Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Placido Domingo? No, meglio Jonas Kaufmann.

Il fatto è che il povero blogger critico musicale militante deve scrivere qualcosa, anche in quest’afosissima estate in cui spesso nelle piazze telematiche deputate si discute del nulla oppure, nella migliore della ipotesi, si elevano sconsiderati  e non richiesti monumenti a se stessi.


Perciò ecco che la notizia, già ventilata da tempo e ora confermata, dell’ulteriore impegno di Placido Domingo in una parte da baritono (Rigoletto…) diventa occasione per una scelta di campo.
Accadrà alla Washington National Opera, il 2 agosto, dove il nostro amico Placido è Direttore Generale.
Il resto del cast qui, direttamente dal comunicato stampa del teatro statunitense:
 
Performing with him are recent graduates of his Domingo-Cafritz Young Artist Program, including Micaëla Oeste as Gilda, Yingxi Zhang as the Duke, Nathan Herfindahl as Marulo, Grigory Soloviov as Sparafucile and Cynthia Hanna as Maddalena. Eugene Kohn conducts the performance, leading the Chinese National Opera House Symphony Orchestra and Chorus.
 
 
Voglio dire, già quando il giurassico tenore (ex tenore di fatto da molto tempo, a dire il vero, e non ditemi che sono cattivo!) affrontò il Simon Boccanegra espressi i miei dubbi sulla validità artistica dell’operazione, tanto che scelsi per la mia consueta recensione semiseria l’aggettivo “amara”.
Tutto sommato però si poteva guardare con un minimo di bonomia al vecchio (nessuno sa quanto: l’età di Domingo è come il terzo segreto di Fatima) e glorioso Placido e pensare: Si è voluto togliere una soddisfazione, ci può stare.
Ero disposto a chiudere un occhio anche per questo debutto nel “suo” teatro, circondato da allievi e in forma di concerto.
Un trafiletto sul giornale di stamane, però, mi ha convinto che siamo alla farsa e cioè all’operazione commerciale bieca, al classico evento nazionalpopolare per minus habens.
Solo così infatti, a mio parere, si può considerare la successiva ripresa del personaggio in mondovisione (evento già comprato 137 televisioni) in una baracconata di regime simile alla Tosca nei luoghi e nelle ore di qualche anno fa e la Traviata di Parigi (forse la più brutta di tutti i tempi).
Peraltro ecco pronto il prestigioso direttore Zubin Mehta per questo Rigoletto a Mantova, che conta anche sul regista cinematografico Marco Bellocchio e il premio Oscar Vittorio Storaro, oltre che sul meglio dell’attuale tecnologia digitale: 30 telecamere, 3 regie televisive, non so quanti km di cavi e 8 gruppi elettrogeni.
Che culo! Potremo vedere in primo piano e in alta definizione le rughe del vetusto Domingo! Chissà se pure il buon Placido ricorrerà a qualche stratagemma per apparire più giovane (ricordate la famosa calza sulla telecamera?), come ha fatto un altro guitto in una diversa disciplina d’intrattenimento, e cioè la politica.
Lo scopriremo solo vivendo, diciamo.
So che in molti, assai più prestigiosi di me, difenderanno e promuoveranno quest’assurdità, ma sinceramente a me pare proprio una buffonata.
Vorrei che la Gialappa’s s’inventasse un Mai dire Rigoletto e commentasse in diretta (anzi Marco, se mi leggi nel caso ci vengo io gratis):
 
Ed ecco Rigoletto che egagro e fiero delle sue adenoidi cerca di proteggere Gilda, la figlia deficiente, ma viene preso per il culo da Marullo e si copre di ridicolo.
 
E allora io dico Evviva Kaufmann, che forse non sarà il best Cavaradossi ever  che alcuni ci vogliono far credere ma almeno, domenica prossima debutta a Bayreuth  (non nella parte, già affrontata)nel Lohengrin di Richard Wagner.
Un tenore che canta una parte da tenore è qualcosa che appartiene all’opera lirica, un ex tenore che sfrutta la popolarità per gonfiare il già opimo portafoglio è altro, lascio a voi decidere cosa, ma certamente non ha nulla a che fare con l’opera lirica.
 
 
 

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L’acqua intorno a noi, tra il serio, il faceto e una veloce puntata nella musica lirica.

Se fossi alle prese con il giochino delle associazioni di parole, con ogni probabilità dopo il vocabolo “acqua” risponderei  “mare”.
In mare, tutto quello che succede sulla terraferma assume connotazioni più marcate.

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Le nostre reazioni emotive sono ampliate o comunque modificate dalla presenza dell’acqua.
Penso, ad esempio, alla tempesta: affrontarne una in mare ed uscirne vincitori regala una patente d’eroismo, è qualcosa da raccontare ai nipoti.
La stessa tempesta, presa su di una statale suburbana, lascia solo i vestiti inzuppati di pioggia e ci espone alle sapide battute degli amici. La nostra impresa eroica diventa un’appendice apocrifa dei film di Fantozzi.
E che dire dei corsari, dei pirati?
Il mare riesce a donare dignità di mito anche ai delinquenti!
Un tale è squallido borseggiatore sugli autobus, ma in mare diventa Long John Silver, roba che Stevenson ne fa un capolavoro della letteratura d’ogni tempo e Björn Larsson uno dei romanzi più appassionanti degli ultimi anni.
Ancora, vogliamo parlare della grandezza di Moby Dick? (riconoscete questo attore, vero?)
Una delle più grandi ed audaci opere dell’uomo è stato il Titanic, scomparso negli abissi a causa di un pezzetto d’acqua ghiacciata. L’acqua ha inghiottito ogni cosa, è stata una tragedia immane ma il minuto successivo all’affondamento sulla superficie del mare c’era silenzio, come non fosse successo nulla.
Lascio ai lettori altre considerazioni, ce ne sono a bizzeffe in tutte le Arti.
Voglio fare un paio d’esempi tratti dall’opera lirica, senza entrare in dettagli troppo tecnici per non appesantire la lettura.
Badate bene, la Lirica è una forma d’Arte che è stata autenticamente popolare per più di tre secoli!
Farò un nome noto a tutti: L’Olandese Volante o il Vascello Fantasma.
Una nave maledetta popolata da non morti al soldo di un altro zombie, l’Holländer, un blasfemo bestemmiatore che ha osato sfidare Dio, pur di superare Il Capo di Buona Speranza; una donna che s’innamora del ritratto di un marinaio, e che si uccide gettandosi in mare.
Il fallimento dell’amore liliale, ma nevrotico, isterico, della ragazza potrebbe essere reso, con un umorismo un po’ macabro di cui mi scuso, con una metafora: “Ha fatto un buco nell’acqua!”.
Ancora, lo stesso artificio letterario ci soccorre quando, con malcelata ironia ed un po’ sprezzantemente diciamo che qualcuno “tira l’acqua al suo mulino” per giustificare qualche nefandezza.
Anche la saggezza popolare, che si dice raccolta nei proverbi, dove le figure retoriche abbondano, ci può essere d’aiuto.
Cosa c’è tra dire ed il fare? L’immensità del mare, appunto.
Siamo perseguitati dalla sfiga? Ebbene acqua a volontà, “piove sul bagnato”.
Ci troviamo in una situazione precaria? Siamo con “l’acqua alla gola” o “navighiamo in cattive acque”.
Ma l’acqua ha altri poteri e mille valenze psicologiche.
Cos’è un’isola se non un pezzetto di terra circondato dall’acqua?
Quando, presi dallo sconforto, affermiamo (un po’ incautamente, diciamolo) che vorremmo essere su di un’isola deserta, il nostro desiderio di stare da soli non è garantito da quel lembo di terra o dalla mancanza di autoctoni, ma dal fatto che tutto intorno c’è una sterminata distesa d’acqua. Diamo per scontato che quell’isola sia lontana dalla civiltà, altrimenti come potremmo trovare l’agognato raccoglimento interiore? Eppure, anche la Sicilia o un isolotto vicino a riva sono, a tutti gli effetti, isole.
C’è un’opera lirica di Giacomo Meyerbeer che s’intitola “Il Crociato in Egitto”, che oggi suona come il titolo di un videogioco.
Ebbene, nelle pieghe dei versi del libretto scritto da Gaetano Rossi, si trova una frase che all’inizio non si rivela in tutta la sua epicità e passa quasi inosservata: “Mare immenso ci separa…”
Grandioso!
Analizziamo i quattro componenti sintattici della frase.
“Un mare”: già basterebbe per perdere la nostra mente in una distesa liquida ed informe d’ipotesi, un labirinto in cui non lascia traccia del nostro passaggio, poiché l’acqua non ci consente di sapere se per quella via siamo già passati, si richiude imperterrita dietro di noi, come la scia di un relitto alla deriva.
“Immenso”: non grande, non enorme, non gigantesco bensì incommensurabile, al di là della nostra comprensione.
“Ci”: chi c’è dietro questo “ci”? Un uomo ed una donna, due popoli, un figlio e una madre, due amanti che si sono perduti?
“Separa”: divide, impedisce di esplicitare i nostri sentimenti, condanna alla solitudine, al rimpianto, al ricordo, all’abbandono, alla perdita.
Quando io penso a questa frase, ritorno indietro di tantissimi anni, alla mia fanciullezza passata all’oratorio.
Il prete mi assicurava che se fossi stato rispettoso dei comandamenti, una volta lasciata questa grama vita, sarei stato “per sempre”accanto a Dio. A me sembrava la più terribile delle condanne, perché non riuscivo a visualizzare, a dare le coordinate nel mio diagramma cartesiano a quel “per sempre”.Capivo solo che significava immobilità mentale e fisica, in una dimensione sconosciuta e ostile alla mia ipercinesi strutturale, mentale e fisica, intendo.
Dalla religione mi separava un mare immenso d’incomunicabilità.
Per questa mia prima uscita credo possa bastare, non vorrei affermare qualcosa che rappresenti la classica “goccia che fa traboccare il vaso”della vostra pazienza.
E se avete trovato questo mio scritto insopportabile, mi raccomando…”acqua in bocca” (smile).
 
Buon proseguimento a tutti.
 
 
 
 

Iphigénie en Aulide: Riccardo Muti e Gluck.

Domani al Teatro dell’Opera di Roma esordisce Iphigénie en Aulide di Christoph Willibald Gluck, con la direzione di Riccardo Muti.
L’opera potrà essere ascoltata in diretta su RADIO3, domani a partire dalle 20.30.
È un occasione ghiotta per parlare di miti.
A suo tempo, ho recensito un libro che parlava proprio del mito e l’Autore lo definiva così:
 
“una storia tradizionale con una straordinaria e vastissima diffusione culturale, cui si attribuisce una verità quasi storica e che incarna o simbolizza alcuni dei valori fondamentali della società.”
 
Direi che è una bella definizione.
Il mito, si potrebbe affermare, è una fonte di energia inesauribile, perché ha ispirato e continua ad ispirare artisti che si esprimono con linguaggi diversi: Musica, Poesia, Pittura, Scultura, Letteratura.
C’è qualcuno che non ha mai sentito parlare di Edipo o Elettra? Di Agamennone o Oreste? Di Clitennestra e Achille?
Ecco, con quest’opera di Gluck siamo in codesta zona, forse un po’ oscura oggi, perché la cultura classica tende ad essere soppiantata dalle logiche mercantili, che individuano come “utile”, e quindi degno d’attenzione (anche economica) solo una speculazione che ottiene risultati pratici.
Muti ha scelto di proporre l’opera con il finale riadattato da Richard Wagner, e anche questa circostanza (che potrebbe essere discutibile, per mille motivi) torna utile al fil rouge del mio post: tra il Ring e i miti ellenici ci sono molte affinità.
Chi conosce l’Elektra di Richard Strauss non si aspetti la forza evocativa, violenta di quella musica, qui le emozioni sono filtrate attraverso la sensibilità del 700, quando di Freud non si sapeva ancora nulla.
Questo lavoro ha un protagonista muto, in qualche modo: il mare.
A tal proposito mi torna utile parte di un altro mio vecchio post nel quale, riferendomi al Crociato in Egitto di Meyerbeer, in cui compare la frase “mare immenso ci separa”, osservavo:

Crociato3

 
 
Mare: già basterebbe per perdere la nostra mente in una distesa liquida ed informe d’ipotesi, un labirinto in cui non si lascia traccia del nostro passaggio, poiché l’acqua non ci consente di sapere se per quella via siamo già passati…si richiude uguale dietro di noi, come la scia di un relitto alla deriva.
Immenso: non grande, non enorme, non gigantesco bensì incommensurabile, al di là della nostra comprensione.
Ci: chi c’è dietro questo “ci”? Un uomo ed una donna, due popoli, un figlio e una madre, due amanti che si sono perduti?
Separa: divide, impedisce di esplicitare i nostri sentimenti, condanna alla solitudine, al rimpianto, al ricordo, all’abbandono, alla perdita, all’attesa.
 
Qui la trama dell’opera, forse ci scappa una recensione semiseria, se ho tempo.
Intanto, dopo questa botta autoreferenziale, buona settimana a tutti. (smile)

Fu(r)or del mar.

Questa mattina a Trieste c’è stata una libecciata che non si vedeva da anni.

Allora, il prode (?) Amfortas ha preso la sua modesta fotocamera e ha scattato qualche foto. Questa era notevole!

Se fate click su questa sopra o questa sotto
Due tipi allibiti!

le potete vedere tutte.

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