Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria della Vedova Allegra di Franz Lehàr al Teatro Verdi di Trieste, ma non c’è poi tanto da ridere.

Beh, è vero che ufficialmente la stagione operistica triestina si concluderà con il Barbiere di Siviglia programmato per novembre, però abbiamo 5 mesi davanti e quindi la Vedova allegra di ieri sera segna almeno l’inizio della pausa estiva, che sarà piuttosto lunga. Leggi il resto dell’articolo

Festival dell’Operetta a Trieste: o meglio, presunto festival. O il “musicone”?

Quest’anno il consueto sondaggio sul gradimento della stagione tra gli spettatori del Teatro Verdi di Trieste ha dato un risultato, a mio parere, abbastanza clamoroso.

Sono state “scrutinate” 862 schede (mi pare un po’ meno degli anni scorsi, ma qualche recita è saltata per gli scioperi) e il maggior gradimento è andato al Tannhäuser di Wagner, che non si rappresentava a Trieste da più di quarant’anni.
E sì che alla prima, alla quale si riferisce la mia recensione semiseria, il pubblico non era neanche così numeroso, anzi!
Ovviamente, da wagneriano, mi fa molto piacere.
Seguono la Madama Butterfly, L’elisir d’amore e il Roméo et Juliette.
Ma è tempo ormai di lasciarsi alle spalle la stagione 2009/2010 e guardare al presente e all’immediato futuro, rappresentato dal 41° Festival dell’Operetta, che a Trieste è un’istituzione imprescindibile.
Uno quando dice “festival” pensa a una serie di manifestazioni che abbiano un comune denominatore, in questo caso la nobilissima “piccola lirica”.
Ecco, nei fatti anche quest’anno è così, però davvero il programma è striminzito, ridotto ai minimi termini dalla mancanza di finanziamenti causata dai tagli governativi al FUS. Un presunto festival, diciamo.
Inoltre, e questo blog non può non sottolinearlo, perché spesso ho parlato delle difficoltà dei lavoratori del teatro, il corpo di ballo del Teatro Verdi è stato azzerato dai tagli di cui sopra.
In città ci sono state parecchie polemiche sulla questione e a me pare, senza entrare in particolari, che in questo caso il sovrintendente uscente Giorgio Zanfagnin sia stato più realista del Re, ammesso che la visione di Bondi con una corona in testa sia qualcosa che una mente onesta possa immaginare.
Comunque, il presunto festival presenta un solo titolo: La principessa della Csárdás, operetta in tre atti da un’idea di Leo Stein e Bela Janbach, musica di Imre Kálmán. Si tratta di un nuovo allestimento del Teatro Verdi di Trieste.
Non vorrei che qualcuno si scandalizzasse, ma io sono più interessato all’Hommage á Suppé del 9 luglio, per esempio, una delle manifestazioni collaterali.
Insomma, visto che da quest’anno all’Arena di Verona si canta e si suona amplificati (il che esclude per default una mia presenza, perché lirica e microfoni non vanno d’accordo) per volere dell’onnipotente regista Zeffirelli, credo che mi farò un bel ripasso di dischi storici e m’accontenterò.
E poi ci sono sempre il Festival di Bayreuth e il Rossini Opera Festival, no?

Ecco qui una spigolatura sul termine festival:

Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.

Il “Festival della canzone italiana” di Sanremo, per i puristi è senz’altro uno svarione. Anzi per qualcuno un vero e proprio obbrobrio. Nel 1933, parlando di un’altra rassegna musicale, Paolo Monelli, in un libro corrucciato (“Barbaro dominio”) ammoniva: “Finora la parola ha sempre voluto indicare una festa di carattere popolare e di cui l’elemento principale è la musica. Gli organizzatori delle feste musicali di Venezia, battezzandole ‘Festival musicale’, hanno peccato due volte, anzi tre: usando una parola straniera senza necessità, togliendola dal suo regno popolaresco e dandole un carattere di raffinatezza che non ha mai avuto e infine aggiungendo il superfluo aggettivo ‘musicale’, poiché “festival’ significa già di per sé ‘festa musicale’”. Fatto si è che in letteratura la parola è abbinata al cinema, al teatro, mai alla canzone. Però, siamo sinceri, per far contenti i puristi, ci sentiremmo di chiamare, di punto in bianco, il nostro Festival più popolare il “Musicone di Sanremo”?

Un saluto a tutti.
 
 

Festival dell’Operetta al Verdi di Trieste: recensione semiseria della Vedova Allegra di Franz Lehár.

Sabato scorso, in una serata per molti versi da tregenda, ha esordito al Verdi di Trieste il nuovo allestimento della Vedova Allegra di Franz Lehár.
Perché dico da tregenda? Il motivo è semplice, anche se con la musica ha poco a che fare: cominciavano i saldi, il Comune ha organizzato la relativa notte bianca e i triestini si sono lanciati tutti in centro.
Un casino allucinante.
Per l’occasione si sono allestite anche alcune isole pedonali transitorie, perciò il traffico, già di per sé caotico, si è concentrato in un paio di vie, che si sono trasformate in gironi infernali. Tutti contro tutti, ho visto genitori lanciare carrozzelle contro i fuoristrada per farsi largo sulle strisce. Automobilisti che prendevano in ostaggio i vigili e come riscatto chiedevano un posto in parcheggio.
Io stesso ho ancora nel bagagliaio il corpo di un turista austriaco, che aveva tentato di fregarmi un posteggio comunque di malavita, davanti al passo carrabile d’un cantiere edile.
Ecco, finita l’introduzione semiseria (strasmile).
Quest’anno ricorre il quarantennale del Festival dell’Operetta ma c’è poco da gioire, la fondazione lirica triestina non ha soldi e quindi le celebrazioni sono rimandate a tempi migliori, ammesso che ce ne siano in futuro.
Lo spettacolo è interamente prodotto a Trieste e nella prossima stagione girerà alcuni teatri italiani (Napoli, Verona, Genova). La Vedova Allegra, una vecchia signora ultracentenaria che ha ancora fascino da vendere, è l’unico titolo di questo festival in tono minore.
Sì, certo, ci sono alcune manifestazioni di contorno anche interessanti, però la realtà è che c’è un solo titolo, indorare la pillola serve a poco.
Il regista Federico Tiezzi mette il danaro al centro del suo spettacolo, di evidente ispirazione cinematografica, e ambienta la vicenda nella Parigi dei primi anni trenta del secolo scorso, nel momento della Grande Depressione. Il simbolo di questa regia è la protagonista, Hanna Glawari, che entra in scena uscendo da una cassaforte gigante. Al suo apparire tutti i grafici di Borsa, costellati di segno meno o in picchiata, invertono la tendenza. La vedova ha una dote assai cospicua e se sposerà un residente dello Stato di Pontevedro i bilanci potranno essere risanati.
Comincia quindi la nota commedia degli equivoci che porterà al matrimonio il Conte Danilo e la Glawari.
Lo spettacolo, a mio parere, è riuscito. Sono semplici ma funzionali le scene di Edoardo Sanchi, eleganti i coloratissimi costumi di Giovanna Buzzi ed efficace l’impianto luci di Gianni Pollini. Contribuiscono ad arricchire l’ambiente, senza pesantezze, le videoanimazioni di Antonio Giacomin e la coreografia di Giovanni Di Cicco.
Molto attraente la scena chez Maxim, con relativo scoppiettante can-can.
Il lavoro di Tiezzi è di qualità e di ottimo gusto, forse manca di un po’ di brio e spensieratezza e appare leggermente statico. A questo proposito sarebbe bene provare a coinvolgere di più il Coro (i peana a questi artisti sono sempre troppo pochi!).
Dal lato strettamente musicale, le cose non sono andate benissimo, purtroppo.
Julian Kovatchev conferma che il soprannome mano de pedra che gli ho affibbiato dopo la Norma di qualche mese fa è meritato. L’Orchestra del Verdi, che si disimpegna bene, meriterebbe qualcosa di meglio.
Direzione uniforme, clangorosa, monolitica, della serie “faccio il compitino e vado a casa”. Specialmente nei valzer si sente la mancanza di un po’ d’anima. Vabbè.
La compagnia di canto, ahimé, non era straordinaria (detesto parlare male dei cantanti, non avete idea quanto!).
L’unica a fornire una prestazione discreta è stata Silvia Dalla Benetta, nei panni di Hanna Glawari. Insomma nulla di particolare, ma almeno ho sentito un paio di filati in pianissimo di buona fattura. Inoltre il soprano vanta un’intonazione adamantina, acuti sicuri e una bella presenza scenica, mentre appare da perfezionare la dizione.
Il baritono Gezim Myshketa impersonava il Conte Danilo e se dal punto di vista attoriale ha parzialmente convinto (gli manca un po’ di quella allure cialtrona che il personaggio richiede), ha deluso dal lato vocale. La voce è anonima e povera di armonici, costantemente forzata, spesso in difficoltà negli acuti.
Molto peggio ha cantato Elena Borin, la Valencienne della serata, che ha finito la recita praticamente afona. Forse stava male, non so, ma indisposizioni non sono state annunciate.
Mi ha sorpreso negativamente monociglio Gianluca Terranova, nelle vesti che per lui dovrebbero essere comode di Camille, abituato com’è al Duca di Mantova o Edgardo. Non so, mi è sembrato deconcentrato, assente, e tutt’altro che ineccepibile vocalmente: gli acuti erano evidentemente forzati.
Oltre a Riccardo Peroni (Barone Mirko Zeta) e Sandro Lombardi (Njegus), il lavoro di Lehàr prevede molti coprotagonisti, che cantano negli ensemble e recitano qualche battuta in prosa. Non hanno demeritato, eccoli qui: Nicolò Ceriani (Cascada), Saverio Bambi (Raoul), Alessio Colautti (Bogdanowitsch), Marzia Postogna (Sylviane), Andrea Binetti (Kromow), Ilaria Zanetti (Olga), Giuliano Pelizon (Pritschitsch), Sara Alzetta (Praškowia).
Pubblico contento e plaudente ma non eccitatissimo, a mio parere.
Spero che nelle prossime recite il rendimento dei cantanti migliori, l’allestimento di Tiezzi lo merita.
Ciao a tutti.
 

Esultate! Evento culturale serio a Trieste.

Mentre ieri gli appassionati hanno festeggiato il compleanno del grandissimo Carlo Bergonzi (che mio padre ha sentito agli esordi, quando cantava da baritono), oggi a Trieste, dopo troppo tempo, si celebra un vero evento culturale.
Si riapre al pubblico, infatti, con un recital d’arie d’opera, il Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto.

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Nell’immediato dopoguerra (ma anche prima, questa foto si riferisce al 1937) questo spazio era letteralmente preso d’assalto dai triestini. E non è un modo di dire! C’era pubblico ovunque, abbarbicato anche pericolosamente sui bastioni, per assistere a opere ed operette.
Proprio in questo spazio papà ha sentito il grande Bergonzi.
Questa la testimonianza di Gianni Gori, tratta dalla stampa locale, al quale sarò grato per sempre almeno per aver scritto questo libro, oltre che per la passata attività di alto dirigente del teatro Verdi:
 
“Nel Cortile delle Milizie si sono esibiti tutti i grandi dell’opera di quegli anni. Ogni evento importante, d’estate, passava di lì. Ho ricordi davvero incredibili di quel periodo: allora si facevano spettacoli imponenti, con bellissime scenografie dipinte a mano, senza l’aiuto dei computer moderni. Ho ancora in mente le scene quasi comiche di alcune serate di maltempo: la bora soffiava implacabile, ma la volontà di portare a termine lo spettacolo era talmente forte che i macchinisti erano costretti a tirare le corde per tutto il tempo, per paura che la scenografia volasse via.
La gente si sedeva nei posti più folli, cose che oggi non sarebbero tollerate dalle norme di sicurezza: memorabile l’ultimo concerto di Beniamino Gigli, che registrò un’affluenza record per l’epoca. Ci saranno state 7-8mila persone, arrampicate ovunque. Un momento indimenticabile.”
 
Tra l’altro, questo spazio è stato proficuamente sfruttato anche per il cinema all’aperto (ricordo il Festival di Fantascienza, che a suo tempo richiamava spettatori da ovunque) ed altri spettacoli musicali.
Ovviamente non c’era la televisione, a quei tempi.
Purtroppo, mentre sto scrivendo, il tempo è orribile e un rinvio della manifestazione appare quasi inevitabile.
Guarderò Spiderman su Sky, che volete che vi dica.
Buona settimana a tutti. (strasmile)
 
 
 
 
 

Festival dell’operetta a Trieste: un consuntivo semiserio.

A tutti gli annoiati lettori domenicali, lascio questa meraviglia: ascoltate, ascoltate…
Il 39° Festival dell’operetta non si è ancora concluso, perché le recite si susseguono, tra il Teatro Verdi e la Sala Raffaello de Banfield (ex sala Tripcovich) sino al 20 luglio.
Io però, nell’esercizio delle mie finzioni di finto critico musicale per Operaclick, ho già visto i tre lavori che sono stati presentati quest’anno, quindi forse posso tentare un consuntivo.
Innanzitutto bisogna sottolineare il grande successo di pubblico, perché è abbastanza importante per il mio teatro fare un po’ di cassa vista la contingenza economica sfavorevole, peraltro comune a tutte le fondazioni liriche italiane. Ovviamente ora non ho i dati definitivi degli incassi, quindi la mia è una sensazione e qualcosa di più preciso si saprà a settembre.
In generale il pubblico è più rilassato, si va a vedere l’operetta per sentire sì buona musica ma anche per divertirsi in modo più evidente di quanto appaia durante la stagione lirica. Anche l’abbigliamento è più sereno, i casi disperati di pluricentenarie vestite da sedicenni sono rari. Gli uomini, non chiedetemi perché, sono sempre più sobri, anche durante la stagione normale.
Certo, qualche ragazzina mezza nuda c’è sempre, ma dove non si vede ormai? Ieri ad esempio ce n’era una terribile, capelli biondo platino lisci con ricrescita da afroamericana, labbra a gommone rosso carminio, gonna bianca a vita bassa (si dice così?), top azzurrino, scarpe rosse ed evidente assenza di mutande. L’ho guardata bene, non posso sbagliarmi.
Poi si vede qualche giovane in più, e questo mi conforta in qualche modo. Di solito, come ho già detto altre volte, io con i miei 53 anni suonati ( soprattutto suonati direi) sono la mascotte della serata.
Le operette in cartellone erano, in ordine d’apparizione, diciamo così, Cin-Ci-Là, Scugnizza e Il Paese del Sorriso: repertorio italiano nei primi due casi, mentre il terzo lavoro è di estrazione austriaca.
La “piccola lirica”, così è chiamata l’operetta, vive di prosa e di canto.
Molto schematicamente, in merito ai lavori in cartellone quest’anno, le parti recitate sono comiche e pure un po’ scollacciate (mai rozze o volgari, però) mentre nei passaggi cantati i personaggi esprimono la loro emozionalità e il sentimento.
Infatti, in Cin-Ci-Là spiccava la presenza di Maurizio Micheli, Petit-Gris; in Scugnizza il ruolo comico del miliardario americano è stato affidato a Ugo Maria Morosi, ben coadiuvato da Lello Giulivo, nei panni del segretario napoletanissimo Chic. Infine, nel Paese del Sorriso, Elio Pandolfi ha caratterizzato un improbabile “Capo degli Eunuchi”.
Sul versante musicale hanno ben figurato il soprano Elena Rossi (Cin-Ci-Là), il tenore Gianluca Terranova ( Scugnizza) e un altro soprano, Silvia Dalla Benetta (Lisa) nel Paese del Sorriso.
In quest’ultimo lavoro è presente un’aria celeberrima, “Tu che m’hai preso il cuor” (Dein ist mein ganzes Herz), che è quasi imprescindibile nei recital tenorili.
Ve la propongo qui nell’interpretazione di Richard Tauber, che fu il primo Principe Sou-Chong nell’operetta di Franz Lehár. (sono certissimo che riconoscerete la melodia!)
Un breve cenno anche ai registi, molto prestigiosi, che hanno fornito un contributo prezioso alla buona riuscita complessiva del Festival.
Maurizio Nichetti per Cin-Ci-Là, il madonno Davide Livermore per Scugnizza e il recente Premio Abbiati Damiano Michieletto per Il Paese del Sorriso.
Sul podio si sono alternati con buoni risultati Elisabetta Maschio, Julian Kovatchev e Alfred Eschwe.
Il Festival si concluderà con un’ultima serata il 20 luglio, intitolata “Da Vienna a Hollywood”, in cui il soprano Silvia Dalla Benetta e il tenore Andrea Binetti canteranno alcune arie famose tratte dalle operette e dal musical americano.
Buon fine settimana a tutti.

Un blog molto trendy, parte seconda.

Mentre su Rotocalco, in edizione estiva, si parla di Europa, io sono reduce da due serate piacevoli al Verdi di Trieste. Anzi, una serata ed un pomeriggio, a dire il vero.
Per motivi che mi sono misteriosi, infatti, la seconda operetta in cartellone, Scugnizza di Carlo Lombardo e Mario Costa, si è svolta alle 17.30 di ieri pomeriggio con un caldo equatoriale.
Il primo titolo invece era Cin-ci-là, di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato.
Il pubblico, molto numeroso in entrambe le recite, ha gradito molto gli spettacoli, firmati rispettivamente da Maurizio Nichetti ( Cin-ci-là) e Davide Livermore (Scugnizza).
Al di là delle valutazioni artistiche, in questi lavori colpiscono favorevolmente sia lo spirito autenticamente popolare dei testi sia le melodie accattivanti, solari e tipicamente italiane.
Certo le vicende narrate sono molto esili, non sono quelle tipiche del melodramma classico, ma alla fine ci si può emozionare anche con un lieto fine scontato, no?
Intanto siamo arrivati a luglio, e oggi ho guardato con curiosità sulle statistiche come arrivano i visitatori su questo blog.
Evidentemente in molti approdano a questi lidi cercando qualche recensione o notizie su qualche cantante, ma c’è anche chi si presenta per strade più tortuose.
Vediamo qualche chiave di ricerca.
1)      Capitaneria di Porto Umago ( e spero non sia qualche poliziotto croato, altrimenti mi sa che mi fermano al confine!)
2)      Fantasia erotica (non aggiungo nulla, ma non vedo cosa possa aver trovato l’anonimo visitatore)
3)      Jikatabi ( e qui ci siamo, si tratta della malformazione genetica ai piedi molto trendy)
4)      Monociglio (anche qui, non so che dire, anche se il monociglio di Gianluca Terranova c’entra di sicuro)
5)      Catulle obstnitaus (non ho parole)
6)      "il folle slogan dei jeans jesus" dal corriere della sera (c.s)
7)      ascoltatore astioso (cavolo, spero che abbia trovato quello che cercava, ma non certo qui)
8)      tutto quello che avresti voluto sapere sul sesso e non hai mai osato chiederlo a nessuno ( questo non stava bene, povero)
9)      se il bambino di poco più di un anno zoppica (…)
10) ridiculus mus (sì come no, e pure parturiunt montes!)
11) pensieri egodistonici  ( non so che vuol dire)
12) italiani volgari ignoranti arroganti stupidi ( ma pensa per te!)
 
 
Ma credo che per questo mese, il visitatore nuovo mostro sia chi è arrivato su questo blog tramite questa chiave di ricerca:
 
la donna vista in una peccatrice di verga
 
Amico, chiunque tu sia, non stai bene…
Buona settimana a tutti (strasmile)

Leyla Gencer. (1928-2008)

Le incomprensibili strategie che regolano la vita e la morte, ci hanno tolto proprio Leyla Gencer, che resuscitò , per la gioia di tutti noi melomani, il personaggio di Elisabetta I, Regina d’Inghilterra nel Roberto Devereux di Gaetano Donizetti.
Parafrasando un verso di Cammarano e rifacendomi allo scempio della prima recita a Trieste, ho intitolato la mia critica per Operaclick “Di gemiti, e grida il Teatro rimbomba!”.
Ebbene, nella sesta scena del III atto, ci sono altri versi che vale la pena ricordare ora.
“Ah! Non sia chi dica in terra: la Regina d’Inghilterra ho veduto lagrimar.”
Molte generazioni di appassionati, l’hanno sicuramente sentita e ascoltata, questa Regina che piange.
Oggi è il turno delle nostre lacrime.
 

Ex aequo.

Questo mio post, evidentemente, non è stato capito. La colpa è mia, che non sono riuscito ad esprimere a parole quello che provo. Insomma, succede.
Approfitto del commento di maliardina, per segnalare un altro libro molto interessante sull’argomento, di cui ho parlato molto brevemente qui.
Ancora, alcuni lettori mi chiedono come mai io non pubblichi link di ascolti operistici: la risposta è facile, non si può fare, perchè c’è una legge sui diritti d’autore, piuttosto complessa, che lo vieta tranne in alcuni casi specifici.
Siccome proprio nei giorni scorsi ho saputo che mazzata si è beccato una persona proprio per aver contravvenuto a questa legge (un paio di decine di migliaia di euri…), direi che è il caso di lasciar perdere. (strasmile)
Poi, e per oggi finisco di puntualizzare, che mi sembra di essere Berlusconi dopo una dichiarazione fraintesa, devo una precisazione a Rinat Shaham.
Alcuni appassionati, che hanno visto e sentito la recita successiva alla mia, mi hanno riferito che ha cantato meglio.
Non posso che esserne contento.
Buon 25 aprile a tutti.
Ieri, alla conferenza stampa di presentazione del Festival dell’operetta di Trieste, che è giunto alla 39esima edizione, ho avuto modo di riflettere un po’. Ogni tanto mi succede, e di solito ne esco demoralizzato sia per la povertà delle mie considerazioni sia per le circostanze che mi spingono a soffermarmi un attimo su quello che vedo, o sento, in giro.
Io non sono né un giornalista né un giornalista pubblicista, bensì un appassionato che ha avuto la fortuna di aver tempo da dedicare alla musica.
Mi viene una riflessione, che prescinde dall’occasione contingente.
Sino a quando giornalisti o presunti tali saranno in evidente rapporto di sudditanza (di qualsiasi tipo) con le persone di cui devono poi scrivere, l’informazione in Italia resterà una parola vuota.
Vale per lo spettacolo, figuriamoci per la politica o l’economia, dove gli interessi economici sono leggermente più rilevanti.
Considerazione banalissima che non richiede particolari doti, me ne rendo conto, ma mi andava di scriverla.
Poi.
Le donne.
L’argomento donne in questi giorni è dibattuto con una volgarità che anch’io, che normalmente mi esprimo con la dolcezza di uno scaricatore di porto ubriaco, faccio fatica a sopportare.
Ed il bello (si fa per dire, ovvio) è che sento parlare di come difendere le donne, dalla violenza nelle nostre città sì, ma anche in quel verminaio che è la famiglia, sempre e solo da uomini.
Come devono abortire? Possono farlo?
E sempre uomini che si parlano addosso.
In questo contesto, una frase del sovrintendente del Verdi di Trieste, Giorgio Zanfagnin, assume un valore metaforico particolare.
Ha affermato, il sovrintendente, che le prossime stagioni operistiche di Trieste saranno una specie di omaggio alle donne, ed ha ragione. I titoli non si sanno ancora, ufficialmente, ma si parla di Aida, Norma, Italiana in Algeri, Francesca da Rimini, Anna Bolena, Maria Stuarda, Fanciulla del West, Gioconda.
Bello.
Riusciamo a rispettare solo donne che non esistono nella realtà, di cui finita la recita ci possiamo scordare o, ancora una volta, stolidamente idealizzare.
Io ormai sono giunto a questa conclusione: il maggior segno di rispetto che posso offrire ad una donna è dirle che si comporta da cretina, se così pare a me, ed essere pronto a beccarmi ed accettare un vaffanculo se lei ritiene che il cretino sia io.
Alla pari.
 
 
 
 

Vedova Allegra a Roma.

Riporto, brevemente, alcuni stralci dai dialoghi pensati (???) da Vincenzo Salemme nel suo adattamento (???) per l’operetta di Lehàr, che in questi giorni è in scena a Roma al Teatro dell’Opera.
Lo faccio solo perché spero che così sia chiaro cosa intendo quando affermo che la TV è la Madre di Tutte le Disgrazie.
 
Kromov/Camuffo :Olga!Olga, vieni a ccà!…ti ho vista che stavi civettando sfacciatamente con Saint Brioche
Olga:Ma che dici?Io sono una femmina onesta e ‘a brioche non la tocco neanche nei giorni di festa

Cascada:…E se la vedova decide di sposare un forestiero?Che so…un parmigiano!
Pritschitch/Ciccio:Eh:’o parmigiano!S’ ‘o mette sopra ‘o brodo!

Barone Zeta/Passalacqua (chiedendo a Njegus se è riuscito a rintracciare Danilo):Ha cercato al circolo canottieri?
Njegus/Pulcinella:Era chiuso
Barone Zeta/Passalacqua:E perchè?
Njegus/Pulcinella:Stavano senza canottiere a torso nudo…
Barone Zeta/Passalacqua:Embè?
Njegus/Pulcinella:Il circolo canottieri senza canottiere!?

…di simile perle è pieno l’intero libretto riscritto dal buon Salemme, che a questo punto con l’autoironia che lo contaddistingue, avrebbe almeno dovuto parlare, più che di libero adattamento, di libero stravolgimento del libretto.

I primi a prendere Salemme a calci in culo dovrebbero essere proprio i napoletani, credo.
A tutti risparmio altri squallidi particolari.
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