Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci alla Scala di Milano: la prima salta per sciopero.

Avevo appena pubblicato il post ed ecco che sul sito della Scala è comparsa la conferma dello sciopero. Se ne riparla martedì 18, quindi.

Domenica prossima, al Teatro Alla Scala di Milano, dovrebbe  essere di scena il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci, che incredibilmente manca nel teatro milanese da trent'anni.

Scrivo dovrebbe, perché le possibilità che la prima salti per sciopero (ovviamente per le note vicende dei tagli alla cultura di questo governo) è molto alta. Vi terrò aggiornati, anche perché la recita sarà trasmessa (anche in streaming? Non si sa e dopo la figura pessima della volta scorsa non mi va di fare previsioni) sul nuovo canale digitale RAI5 dalle ore 20.
Nonostante un cast non entusiasmante che si distingue solo per la presenza dell’ottimo direttore Daniel Harding (il grande ed esigente Daland, di cui mi fido ciecamente, ne dice qui assai bene), l’attesa tra gli appassionati è piuttosto alta. Insomma, sono opere popolari nella migliore accezione del termine e appartengono a quel periodo culturale noto come verismo.
I lavori sono effettivamente contemporanei, Cavalleria di Mascagni debuttò nel 1890, Pagliacci di Leoncavallo nel 1892.
Entrambi i compositori fanno parte di quella che è chiamata la Giovane Scuola, una corrente musicale che ha dominato per un decennio e che presenta alcune caratteristiche comuni e anche molti luoghi comuni, il più fastidioso dei quali è che le opere debbano essere cantate con la bava alla bocca, digrignando i denti e urlando come bestie. E in effetti molto spesso i cantanti cadono in quest’errore, con risultati rivedibili.
Una cosa è essere vigorosi, incisivi, ben altra essere sguaiati e volgari.
Per fortuna, nella discografia soprattutto, c’è sempre qualche esempio chiarificatore.
E proprio ai dischi ricorro questa volta per la mia breve presentazione delle opere in questione, non prima di farvi vedere come si presentava il Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto nel 1937, proprio in occasione di una Cavalleria Rusticana.
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Come potete vedere, un delirio di folla tra la quale si nascondeva anche il mio papà che mi ha da poco lasciato, allora tredicenne.
Dal punto di vista discografico, dicevo, c'è un'incisione di riferimento assoluto, dalla quale non si può prescindere pur nel rispetto dei gusti personali e, guarda caso, quest'incisione porta la firma di tale Herbert von Karajan. Destino cinico e baro, quello dei direttori davvero grandi, e cioé di essere sempre una specie d'aggregante di talenti, un marchio di fabbrica di qualità.
In entrambe le opere Karajan lavora con l'Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di quei tempi, che erano compagini di livello stratosferico.
E allora ecco che la musica scorre carica di sensualità senza che ci sia mai neanche il sospetto di volgarità. Allo stesso tempo le pagine più patetiche non risultano mai lacrimevoli e zuccherose, ma sono sempre ammantate di una scabra dignità popolare oggi perduta, travolta dall'esibizione coatta del dolore televisivo.
Certo, in entrambe le opere va in onda l'omicidio efferato, ma quasi ce ne scordiamo.
Dopo il direttore, protagonista assoluto è il tenore Carlo Bergonzi che interpreta le parti di Turiddu e Canio e addirittura, a mio personalissimo parere, ci lascia le sue prove migliori in assoluto e lo fa proprio perché affronta personaggi che sembrano lontani dal suo repertorio d'elezione, che è quello verdiano.
La registrazione è del 1965, nel pieno della maturità dell'artista che doveva essere in un periodo di forma straordinario, come si può facilmente constatare dall'ascolto di contemporanee registrazioni dal vivo. Acuti eccellenti, dizione più a posto del solito e un fraseggio e un accento memorabili.
Nei Pagliacci poi abbiamo anche il miglior Tonio di sempre (parere mio, ovvio) e cioé uno spettacolare Giuseppe Taddei che canta un Prologo da brividi.
Bravi anche Rolando Panerai (Silvio) e Ugo Benelli (Beppe).
Ad un livello inferiore si pone la caratterizzazione di Joan Carlyle nei panni della sfortunata Nedda, ma probabilmente la prestazione impressionante degli uomini ne evidenzia i limiti d'accento.
In Cavalleria da rilevare l'eccellente prova di Fiorenza Cossotto quale Santuzza. La temperamentosa artista (spesso criticata, a ragione, per una certa tendenza a strafare) qui tratteggia un personaggio davvero magnifico, dignitoso nella certezza del tradimento ma essenziale, dal dolore trattenuto e sorvegliato e mai sfacciatamente esibito.
Rilevante anche la prestazione di Gian Giacomo Guelfi, il baritono che interpreta Compar Alfio.
Quindi, in attesa di aggiornamenti (sia per lo sciopero sia per la trasmissione via web) che vi darò in neretto all'inizio del post, ci rileggiamo per la recensione semiseria.
Buon fine settimana a tutti.

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L’Aida di Maria Callas 55 anni dopo. Fredda o calda?

Insomma, dopo il momento-Otello sto attraversando il momento-Aida e una delle prime incisioni che ho riesumato per l’ascolto è quella EMI del 1955, forse perché abbiamo entrambi 55 anni, non so.
Non mi ricordavo granché di questo disco, a parte una generica sensazione di soddisfazione.
Anche di questo capolavoro verdiano ho già scritto parecchio, ad esempio di una mitica rappresentazione all'Arena di Verona, diventata famosa per i Dumbo-Jet.
Poi qualche altra chiacchiera in generale, qui per la precisione, e ancora un'altra recensione semiseria dopo una recita a Trieste.

Riascoltata a distanza di tempo quest'Aida mi ha impressionato ancora di più.
Intanto per la direzione, a suo tempo assai sottovalutata, di Tullio Serafin, che io invece trovo qui in una delle sue prove più felici e riuscite.
Una direzione attentissima ai dettagli ma non per questo priva di un grande respiro teatrale e di senso della narrazione, occhio particolare al fraseggio orchestrale e alle dinamiche contrastatanti della partitura, che fa risaltare i momenti  più infuocati ma non toglie poesia a quelli più schiettamente lirici e notturni, malinconici.
Certo, poi c'è Maria Callas nella parte di Aida, mica pizza e fichi.

E qui aprirei una bella polemica, nel senso che davvero non capisco come si possa accusare il soprano, in questa registrazione, di freddezza e sostanziale estraneità al personaggio. Ma quando mai? Il Ritorna vincitor è immenso e sono di bellezza agghiacciante anche i Cieli azzurri. Eccellenti anche tutti i duetti, con Amneris, Amonasro, Radames.
Io considero la Callas una Aida formidabile solo per come accenta la piccola frase e quel sentier? nel duetto con Radames del terzo atto, figuriamoci. E la dizione addirittura mi sembra inarrivabile, per chiarezza e contributo a quel strano concetto che si noma parola scenica.
Certo se per sensualità il critico intende sospiri e manierismo stucchevole, allora con la Callas ha sbagliato indirizzo.
Radames che è interpretato da Richard Tucker che per me è ancora più convincente di quanto lo sia stato qualche anno prima (mi pare sei, ma non sono sicuro) con Toscanini. Se penso a qualche Radames odierno al quale non affiderei neanche il compito di fare la spesa…

Acuti squillanti e non solo rumorosi, accento sempre pertinente, da condottiero e da uomo innamorato con risultati ugualmente esaltanti. Bellissime mezzevoci e un canto, in generale, sempre nobile e mai sguaiato o edonistico, autoreferenziale. Una prestazione maiuscola, quella del tenore.
Molto brava anche la mia concittadina Fedora Barbieri, nella parte di Amneris. Certo, qualche acuto è leggermente stridulo ma le si perdona volentieri qualche imprecisione. Dal mio punto di vista è la cantante, tra quelle che conosco ovvio, che è riuscita a far uscire in maniera più convincente il lato prettamente femminile di Amneris: gelosamente innamorata e tradita, vendicativa e poi disperatamente pentita.
Tito Gobbi è uno di quegli artisti che io non riesco ad apprezzare e per l'intonazione sempre a rischio e per la tendenza a risolvere tutti i personaggi con troppa enfasi, diciamo così. In questo caso però il suo Amonasro, se non brilla per nobiltà, è assai riuscito per l'accento e per il vigore del fraseggio.
Bene anche i comprimari, Giuseppe Modesti e Nicola Zaccaria, rispettivamente nei panni di Ramfis e del Re. Dignitosi nelle loro piccole parti Franco Ricciardi (Messaggero) e Elvira Galassi (Sacerdotessa).
Sontuosissimi l'Orchestra e il Coro della Scala di Milano.
Anche questo è un disco che non può mancare al bravo e coscienzioso melomane.
Buon fine settimana a tutti.

Jon Vickers, l’altro Otello.

L’ultimo, assai deludente, ascolto dell’Otello di Verdi in teatro mi ha costretto (si fa per dire) a programmare un post in cui si parlasse di quest’opera.
In realtà ho già scritto parecchio su questo argomento
Qui
Qui
Qui

e ancora qui

ma, questa volta, non mi riferisco a una recita dal vivo bensì ad una incisione storica e l’aggettivo “storico” è qui da leggersi nella piena accezione del termine: nel senso che questo disco ha fatto la storia e resterà una pietra di paragone insostituibile anche negli anni a venire.

Parlo di un’incisione relativamente recente, perché siamo nel 1973.
Il protagonista è Jon Vickers, un tenore che non ha mai goduto di grande popolarità o visibilità (personaggio schivo, poco incline alla marchetta mediatica) fuori dai ristrettissimi confini dell’interesse dei melomani e anzi, spesso misconosciuto o sottovalutato anche da quest’ultimi.

Vickers ci ha lasciato varie testimonianze della sua arte e affrontando compositori diversi: da Wagner (Tristan, Siegmund) a Bellini (Pollione), da Verdi (Otello, Radames) a Bizet (Don Josè) sino a Britten (Peter Grimes), tanto per fare i primi nomi che mi sovvengono di getto, ma ce ne sono tantissimi altri. Il Florestan del Fidelio di Beethoven, ad esempio.
Domanda da un euro: chi fu il direttore che lo volle in questo Otello? Ovviamente Herbert von Karajan ma, e non è da sottovalutare, il tenore canadese incise la parte già molti anni prima sotto la bacchetta di Tullio Serafin nel 1960.
Vickers quindi aveva già la visione di un Otello diverso dalla tradizione del dopoguerra, che era rappresentata da un’altra interpretazione paradigmatica e cioè quella di Mario Del Monaco, un gigante.
Certo, prima c’erano stati anche Toscanini e Vinay e volendo, anche Giacomo Lauri Volpi, ad esprimere qualcosa di più sfumato e innovativo ma è proprio con Vickers che si capisce che un Moro diverso è possibile e non solo, è anche più convincente.
Vickers ci mette di fronte a una verità amara: gli uomini possono perdere la testa e trasformarsi in assassini, senza dare segni di squilibrio prima che si compia l’omicidio.
Questa circostanza agghiacciante si rivela dall’evoluzione (o involuzione…) del personaggio, dall’incredibile differenza d’accento che si nota tra il famoso duetto Già nella notte densa – nel quale Vickers si spoglia dell’immagine del condottiero ed è solo un uomo innamorato – e i primi tormentati, quasi increduli, dubbi del duetto con Jago nel secondo atto, che culmina con la desolazione di Ora e per sempre addio e si chiude con il febbrile, allucinato giuramento Sì pel ciel marmoreo giuro.
La rabbia, il disinganno, l’umiliazione del presunto tradimento sono quasi sempre trattenuti, sorvegliati, sommessi, perciò l’esplosione del duetto del terzo atto con Desdemona risulta ancora più efficace e sconvolgente. Vickers canta ed esprime non solo la rabbia, il furore, ma anche lo smarrimento, l’angoscia, lo stupore di chi vede frantumarsi le proprie certezze.
Alla fine, dopo aver ucciso l’incolpevole Desdemona, Vickers ci propone un Otello di nuovo lucido, conscio che un uomo come lui non ha altra via d’uscita che il suicidio.
Per esprimere i colori di questo quadro bellissimo e terribile l’artista ci lascia una vera e propria lezione di canto. La statura del grande cantante e interprete si esalta nelle mezzevoci, negli acuti che nonostante uno strumento non certo privilegiato dalla natura appaiono sfolgoranti (il si bemolle del monologo del terzo atto, tra gli altri), in un fraseggio vario, nell’accento sempre pertinente.
Un vero e proprio monumento dell’arte tenorile.
Accanto a lui la Desdemona di Mirella Freni è anche notevole, soprattutto perché restituisce una dignità di donna al personaggio, troppo spesso vista come una cretinetta in balia degli eventi. Soprattutto è una Desdemona giovane, passionale, priva di manierismi e sdolcinature.
Molto diverso dalla tradizione anche lo Jago interpretato da Peter Glossop, che si giova molto dell’esempio dei due protagonisti evitando pure lui eccessi interpretativi che sarebbero suonati stonatissimi in un contesto del genere.
Un contesto artisticamente incantato e il mago artefice di quest’incantesimo è von Karajan che dirige una spettacolare Filarmonica di Berlino.
Completano il cast, con esiti artistici diversi, Stefania Malagù (Emilia), Aldo Bottion (Cassio), Michel Sénéchal (Roderigo), Mario Machi (Montano), Hans Helm (Araldo) e nientemeno che Josè van Dam (Lodovico).
Un disco assolutamente imperdibile, fidatevi.
Buon fine settimana ferragostano a tutti, io resto a Trieste per cause di forza maggiore, ahimé.

Ardito paragone tra una registrazione storica e l’attualità dell’Arena di Verona: Il Trovatore di Giuseppe Verdi.

Ormai è noto che all’Arena di Verona sia in funzione un impianto di diffusione/amplificazione per cantanti e orchestra. Io avevo giurato che questo piccolo particolare m’avrebbe tenuto lontano dall’arena ma, come faccio spesso peraltro, mentivo per la gola (cit.).

Contrariamente a quanto affermato su queste pagine in un recente passato, ho deciso di tornarci ancora una volta, per assistere al Trovatore di Giuseppe Verdi.
In realtà è il cast che m’affascina e in particolare la presenza di Sondra Radvanovsky nella parte, di rara difficoltà e bellezza, di Leonora.
In attesa dell’inevitabile recensione semiseria dello spettacolo, mi pare giusto rivisitare una delle incisioni storiche di quest’opera verdiana e la mia scelta è caduta su quella pubblicata dalla Deutsche Grammophon (io ho quella della Frequenz, in realtà, che si riferisce alla stessa recita) che testimonia di una memorabile serata del 1962 (31 luglio) al Festival di Salisburgo. Non è quindi una registrazione in studio, non ci sono trucchetti o turcherie varie.
C’è da dire che a quei tempi la scelta del direttore, Herbert von Karajan, d’inserire nella programmazione di Salisburgo l’opera verdiana fu piuttosto contrastata, perché lì in Austria erano leggermente conservatori e avevano l’apertura mentale di un talebano, più o meno.
Il grande KarajanA-283122-1144435550 stupisce per tanti motivi ma, senza entrare in particolari troppo tecnici, è grandioso come durante tutta l’opera riesca a far emergere il lato notturno del lavoro verdiano, come con lui si sentano bene gli strazi malinconici di Leonora o l’ardore di Manrico, la febbrile e malata ansia di vendetta di Azucena o ancora la corrusca eppur spesso sfumata protervia del Conte di Luna. E tutto questo senza che l’orchestra sia mai preponderante sui cantanti, anzi, se dovessi citare un passo magico di questa recita mi soffermerei sul bellissimo accompagnamento alla prima aria di Leonora, cristallino e trasparente, e allo stesso tempo sensuale e aristocratico. Una meraviglia e una pietra di paragone per tutte le incisioni o performance successive.
Gli interpreti sono tra i migliori di quei tempi, ed erano tempi in cui non mancavano certo i fuoriclasse, e solo a leggerne i nomi, a distanza di quasi cinquant’anni, si resta un po’ smarriti.
Nei panni di Manrico c’è nientemeno che Franco Corelli, un tenore il cui valore oggi molti vorrebbero ridimensionare per motivi che francamente mi sfuggono, specialmente in questa parte.
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Certo, dopo tanti anni alcuni difetti o vezzi, innegabili, risultano più evidenti: le corone eccessive, i portamenti, l’evidente autocompiacimento nel palesare una voce torrenziale. Peraltro oggi sono in pochi i tenori che si possono permettere di autocompiacersi di qualcosa, forse vale la pena ricordarlo!
Di Corelli s’ammirano la bellezza e la virilità della voce, il fraseggio appassionato, la gestione dei fiati sensazionale e lo squillo, il vero squillo tenorile, quello che fa balzare dalla sedia. Un Manrico, il suo, monumentale.
Al suo fianco c’è il soprano Leontyne Price che, a parer mio, è assieme alla Callas (ça va sans dire…) la migliore Leonora di sempre.
Voce morbidissima e sensuale ma capace di imperiosi scatti drammatici, accento sempre pertinente, acuti fulminanti. Certo, si possono trovare difetti anche a lei: la pronuncia molto yankee e la dizione spesso confusa, oppure qualche sbracatura nel registro grave. Ma che emozione sentire questa Leonora!
Poi c’è il Conte di Luna di Ettore Bastianini, altro cantante che aveva un tonnellaggio vocale straordinario.
Impressionante la facilità con cui risolve la celeberrima Il balen del suo sorriso, ad esempio, ma è anche eccellente nei duetti con Manrico e Leonora, nei dialoghi concitati con Azucena.
Azucena che qui è la grande Giulietta Simionato, da poco scomparsa, che pure lei fa sfoggio di una voce impressionante, nonostante gli anni di carriera fossero già moltissimi e onerosi per il repertorio pesantissimo affrontato.
Resta da dire ancora del valido Ferrando di Nicola Zaccaria, un basso vero di quelli d’una volta, e che i comprimari non sono memorabili ma che ho sentito di peggio, e pure spesso.
Ora, potrà chiedersi il lettore: Perché, Amfortas, hai ricordato questo disco proprio nell’imminenza della tua trasferta veronese?
Il motivo è che nei giorni scorsi stavo pensando che, mutatis mutandis, il cast di questo Trovatore all’Arena è per molti versi paragonabile con quello della serata salisburghese di cinquant’anni fa.
Parliamo infatti di artisti tra i migliori oggi sulla piazza.
Un tenore temperamentoso e generoso come Marcelo Álvarez (Manrico), una Leonora appassionata come la Radvanovsky, una Azucena vigorosissima come Marianne Cornetti.
Solo il Conte di Luna, interpretato da Dmitri Hvorostovsky, differisce in modo netto come linea interpretativa dai “magnifici quattro” del disco recensito.
E allora, se paragone deve essere, facciamo le cose in grande, no (so che almeno uno dei protagonisti mi legge e mi odierà per questa mia affermazione, ma fa niente, ad astra per aspera!)?
A presto! 
 

Primedonne: da Abbado alla Callas sino al video promo dell’intervista a Magda Olivero su OperaClick.


Ci sarebbe tanto da dire sulla questione del ritorno alla Scala di Claudio Abbado, ma gli appassionati e competenti amici della Voce del Loggione stanno già sviscerando il problema con brillanti argomenti.

Io mi permetto solo un piccolo inciso.
Mi pare che si stia esagerando, dopotutto si tratta solo di musica e la vicenda invece, per certi aspetti ai quali lo stesso Abbado non è estraneo, sta diventando il solito baraccone casinaro all’italiana con relativo codazzo di politici, affaristi e manutengoli vari in cerca di visibilità.
Taccio sulla strategia della vendita dei biglietti che ha adottato la Scala, perché diventerei davvero volgare.
Quindi, visto che come già detto nel post precedente il prossimo appuntamento in teatro è per L’elisir d’amore al Verdi di Trieste, sabato prossimo, oggi dirò la mia su di un’altra incisione storica (1955, quindi ormai sono storico anch’io, strasmile) molto controversa e cioè il Rigoletto della EMI.
Una registrazione che non riesce a salvare neanche Maria Callas.
Mi si potrà ribattere che i suoi compagni di cordata fanno peggio, ma dalla Callas ci si aspetta sempre il meglio no?
Il fatto è che qui Santa Maria Nostra ha tante belle intenzioni, ma ne realizza poche e anzi spesso il risultato è modesto, perché la sua Gilda non è stucchevolmente bamboleggiante ma non è neanche una ragazza violata che “cresce” nell’arco dell’opera, come vorrebbe il Giudici. Canta correttamente (e ci mancherebbe pure! Ma ci scappa pure qualche nota bruttina forte), ma il personaggio alla fine non ha alcuna identità specifica, non è né carne né pesce, insomma.
Nei momenti più belcantistici, segnatamente il Caro nome, sono davvero tanti i soprano che hanno cantato meglio e, a costo di coprirmi di ridicolo (I mean, una volta più una meno…), cito la Elena Mosuc che ho ascoltato in teatro qui a Trieste, nel 2006 mi pare. Per non parlare di altre interpreti che hanno inciso il ruolo.
La Callas, peraltro, non è certo aiutata dal direttore Tullio Serafin, che impone tempi lenti ma soprattutto una mancanza di fraseggio orchestrale mortifera, che appiattisce tutto.
E neppure nei passi più drammatici si apprezza quella rivoluzione copernicana del ruolo alla quale la Callas ci ha abituati, perché io ci sento anche un po’ di sbracamenti e forzature tipiche di chi confonde un’interpretazione temperamentosa con il cattivo gusto paraverista.
Degli altri, e “gli altri” sono il baritono Tito Gobbi (Rigoletto) e il tenore Giuseppe Di Stefano (Il Duca) sarebbe quasi bene non parlare.
Tra i due mostri sacri (o solo veri mostri? Smile) almeno Gobbi segue un’idea interpretativa con coerenza, ma spesso le sue buone intenzioni sconfinano nel teatro di prosa, neanche troppo raffinato.
Inoltre non ci risparmia, se possibile enfatizzandole, tutte le pessime abitudini del tempo: cachinni, urla, portamenti.
D’altro canto Di Stefano non ha neanche una strategia, limitandosi a sbraitare e regalandoci delle vere e proprie urla, perlopiù stimbrate e calanti e un accento genericamente forsennato che compromette in molti casi la prosodia del testo.
Routinaria la prestazione di Adriana Lazzarini quale Maddalena mentre, in alcuni sprazzi, Nicola Zaccaria tratteggia un bel Sparafucile.
Insomma, se è vero che ogni artista e figlio del suo tempo è anche vero che Maria Callas anticipò i tempi con le sue interpretazioni ,ma qui si pone al di sopra del resto della compagnia di canto più per manifesta inferiorità di quest’ultima che per meriti propri.
Oggi, lo dico senza alcun timore d’essere smentito, un Rigoletto così verrebbe sonoramente fischiato e dalle contestazioni si salverebbe, appunto, solo una Callas in tono minore.
Parlando poi dei bei tempi andati, vi segnalo che su OperaClick tra qualche giorno sarà disponibile una straordinaria intervista con Magda Olivero.
Ecco qui il “promo”, una delizia.
E buon fine settimana a tutti.

Un altro disco storico: i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo.

Questa incisione dei Pagliacci è del 1954, quindi solo di un anno successiva alla Cavalleria della quale ho parlato nel post precedente. Eppure, in un certo senso, sembra che di anni ne siano passati molti di più.
Dov’è il problema, vi chiederete (me le faccio e me le dico, mi rendo conto)?
In questa registrazione il problema ha un nome e un cognome: Giuseppe Di Stefano.
Il tenore firma una delle sue peggiori incisioni (purtroppo ce ne sono altre ancora più fastidiose), e qui non posso che concordare con Celletti e Giudici.
Di Stefano sostanzialmente urla dall’inizio alla fine, e canta mai o quasi mai, preso da un furore incontenibile che può soddisfare, oggi come allora, solo chi concepisce la lirica come un esercizio muscolare fine se stesso.
Gli acuti sono veementi ma forzatissimi e vetrosi, e in molte occasioni anche la dizione, da sempre una qualità indiscutibile del tenore, diventa un optional: le consonanti si trasformano nella rampa di lancio dalla quale sparare gli acuti, per cui anche le esigenze del fraseggio e della musicalità ne rimangono intaccate.
Resta solo la pertinenza di un accento genericamente vigoroso che comunica solo rabbia anche nei momenti in cui non è necessario.
Un Canio da dimenticare, assolutamente, soprattutto perché lo stesso Di Stefano, in altre occasioni, fu molto più convincente o addirittura magistrale.
Maria Callas, invece, scolpisce un personaggio memorabile, a mio parere. E tenete presente che questa parte (Nedda) non fu mai affrontata a teatro.
Il momento più esaltante è proprio la Ballata, perché il soprano riesce a farci sentire quella fanciulla ancora piena di speranze che c’è dietro alla sfortunata compagna di un guitto ubriacone e violento.
Qui, in questo ruolo difficilissimo e sottovalutato (come troppo spesso accade per il verismo, considerato una musica diversamente lirica) , la Callas ci lascia un’interpretazione che è una vera e propria pietra miliare del Belcanto.
Al top anche Rolando Panerai (Silvio), baritono, che canta con dolcezza mozartiana il suo ruolo d’innamorato sfortunatissimo.
C’è poi Tito Gobbi, un altro cantante mitico che non mi ha mai convinto troppo, ma che qui canta davvero bene, senza eccedere in gigionate come spesso gli succedeva, e facendo valere un accento e un fraseggio da fuoriclasse. Il suo Prologo è eccellente, anche se io non riesco a togliermi dalla mente le mirabilie

che in questo pezzo farà Giuseppe Taddei con Herbert von Karajan sul podio, una decina d’anni più tardi.
La concertazione di Tullio Serafin è sulla falsariga di quella della Cavalleria Rusticana: maestosa e teatralissima, attenta ai particolari. L’introduzione al Prologo, l’Intermezzo, l’accompagnamento alla celebre aria di Canio sono momenti magici.
Anche in questa registrazione, come nella precedente di Cavalleria, Serafin dirige l’Orchestra e il Coro della Scala: semplicemente straordinari per bellezza di suono e compattezza.
Comunque, al di là di tutto, questo è un altro disco che non può mancare nella collezione di un melomane, questo è poco ma sicuro.
Per chi ha voglia d’ascoltare, ecco qui Maria Callas nella Ballata di Nedda: sentite come con la voce illumina di gioia e speranza tutto il pezzo, come si percepisce il desiderio di una vita diversa.

 

 
NEDDA
(pensierosa)
Qual fiamma avea nel guardo!
Gli occhi abbassai per tema ch'ei leggesse
il mio pensier segreto!
Oh! s'ei mi sorprendesse…
bruttale come egli è!
Ma basti, orvia.
Son questi sogni paurosi e fole!
O che bel sole di mezz'agosto!
Io son piena di vita,
e, tutta illanguidita per arcano desìo,
non so che bramo!
 
guardando in cielo
Oh! che volo d'augelli,
e quante strida!
Che chiedon? dove van? chissà!
La mamma mia, che la buona ventura annunziava,
comprendeva il lor canto
e a me bambina così cantava:
Hui! Hui!
 
Stridono lassù, liberamente
lanciati a vol, a vol come frecce, gli augel.
Disfidano le nubi e'l sol cocente,
e vanno, e vanno per le vie del ciel.
Lasciateli vagar per l'atmosfera,
questi assetati d'azzurro e di splendor:
seguono anch'essi un sogno, una chimera,
e vanno, e vanno fra le nubi d'or!
Che incalzi il vento e latri la tempesta,
con l'ali aperte san tutto sfidar;
la pioggia i lampi, nulla mai li arresta,
e vanno, e vanno sugli abissi e i mar.
Vanno laggiù verso un paese strano
che sognan forse e che cercano in van.
Ma i boèmi del ciel, seguon l'arcano poter
che li sospinge… e van! e van! e van! e van!

 

Un saluto a tutti.
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