Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Work in progress.

Come potete immaginare, il trasferimento da Splinder a WordPress mi ha creato qualche piccolo problema. La nuova piattaforma ha potenzialità davvero rilevanti e ne sto scoprendo ogni giorno di nuove.
Ora, direte voi, ma chissenefrega! E non avrei nulla da eccepire.
Peraltro è mia intenzione, man mano che rendo questo posto più vivibile e accogliente, rendervene conto.
Ho appena bloccato i commenti alla pagina Chi sono, molto in breve e contemporaneamente vi ho aggiunto una mia foto, non certo per vanità, ma perché vorrei che fosse ulteriormente chiaro che di quello che scrivo qui, firmando con nome e cognome, mi assumo ogni responsabilità.
Inoltre ho implementato nella testata del blog una magnifica immagine, che scattai io me medesimo qualche anno fa in teatro, sfidando l’ira funestra di arcigne maschere del teatro.
Chi indovina da quale spettacolo è stata tratta e in quale teatro?
Sulla colonna di destra ci sono tre foto dal mio account su Flickr, nel quale metto a disposizione di tutti immagini che quasi sempre riguardano cantanti o spettacoli: alcune sono pure ben riuscite e potete usarle tranquillamente se vi interessano, magari citando la fonte.
Il nuovo blog ha avuto un successo inaspettato, davvero, e nel giorno della recensione dell’Anna Bolena a Vienna ho avuto oltre 300 visite, che sono un’enormità per un blog neonato.
Vi prometto a breve altri sonori vagiti (strasmile).

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione e breve divagazione iniziale.

Ogni tanto, senza particolari ansie da prestazione, do un’occhiata alle statistiche del blog e da qualche giorno ho notato una notevole flessione del numero di visite.

Siccome la questione m’interessa sino a un certo punto-scrivo da solo, quando ho voglia e/o tempo e l’argomento musica lirica non è poi così popolare- non ne faccio un dramma, però mi sono incuriosito e così ho scoperto che questa piattaforma che si noma Splinder ha litigato (non chiedetemi di spiegarlo in termini tecnici, grazie) con Sua Maestà Google e quindi i post sono meno “visibili”.
Me ne farò una ragione. Per certo non implementerò una chat nel blog per aumentare a dismisura le visite, come mi fu suggerito un paio di anni fa. Mi manca solo di dover stare attento a ciò che si dice in una chat, non luogo dove notoriamente l’internauta offre il peggio di se stesso!
Intanto ieri, presso il Ridotto del Verdi, il grande Franco Serpa ha tenuto una magnifica prolusione alla Salome che esordirà sabato nel teatro triestino.
Il Professor Serpa ha molte qualità ma le sue conferenze colpiscono soprattutto perché sono rigorose dal punto di vista culturale e allo stesso tempo divulgative pur conservando un tono scabro e asciutto, senza concessioni alla vulgata nazionalpopolare che trionfa ovunque.
Sala piena come non succedeva da tempo, bisogna dirlo.
Ho imparato molte cose, a cominciare proprio dal nome Sálome che si pronuncia così in tedesco e in inglese, mentre in francese e italiano dovrebbe suonare come Salomé e sarebbe pure più corretto rispetto alle origini greche e latine del nome.
Ho scoperto che Giovanni il Battista (Jochanaan) è l’unico Santo di cui la Chiesa celebra la nascita e non la morte o il martirio.
E poi mi sono rinfrescato la memoria sulle vicende della famiglia degli Erode, che sono davvero inquietanti.
Erode il Grande, quello della strage degli innocenti, ne è il capostipite ma anche la discendenza perlopiù incestuosa, tra cui appunto Erode Antipa che compare nell’opera di Strauss, brilla per ferocia.
E in questo senso non scherza neppure la donna di casa, Herodias.
Insomma Salome, la nostra fanciullina tutto pepe, non è vissuta certo in un ambiente familiare rassicurante, chiaro che poi quando ne ha la possibilità se ne esce con richieste stravaganti tipo “voglio baciare la testa di un Santo morto”, no (strasmile)?
Inoltre, nel finale dell’opera di Strauss Salome è uccisa dagli uomini di Erode, mentre sembra che in realtà non sia andata così e che la ragazzina si sia poi sposata un paio di volte e abbia avuto anche numerosi figli.
Chissà se ha avuto anche figlie? No, perché sono sicuro che Daland trarrebbe conforto dal sapere che le discendenti di colei che “superava per lascivia tutte le prostitute” sono tra noi (strasmile).
Oggi una recita di Salome non porta certo turbamenti nel pubblico, come avvenne ai tempi del debutto (1905) quando l’opera destò scandalo, peraltro annunciato, al Metropolitan di New York e addirittura proibita a Vienna.
Questo lavoro di Strauss mi ha sempre colpito per una circostanza, che sono felice aver ritrovata evidenziata nel libretto di sala dallo stesso Serpa: le passioni amorose, per quanto malate, non sono mai ricambiate.
Narraboth ama Salome, Erode brama la figliastra Salome, Salome stessa desidera Jochanaan. Tutti s’infilano in un vicolo cieco, in un labirinto dei sensi dai quali non escono.
L’unica a uscire trionfatrice è la musica di Strauss.

Auguri semiseri e regalo serissimo.

Ci risiamo, presto è di nuovo Natale e come da recente consuetudine,

ho fatto il mio personalissimo albero.
Un albero, quest'anno, più piccolino degli anni scorsi, perché per questioni logistiche diciamo così, ho limitato le mie trasferte teatrali.

Albero Natale 2010

Insomma, bisogna accontentarsi!
E quindi auguri a tutti coloro che passano di qui per piacevole abitudine e a quelli che passano per caso , perché è grazie a tutti voi che se digitando recensione walküre scala su google (solo per fare un esempio) i miei post compaiono ai primi posti, circostanza che mina la stabilità molecolare della bile di molti (strasmile).
Soprattutto auguri a chi, passando da queste parti, s'indigna perché da questi pulpiti si osa parlare di lirica senza essere serioso e catacombale nei toni e catastrofista nei contenuti.
Anzi, a quest'ultima categoria, i miei auguri più sentiti.
Direi quindi che anche quest'anno vi meritate un regalo e per la polemica popolazione melomane ho pensato a qualcosa di trasversale, che mette d'accordo tutti: una selezione di duetti tra Maria Callas e Giuseppe Di Stefano.
Auguri a tutti!

SCARICATELA DA QUI!

Questa la tracklist:

LUCIA DI LAMMERMOOR
Berlin 29th Sep 1955

I PURITANI
Mexico City 29th May 1952

RIGOLETTO
Mexico City 17th June 1952

LA TRAVIATA
Mexico City 3rd June 1952

UN BALLO IN MASCHERA
La Scala 7th December 1957

TOSCA
Mexico City 28th June 1952

Variazioni sul tema.

Prima d'affrontare l'ultimo atto della Walküre, una piccola divagazione.

Chiacchiere lette.
Il calembour viene facile, perché il ricordo, o meglio l’attualità delle conversazioni sul blog di Ghismunda suggerisce proprio il paragone con le conversazioni tra amici.
Il libro come leit motiv, visto che in questi giorni si parla di Wagner, potrebbe essere un buon sottotitolo per queste Letture chiacchierate.
Copertina
Nelle recensioni di Ghismunda compaiono, sempre per restare in tema musicale, molte variazioni: sotto forma di riflessioni, cortocircuiti, suggestioni.
Nei suoi scritti ha la capacità di sottolineare il particolare e ampliarlo, ingrandirlo, senza che la circolarità della visione d’insieme ne risenta.
Cosa rara.
Il libro come pretesto per affrontare la realtà ma anche per sospenderla.
Perché l’Arte ha questa straordinaria capacità di rinnovarsi e rinnovarci, in qualche modo.
Negli articoli di Ghismunda c’è sempre tensione narrativa, quasi fossero più che recensioni dei piccoli racconti ed è proprio questa la circostanza che colpisce chi legge il libro.
Forse, inconsciamente, Ghismunda voleva scrivere questo volume dal giorno in cui ha pubblicato il primo post nell’ormai lontano 2004.
In Letture chiacchierate coabitano senza litigi in una biblioteca virtuale molti dei protagonisti della letteratura di ogni tempo, contemporanei compresi.
Mi piace segnalare, per ovvi motivi campanilistici ma anche perché a mio parere meriterebbero una virtuosa visibilità ancora maggiore, le recensioni dei libri di Italo Svevo, di Claudio Magris, di Boris Pahor.
Insomma, se siete nelle consuete ambasce per la scelta dei regali natalizi, pensateci.
Il libro è uscito da poco e purtroppo sul sito della casa editrice (EraNuova) non ho trovato ancora indicazioni, confido che intervenga Ghismunda stessa a darci qualche “dritta”.
Buon fine settimana a tutti.
 

I’m in a Bayreuth state of mind.

I numeri parlano chiaro.

In soli 5 giorni circa 1200 visite a questo blog e 2.500 pagine lette, un rapporto uno a due che indica che non sono visite casuali, ma chi passa preme poi quel continua a leggere che consente di andare avanti sino alla fine del post.
Sono numeri che indicano interesse per l’argomento Wagner, che sarà pure di nicchia, ma evidentemente riesce a calamitare la curiosità di molti appassionati.

Inoltre, e anche questo mi pare un dato da rimarcare, ben l’otto per cento delle chiavi di ricerca sono una combinazione delle parole Kaufmann e Lohengrin, segno che la lirica ha bisogno anche di “divi”, di Artisti che siano popolari oltre che per le loro qualità intrinseche, anche per impatto mediatico e carisma.
Ovviamente sono contento che le mie recensioni strampalate abbiano un tale successo (il ranking di questo povero blog è pari a quello di pretenziosissimi luoghi mediatici, che si vendono come fabbriche di cultura eccelsa), ma al di là degli sbrodolamenti autoreferenziali, m’interessa sapere che la musica lirica fa discutere, coinvolge, entusiasma.
Ed è una buona notizia.
Stasera la recensione del Siegfried, per piacere mio e per continuare a parlare della musica che ci piace.
 
 

Recensione semiseria di Madama Butterfly al Teatro Verdi di Trieste.

Questa Madama Butterfly al Verdi di Trieste è arrivata, come credo ormai tutti sappiate, in un momentaccio per la musica lirica in Italia.

Partitura Madama Butterfly
Alla prima un rappresentante sindacale ha letto un comunicato mentre alle sue spalle, sul palcoscenico, erano schierati Coro e Orchestra. Poi la decisione di scioperare oggi per la pomeridiana domenicale. Iniziative simili a Firenze, Bologna, Torino e Milano, ma credo che saranno coinvolte altre fondazioni nei prossimi giorni.
Senza entrare direttamente nella questione, ci tengo a dire che appoggio in pieno la protesta e che i lavoratori dei teatri hanno la mia solidarietà.
Ma veniamo alle cose semiserie.
Mentre me ne stavo nascosto dietro a una colonna del foyer triestino (non sono propriamente uno che vuole apparire…), mi sono sentito chiedere: Lei è Paolo Bullo?– da una bella ragazza. Ora, siccome sono brutto, vecchio, sporco e cattivo, ho pensato a qualche denuncia o a qualcuno che mi voleva picchiare.
Timoroso ho risposto e ho scoperto, pensate un po’, che la gentile ragazza è una mia appassionata lettrice e che voleva farmi i complimenti per il blog, che sostiene di leggere prima delle opere ad esempio, per poterle digerire meglio.
Non c’è nulla da fare, ormai sono una specie di medicina, l’Amaro Giuliani della lirica (strasmile, già so che qualcuno scriverà che più che altro sono un confettone Falqui).
Insomma, ciao e grazie, spero che tu legga anche questo post.
L’allestimento di Giulio Ciabatti ha il pregio di essere tradizionale sì ma tutt’altro che polveroso, nonostante abbia già 4-5 anni almeno. Il regista ha lavorato bene sui cantanti e i risultati si vedono nella recitazione partecipe ed appropriata di tutta la compagnia.
Le scene sono piuttosto scarne ma non certo sciatte, anzi appaiono eleganti nella loro semplicità, un gran plauso all’ottimo Pier Paolo Bisleri che le ha ideate. Belli anche i costumi di Chiara Barrichello, sgargianti ma non volgari e ottimo l’impianto luci di Iuraj Saleri.
Lo spettacolo funziona e ci sono almeno un paio di momenti assai suggestivi, come per esempio l’inizio dell’opera, in cui Cio-Cio-San compare all’improvviso, tra il corteo dei parenti, e la prima scena del secondo atto, nella quale la presenza di Butterfly in un ambiente quasi privo di oggetti (solo qualche ricordo di Pinkerton ormai lontano) ne sottolinea l’isolamento anche mentale.Foto06
Veniamo ai protagonisti, a cominciare da Svetla Vassileva che è stata abbastanza altalenante nel primo atto dal punto di vista vocale, specialmente negli acuti un po’ gridati. Molto meglio nei due atti successivi, che l’hanno vista ricevere applausi a scena aperta dopo la famosa Un bel dì vedremo.
Ottima la scelta d’interpretare una Butterfly mai leziosa e manierata, privilegiando già dall’inizio l'accento drammatico, confacente alla figura di una donna giovanissima ma matura e conscia quasi della tragedia che l’aspetta. Il soprano ha fatto uscire anche il lato orgoglioso di Cio-Cio-San, che rifiuta sdegnosamente ma mantenendo una grande dignità gli aiuti finanziari (interessati, ovviamente) del ricco Yamadori.
E poi, niente scenate da vaiassa che ormai non sono più accettabili al pari di eccessivi bamboleggiamenti.
Roberto De Biasio ha una voce bella e calda ma tende a forzare qualche acuto, che risulta schiacciato. Molto ben riuscito l’attacco (tutt’altro che facile) del duettone del primo atto. Ottima la dizione e appropriata anche la recitazione, indubbiamente il suo Pinkerton è seducente e un po’gaglioffo com’è giusto che sia. Bravo anche nel finale, in cui ha cantato un bel Addio fiorito asil. Mi è sembrato che il regista abbia voluto recuperare, nella figura di Pinkerton, qualche atteggiamento tipico dello yankee imperialista (peraltro già presente nel libretto e ancor di più nel dramma originale di Belasco).
Paolo Rumetz ha centrato l’interpretazione di Sharpless, personaggio ambiguo: distaccato e un po’ cinico all’inizio e partecipe della tragedia umana di Butterfly alla fine. Anche il baritono triestino ha mostrato qualche piccola difficoltà negli acuti, ma la sua prestazione è da considerare più che discreta.
Cinzia De Mola è stata una Suzuky di buon livello, per canto e recitazione. Bello il “duetto dei fiori” con il soprano e presenza scenica adeguata.
Il perfido e viscido Goro è stato interpretato da Gianluca Bocchino, che mi è sembrato centrare la parte dal punto di vista attoriale ma un po’evanescente dal lato vocale.
I comprimari hanno svolto bene il loro compito: altero e impetuoso Alessandro Svab (Zio Bonzo), dignitoso e non macchiettistico Giuliano Pelizon (Yamadori e Commissario Imperiale), solido Giovanni Palumbo (Ufficiale del Registro). Pur impegnata in una piccola parte, mi sento di spendere una parola in più per il mezzosoprano Silvia Verzier, che ha caratterizzato una Kate molto incisiva anche nella recitazione.
Bene, come è ormai prassi, il Coro, preparato per l’occasione da Alberto Macrì.
Prestazione molto buona dell’Orchestra del Verdi di Trieste, guidata dal direttore Lorenzo Fratini che ha optato per una concertazione attentissima alle esigenze dei cantanti ma allo stesso tempo mirata a rendere senza inutile enfasi i colori accesi della partitura. Di questa sobrietà interpretativa hanno beneficiato i momenti di canto di conversazione, cifra caratteristica assieme alle grandi aperture melodiche della musica di Puccini.
Grande successo di pubblico, teatro pressoché esaurito, trionfo per Svetla Vassileva e Roberto De Biasio e ottimo successo per tutta la compagnia di canto.
Purtroppo, se la linea del governo è quella del decreto ministeriale, queste belle serate a teatro resteranno solo un bel ricordo. Un fil di fumo, appunto.
Buona settimana a tutti.
 

La prima metà del 900: tempo di bilanci e spigolature varie.

Un paio di mesi fa, del tutto inaspettatamente, mi è arrivato a casa un pacchetto.

Già leggere il mittente, Gianni Gori, mi ha un po’confuso.

Che c’entravo io, imbrattacarte virtuale, con una persona così nota e colta, un intellettuale vero? Tra l’altro uno dei pochissimi triestini che vedo in giro per teatri, e pochissimi è davvero un eufemismo perché per contarli bastano e avanzano le dita di un…monco.
Oddio ho esagerato con le mie idiozie semiserie– ho pensato- e mi sono beccato una denuncia!
Ed invece no, tutt’altro. Era un cadeau. Il gentilissimo Dott.Gori, che si dichiara in una lettera d’accompagnamento fedele lettore di questo blog (ognuno ha le sue perversioni, che ci volete fare, strasmile), mi ha mandato una copia di “20 opere liriche da salvare dal diluvio (ed altro)” a cura di Giorgio Venturi, che potete forse trovare ancora disponibile qui.
Il libro illustra i risultati di un sondaggio, cominciato nel 1956 e ribadito nel 2009.
Il tema è le opere liriche della prima metà del 900 da salvare, come si capisce dal titolo, e a questo divertissement hanno partecipato una pletora di critici musicali italiani e musicologi del passato e del presente. Nomi notissimi e prestigiosi, da Massimo Mila a Gori stesso, da Franco Abbiati a Angelo Foletto, passando per Fedele D’Amico e Roman Vlad, ad Alberto Arbasino e davvero tanti altri. Il Gotha dell’intellighenzia musicale italiana.
Il sondaggio iniziò, pensate un po’, sul settimanale il “Tempo” e fu curato da Guido Gatti, a riprova che quando io sostengo che una volta l’opera lirica non era quell’attività per carbonari che è diventata oggi, non dico una delle mie solite stronzate. Voglio dire che c’era una stampa, non necessariamente specialistica e a diffusione nazionale che si occupava seriamente di musica e di teatro.
Those were the days! O tempora o mores! Mi fermo qui perché giusto un po’ di latino e d’inglese conosco, ché per il resto è peggio che andar di notte (smile).
Spesso le scelte dei partecipanti si limitano ai soli titoli delle opere, ma alcuni critici esprimono pure una motivazione e lo fanno nel loro stile: c’è chi è sarcastico, chi è dissacrante, chi è noioso, chi se la tira. Grandioso Quirino Principe, che sostanzialmente motiva le sue opzioni scrivendo una specie di poema, e chi ha assistito almeno una volta alle sue conferenze o prolusioni non può che ritrovarne l’umorismo intelligente e l’estroversione dell’uomo di spettacolo.
Molto indegnamente anch’io da questi pulpiti partecipo a questo gioco e spiego quali sono i miei criteri di scelta e anche di esclusione.
Beh, intanto, sembrerà strano che lo puntualizzi ma non è così, devo conoscere l’opera, ché nella prima metà del 900 l’ispirazione dei compositori ha prodotto tanti capolavori e non tutti mi sono noti.
E poi il lavoro mi deve divertire e non essere un palliativo per temperare l’esibizionismo del mio ego, che mi farebbe scrivere che l’opera più bella è Die Gezeichneten  di Franz Schreker (appena allestita al Massimo di Palermo) ma di cui a stento so scrivere il titolo e basta.
Quindi comincio, non per snobismo, con l’escludere il lavoro che si è confermato in entrambi i sondaggio come il più gettonato, e cioè il Pelléas et Mélisande di Debussy. Perché, direte voi (ma anche no)? Perché lo ritengo di una noia mortale e nonostante mi renda conto che potrei essere lapidato per questa mia affermazione, resta il fatto che è più forte di me, non ce la faccio ad arrivare alla fine quasi mai.
E questo senza metterne in dubbio la qualità e la straordinaria carica innovativa, che sia chiaro.
Insomma nella mia classifica compariranno titoli che ascolto spesso per piacere o che mi sono ricordati quasi quotidianamente nella vita di ogni giorno, magari colti nell’espressione di un viso, o nella suggestione di un sapore o di una sensazione inspiegabile. Come per i libri che sono nel box qui a sinistra del blog, questi titoli vivono e lavorano dentro di me, anche quando non ci penso, o mi sorprendono mentre sono affaccendato in altre cose, facendo capolino all’improvviso.
Sulla Lulu di Alban Berg, in questi giorni alla Scala di Milano, ecco qui l'opinione della Voce del Loggione e qui quella di Daland.
Le prime tre opere sono in ordine di preferenza, le altre alla rinfusa, tutte al quarto posto.
 

  1. Elektra di Richard Strauss
  2. Salome di Richard Strauss
  3. Wozzeck di Alban Berg
  4. Peter Grimes di Benjamin Britten
  5. The Rake’s Progress di Igor Stravinskij
  6. Lulu di Alban Berg
  7. The turn of the screw di Benjamin Britten
  8. La rondine di Giacomo Puccini
  9. Kat’a Kabanova di Leóš Janáček
  10. Die Frau ohne Schatten di Richard Strauss
  11. Pierrot lunaire di Arnold Schönberg
  12. L’enfant et les sortileges di Maurice Ravel
  13. Rusalka di Antonín Dvořák
  14. Il castello di Barbablù di Bela Bartók
  15. Don Quichotte di Jules Massenet
  16. Il tabarro di Giacomo Puccini
  17. Der Rosenkavalier di Richard Strauss
  18. Die lustige Witwe di Franz Lehár
  19. L’amore delle tre melarance di Sergej Prokof’ev
  20. Ariadne auf Naxos di Richard Strauss

 
Certamente qualche rinuncia sanguinosa ho dovuto farla, ma se devono essere venti titoli, che siano venti.
Il libro contiene anche una deliziosa appendice nella quale, tra un intervento dello stesso Giorgio Venturi e un ricordo di Gianandrea Gavazzeni, spicca un brillantissimo racconto di Gianni Gori, che conferma la leggerezza della sua scrittura e l’intelligenza dell’ispirazione anche in quelle poche pagine.
Non mancano, ovviamente, commenti alle scelte dei singoli e considerazioni generali assai appetitose.

In chiusura segnalo l’iniziativa della Zecchini Editore, che coinvolge proprio il romanzo (non mi stancherò mai di ripeterlo, bellissimo, Brünnhilde a Trieste).

Buon fine settimana a tutti.
 

Recensione semiseria del Tannhäuser al Teatro Verdi di Trieste. I dolori di un giovane (?) critico.

Insomma, dopo qualcosa come 44 anni (!) il Tannhäuser è tornato a Trieste. È una notizia positiva che va a tutto merito dello staff dirigenziale del Teatro Verdi, però ci sono un paio di considerazioni serie da fare, prima di quelle semiserie.
Partitura Tannhäuser

Intanto, almeno per il momento, l’opera di Wagner è tornata sì, ma per pochi: posti in platea liberi a iosa e palchi poco più che deserti.
Poi, e questo è un argomento che Angelo Foletto ha già sfiorato di sguincio sulla Voce del Loggione, i media tradizionali, parlo in questo caso del quotidiano locale, Il Piccolo, si è limitato a una breve cronaca della serata, poco più della classica “notizia in breve”. Ovviamente non c’entra nulla l’estensore dell’articolo, il collega Claudio Gherbitz, che evidentemente deve restare in un certo numero di battute per ordine di scuderia.
Ora, a me la scuderia evoca animali nobilissimi, i cavalli.
Nella fattispecie mi pare che si possa parlare di asini, perché è inutile pontificare sulla cultura di qua (e di là), su (e giù) e poi non consentire che si possa scrivere una cronaca esaustiva di una serata dedicata all’opera lirica perché magari bisogna dare spazio ad argomenti che godono già di una copertura mediatica imponente.
Spezzo una lancia pro domo mea, quindi, e la spezzo anche in favore di tutti quegli organi d’informazione che si trovano in Rete e che, verrà il giorno, non saranno più considerati  con sufficienza“alternativi”, intendendo più che altro semiclandestini e amatoriali, da reputare con un sorrisino di benevolenza pelosa.

Bene.
Ora, io so che è difficile da credere, però fidatevi di questo povero criticastro musicale: il protagonista di questo Tannhäuser triestino, il tenore Scott Mac Allister, è stato molto più bravo dei suoi colleghi che si sono esibiti a Roma, Torino e a Milano nei mesi scorsi. E non di poco.
Ho già scritto che la parte è difficilissima nel post precedente, quindi il contributo del tenore alla buona riuscita dell’opera è fondamentale più che mai. Ebbene, pur senza fare miracoli, ché quelli li lasciamo volentieri ai Santi, parliamo di questo fante statunitense.Trio

Forse perché Mac Allister può vantare una lunga frequentazione del ruolo, forse perché a Trieste non si sente la pressione del pubblico pronto a farti buuu e farti passare il singhiozzo (I loggionisti fanno buh, come ricorderete, è un evergreen, strasmile) il tenore ha cantato bene, ha fraseggiato, ha cercato di non appiattirsi su di uno stentoreo declamato, ha reso l’infelice poeta maledetto tedesco un personaggio vero, palpitante nella sua nevroticità tormentata. Ha lanciato un la naturale grande come una casa alla fine del duetto con Venus del primo atto, tra l’altro.
Onore e gloria a lui, quindi, bravissimo. Certo, non è bello come un Kaufmann, però chissenefrega anche, direi.
Di discreto livello anche l’Elisabeth di Nancy Weissbach, un po’ a disagio in qualche acuto, ma in grado di rendere plausibile una figura femminile abbastanza sfuggente. Forse avrei preferito un po’ di vigore in più nella prima aria (Dich, teure Halle), ma poi nella preghiera del terzo atto l’attitudine a un canto raccolto e misurato è risultata vincente. Mancava solo un po’ di carattere, ecco.
Assai bravo anche Heiko Trinsinger nei panni di Wolfram, personaggio nobilissimo a cui va tutto storto, povero, perché prima accoglie l’amico Tannhäuser dopo che questi, insultando un po’ tutti, aveva deciso che stava meglio tra le lenzuola peccaminose di Venus invece che con gli amici cantori e poi, il brigantello Tannhäuser gli rifà la stessa piazzata (anzi peggio!) in un’occasione ufficiale come la gara dei cantori presso la Wartburg. Senza contare che Elisabeth, di cui è innamorato, non lo caga manco per sbaglio. Wartburg
Per forza poi canta il Lied strappalacrime (O du mein holder Abendstern ) con tante mezzevoci, a stento si trattiene dal piangere (smile, spero che non mi legga qualche purista).
Abbastanza male invece Venus, che dovrebbe essere la seduttrice per antonomasia ed invece, per mende tecniche, Andrea Baker trasforma in una specie di desperate housewife. Manca calore, abbandono, nel canto del mezzosoprano, mentre si sentono un vibrato largo fastidioso e un’ascesa in corda doppia sugli acuti, spesso urlacchiati. Da una Venere così ci si allontana senza troppi rimorsi, anche se la cantante può contare su di una bella presenza scenica.
Abbastanza convincente il Langravio di Michael Eder, nonostante qualche sbavatura nel primo atto e qualche forzatura nel secondo. La voce del basso è sufficientemente ampia e sonora per rendere l’autorevolezza del personaggio, ma è mancata un po’ d’umanità, non so come dire, l’interpretazione è stata troppo distaccata specialmente nei dialoghi con Elisabeth.
Corretta la prestazione di Michael Heim quale Walther, anche se la voce del tenore, che in questa versione dell’opera ha anche un breve momento solistico nella scena della tenzone canora, è parsa poco squillante.
Vigorosi e appropriati dal punto di vista scenico gl’interventi di Martin Kronthaler (Biterolf), William Henry (Heinrich) e Christian Tschelebiew (Reinmar).
Di routine le prove del soprano Camilla Illeborg (Giovane pastore) e dei Paggi ( Fabiana Polli, Martina Rinaldi, Jasna Dineva, Margarita Swarczewskaja).
Il direttore Niksa Bareza, alla testa di un’Orchestra del Verdi puntuale e precisa, ha diretto con saldezza rimarchevole e evitando clangori, ma la sua lettura della ricchissima partitura è sembrata fredda e asettica; un’opera che vive di fortissimi contrasti cromatici che rappresentano il turbinio dei sentimenti dei personaggi, richiederebbe un coinvolgimento che non sia solo di facciata, ci vorrebbe anche un’esigenza interpretativa interiore prepotente. Mancavano slancio e calore, tensione drammatica.
Bene il Coro, assai impegnato anche dal punto di vista attoriale nella scena della Wartburg.
Definirei la regia di Achim Thorwald senza infamia e senza lode, così come abbastanza anonimi mi sono sembrati i costumi di Ute Frühling e le scene, didascaliche, di Christian Floeren. Discrete le luci di Gerd Meier e francamente rivedibili le coreografie di Tuccio Rigano, anonime come un pasto in una mensa aziendale.Venusberg
L’allestimento, tutt’altro che originale ed anzi piuttosto anonimo e tetro, risulta piuttosto statico. Peraltro la trama non è quella di Mission Impossible, l’azione è più nelle psicologie dei personaggi e qui a Trieste non possiamo certo permetterci la Fura dels Baus, ché siamo poverelli.
Pubblico felice e contento, che ha tributato a tutti applausi convinti e fragorosi.
Un saluto a tutti.
 
 

Repetita juvant.

Intanto, juvant o iuvant?
Bah.

Comunque, qualche tempo fa scrivevo questo post
e lo concludevo con una facile profezia, come potrà apprezzare chi si prenderà la briga di (ri)leggere .
Nel post cito la televisione, ma ora scriverei che pure alla radio non si scherza.
Sembra che un po' ovunque l'ansia da prestazione, magari intesa come scoop, dilaghi.
Ovviamente quelli della famosa terza via, che hanno 'sta abitudine scriteriata di non accusare nessuno ad cazzum (termine molto tecnico sostituibile con ad minchiam) o perlomeno di farlo solo avendo in  mano prove inoppugnabili, passano, che vada bene, per normalizzatori
al servizio del Potere (non si sa quale, un Potere a caso, scegliete voi).
Insomma, di questo passo il nuovo mostro sarò io.
E vabbè, c'è di peggio nella vita.
Il nuovo Editor di Splinder, ad esempio.
 

Post interlocutorio.


Bene, siccome io sino a lunedì, credo, non scriverò la mia consueta recensione semiseria, volevo lasciarvi un paio di letture che ho trovato molto stimolanti.

La prima la trovate qui su OperaClick a firma Lorenzo De Vecchi, e ve la segnalo proprio perché in qualche modo è in contrapposizione col mio parere sul recente allestimento del Roméo et Juliette di Gounod, per la regia di Damiano Michieletto.
È indirettamente anche una risposta a coloro che accusano OperaClick di avere una linea editoriale ferrea, dalla quale non si può prescindere.
I fatti, che per fortuna contano più delle opinioni, dimostrano il contrario.
Poi, in un contesto diverso ma intellettualmente adiacente alla discussione di cui sopra, segnalo questo periodo dell'amico Roberto espunto da un contesto più ampio, che potete trovare qui nella sua completezza.

Chi vi parla ritiene che l’allontanamento totale del pubblico dalla musica colta contemporanea sia una delle ferite sanguinanti della nostra epoca. Infatti, come si legge nella scritta luminosa che da poco è stata collocata nella facciata degli Uffizi prospicente l’Arno, Every art has been contemporary. L’arte contemporanea è il prodotto più autentico di un’epoca, ciò che ci testimonia e che resterà di noi: perché questo scellerato oblio? Alla radice di tutto ciò, per la musica, c’è stato probabilmente – più che il più complesso linguaggio – il rovesciarsi dei rapporti di forza tra procedimento e risultato compositivo, che ha ingenerato il fatto che ci si sia preoccupati di costruire soprattutto qualcosa di funzionale a una regola (dalla dodecafonia alla famosa “superformula” di Stockhausen, alla ripetizione dei minimalisti, alla musica aleatoria) e spesso, da entrambi i lati, di “spiegare” e “comprendere” questa regola prima e più di eseguire o lasciarsi andare. Eppure vi garantisco che questa musica può ammaliare come il più tonale dei temi, ho condotto ad esempio l’esperimento di fare assistere a una persona cara ignara di musicologia la Lulu di Berg, senza premetterle alcuna spiegazione, e l’ha trovata entusiasmante. Come credo si possano trovare facilmente entusiasmanti, col diretto ascolto e senza alcuna mediazione, figli illustri del novecento post-tonale come il concerto per pianforte di Schoenberg, le sinfonie di Penderecki, concerti per violino di Bartók o di Rorem o dello stesso Berg… occorrerebbe un maggiore abbandono (alla musica, non delle poltrone del teatro)! Forse, per poesia e musica, siamo dinanzi a un eccesso di cautela.

Che ci volete fare, avere amici intelligenti è una sfiga da un certo punto di vista (specialmente quando sono interisti, strasmile!), però mi aiuta a restare con i piedi bene ancorati a terra.
Buon fine settimana a tutti.

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