Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione seria di Don Pasquale di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: i ruggenti anni sessanta e i fumetti.

Anche Donizetti, come altri compositori, dopo aver scritto perlopiù grandiosi drammi – si pensi solo a Lucia, o alla cosiddetta Trilogia Tudor – sentì il bisogno di lasciarci con un malinconico sorriso. Don Pasquale è, infatti, quasi il canto del cigno del compositore bergamasco il quale, quando compose codesta opera buffa dal retrogusto amarognolo, era già preda della malattia che a breve l’avrebbe portato prima all’inattività e poi alla morte.
Don Pasquale è una sorta di summa del genere comico italiano, perché vi si riconoscono alcuni archetipi ricorrenti: l’uomo anziano che non si arrende allo scorrere del tempo, la ragazzetta scaltra, l’amoroso un po’ bambinone, il mestatore truffaldino ma simpatico. Caratteri e personalità che hanno convinto il regista di questa produzione che risale a parecchi anni fa, Gianni Marras, ad ambientare la vicenda negli anni 60 del secolo scorso strizzando l’occhio al fortunato filone cinematografico della commedia all’italiana.
Ne esce un allestimento colorato, moderatamente spassoso, che alterna gag spiritose a qualche caduta di gusto, ma nel complesso divertente.
Le scene e i costumi di Davide Amadei sono di stampo fumettistico con didascalie da fotoromanzo scritte sui pannelli che riproducono angoli di Roma, in cui si riconoscono citazioni da “Vacanze romane” – la Vespa con Norina/Audrey Hepburn -, surreali richiami all’allora attuale primo viaggio spaziale e la presenza di un notaro caricatura di Groucho Marx. Si nota attenzione alle interazioni tra i personaggi per gestire in modo efficace i tempi comici del susseguirsi delle varie situazioni.
Nonostante qualche sbavatura qua e là, che nella musica dal vivo è inevitabile, buona la direzione di Roberto Gianola, alla quale sono mancati forse solo un po’ di brio e brillantezza che potranno essere un valore aggiunto nelle prossime recite. Bella la Sinfonia, nessun clangore, buon accompagnamento ai cantanti. Segnalo, inoltre, che almeno dalla mia posizione (palco in secondo piano) la disposizione dell’orchestra dovuta alle regole anti Covid ha privilegiato in modo notevole il suono dei legni, in particolare dei flauti che assumevano un’imponenza wagneriana.
Ottima la prova del Coro, anche dinamico in scena nel terzo atto e ben diretto da Paolo Longo.
Nina Muho si è rivelata un’efficace Norina, connotandola di quella viperina civetteria che appartiene al personaggio. La voce tende ad espandersi negli acuti ed è di bel colore, le agilità sono state affrontate con qualche cautela ma il soprano è sembrato disinvolto in scena ed elegante nella figura snella.
Antonino Siragusa bravissimo come sempre e anche spiritoso nel caratterizzare un Ernesto a metà tra un cantante melodico di successo (con un ciuffo inguardabile, va detto con un sorriso) e un ragazzino immaturo. Ottima l’intesa con il soprano nel duetto del terzo atto e voce salda, acuti penetranti, capacità di cantare con l’espressività giusta per l’amoroso di turno.
Convincente la prestazione di Pablo Ruiz, Don Pasquale a proprio agio nel fraseggio e nel canto sillabato, spiritoso e al contempo malinconico ed eloquente in scena, con tempi comici da attore consumato.
L’allampanato Malatesta di Vincenzo Nizzardo ha convinto sia dal lato vocale sia da quello attoriale, in cui ha mostrato un indispensabile affiatamento nei dialoghi con gli altri interpreti.
Completavano il cast il bravo Armando Badia (Notaro) e il dinamico mimo Daniele Palumbo, attivissimo trait d’union tra una scena e l’altra.
Teatro discretamente affollato e pubblico che ha apprezzato tutta la compagnia artistica nonostante qualche isolata contestazione alla regia.

ErnestoAntonino Siragusa
NorinaNina Muho
Don PasqualePablo Ruiz
Dottor MalatestaVincenzo Nizzardo
Un notaroArmnado Badia
MimoDaniele Palumbo
  
DirettoreRoberto Gianola
Direttore del coroPaolo Longo
  
RegiaGianni Marras
Scene e costumiDavide Amadei
  
Orchestra e Coro del Teatro Giuseppe Verdi di Trieste
  
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