovare un equilibrio tra la perversione morbosa e l’irrazionalità capricciosa insita nel personaggio e Ingela Brimberg ha raggiunto, in questo senso, un buon compromesso almeno dal punto di vista delle intenzioni interpretative e attoriali.
Purtroppo però la voce non ha sempre sorretto il soprano nei suoi propositi, tanto da costringerla ogni tanto a rifugiarsi nel parlato. La voce infatti è di discreto volume, ma l’ottava bassa risuona opaca e poco sonora.
Meglio nel registro centrale, corposo e abbondantemente esibito, mentre i numerosi acuti della parte sono parsi qualche volta non a fuoco, pure nell’ambito di una prestazione complessivamente discreta.
Va detto però che nel lungo e terribile monologo finale l’artista è stata convincente e che il personaggio di Salome si ammanta di tutta la sua grandiosa, perversa e tragica follia pur mantenendo un’ombra di adolescenziale incoscienza.
Insomma, la cantante emoziona e bisogna dargliene atto.
Salome 3
La lista dei coprotagonisti è sterminata, ma credo che tutti meritino almeno la citazione perché hanno contribuito in modo essenziale alla riuscita dello spettacolo, perciò eccoli qui: Elena Traversi (Ein page der Herodias), Federico Lepre, Alessandro De Angelis, Davide Cicchetti, Pablo Karaman, Nicolò Ceriani (Funf Juden), Giuliano Pelizon e Francesco Pacorini (Zwei Nazarener), Alessandro Svab e Giuliano Pelizon (Zwei Soldaten), Federico Benetti (Ein Cappadocier) e, per finire, Dax Velenich (Ein Sklave).
Salomè
Rilevo che non c’erano i consueti sottotitoli, e quindi suppongo che parte del pubblico non abbia potuto apprezzare in pieno questo lavoro straordinario di Richard Strauss: spero che nelle repliche l’inconveniente sia risolto.
Lo spettacolo ha avuto un successo calorosissimo e, a mio parere, meritato. Grandi ovazioni per Brubaker, la Brimberg e il direttore Reck, che ha rischiato di finire nella buca dell’orchestra preso dall’entusiasmo (smile). Festeggiatissimo anche il regista Gabriele Lavia, apprezzato anche a Trieste per la sua attività di prosa.
Alla prossima, se Splinder non collassa definitivamente.
 
 
 

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione e breve divagazione iniziale.

Ogni tanto, senza particolari ansie da prestazione, do un’occhiata alle statistiche del blog e da qualche giorno ho notato una notevole flessione del numero di visite.

Siccome la questione m’interessa sino a un certo punto-scrivo da solo, quando ho voglia e/o tempo e l’argomento musica lirica non è poi così popolare- non ne faccio un dramma, però mi sono incuriosito e così ho scoperto che questa piattaforma che si noma Splinder ha litigato (non chiedetemi di spiegarlo in termini tecnici, grazie) con Sua Maestà Google e quindi i post sono meno “visibili”.
Me ne farò una ragione. Per certo non implementerò una chat nel blog per aumentare a dismisura le visite, come mi fu suggerito un paio di anni fa. Mi manca solo di dover stare attento a ciò che si dice in una chat, non luogo dove notoriamente l’internauta offre il peggio di se stesso!
Intanto ieri, presso il Ridotto del Verdi, il grande Franco Serpa ha tenuto una magnifica prolusione alla Salome che esordirà sabato nel teatro triestino.
Il Professor Serpa ha molte qualità ma le sue conferenze colpiscono soprattutto perché sono rigorose dal punto di vista culturale e allo stesso tempo divulgative pur conservando un tono scabro e asciutto, senza concessioni alla vulgata nazionalpopolare che trionfa ovunque.
Sala piena come non succedeva da tempo, bisogna dirlo.
Ho imparato molte cose, a cominciare proprio dal nome Sálome che si pronuncia così in tedesco e in inglese, mentre in francese e italiano dovrebbe suonare come Salomé e sarebbe pure più corretto rispetto alle origini greche e latine del nome.
Ho scoperto che Giovanni il Battista (Jochanaan) è l’unico Santo di cui la Chiesa celebra la nascita e non la morte o il martirio.
E poi mi sono rinfrescato la memoria sulle vicende della famiglia degli Erode, che sono davvero inquietanti.
Erode il Grande, quello della strage degli innocenti, ne è il capostipite ma anche la discendenza perlopiù incestuosa, tra cui appunto Erode Antipa che compare nell’opera di Strauss, brilla per ferocia.
E in questo senso non scherza neppure la donna di casa, Herodias.
Insomma Salome, la nostra fanciullina tutto pepe, non è vissuta certo in un ambiente familiare rassicurante, chiaro che poi quando ne ha la possibilità se ne esce con richieste stravaganti tipo “voglio baciare la testa di un Santo morto”, no (strasmile)?
Inoltre, nel finale dell’opera di Strauss Salome è uccisa dagli uomini di Erode, mentre sembra che in realtà non sia andata così e che la ragazzina si sia poi sposata un paio di volte e abbia avuto anche numerosi figli.
Chissà se ha avuto anche figlie? No, perché sono sicuro che Daland trarrebbe conforto dal sapere che le discendenti di colei che “superava per lascivia tutte le prostitute” sono tra noi (strasmile).
Oggi una recita di Salome non porta certo turbamenti nel pubblico, come avvenne ai tempi del debutto (1905) quando l’opera destò scandalo, peraltro annunciato, al Metropolitan di New York e addirittura proibita a Vienna.
Questo lavoro di Strauss mi ha sempre colpito per una circostanza, che sono felice aver ritrovata evidenziata nel libretto di sala dallo stesso Serpa: le passioni amorose, per quanto malate, non sono mai ricambiate.
Narraboth ama Salome, Erode brama la figliastra Salome, Salome stessa desidera Jochanaan. Tutti s’infilano in un vicolo cieco, in un labirinto dei sensi dai quali non escono.
L’unica a uscire trionfatrice è la musica di Strauss.

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione semiseria e carnascialesca.

Siccome di Salome (la storia di una quasi coppia di fatto di nuovi mostri, strasmile) ho già scritto molto l’anno scorso, quando vidi l’opera di Strauss prima a Bologna– tra l’altro l’allestimento è lo stesso delle recite triestine, trattandosi di una coproduzione- e poi a Firenze, ho pensato di dare un taglio diverso dal solito ai post di presentazione, prendetelo come uno scherzo di Carnevale ok?

Per questa prima puntata mi sono ispirato a un articolo di Loredana Lipperini che si trovava nel libretto di sala a Firenze.
Uno sguardo trasversale, quindi, che indaga la figura e la storia di Salome da alcuni tra i tanti punti di vista non strettamente operistici.
Ecco allora alcune immagini di Auprey Beardsley che accompagnarono la pubblicazione del lavoro di Oscar Wilde, nel 1893.

Salome e Jochanaan:
Salome3
La danza dei sette veli:
salome2
Il bacio di Salome a Jochanaan:

salome1
Ovviamente anche il cinema e la televisione, killer conclamati del teatro d’opera,  si sono appropriati della vicenda di Salome ed ecco un paio di esempi.

La danza dei sette veli di Alla Nazimova nel film del 1923 diretto da Charles Bryant:

 

 Il bacio di Maria Kouba a Jochanaan nel film per la televisione del 1960:
 

Non possono mancare i mattatori a vario titolo, come l’incredibile Carmelo Bene nel suo film Salome:

La non meno incredibile e fantasmagorica versione di Ken Russell:

E per finire e tornare più propriamente alla lirica, la straordinaria Montserrat Caballé nel 1957, quando debuttò la parte di Salome a Basilea all'età di 23 anni.

Insomma, ho scritto un post che non leggerà nessuno, me ne rendo conto. Ci vuole troppo tempo per tutta 'sta roba.
Intanto buona settimana a tutti, in attesa della prolusione di Franco Serpa che si svolgerà dopodomani (mercoledì) alle ore 18.

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