Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria ed espressa dell’Anna Bolena di Gaetano Donizetti dalla Staatsoper di Vienna.

Vorrei avventurarmi in una piccola premessa, prima di passare alla recensione di questa Anna Bolena.
Leggi il resto dell’articolo

Unicuique suum.

Nel Rigoletto di Giuseppe Verdi, il librettista Francesco Maria Piave mette in bocca a Monterone la seguente frase:
 
Slanciare il cane al leon morente, è vile o Duca              
 
Ecc ecc.

 
Mi è stato chiesto da più persone, in privato, di esprimere pubblicamente la mia opinione sui recenti fatti che hanno coinvolto alcuni professori dell’Orchestra del Verdi.
Riassumo brevemente per chi non è al corrente della situazione.
Sul quotidiano di Trieste, Il Piccolo, è apparso la scorsa settimana un articolo in cui si diceva che tredici persone (dodici orchestrali e un tenore) erano state raggiunte da una lettera di contestazione disciplinare da parte del Sindaco Roberto Di Piazza in qualità di Presidente del CdA del Teatro Verdi.
Sostanzialmente i coinvolti sono stati accusati di aver suonato su di una nave da crociera, la Ruby Princess, mentre risultavano indisponibili per vari motivi per il teatro.
I fatti oggi sembrano accertati, preciso, non ho notizia al momento di contestazioni in merito.
Bene, il mio parere è questo: se hanno sbagliato devono pagare applicando le clausole, che sicuramente ci saranno, del contratto.
Non vedo come potrei pensarla diversamente, peraltro.
Però, allo stesso tempo, trovo che chi ha deciso di pubblicare sul giornale i nomi delle persone coinvolte, a mo’ di lista di proscrizione e prima che i fatti fossero accertati, abbia compiuto un’operazione indegna e incivile.
Sì, indegna e incivile.
Perché quegli stessi giornalisti (non mi riferisco nello specifico ai firmatari degli articoli, ma in generale) normalmente si guardano bene dal pubblicare nomi e cognomi di politici o potentati economici coinvolti in scandali di proporzioni ben maggiori, almeno sino a quando gli stessi non sono più in grado di nuocere: il che significa quando sono morti o condannati definitivamente da un tribunale, oppure più semplicemente privati del loro potere.
Quindi a mio parere che modestamente condivido, questo non è giornalismo ma puro sciacallaggio ed ennesima prova di asservimento al potere.
Un potere arrogante che ha bisogno di trovare capri espiatori per perpetuarsi in una classe politica che è la prima responsabile del disastro economico dei teatri italiani (per restare solo in questo ambito), perché non solo non ha mai vigilato su come venivano allocate le risorse, ma ha imposto spesso-tutti i membri del CdA dei teatri e i sovrintendenti sono nominati dai politici con i consueti lungimiranti criteri di spartizione- dei ladri incompetenti ai vertici delle fondazioni liriche.
Quindi, chi ha sbagliato paghi, ma per favore la moralizzazione coatta da parte di politici e giornalisti ci sia, almeno questa, evitata, grazie.
Buon fine settimana a tutti. 

Paperissima all’opera.

Le papere , gli imprevisti, i lapsus, gli improvvisi vuoti di memoria sono l’incubo di chiunque calchi un palcoscenico.
La lirica non è certo estranea a questo problema, vuoi per ignoranza del settore vera e propria (penso ad annunciatrici e speaker vari, come vedremo più avanti), vuoi perché, e chi lavora o ha lavorato in teatro lo sa benissimo, la catastrofe è sempre dietro l’angolo. Sono spettacoli dal vivo e quindi soggetti ai casini meno prevedibili.
Allora nella speranza di far sorridere qualcuno, ecco un piccolo florilegio di “incidenti” accaduti sul palcoscenico o sentiti sui media durante la rappresentazione o la presentazione di alcune opere.
Cominciamo con l’ Otello di Verdi .
Qualche anno fa, il mitico Paolo Limiti, che non si sa per quale motivo era stato incaricato dalla RAI di presentare il capolavoro verdiano, chiese nell’intervallo al tenore Josè Cura che ne pensasse della sua Adalgisa (personaggio della “Norma”), confondendola stolidamente con Desdemona e suscitando lo sguardo scandalizzato del tenore argentino, oltre che le proteste telefoniche dello sparuto gruppo di ascoltatori ( tra i quali, ovviamente, c’ero anch’io).
Un giornale sostituì nella pagina degli spettacoli, a caratteri cubitali, il nome Dalila con Dalida, nel presentare il Samson et Dalila allo Sferisterio di Macerata, suscitando speranze di resurrezione negli ammiratori della cantante francese, che era già passata a miglior vita da qualche anno.
In una recente verdiana Forza del Destino , il tenore ha bussato così violentemente alla porta dell’antro dove si trova in clausura la sua Leonora, che gli è rimasto il battente in mano (smile), compromettendo il pathos della drammatica scena.
In una Traviata genovese, un tenore che evidentemente non aveva incontrato i gusti del pubblico, dopo aver pronunciato alla sua Violetta la frase “Or vanne, andrò a Parigi” si sentì rispondere dal pubblico “E restaci!”
Nel momento più drammatico di Tosca , il soprano protagonista, non riuscendo a trovare un coltello sul tavolo della cena con Scarpia, uccide il potentato barone a colpi di forchetta!
Sempre nella stessa opera, Tosca alla fine si getta giù dai torrioni di Castel Sant’Angelo…ovviamente in scena sotto c’è qualcosa che attutisce la caduta…beh una volta devono averci messo un tappeto elastico, visto che Tosca dopo il suicidio nel vuoto, riapparse miracolosamente per qualche secondo!
Aida è un’opera che si presta a regie straordinarie, specie nelle famose rappresentazioni all’aperto, dove spesso c’erano veri elefanti (non come questi qui sotto…)

Ecco la famigliola di elefanti volanti!

ed altrettanto veri cavalli: beh, mica si può dire ad un elefante “No, qui non puoi mollarla” e neanche ad un cavallo “Non mangiare l’elmo di Radames” , vero? E quindi le povere bestie (quelle vere, non i tenori, strasmile), davano sfogo alla loro natura, con risultati comici che vi lascio immaginare.
Il pubblico è feroce, come abbiamo già visto: una volta, in provincia, all’ultimo secondo la prima ballerina dovette dare forfait ed essere sostituita dalla coreografa, non più giovanissima; bene, nella celeberrima scena della Morte del Cigno l’anziana signora si adagia mollemente sul palcoscenico, e subito dal loggione: “Pora bestia, ha finito de soffri’”.
Nel Don Carlo di Verdi, nella scena del giuramento d’amicizia tra tenore e baritono, la spada del tenore non esce dal fodero, perciò i due protagonisti incrociano una spada…e…un braccio teso (un saluto tornato di gran moda, peraltro).
Ma una delle “papere” più famose è raccontata da quell’enciclopedia vivente del Teatro che è Elio Pandolfi:
siamo in RAI ai tempi della censura democristiana, quando in sostanza non si poteva dire nulla che suggerisse neanche lontanamente un doppio senso a sfondo sessuale.
La “cavatina” nell’accezione lessicale operistica è “ una breve aria monostrofica, priva di una seconda parte e di una successiva ripresa della sezione principale, perlopiù d’intonazione patetica”.
Bene, al debutto alla radio, una giovane annunciatrice disse: Ed ora, gentili ascoltatori, dal Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini vi trasmettiamo la chiavatina di Rosina" .
Ovviamente, fu licenziata in tronco e non se ne seppe più nulla.
Ne avrei tante altre, ma per il momento basta così!
 
 
Se qualcuno ha assistito di persona a qualche disastro teatrale simile, lo scriva pure qui, almeno rileggendo questo post mi farò una risata, che ne ho bisogno.
 
               

Stagione 2009/2010 alla Scala di Milano, sintetiche considerazioni.

Un paio di giorni fa è stata presentata ufficialmente la stagione 2009/2010 della Scala di Milano, la quinta della gestione Lissner.
Non ho tempo per un’analisi approfondita purtroppo, però credo si possa affermare che è una stagione che promette (si sa, le promesse…) bene. I bilanci, evidentemente, si fanno alla fine.
Ci sono i migliori direttori del momento, impegnati anche nella stagione sinfonica, molto ricca.
Barenboim, Abbado, Pappano, Mehta, solo per citare i primi che mi sovvengono.
Tra i cantanti, anche qui alla rinfusa, spiccano i nomi di Placido Domingo, che si esibirà da baritono nel Simon Boccanegra di Verdi, di Erwin Schrott quale Don Giovanni, di Jonas Kaufmann come Don José nella Carmen che aprirà la stagione.
Interessanti in particolare due titoli wagneriani, il Tannhäuser con la regia della Fura dels Baus e il Rheingold, affidato a un regista che mi pare sia alla prima esperienza operistica, Guy Cassiers.
Alcune scelte sanno un po’ di stantio, penso all’ennesimo Rigoletto con il sempreverde Leo Nucci, altre destano perplessità per il cast non eccelso, ad esempio il Faust di Gounod.
Ho qualche dubbio sulla reale partecipazione di Rolando Villazón all’Elisir di Donizetti, il tenore non sta bene e ha cancellato molti impegni già quest’anno.
Nel complesso, come appassionato, sono piuttosto soddisfatto, è un cartellone finalmente paragonabile ad altre metropoli europee.
La prossima settimana, credo, sarà presentata anche la stagione al Verdi di Trieste.
Il Festival dell’Operetta, che quest’anno compie quarant’anni, è ridotto a un solo titolo e cioè La Vedova Allegra in un nuovo allestimento del teatro triestino, che poi girerà l’Italia: Genova, Verona, Napoli.
I tagli al FUS non consentono altro e anche se sono previste molte manifestazioni collaterali, rimane molta amarezza.
Magari ci torno con più calma, intanto mi preparo per la “follia organizzata” (sempre Stendhal)  dell’Italiana in Algeri di domani sera.
Oggi il quotidiano locale ha pubblicato un’intervista a Daniela Barcellona, che interpreterà Isabella.
Intervista al soprano Daniela Barcellona, ha titolato.
Evidentemente Daniela ha cambiato repertorio e io non ne sapevo nulla, scemo io…

Recensione semiseria della Tosca a Trieste.

Ecco, ieri sera a Trieste si è avuto l’esempio lampante di come non deve essere una regia operistica, pur senza che si veda nulla di particolarmente scandaloso.
Il concetto è questo: il teatro lirico vive, fino a prova contraria, di canto e musica, e di conseguenza il regista si deve mettere al servizio dei compositore e dei cantanti.
Ora, se Giovanni Agostinucci ha un’idea distorta della storia e dei personaggi di Tosca, non dovrebbe firmare regie liriche, a prescindere dal fatto che siano costose o meno: le sue eccentricità distolgono l’attenzione dalla musica.
È questo il principio da cui si dovrebbe partire per risanare le fondazioni liriche, eliminare e allontanare gli incompetenti dai teatri e chi, con i nostri soldi, li ingaggia: sarebbe già una bella vittoria.
Nel caso di Puccini poi, il più cinematografico dei compositori, conta solo questo:

Tosca.

sulla partitura e sul libretto c’è scritto tutto, non solo le note, ma anche i sentimenti che animano i protagonisti.
Ieri sera Juan Pons, baritono spagnolo di grande prestigio e lungo corso ha cantato bene il suo Scarpia, seppur con qualche inevitabile cedimento vocale( non è più un ragazzino) ma in scena era inguardabile: una parrucca che lo faceva assomigliare a Tarzan dopo che si è cotonato i capelli era la cosa più sobria.(smile)
Il sublime Te Deum che chiude il primo atto era popolato da un sacco di personaggi inutili, sulla cui presenza mi sto ancora interrogando.
Chi erano? Cosa rappresentavano?
Poi, Daniela Dessì, che si è confermata, l’ho già scritto in occasione delle recite alla Fenice ma lo ribadisco, la più credibile Tosca del panorama operistico attuale e comunque di assoluto riferimento, è nell’opera di Puccini una “Diva”, una cantante famosa: non può essere vestita dimessamente, ma deve apparire elegante, sofisticata, desiderabile anche per la sua condizione privilegiata di artista.
Il soprano genovese (incredibilmente all’esordio a Trieste) ha stregato il pubblico con una prestazione davvero brillante: acuti sicuri (cito solo il famoso DO della lama per tutti), fraseggio curatissimo, interpretazione coinvolgente ma sobria e controllata.
Mai una frase buttata via, fornendo risalto proprio a quel canto di conversazione che è così importante nelle opere di Puccini.
Una prova da incorniciare.
Bravissimo anche il tenore Fabio Armiliato nei panni di Cavaradossi; e a proposito di panni, con quel costume poteva essere chiunque: Don Chisciotte, D’Artagnan, Alvaro, Siegfried, un fantino del Palio di Siena e pure il mio amico Luca.(strasmile)
Che senso ha?
Armiliato, nell’ambito di una prestazione maiuscola, ha cantato un “E Lucevan le stelle” eccezionale, cercando e trovando mille sfumature e colori, mentre sarebbe più comodo per lui e forse anche più appagante per il pubblico sparare acuti a nastro.
Nel bellissimo duetto d’amore del primo atto, un valore aggiunto alla eccellente prova dei due artisti lo ha dato la complicità che c’è nella vita privata: Armiliato e Dessì celebravano ieri sera la centesima rappresentazione pucciniana in coppia.
Bravi anche Alessandro Svab, il fuggiasco Angelotti, e Nicolò Ceriani, simpatico Sagrestano.
Non avrei volto essere per alcun motivo al mondo nei panni di Gianluca Bocchino, che ha cantato bene la piccola parte di Spoletta ma è stato costretto a una recitazione grottesca: ghigni, risatazze, smorfie per significare un eccesso di sadismo, di crudeltà.
Corretti Giuliano Pelizon (Sciarrone) e Damiano Locatelli ( Carceriere) e a posto come sempre il Coro preparato da Lorenzo Fratini e il coro di voci bianche istruito da Maria Susovsky.
Il Pastorello era il giovanissimo Osmer Daniel Spangher, molto bravo.
Il direttore Donato Renzetti mi ha lasciato perplesso: evidenti le scollature con il palcoscenico, sonorità spesso al limite del clangore e una visione dell’opera frammentaria, che si è materializzata in una direzione disomogenea; spesso l’orchestra (incolpevole, a mio modo di vedere) gli è scappata via.
Pubblico in visibilio (un’eccezione, visto che si trattava dei fighetti zombie della prima), con ripetute richieste di bis, purtroppo non accolte, dopo il “Vissi d’arte” di Dessì e il “E Lucevan le stelle” di Armiliato.
Fuori dal teatro i rappresentanti dei sindacati hanno distribuito un volantino, molto ben fatto, in cui s’invita a sottoscrivere questo appello unitario preparato dai lavoratori del Regio di Torino: io l’ho già firmato dopo la segnalazione di Bob e invito tutti i miei lettori a fare come me.
Una considerazione finale sull’accoglienza che ha ricevuto dalla stampa locale questa Tosca, in un momento difficile per il mio teatro.
“Il Piccolo”, tristissimo quotidiano locale, al suo peggio: dieci righe stentate e fumose di recensione, probabilmente riferite alla generale, messe giù con la sufficienza di chi deve fare un compitino.
Complimenti vivissimi, così si aiuta la causa della cultura in Italia.
 
 
 

II puntata: l’informazione un tanto al litro.

Continua la saga del Piccolo, quotidiano triestino:

Questo il titolo:

Caduti 50 litri d’acqua al metro quadro.

In 5 ore si è riversata la quantità di pioggia prevista per l’intero mese.

Ma non c’è stato alcun allagamento.

Poi, nell’articolo si legge:

"Massiccio il numero di interventi dei vigili del fuoco richiamati fin dalle 9.30 del mattino da allagamenti di scantinati e cadute di alberi. Venti sono state le principali uscite dalla caserma di via D’Alviano. "

Sono meravigliosi, io non ho bisogno di altro.

L’informazione un tanto al chilo.

Adoro il mio quotidiano, giuro.

Questo uno dei titoli di oggi, nella cronaca triestina.

IL CAROVITA HA RIVOLUZIONATO LE ABITUDINI

I CONSIGLI
I consumatori: si dimezza la quantità.

«Per salumi e formaggi ormai nessuno parla più di chili ma solamente di etti»

Come è vero, sono finiti i bei tempi in cui al banco di salumeria si sentivano in continuazione frasi tipo:

"Mi dia 3kg di salame, 2 di prosciutto crudo e una forma di latteria, ma non troppo grande, al massimo 5-6 kg eh?"

Buon fine settimana a tutti. ( e non abbuffatevi con i panini, ché se ci mettete dentro mezzo kg di salame e sette etti di gorgonzola è meglio che andiate al ristorante)


Ah, no, non puote tardar l’ira del cielo.

L’omicida di Federica tradito dagli amici.

Così titola il quotidiano della mia città, IL PICCOLO.

Immagino che si chiami così in riferimento al cervello dei titolisti.

Il pallottoliere, questo sconosciuto.

Esco un momento dal mio solito binario, sperando di non deragliare.
Ieri nella rubrica “Ultim’ora” del Televideo compariva questa notizia (?):
15.06.2008 18.48 ARABIA SAUDITA Aumenterà la sua produzione petrolifera di 200.000 barili al giorno a partire da luglio.
 
Questa mattina al GR1 nazionale i barili erano diventati 500.000, mentre “Il Piccolo”, quotidiano della mia città, riporta:
 
"La mossa dei sauditi, se verrà confermata nei fatti, potrebbe portare a un incremento di produzione stimato dai mercati intorno al mezzo milione di barili al giorno, dopo che la stessa Arabia Saudita lo scorso mese aveva già stabilito a partire da giugno una produzione addizionale di 300.000 barili per soddisfare la domanda crescente."
 
Mettetevi d’accordo, no?
 
Inoltre, sempre questa mattina, il GR regionale del Friuli Venezia Giulia ha magnificato nell’ordine:
1)      L’esibizione delle Frecce Tricolori non mi ricordo dove
2)      Una gara di motonautica non so quando
3)      Un’altra gara o esibizione di auto da corsa non so perché
 Tutte attività che, mi pare, richiedono un discreto uso di derivati petroliferi.
 
Quindi , Di Tanti Pulpiti lancia questa proposta al Re Abdullah:
 
Facciamo un milione di barili e non se ne parli più.
 
Buona settimana a tutti.

Recensione infastidita del Roberto Devereux a Trieste.

Oggi sul quotidiano locale si ipotizza un complotto per i fischi a Servile, pilotati da fan di Oren.
Si dice anche che Servile ha cantato così alla generale, però, e si conferma (l’ipotesi era nota da tempo) che il suo ingaggio è stato un risarcimento dopo che lo stesso Oren lo protestò, a suo tempo.
Allora la mia opinione è:
1) che se Servile (o chiunque altro) canta così va protestato comunque, da qualsiasi direttore d’orchestra o artistico, prima che il pubblico lo senta e maledica l’ora di aver buttato i soldi del biglietto.
2) che se i metodi d’ingaggio dei cantanti sono questi, siamo davvero messi bene.
3) altro, che non posso scrivere qui perché esercito la nobile arte del turpiloquio, di cui sono maestro, solo de visu.
Serata grama al Verdi di Trieste, ieri sera.
Il Roberto Devereux di Donizetti è stato annientato da un cast in condizioni penose.
Il baritono Roberto Servile, Conte di Nottingham, è stato sostituito alla fine di un primo atto da tregenda. Improvvisa indisposizione, hanno detto.
Se un cantante sta male, non dovrebbe salire sul palcoscenico, per rispetto al pubblico ed anche a se stesso. Non credo che abbia preso freddo salendo le scale del palcoscenico no?
La sostituta dell’ultima ora, Nelly Miricioiu, ha affrontato uno dei ruoli più difficili del belcanto, quello di Elisabetta I Regina d’Inghilterra.
Bene, con tutto il rispetto che si deve all’artista per il suo passato, il biglietto gli spettatori lo pagano in euro e non in sesterzi, quindi non andava ingaggiata.
La sua prestazione, specialmente nel primo atto, è stata imbarazzante: non ha preso una nota che sia una in modo decente. Poi, probabilmente sollevata psicologicamente dalla sostituzione del baritono e riposatasi grazie ad un intervallo lunghissimo, si è limitata a cantare male sino alla fine.
Il tenore Roberto Aronica, che pure ha già cantato il ruolo del titolo abbastanza bene, tanto che esiste pure un DVD in commercio con la Gruberova come protagonista, ha fornito una prestazione deludente.
Sembrava l’incarnazione del tenore di quella famosa barzelletta sulla lirica: “Serata bellissima, teatro magnifico, persone vestite elegantemente, poltrone comode, peccato che ad un certo punto sul palco sia salito un signore che ha urlato per tutta la durata dell’opera!”
Un’interpretazione monocorde, senza un minimo di approfondimento psicologico del personaggio che suggerisse un colore della voce diverso. Tutto cantato forte o fortissimo e pure senza un minimo di legato, di gusto.
Laura Polverelli, nel ruolo di Sara, è stata l’unica che ha fornito una prova buona: attenta nel fraseggio, sicura negli acuti, dinamica in scena.
Paolo Rumetz, che ha sostituito Servile, almeno ha cantato con i pochi mezzi vocali disponibili ma con gusto, e gli va attribuito il merito di aver salvato la serata.
Molto buona la direzione del direttore Bruno Campanella, sempre attento a riacchiappare i cantanti che andavano sistematicamente fuori tempo e, contemporaneamente, ad accompagnarli con delicatezza, rispettando le dinamiche musicali donizettiane con sonorità appropriate dell’orchestra.
L’allestimento, che riprendeva una vecchia scenografia del Teatro dell’Opera di Roma, è stato tradizionale ma è risultato datato, polveroso, assolutamente improponibile nel 2008. Una cartolina ingiallita e putrescente.
Tra l’altro, la macchinosità dello spettacolo ha obbligato a numerosi e lunghissimi cambi di scena.
Regia comunque inesistente, con i cantanti schierati al proscenio costantemente, come nella peggiore iconografia degli anni’50.
Persino il Coro, che è da sempre uno dei punti di forza del teatro triestino, mi è parso incappare in una serata poco felice.
Il pubblico ha applaudito alla fine, per motivi misteriosi, dopo che addirittura aveva brontolato rumorosamente nel primo atto.
Io sono scappato velocemente e sono ancora inferocito.
Il più intonato di tutti è stato il solito cellulare, il cui squillo è risultato salvifico, mentre imperversava Nelly Miricioiu, così vicina al proscenio che ha rischiato, credo, di cadere nella buca orchestrale.
Il giornale radio regionale, con una faccia tosta straordinaria, ha parlato di una bella serata.
Vergogna.
Buon fine settimana a tutti.
 
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