Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi delle etichette: libri

Variazioni sul tema.

Prima d'affrontare l'ultimo atto della Walküre, una piccola divagazione.

Chiacchiere lette.
Il calembour viene facile, perché il ricordo, o meglio l’attualità delle conversazioni sul blog di Ghismunda suggerisce proprio il paragone con le conversazioni tra amici.
Il libro come leit motiv, visto che in questi giorni si parla di Wagner, potrebbe essere un buon sottotitolo per queste Letture chiacchierate.
Copertina
Nelle recensioni di Ghismunda compaiono, sempre per restare in tema musicale, molte variazioni: sotto forma di riflessioni, cortocircuiti, suggestioni.
Nei suoi scritti ha la capacità di sottolineare il particolare e ampliarlo, ingrandirlo, senza che la circolarità della visione d’insieme ne risenta.
Cosa rara.
Il libro come pretesto per affrontare la realtà ma anche per sospenderla.
Perché l’Arte ha questa straordinaria capacità di rinnovarsi e rinnovarci, in qualche modo.
Negli articoli di Ghismunda c’è sempre tensione narrativa, quasi fossero più che recensioni dei piccoli racconti ed è proprio questa la circostanza che colpisce chi legge il libro.
Forse, inconsciamente, Ghismunda voleva scrivere questo volume dal giorno in cui ha pubblicato il primo post nell’ormai lontano 2004.
In Letture chiacchierate coabitano senza litigi in una biblioteca virtuale molti dei protagonisti della letteratura di ogni tempo, contemporanei compresi.
Mi piace segnalare, per ovvi motivi campanilistici ma anche perché a mio parere meriterebbero una virtuosa visibilità ancora maggiore, le recensioni dei libri di Italo Svevo, di Claudio Magris, di Boris Pahor.
Insomma, se siete nelle consuete ambasce per la scelta dei regali natalizi, pensateci.
Il libro è uscito da poco e purtroppo sul sito della casa editrice (EraNuova) non ho trovato ancora indicazioni, confido che intervenga Ghismunda stessa a darci qualche “dritta”.
Buon fine settimana a tutti.
 

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Melomania, portami via (seconda e ultima parte). Meglio essere melomane, alcolista o zoccola?

Certo che si leggono in giro cose davvero sorprendenti, ci vorrebbe l'arguzia e l'ironia di Alberto Mattioli (il critico musicale della Stampa) per commentarle a dovere.

Mi riferisco marginalmente al trittico “Millenium” di cui mi sono occupato, con qualche approvazione ma pure con grande scorno degli ammiratori della buon’anima di Stieg Larsson, perché il protagonista Mikael Blomkvist c’entra in qualche modo.
Dovete sapere che è in vista una specie d’edizione de luxe dei tre romanzi che compongono la trilogia e quindi, Eva Gedin, prima editor di Larsson, ha rilasciato una dichiarazione di cui io riporterò solo l’essenziale, perché in qualche modo riguarda gli appassionati d’opera.
Citando una corrispondenza privata con lo scrittore, sostiene che questi, nel tratteggiare le caratteristiche psicologiche del giornalista volle evitare gli stereotipi del personaggio positivo.
E quali sono, direte voi (ma anche no eh?) queste stereotipate positività?
Eccole:
 
 
«non ha l'ulcera, né problemi di alcol, né complessi di ansia. Non ascolta l'opera né ha strani hobby come quello di costruire modellini di aeroplani. Non ha veri problemi e la sua vera caratteristica è di comportarsi da ”zoccola”, come del resto ammette lui stesso».
 

Ohhhhhhhhhhhhh finalmente ci siamo ed era ora!
Il melomane è visto come un deviante, un pericoloso drop out che ha hobby strani (chissà, forse anche inconfessabili) e probabilmente ascolta Verdi oppure Wagner per placare l’ansia, l’ulcera o l’alcolismo.
Beh, a parte che di questi tempi occuparsi di musica lirica è un’attività che io definirei addirittura propedeutica all’insorgere delle patologie indicate, sono soddisfatto perché la melomania è definitivamente assegnata alle nevrosi da DSM IV (Diagnostic and Statistics Manual of mental disorders, arrivato alla quarta edizione, una delle mie letture di culto) o comunque ai comportamenti devianti, ma, badate bene, in senso positivo!
Voglio dire, chi è melomane è connotato psicologicamente come un buono, marginale, ma buono.
Uno sfigatello, un pretty loser insomma.
C’è da sottolineare che io a questa conclusione ero arrivato già 3 anni fa, come potete leggere in questo post.
E poi volete mettere la soddisfazione di essere paragonati ai certosini costruttori di modellini d’aeroplani?
David Letterman, uno dei miei miti, quando esce la notizia che qualcuno, che ne so, ha costruito un modellino a grandezza naturale della Torre Eiffel con le caccole del naso, chiosa:
 
E sapete, ragazze, qual è la buona notizia? E’ single!
 
Anche noi melomani siamo entrati nel novero di chi può ambire al privilegio di essere considerato alla stregua di un pazzoide strano, ma tutto sommato inoffensivo, come chi vota a sinistra.
Ma non fatevi prendere dall’entusiasmo, ragazze: io non sono single.
La notizia positiva è che mi comporto da zoccola.
Buona settimana a tutti (ultrasmile).
 

La prima metà del 900: tempo di bilanci e spigolature varie.

Un paio di mesi fa, del tutto inaspettatamente, mi è arrivato a casa un pacchetto.

Già leggere il mittente, Gianni Gori, mi ha un po’confuso.

Che c’entravo io, imbrattacarte virtuale, con una persona così nota e colta, un intellettuale vero? Tra l’altro uno dei pochissimi triestini che vedo in giro per teatri, e pochissimi è davvero un eufemismo perché per contarli bastano e avanzano le dita di un…monco.
Oddio ho esagerato con le mie idiozie semiserie– ho pensato- e mi sono beccato una denuncia!
Ed invece no, tutt’altro. Era un cadeau. Il gentilissimo Dott.Gori, che si dichiara in una lettera d’accompagnamento fedele lettore di questo blog (ognuno ha le sue perversioni, che ci volete fare, strasmile), mi ha mandato una copia di “20 opere liriche da salvare dal diluvio (ed altro)” a cura di Giorgio Venturi, che potete forse trovare ancora disponibile qui.
Il libro illustra i risultati di un sondaggio, cominciato nel 1956 e ribadito nel 2009.
Il tema è le opere liriche della prima metà del 900 da salvare, come si capisce dal titolo, e a questo divertissement hanno partecipato una pletora di critici musicali italiani e musicologi del passato e del presente. Nomi notissimi e prestigiosi, da Massimo Mila a Gori stesso, da Franco Abbiati a Angelo Foletto, passando per Fedele D’Amico e Roman Vlad, ad Alberto Arbasino e davvero tanti altri. Il Gotha dell’intellighenzia musicale italiana.
Il sondaggio iniziò, pensate un po’, sul settimanale il “Tempo” e fu curato da Guido Gatti, a riprova che quando io sostengo che una volta l’opera lirica non era quell’attività per carbonari che è diventata oggi, non dico una delle mie solite stronzate. Voglio dire che c’era una stampa, non necessariamente specialistica e a diffusione nazionale che si occupava seriamente di musica e di teatro.
Those were the days! O tempora o mores! Mi fermo qui perché giusto un po’ di latino e d’inglese conosco, ché per il resto è peggio che andar di notte (smile).
Spesso le scelte dei partecipanti si limitano ai soli titoli delle opere, ma alcuni critici esprimono pure una motivazione e lo fanno nel loro stile: c’è chi è sarcastico, chi è dissacrante, chi è noioso, chi se la tira. Grandioso Quirino Principe, che sostanzialmente motiva le sue opzioni scrivendo una specie di poema, e chi ha assistito almeno una volta alle sue conferenze o prolusioni non può che ritrovarne l’umorismo intelligente e l’estroversione dell’uomo di spettacolo.
Molto indegnamente anch’io da questi pulpiti partecipo a questo gioco e spiego quali sono i miei criteri di scelta e anche di esclusione.
Beh, intanto, sembrerà strano che lo puntualizzi ma non è così, devo conoscere l’opera, ché nella prima metà del 900 l’ispirazione dei compositori ha prodotto tanti capolavori e non tutti mi sono noti.
E poi il lavoro mi deve divertire e non essere un palliativo per temperare l’esibizionismo del mio ego, che mi farebbe scrivere che l’opera più bella è Die Gezeichneten  di Franz Schreker (appena allestita al Massimo di Palermo) ma di cui a stento so scrivere il titolo e basta.
Quindi comincio, non per snobismo, con l’escludere il lavoro che si è confermato in entrambi i sondaggio come il più gettonato, e cioè il Pelléas et Mélisande di Debussy. Perché, direte voi (ma anche no)? Perché lo ritengo di una noia mortale e nonostante mi renda conto che potrei essere lapidato per questa mia affermazione, resta il fatto che è più forte di me, non ce la faccio ad arrivare alla fine quasi mai.
E questo senza metterne in dubbio la qualità e la straordinaria carica innovativa, che sia chiaro.
Insomma nella mia classifica compariranno titoli che ascolto spesso per piacere o che mi sono ricordati quasi quotidianamente nella vita di ogni giorno, magari colti nell’espressione di un viso, o nella suggestione di un sapore o di una sensazione inspiegabile. Come per i libri che sono nel box qui a sinistra del blog, questi titoli vivono e lavorano dentro di me, anche quando non ci penso, o mi sorprendono mentre sono affaccendato in altre cose, facendo capolino all’improvviso.
Sulla Lulu di Alban Berg, in questi giorni alla Scala di Milano, ecco qui l'opinione della Voce del Loggione e qui quella di Daland.
Le prime tre opere sono in ordine di preferenza, le altre alla rinfusa, tutte al quarto posto.
 

  1. Elektra di Richard Strauss
  2. Salome di Richard Strauss
  3. Wozzeck di Alban Berg
  4. Peter Grimes di Benjamin Britten
  5. The Rake’s Progress di Igor Stravinskij
  6. Lulu di Alban Berg
  7. The turn of the screw di Benjamin Britten
  8. La rondine di Giacomo Puccini
  9. Kat’a Kabanova di Leóš Janáček
  10. Die Frau ohne Schatten di Richard Strauss
  11. Pierrot lunaire di Arnold Schönberg
  12. L’enfant et les sortileges di Maurice Ravel
  13. Rusalka di Antonín Dvořák
  14. Il castello di Barbablù di Bela Bartók
  15. Don Quichotte di Jules Massenet
  16. Il tabarro di Giacomo Puccini
  17. Der Rosenkavalier di Richard Strauss
  18. Die lustige Witwe di Franz Lehár
  19. L’amore delle tre melarance di Sergej Prokof’ev
  20. Ariadne auf Naxos di Richard Strauss

 
Certamente qualche rinuncia sanguinosa ho dovuto farla, ma se devono essere venti titoli, che siano venti.
Il libro contiene anche una deliziosa appendice nella quale, tra un intervento dello stesso Giorgio Venturi e un ricordo di Gianandrea Gavazzeni, spicca un brillantissimo racconto di Gianni Gori, che conferma la leggerezza della sua scrittura e l’intelligenza dell’ispirazione anche in quelle poche pagine.
Non mancano, ovviamente, commenti alle scelte dei singoli e considerazioni generali assai appetitose.

In chiusura segnalo l’iniziativa della Zecchini Editore, che coinvolge proprio il romanzo (non mi stancherò mai di ripeterlo, bellissimo, Brünnhilde a Trieste).

Buon fine settimana a tutti.
 

Maria Callas e Tiziano Scarpa.

Col passare degli anni ricevo sempre meno regali.
Le persone mi conoscono meglio e, giustamente, pensano: "Perché dovrei regalare qualcosa ad Amfortas?" e non trovano risposta.
Come non capirle, queste persone?
Perciò i regali me li faccio da solo, qualche volta.

Quest’anno, attirato dal prezzo davvero basso e pungolato dal totale disordine della mia discoteca, mi sono regalato questo:
Lo potete trovare qui, ad esempio.
Ho pensato tante volte di scrivere recensioni di dischi storici ma un po’ per pigrizia e un po’ perché gli avvenimenti contingenti offrono sempre buoni spunti di riflessione, non l’ho mai fatto.
Ora ho deciso, nelle fasi di stanca di notizie scriverò le mie opinioni su questi documenti straordinari, senza aver la pretesa di dire qualcosa di nuovo, ma cercando di ascoltare senza pregiudizi (nel caso della Callas quasi sempre positivi).
Alcune di queste incisioni non le sento da tempo, addirittura anni in qualche caso, quindi potrei, io per primo, essere sorpreso dalle mie reazioni.
Vi prometto che le scriverò in modo chiaro, anche se dovessero risultare indigeste ai puristi.
Nei commenti al post precedente ho preannunciato che avrei comprato e letto il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater. Così è stato e mi voglio togliere subito il pensiero.
Non mi ha deluso, anzi, superato lo scoglio delle prime venti pagine, piuttosto impegnative, l’ho trovato originale nei contenuti e ben scritto.
C’è qualche incongruenza storica, ma l’autore stesso l’ammette in un’esaustiva nota alla fine del romanzo.
La protagonista si chiama Cecilia, non a caso suppongo (Santa Cecilia è la patrona della Musica) e del suo

conflitto interiore, pesantissimo, si parla in questo libro.

Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci.

Ho estrapolato questa frase che Cecilia dice per strette questioni logistiche (non anticipo nulla del libro), perché anche a me succede ogni tanto di sentirmi sepolto dalla musica, specie da quella di alcune sinfonie: la terza di Mahler, la quinta di Beethoven, ad esempio, ma anche altre di compositori diversi.
Il libro è in alcuni momenti un po’ pretenzioso e in altri inopinatamente puerile, ma è un buon libro.
Alcuni passi sono emozionanti, specialmente all’inizio.
Costa troppo, però, e se da un lato lo consiglio volentieri dall’altro suggerisco d’aspettare l’edizione economica.
Credo, per tornare al discorso iniziale, che comincerò le mie recensioni con le due opere veriste per antonomasia: Pagliacci e Cavalleria Rusticana.
Buon fine settimana a tutti.
 

La stagione operistica al Teatro Verdi di Trieste è alle porte, si comincia con un omaggio a Piero Cappuccilli.

Com’è tradizione, con novembre le stagioni teatrali operistiche entrano nel vivo.
A Trieste la stagione vera e propria si aprirà con “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi, il 18 novembre, ma avrò modo di parlarne diffusamente nelle prossime settimane.
Prima della prima, diciamo così, sono due gli appuntamenti rilevanti qui in città per gli appassionati: uno guarda, in qualche modo, al passato più glorioso e l’altro al presente.
Nel primo caso presso il ridotto del Teatro Verdi di Trieste si presenta ufficialmente, il 9 novembre alle 18.30, il libro Piero Cappuccilli. Un baritono da leggenda, di Rino Alessi, che io ho avuto il privilegio di leggere in anteprima qualche tempo fa.
Grande cantante, Piero Cappuccilli, di quelli che oggi rimpiangiamo.
 
Lascio da parte le classifiche, che piacciono tanto ai melomani e ne solleticano la parte più viscerale e barricadera, ma credo che onestamente si possa affermare che il baritono triestino sia stato uno dei protagonisti indiscussi dei teatri lirici di tutto il mondo per almeno trent’anni.
Chi l’ha sentito dal vivo, sa di cosa parlo.
Una voce torrenziale, capacità di legare le frasi con ampie arcate di fiato quasi insolenti, presenza scenica eccellente. Qualche volta l’interprete era indisciplinato, nel senso che tendeva a strafare e abusare dello strumento straordinario di cui era dotato. Se sul podio c’era un direttore di polso e valore, e succedeva spesso, visti i contesti in cui s’esibiva Cappuccilli, l’artista riusciva a piegare la voce con una dolcezza incredibile senza che la voce perdesse quel corpo e quel colore che la caratterizzavano.
Allora, ecco il Simon Boccanegra con Abbado ma anche con Gavazzeni, forse il personaggio che più era nelle corde dell’artista. Un’incisione che è imprescindibile per l’appassionato. Cioè, visto che abbiamo parlato, nel post precedente, di Domingo in quest’opera, il confronto non si pone neanche, meglio specificarlo.
E visto che siamo a Halloween, mi fa piacere ricordare che Cappuccilli era anche, quando voleva, un grande burlone.
C’è un disco celeberrimo, la Cavalleria Rusticana di Mascagni diretta da Gavazzeni per la Decca, in cui il baritono triestino interpreta un sanguigno Compar Alfio. Ebbene, quando ormai il dramma è compiuto e Alfio uccide in duello Turiddu (per l’occasione uno spettacolare Luciano Pavarotti) il testo prevede che l’ultima frase sia “Hanno ammazzato Compare Turiddu” e che a cantarla sia una donna. E, invece, è Cappuccilli che imita la voce di una donna (strasmile).
E quindi grazie a Piero Cappuccilli, scomparso qualche anno fa e grazie anche all’amico e collega Rino Alessi per questo suo bellissimo lavoro, che si può acquistare anche in Rete a questo indirizzo.
Poi, come dicevo all’inizio, c’è anche il presente.
La crisi finanziaria in cui si dibattono i teatri italiani può essere di stimolo a cercare nuove vie, a incoraggiare iniziative interessanti.
Mi pare che questo sia il caso dell’Accademia Lirica Santa Croce-Scuola Internazionale di Canto di Trieste, diretta dal basso triestino Alessandro Svab.
I giorni 4, 5, 6 novembre i giovani artisti dell’accademia presenteranno alla Sala Tripcovich il “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini, dopo che già quest’estate si sono esibiti nella piazza del paese carsolino di Santa Croce.
In occasione della conferenza stampa di presentazione, l’altro giorno, mi ha colpito molto l’entusiasmo di Alessandro Svab per questa sua creatura.
Io sono sempre più convinto che il futuro dei teatri passi anche attraverso la formazione di un nucleo di artisti “residenti”, meglio se usciti dalle scuole e accademie cittadine, come succede, solo per fare un esempio clamoroso, a Vienna.
Auguri quindi ai giovani interpreti che si accingono a questa specie di battesimo del fuoco davanti al pubblico triestino, che spero accorra numeroso.
L’iniziativa prevede anche due recite mattutine, dedicate anche alle scuole.
Buon fine settimana a tutti, vi lascio un Piero Cappuccilli quale Simon Boccanegra nelle memorabili recite scaligere con Abbado sul podio.
 

Quel povero diavolo di Niccolò Paganini.

In Italia, d’estate, la musica lirica si trasferisce spesso all’aperto.
A Torre del Lago è appena cominciato (non benissimo, ahimé)  il Festival Pucciniano, all’Arena di Verona proseguono le recite delle opere in cartellone, Aida, Barbiere, Carmen (particolarmente sfortunata quest’anno, numerose le sospensioni a causa di acquazzoni), Turandot, il Gala con Placido Domingo del 24 luglio.
Tutti appuntamenti interessanti, ma per me fa troppo caldo e rinuncio. Salvo imprevedibili cambi di programma (sempre possibili anche se non probabili), m’accontenterò di seguire alla radio il Festival di Bayreuth e il Rossini Opera Festival, per poi riprendere le mie frequentazioni teatrali in settembre.
Nel frattempo mi sono imbattuto in un ottimo libro, a cura di Marco Capra: Il diavolo all’opera. Aspetti e rappresentazioni del diabolico nella musica e nella cultura del XIX secolo. (qui su IBS)
L’autore va ad indagare non tanto le opere in cui appare, in varie forme, il Maligno, ma offre uno sguardo più ampio sull’impatto della figura diabolica in varie discipline, partendo dalla lirica o dalla musica più in generale.
Nel primo capitolo, paradigmatico di tutto il volume, si parla, pensate un po’, di Niccolò Paganini, il violinista che non ripeteva mai. Vista con gli occhi di oggi, la frase “Paganini non ripete” sembra uno slogan, non così dissimile nella forma ad un messaggio pubblicitario. Vedremo che questa visione non è poi così peregrina.
Ma perché parlare di Paganini in un libro che si occupa d’influenze diaboliche? Bisogna fare un passo indietro e considerare un altro celeberrimo violinista, Giuseppe Tartini, che una notte del 1713 fece uno strano sogno e cioè che il diavolo si metteva a sua disposizione per realizzare qualsiasi desiderio.
L’artista gli affida il proprio violino e il diavolaccio suona una melodia di straordinaria bellezza, tanto che, al risveglio, Tartini si precipita sullo strumento per provare a riprodurla. Nulla da fare, la musica è irripetibile e l’armonia scompare dalla mente del compositore. Allora, febbrilmente ispirato, quasi in uno stato di trance, scrive le note di un nuovo pezzo, la Sonata del Trillo del diavolo di cui, nel secolo successivo, Paganini diede interpretazioni memorabili.
Ma la bravura soprannaturale non basta a spiegare l’accostamento tra l’artista e il tentatore, ci vuole altro, e Paganini, grandissimo promotore di se stesso, sfruttò a proprio vantaggio anche alcune caratteristiche fisiche.
Era alto, allampanato, l’espressione un po’assente, con le mani affusolate e le dita lunghissime che ghermivano il violino come artigli. Suonava il suo strumento in modo inconsueto, strappando le corde o tenendolo capovolto (un Jimi Hendrix ante litteram, diciamo, strasmile). Si esibiva, si dice, nei cimiteri!
Nel 1812 assiste, alla Scala di Milano, ad uno strano balletto di Salvatore Viganò intitolato Il noce di Benevento, che parla di streghe che si riuniscono nei pressi di un albero.
Una delle melodie di questo lavoro lo affascina a tal punto che incomincia ad inserirla nei concerti. Diventa famoso e i media del tempo si occupano di lui, lo vediamo ritratto mentre suona circondato da diavoli. Paganini si trasforma in un fenomeno massmediatico e fioriscono le prime leggende metropolitane sulla sua chiacchierata persona.
Le voci si rincorrono.
Sembra che da bambino, a causa del morbillo, sia quasi stato sepolto vivo! Pare che sia stato coinvolto in un delitto orribile!
Puntuale, ecco una litografia che lo immortala in prigione. Durante i suoi concerti c’è chi giura di vedere sinistri bagliori o di sentire odore di zolfo!
In questo clima eccitato, persino il poeta Heinrich Heine,
nelle Florentinische Nächte, descrive così il musicista durante un’esibizione:
 
“Dietro a lui s’agitava uno spettro, la fisionomia del quale rivelava una beffarda natura di caprone e talvolta vedevo due lunghe mani pelose (le sue, pareva) toccare le corde dello strumento suonato da Paganini. Talvolta esse gli guidavano pure la mano onde reggeva l’arco e risate belanti d’applauso accompagnavano i suoni che sgorgavano dal violino sempre più dolorosi e cruenti.”
 
Che dire, dobbiamo crederci?
E pensare che in una delle prime raffigurazioni vediamo il musicista accanto ad un’arpa, cioè lo strumento angelico per antonomasia!
Insomma Paganini si organizza la vita facendosi attendere e precedere da campagne di stampa che creano attesa, curiosità morbosa, aspettative straordinarie.
Un artista diabolico o solo un grande artista molto furbo?
Il libro poi prosegue, corredato da una nutrita bibliografia, descrivendo altre “relazioni pericolose” vere o presunte tra compositori e il Maligno. Non mancano, ovviamente, considerazioni sul Romanticismo, afflato culturale nel quale demoni e streghe hanno proliferato ampiamente.
Insomma, direi che vista la notevole frequentazione reciproca, artisti e diavoli vari possono essere considerati tranquillamente nuovi mostri e…coppie di fatto (strasmile)!
È una lettura colta, scritta con intenti divulgativi, che non si rivolge solo agli addetti ai lavori e può essere apprezzata da chiunque, quindi consiglio il libro ai miei numerosi fan (smile).
Buona settimana a tutti!
 

Varie ed eventuali dalla Fenice di Venezia al Regio di Torino.

L’altro giorno dopo molto mesi sono andato a vedere le statistiche del mio blog. Ebbene, nella lista delle chiavi di ricerca ho trovato una sorpresa.
Come tutti i miei lettori sanno io mi occupo quasi esclusivamente di musica lirica, da quando ho abbandonato la vecchia piattaforma. Mi aspettavo che tramite i motori di ricerca si arrivasse su “Di Tanti Pulpiti” cercando qualcosa di attinente alla disciplina di cui mi occupo, ed è così, effettivamente, però questo mese le chiavi di ricerca più frequenti sono “Hedestad” e (aaaaaaargh!) “Renato Balestra”!
Insieme concorrono per più del 10% delle visite al mio blog.
Ora, capisco che il successo planetario di “Uomini che odiano le donne”, il libro di Stieg Larsson, sia stato ulteriormente amplificato dall’omonimo film (by the way, mi dicono che è molto bello), ma qualcuno mi spiega chi cerca ancora l’immagine di Renato Balestra (o vista o vista orribile, una volta di più, strasmile!).
Poi, più seriamente, informo che domenica prossima tornerò alla Fenice, nell’orrida Venezia, per assistere a un altro Götterdämmerung dopo quello fiorentino, questa volta diretto dall’amatissimo Jeffrey Tate e per la regia di Robert Carsen.
Martedì 1 luglio, invece, recensirò per OperaClick l’Adriana Lecouvreur al Regio di Torino.
A beneficio di chi fosse interessato, segnalo qui la discussione che si è aperta sul forum di OperaClick sulle problematiche della regia nel teatro d’opera.
Purtroppo non ho tempo per scrivere una breve introduzione al lavoro di Cilea, perciò accontentatevi di un ascolto, peraltro magnifico.

Per quei pochi che non conoscono il giapponese e per la quasi totalità che non riesce a decifrare ciò che dice la Caballè (ultrasmile), ecco qui il testo.

Poveri fiori,
gemme de’ prati,
pur ieri nati,
oggi morenti,
quai giuramenti
d’infido cor!
L’ultimo bacio,
o il bacio primo,
ecco v’imprimo,
soave e forte,
bacio di morte,
bacio d’amor.
Tutto è finito!
Col vostro olezzo
muoia il disprezzo:
con voi d’un giorno
senza ritorno
cessi l’error!
Tutto è finito!

A presto con nuove recensioni semiserie e buon fine settimana a tutti.

Esercizio abusivo della critica letteraria: Un luogo incerto, di Fred Vargas.

Me ne sono scordato colpevolmente. Leggete questa bellissima intervista su Operaclick, è free.
Ho scoperto Fred Vargas qualche tempo fa e in breve ho letto tutti i suoi romanzi disponibili.
 
 
Potete immaginare quindi come mi sia precipitato a comprare il suo ultimo libro, “Un luogo incerto”, uscito da qualche settimana qui in Italia.
Ovviamente ho dovuto girare tre librerie prima di trovarlo.
Direte voi, esaurito? No, non sapevano di che stessi parlando, non male vero?
Nella terza erano più preparati e mi hanno giurato che l’ultima fatica della scrittrice era “Un po’ più in là sulla destra”, che risale a due anni fa, se non sbaglio.
Poi l’ho trovato, ‘sto benedetto libro, e per averlo presto ho pagato pure 4 euro di più di quanto avrei sborsato su IBS. Vabbè.
La Vargas (per chi non lo sapesse, a dispetto del nome maschile è una donna) questa volta mi ha deluso.
Oddio, sempre meglio di Stieg Larsson, del quale ho letto con raccapriccio i primi due volumi (qui la recensione del primo, Uomini che odiano le donne) della saga di Lisbeth Salander, astenendomi poi senza fatica dalla lettura del terzo e conclusivo atto (forse, perché minacciano la pubblicazione di un altro capitolo basato su appunti trovati nell’hard disc dello scrittore svedese defunto).
Il motivo per cui non ritengo questo romanzo di Vargas a livello degli altri, neanche quelli meno riusciti, è che la vicenda è veramente troppo macchinosa. Anche un lettore esperto e infaticabile come me, aduso a tradurre la prosa agghiacciante di Paolo Isotta, si trova in difficoltà (strasmile). Per non parlare delle trame operistiche di Salvatore Cammarano, il librettista, tra le altre cose, dell’inestricabile Trovatore di Verdi.
Certo, lo spunto è molto stimolante: si trovano 17 scarpe davanti ad un cimitero piuttosto chiacchierato, e dentro ci sono i piedi mozzati dei proprietari. Ne manca una e il relativo piede. Chi? Come? Perché?
Carino.
Non voglio rovinare la lettura a chi ha intenzione di comprare il libro, perciò non svelo altro della trama che prevede che il commissario Jean Baptiste Adamsberg passi qui vicino a Trieste per poi approdare in Serbia.
Proprio il commissario esce male dalla vicenda. Il personaggio ha la sua forza letteraria perché non è determinato in confini precisi, è nebuloso, imprevedibile, incasinato, spesso irritante.
Qui sembra scemo, che è leggermente diverso.
Buona invece la crescita psicologica del suo contraltare, il meticoloso Danglard.
L’amica Fred mette troppa carne al fuoco e non sa come uscirne, tanto che è costretta a scrivere tre capitoli tre, che non sono pochi, per far combaciare in qualche modo un puzzle che sembra comunque rabberciato.
In terza di copertina le solite note, presenti su tutti i libri di Vargas, che contribuiscono alla costruzione del mito della scrittrice: scrive i suoi libri in ventuno giorni, la sorella gemella Jo le fa da editor privilegiato ecc ecc.
Leggendole ho pensato, per la prima volta, che magari sarebbe meglio che per il futuro ci rifletta un po’ di più, che si prenda il suo tempo insomma, insieme alla gemellina.
Voglio dire, mica è obbligatorio scrivere un libro all’anno no?
Altrimenti anche in occasione del prossimo romanzo sarò costretto a ricordare una frase latina: parturiunt montes, nascetur ridiculus mus.
Ciao a tutti.

Nessun dorma!

Se da un lato il governo continua a tagliare i fondi per la cultura e la ricerca, dall’altro, per fortuna, nell’editoria privata ma anche universitaria, come in questo caso, le pubblicazioni di alto profilo intellettuale non mancano.
“Miti e note. Musica con antichi racconti” di Franco Serpa, a cura di Lorenzo De Vecchi e Corrado Travan, si inserisce a pieno titolo in questo filone di divulgazione colta.
Il volume, edito da EUT Edizioni Università di Trieste, è una raccolta degli scritti del Professor Serpa pensati in occasione di conferenze, lezioni accademiche, saggi e libretti di sala.
Al centro delle approfondite speculazioni c’è il rapporto tra la musica e il mondo classico e quello cristiano, la necessità che questi argomenti siano continuamente ripensati e riproposti.
In questo modo ci si trova catapultati in un viaggio che parte dalle Odi di Orazio e si conclude con Phaedra di Hans Werner Henze, spettacolo rappresentato durante il Maggio Fiorentino dell’anno scorso.
Ogni capitolo affronta un tema diverso ed offre interessanti spunti di riflessione, come per esempio le analogie tra l’Arte del Canto e l’Ars Oratoria romana, che necessitava di una tecnica precisa proprio per l’emissione e il controllo della respirazione.
Anche la frequente riproposizione, giudicata dai profani un po’ stucchevole, di scenari comuni nelle opere liriche (interno di palazzi, giardini, carceri e sotterranei), specialmente sino al Romanticismo, è indagata con curiosità. I compositori e i librettisti dovevano fare di necessità virtù per focalizzare l’attenzione del distratto pubblico di quei tempi e cercarne il consenso.
I teatri, come è noto, erano spesso delle vere bolge, in cui si mangiava, si beveva ed anche si ascoltava musica. Da queste circostanze oggettive nasceva il bisogno di rappresentare in modo almeno parzialmente rassicurante, noto, vicende diverse, in maniera di ottenere l’attenzione del pubblico negli snodi più significativi dell’opera: le arie virtuosistiche, i duetti più infuocati.
L’appassionato wagneriano (come me per esempio) troverà in questo libro un excursus molto interessante sulle origini del mito del Graal, sulla storia del Tannhäuser, del Lohengrin, e su come le vicende personali hanno inciso sull’urgenza psicologica di Wagner nello scrivere il Tristan.
Personalmente leggendo questi passi mi è venuta voglia di riascoltare con orecchio più attento alcuni brani di questi capolavori, e credo che ciò sia indicativo dell’interesse che suscita la lettura.
Ho trovato molto stimolanti anche i capitoli dedicati a Richard Strauss e al complesso rapporto di collaborazione artistica che il compositore instaurò prima con il poeta Hugo von Hofmannsthal e poi con Joseph Gregor, il tutto sullo sfondo della tragedia dell’ascesa del nazionalsocialismo di Hitler.
Il lavoro del Professor Serpa non trascura poi altri compositori moderni, tra cui gli alfieri della dodecafonia Arnold Schönberg e Luigi Dallapiccola.
Ovviamente, come tutte le persone di profonda cultura, l’Autore impreziosisce il testo di riferimenti al panorama artistico che fa da sfondo alle varie osservazioni specifiche: frequenti, quindi, le citazioni dalla Poesia e dalla Pittura, ma anche dalla Psicanalisi.
La scrittura colta e lo stile divulgativo favoriscono la lettura di questo bellissimo volume, anche nei momenti in cui la ricostruzione dei miti (Orfeo, Edipo, Elettra) si avventura in tempi storici che ci appaiono remoti, mentre invece i conflitti che li generano sono attuali e presenti nella vita e nella cronaca quotidiana.
Il libro ha inoltre un grandissimo merito e cioè quello di sottolineare con i fatti che la cultura è un campo in cui né pubblico né privato possono accampare diritti di controllo esclusivo né tantomeno ricatti finanziari, ma è patrimonio di tutti e quindi deve essere tutelato ad ogni costo.
Le logiche mercantili, ormai dilaganti, non possono governare le attività dell’intellettuale e dello studioso.
Il lavoro è arricchito, inoltre, da una puntualissima bibliografia, che ripercorre il percorso intellettuale dell’Autore, sempre a cavallo tra filologia e musicologia.
Ecco, scrivendo e pensando questo tipo di libri si fa realmente cultura, non certo blaterando in televisione durante dibattiti assurdi, in cui la mancanza di un conduttore preparato e serio consente agli invitati di parlarsi addosso per ore, unica attività in cui costoro sono realmente straordinari.
Intanto, al momento in cui scrivo questo post, sembra che dopo la prima di ieri, a Bologna saltino per sciopero anche le prossime tre recite della Gazza Ladra; a Roma, non c’è certezza né per le prossime rappresentazioni di Ipghigénie en Aulide di Gluck né per quelle del Re Nudo di Luca Lombardi.
Questa è la situazione in cui si trovano i teatri italiani, per cui mai come in questo caso la citazione del titolo cade a fagiolo.
Nel frattempo Daland, in questo post, ospita tra i commentatori Angelo Foletto, attuale Presidente dell’Associazione Critici Musicali Italiani.
Buona settimana a tutti.

Iphigénie en Aulide: Riccardo Muti e Gluck.

Domani al Teatro dell’Opera di Roma esordisce Iphigénie en Aulide di Christoph Willibald Gluck, con la direzione di Riccardo Muti.
L’opera potrà essere ascoltata in diretta su RADIO3, domani a partire dalle 20.30.
È un occasione ghiotta per parlare di miti.
A suo tempo, ho recensito un libro che parlava proprio del mito e l’Autore lo definiva così:
 
“una storia tradizionale con una straordinaria e vastissima diffusione culturale, cui si attribuisce una verità quasi storica e che incarna o simbolizza alcuni dei valori fondamentali della società.”
 
Direi che è una bella definizione.
Il mito, si potrebbe affermare, è una fonte di energia inesauribile, perché ha ispirato e continua ad ispirare artisti che si esprimono con linguaggi diversi: Musica, Poesia, Pittura, Scultura, Letteratura.
C’è qualcuno che non ha mai sentito parlare di Edipo o Elettra? Di Agamennone o Oreste? Di Clitennestra e Achille?
Ecco, con quest’opera di Gluck siamo in codesta zona, forse un po’ oscura oggi, perché la cultura classica tende ad essere soppiantata dalle logiche mercantili, che individuano come “utile”, e quindi degno d’attenzione (anche economica) solo una speculazione che ottiene risultati pratici.
Muti ha scelto di proporre l’opera con il finale riadattato da Richard Wagner, e anche questa circostanza (che potrebbe essere discutibile, per mille motivi) torna utile al fil rouge del mio post: tra il Ring e i miti ellenici ci sono molte affinità.
Chi conosce l’Elektra di Richard Strauss non si aspetti la forza evocativa, violenta di quella musica, qui le emozioni sono filtrate attraverso la sensibilità del 700, quando di Freud non si sapeva ancora nulla.
Questo lavoro ha un protagonista muto, in qualche modo: il mare.
A tal proposito mi torna utile parte di un altro mio vecchio post nel quale, riferendomi al Crociato in Egitto di Meyerbeer, in cui compare la frase “mare immenso ci separa”, osservavo:

Crociato3

 
 
Mare: già basterebbe per perdere la nostra mente in una distesa liquida ed informe d’ipotesi, un labirinto in cui non si lascia traccia del nostro passaggio, poiché l’acqua non ci consente di sapere se per quella via siamo già passati…si richiude uguale dietro di noi, come la scia di un relitto alla deriva.
Immenso: non grande, non enorme, non gigantesco bensì incommensurabile, al di là della nostra comprensione.
Ci: chi c’è dietro questo “ci”? Un uomo ed una donna, due popoli, un figlio e una madre, due amanti che si sono perduti?
Separa: divide, impedisce di esplicitare i nostri sentimenti, condanna alla solitudine, al rimpianto, al ricordo, all’abbandono, alla perdita, all’attesa.
 
Qui la trama dell’opera, forse ci scappa una recensione semiseria, se ho tempo.
Intanto, dopo questa botta autoreferenziale, buona settimana a tutti. (smile)
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