Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione seria di Tosca di Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima, andateci!

Tralascio volutamente ogni considerazione sulla situazione in Ucraina: non mi sento all’altezza di dire nulla, se non che sono addolorato.

Scrivere cose inaudite non è prerogativa esclusiva dei critici musicali, anche i grandi protagonisti della musica ogni tanto sono scivolati su quelle che, a posteriori, si sono rivelate bucce di banana.
Così scriveva Gustav Mahler alla moglie Alma dopo la sua prima Tosca:

Ieri sera dunque sono stato a vedere la «Tosca» di Puccini. Esecuzione ottima sotto ogni punto di vista, si resta veramente strabiliati di trovare qualche cosa di simile in una città austriaca di provincia. Ma l’opera! Nel primo atto solenne processione con un continuo scampanio (le campane si sono dovute far venire dall’Italia). Nel secondo atto un tale viene torturato tra urli orrendi e un altro pugnalato con un acuminato coltello da pane. Nel terzo atto di nuovo immenso scampanio su una veduta di tutta Roma dall’alto di una cittadella – di nuovo un’altra diversa serie di campane – e un tale viene fucilato da un plotone di soldati. Prima della fucilazione mi sono alzato e sono andato via. Non occorre aggiungere che il tutto è messo irisieme come sempre con abilità da maestro; al giorno d’oggi ogni scalzacane sa orchestrare in modo eccellente.

A distanza di più di un secolo, la qui sopra vilipesa Tosca è diventata una delle opere più rappresentate in tutto il mondo ed è incontrovertibile che sia tra i lavori più amati dai melomani.
La produzione di questa sera al Verdi di Trieste proviene da Bologna, dove ha debuttato poco più un mese fa con grande successo di pubblico.
Chi, come me, è uno spettatore di lungo corso fa fatica a considerarla come un “nuovo allestimento” perché quella del regista Hugo De Ana sembra piuttosto una summa delle sue regie precedenti (in particolare quella dell’Arena di Verona del 2006) del capolavoro di Puccini.
Tutto molto gradevole, certo, ma – come ha scritto il collega Silvano Capecchi – in più di un’occasione faceva capolino una sensazione di dejà vu che sedava la tensione emotiva che la vicenda dovrebbe trasmettere.
Spettacolo all’insegna della tradizione, dunque; scenografie imponenti e ricche di dettagli, costumi appropriati, recitazione sobria ed essenziale. Molto belle le luci, di chiara ispirazione caravaggesca.
Discutibile la collocazione di un velario per le proiezioni, che mi sono sembrate del tutto superflue quando non fastidiose, come durante lo splendido Intermezzo che introduce il terzo atto.
La direzione di Christopher Franklin si è rivelata in perfetta simbiosi con la regia: accurata, precisa, armoniosa, poderosa nelle dinamiche ma forse un po’ pigra nelle agogiche. Ottima la gestione della complessa partitura pucciniana, che prevede tra le altre cose interventi del coro fuori scena, voci bianche e un uso importante di percussioni. Amorevole l’accompagnamento ai cantanti, molto esposti nelle loro celeberrime arie. I momenti più riusciti mi sono sembrati la liquida bellezza del suono orchestrale che introduce l’aria di sortita di Cavaradossi, il magmatico Te Deum e la dolcezza presaga di catastrofe della scena che precede la fucilazione.
Splendida in tutte le sezioni la prestazione dell’Orchestra del Verdi e brillante anche il rendimento del Coro della fondazione e delle voci bianche.
Molto affidabili i coprotagonisti: il pavido ma convincente Sagrestano di Dario Giorgelè, l’accorato Angelotti di Cristian Saitta, il viscido Spoletta di Motoharu Takei, lo Sciarrone di Min Kim e l’umanissimo carceriere di Giuliano Pelizon. Un po’ emozionata ma brava anche Maria Vittoria Capaldo (Pastore).
Maria Josè Siri ha interpretato una pregevole Tosca sia dal lato vocale sia da quello scenico. La voce è importante e il soprano può contare su acuti penetranti – il Do della lama è stato folgorante – e al contempo è sembrata a proprio agio nel più sommesso canto di conversazione, inficiato solo occasionalmente da una dizione perfettibile. Il complesso personaggio di Tosca è stato esplorato in tutte le sfaccettature: temperamento, fierezza, disperata determinazione e dolcezza. Riporto solo per dovere di cronaca una leggera esitazione nell’attacco di Vissi d’arte, nell’ambito di una prestazione vocale immacolata.
Mikheil Sheshaberidze è stato un buon Cavaradossi ma il personaggio, a mio parere, è da rifinire soprattutto nella prima parte, quando dovrebbe subire con divertita rassegnazione le sfuriate di gelosia di Tosca. Il tenore georgiano è parso più a proprio agio nei passi più drammatici della parte per temperamento e accento. La voce è di bel colore scuro e gli acuti facili ed esibiti con orgoglio. Disinvolto in scena, imponente nella figura, il suo Cavaradossi alla fine ha convinto.
Molto interessante la prestazione di Alfredo Daza nei panni (scomodissimi) di Scarpia, di cui ha reso la violenta perfidia con accenti insinuanti ma sottotraccia, privi di un’acclarata volgarità che mal convivrebbe con un potentato esponente della nobiltà romana. Uno Scarpia autorevole e autoritario al contempo, insomma, che forse sono esattamente le caratteristiche del personaggio.
Prima dell’inizio il sovrintendente Giuliano Polo, accompagnato dal sindaco Roberto Dipiazza, ha rivolto un pensiero alle tristi vicende contingenti che parlano di guerra, mentre all’esterno il teatro era illuminato con i colori della bandiera ucraina.
Il pubblico, piuttosto numeroso e con la presenza di molti giovani che hanno sfruttato una favorevole promozione sui costi dei biglietti, ha lungamente applaudito tutta la compagnia artistica, riservando il successo più caloroso a Maria Josè Siri.

ToscaMaria José Siri
CavaradossiMikheil Sheshaberidze
ScarpiaAlfredo Daza
AngelottiCristian Saitta
SagrestanoDario Giorgelè
SpolettaMotoharu Takei
SciarroneMin Kim
Un carceriereGiuliano Pelizon
PastorelloMaria Vittoria Capaldo
  
DirettoreChristopher Franklin
Direttore del CoroPaolo Longo
  
Regia, scene e costumiHugo De Ana
LuciValerio Alfieri
  
Coro I Piccoli Cantori della Città di Trieste, diretto dal Maestro Cristina Semeraro
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste

Recensioni semiseria de La Vedova allegra di Franz Lehár al Teatro Verdi di Trieste: meglio soldi che male accompagnati.

Alla fine la trama dell’operetta La vedova allegra si potrebbe ridurre al calembour del titolo. E poi diciamolo, tornare a teatro non ha prezzo!

L’operetta a Trieste raccoglie da sempre unanimi consensi ed è quindi comprensibile l’inserimento di un titolo paradigmatico come La vedova allegra di Lehár in questa stagione di transizione.
Tra l’altro anche recentemente l’argomento operetta è stato oggetto di studi, come riportato da OperaClick nel bel lavoro di Luisa Antoni.
Genere musicale peculiare, che galleggia vaporoso in una zona franca ai confini del più austero Singspiel tedesco e della spensierata e graffiante opèra-comique francese, l’operetta alterna brani musicali a dialoghi parlati e intermezzi coreutici.
Lavoro mitteleuropeo per eccellenza, la Vedova Allegra ha in sé una specie di contraddizione schizofrenica: si nutre della decadenza fané dell’impero asburgico ma è ambientata a Parigi, dove si trova l’ambasciata dell’immaginario principato balcanico del Pontevedro.
Da qui, poi, l’intricata e ricca trama della vicenda, speziata da equivoci stravaganti, feste, sberleffi e sapide considerazioni politiche a latere che hanno portato a conseguenze non risibili al debutto a Trieste nel 1907: lo stesso Lehár se ne andò per protesta lasciando il podio a un altro direttore.
Il problema principale dell’allestimento di un’operetta è che non esiste oggi una forma di spettacolo più inattuale: i dialoghi e le battute devono essere ripensati e attualizzati per “parlare” a un pubblico affatto diverso di quello di inizio Novecento. Questa situazione ha spesso portato a forzature, cachinni e giochi di parole grevi più adatte all’avanspettacolo che a un genere che è invece nobile e sofisticato.
Perciò va dato atto subito al regista Oscar Cecchi e al suo team di aver allestito uno spettacolo scevro di qualsiasi volgarità e anzi di aver trattato con divertita leggerezza il tema dell’omosessualità di Njegus, anche grazie alle qualità dell’interprete, Andrea Binetti, che è un artista a tutto tondo ed è risultato il migliore della compagnia proprio per la sua affinità elettiva con lo specifico genere musicale.
Sull’allestimento hanno pesato, anche in quest’occasione, le norme restrittive dovute al contenimento del Covid-19.
Per questo motivo il primo atto – dopo un simpatico momento di metateatro – è parso piuttosto scarno e poco attraente, ma lo spettacolo ha poi preso quota nel proseguo quando, sfoltiti gli intermezzi parlati, le due feste (pontevedrina e parigina) sono state movimentate dalle danze popolari, da uno scenario suggestivo nel racconto dell’incantesimo di Vilja e dal Can-Can da Maxim’s. Molto brava la ballerina solista Cler Bosco, detto per inciso.
Bello l’impianto luci, purtroppo non segnalato in locandina, e adeguate le scene (Paolo Vitale) e le coreografie (Serhiy Nayenko).
Intelligente anche la soluzione di eseguire l’Ouverture Ein Morgen, ein Mittag und ein Abend in Wien di Franz von Suppé durante il cambio scena tra il secondo e terzo atto, che ha consentito al pubblico di restare in sala senza distrarsi.
Per quanto riguarda la compagnia artistica sono stati meritevoli tutti i comprimari elencati in locandina, con un cenno particolare alla sulfurea Praskowia sadomaso di Marzia Postogna. Bene il Coro, preparato da Francesca Tosi.
I protagonisti sono sembrati all’altezza della situazione, considerando che nelle prossime recite l’affiatamento non potrà che migliorare.
Valentina Mastrangelo è parsa a proprio agio nella parte di una Hanna Glawari impeccabile vocalmente ma alla quale forse manca un po’ di quella allure glamour di gran dama carismatica che avrebbe caratterizzato meglio il personaggio.
Gianluca Terranova ha risolto il carattere dello scapestrato Danilo con il gran mestiere e la disinvoltura scenica dell’artista di esperienza.
Molto brava Giulia Della Peruta, maliziosa Valencienne, dotata di una voce che spiccava nei concertati e dalla bella presenza scenica. Elegante Oreste Cosimo nei panni di Camille de Rossilon e convincente Clemente Antonio Daliotti nella parte dello stolido Barone Mirko Zeta.
Eccellente la direzione dell’esperto Christopher Franklin che ha ben evidenziato con charme sia il lato malinconico sia l’esprit più dinamico della partitura, accompagnando con grande attenzione i cantanti. Molto buona in tutte le sezioni la risposta dell’Orchestra del Verdi che, per usare un termine calcistico, giocava in casa: splendidi gli archi, con il Konzermeister Stefano Furini brillante e coinvolto.
Teatro esaurito, pur nei limiti di una capienza forzatamente ridotta, e pubblico felice che ha tributato un notevole successo a tutta la compagnia artistica.

Hanna GlawariValentina Mastrangelo
Danilo DanilowitschGianluca Terranova
ValencienneGiulia Della Peruta
Camille de RossillonOreste Cosimo
NjegusAndrea Binetti
Barone Mirko ZetaClemente Antonio Daliotti
Raoul de Saint-BriocheAndrea Schifaudo
Visconta CascadaFilippo Fontana
PraskowiaMarzia Postogna
BogdanowitschGianluca Sorrentino
SylvianeFederica Giansanti
KromovAlessandro Busi
OlgaPaola Francesca Natale
PritschitschLuca Gallo
Ballerina solistaCler Bosco
  
DirettoreChristopher Franklin
Direttore del coroFrancesca Tosi
  
RegiaOscar Cecchi
ScenePaolo Vitale
CoreografieSerhiy Nayenko
  
  

Orchestra e Coro del Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste
  

Con la partecipazione del Corpo di Ballo del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre
  

Recensione semiseria di Nabucco di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: aurea mediocritas, a cominciare dall’estensore della recensione.

Amante dell’orrido quale sono, la parte migliore della serata l’ho gustata durante un intervallo, quando due damazze hanno litigato con un giovane ragazzo per motivi a me sconosciuti. C’entrava l’acqua, in qualche modo. Forse se la sono tirata dietro, non so. Grazie comunque all’ignoto terzetto di comprimari (strasmile). Leggi il resto dell’articolo

Tristan und Isolde al Teatro Verdi di Trieste: cronaca di una non morte annunciata.

Insomma, siamo arrivati felicemente alla fine nonostante le difficoltà. Serata impegnativa, decisamente. Ah, sì, scusate, sto parlando di me percosso da una feroce infreddatura (strasmile) che mi ha reso ben più allucinato di Tristan nel terzo atto.
Qui qualche foto della generale.
Uno zombie, sembravo, e per fortuna che al Verdi mi vogliono bene e mi hanno sistemato in un palco sterilizzato dal secondo atto in poi. Nonostante questo, la democratica diffusione di bacilli durante il primo atto in platea ha decimato il pubblico triestino, che già di suo, mediamente, è pericolosamente esposto ai colpi d’aria vista l’età media rilevabile solo col Carbonio-14 o col carotaggio. Ho visto una coppia che presentava evidenti residui del Quaternario.
Ma passiamo alle cose meno serie, un saluto a tutti!

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A Trieste meglio che parli la musica, perché il resto è da dimenticare.

È sempre un piacere riferire di una bella serata a teatro, soprattutto quando si è condiviso il piacere dell’ascolto con tanti spettatori. Poi metteteci che una gentile signorina mi ha ceduto il suo comodo posto, impietosita dalle smorfie che mi procurava il mal di schiena, ed ecco che l’incantesimo è servito.fd1
Una grande interprete e un grande compositore, che però non si sono incontrati sul palco del Verdi di Trieste. Voglio dire che Francesca Dego, violinista fantastica, non ha incontrato Lenny Bernstein bensì il più modesto (parere mio eh?) Èdouard Lalo. Ma c’è stato spettacolo comunque, perché la giovane artista ha valorizzato la musica “etnica” del compositore francese e il direttore Christopher Franklin e l’Orchestra del Verdi sono stati bravissimi nell’interpretazione della suite da West side story.
Ecco, a Trieste in questo periodo turbolento c’è bisogno che parli la musica, in modo che il rumore di fondo della politica più becera e del giornalismo più meschino non si senta.
Prendetevi tre minuti e leggete la mia cronaca su La classica nota.

Un saluto a tutti, alla prossima.

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