Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Riflessione sull’Adelaide di Borgogna al Rossini Opera Festival: la prevalenza del cretino.

Perciò che riguarda l’Adelaide di Borgogna di ieri sera, me la cavo prestissimo. Leggi il resto dell’articolo

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Recensione semiseria di Tancredi al Teatro Regio di Torino.

 
Dopo un viaggio di ritorno almeno accidentato, sotto la pioggia battente da Milano a Trieste, m’accingo a scrivere le mie impressioni sul Tancredi al Regio di Torino.
Avevo letto qualcosa in Rete e, se le prestazioni dei cantanti erano valutate in modo diverso, sull’inadeguatezza del direttore Kristjan Järvi c’era unanimità nel considerarlo insufficiente o addirittura calamitoso.
Beh, calamitoso forse no, almeno a quanto ho sentito ieri sera, ma insufficiente sì.
Mi vengono in mente due aggettivi per la direzione: piatta e schizofrenica.
Accelerazioni insensate, che hanno danneggiato qualche volta i cantanti e totale assenza di calore e pathos nel suono orchestrale. L’ho quasi maledetto, questo Maestro, per la totale assenza di poesia nell’entrata di Tancredi, uno dei momenti più alti della musica di Rossini.
 

Viola per Tancredi Torino.

E basta.
Poi c’è l’equivoco che riguarda la regia, che non c’era. Voglio dire, ieri sera Yannis Kokkos ha confermato di avere idee (poi, possono piacere o meno) come scenografo e costumista, ma essere registi vorrebbe dire anche far interagire i personaggi in maniera coerente con la drammaturgia dell’opera, e ciò non è stato, visto che quasi sempre i protagonisti cantavano più o meno impalati al proscenio.
Peccato, perché con un lavoro più mirato sui cantanti lo spettacolo sarebbe stato ancora migliore.
Sicuramente il regista ha lavorato sul Coro, i cui movimenti però sono sembrati spesso insensati e criptici.
Quindi, chissà, magari è stato un bene che si sia disinteressato dei cantanti (strasmile).
Bellissime alcune intuizioni, come l’emozionante finale, in cui Tancredi si presenta trafitto come nell’iconografia, sterminata credo, del martirio di San Sebastiano.
Buona anche l’idea (anche se non freschissima, ormai un po’ abusata) dei doppi dei personaggi, a guisa di pupi siciliani.
Complessivamente l’allestimento è elegante e di buon gusto, che mica è poco di questi tempi.
Detto che l’Orchestra e il Coro del Regio sono sembrati in gran spolvero, vengo ai solisti.
 
Antonino Siragusa era all’esordio quale Argirio e ha confermato di essere un artista in continua evoluzione.
La voce si è molto irrobustita senza che gli acuti, sempre facili, abbiano perduto di lucentezza e penetrazione. Forse la difficoltà delle arie gli ha tolto un po’ di concentrazione nei recitativi, episodicamente tirati via.
Contrariamente alle mie aspettative il tenore mi è sembrato più convincente nel patetico finale che nei momenti più barricaderi ed infuocati. Prestazione molto buona, comunque, in una parte davvero difficile.
 
Daniela Barcellona ha riproposto quel Tancredi che è uno (forse IL) dei suoi cavalli di battaglia.
La bellezza della voce è nota, così come la cura del fraseggio, il gusto sempre appropriato e la recitazione convincente.
Come già nella recente Messa da Requiem di Verdi, il contralto triestino ha dimostrato di essere sicura in alto e timbratissima nel registro grave, senza che si sentano fastidiosi salti o imbarazzi nella linea di canto.
Inoltre colpisce sempre la presenza scenica e la sobrietà del porgere, insomma una fuoriclasse assoluta che ha dimostrato una volta di più d’aver superato il momento di leggera crisi di un paio d’anni fa.
Finale di rara intensità emotiva.
Brava Daniela, più che mai! Applausi a scena aperta dopo “Di tanti palpiti” e dopo il duetto (unico, tagliato l’altro) con Amenaide.
 
Dopo un inizio cauto ma comunque positivo (nelle recite precedenti era stata annunciata indisposta), Patrizia Ciofi ha cantato un secondo atto magnifico, nel quale ha strappato un enorme applauso a scena aperta dopo la grande scena del secondo atto “Di mia vita infelice …No che il morir non è…”.
Amenaide è, a mio parere, un personaggio che le si addice particolarmente, perché il soprano ha un grande temperamento drammatico che sul palco è un atout formidabile.
Va segnalata solo qualche asprezza negli acuti e una prima ottava non sempre perfettamente a fuoco.
 
Il basso Simone Del Savio impersonava Orbazzano e mi ha deluso molto, non tanto dal lato vocale, la prestazione si può valutare corretta, ma soprattutto per la mancanza di un accento pertinente: insomma, piatto e noiosetto.
Di buon livello le parti minori. Discreta Paola Gardina quale Roggiero e molto brava Annunziata Vestri nei panni di Isaura, pure lei applaudita a scena aperta.
Spettacolo nel complesso molto riuscito e serata divertente ed appagante, sono contento nonostante la trasferta sia stata faticosa e assai dispendiosa (argh!).
Ex Ripley ha apprezzato pure lei, insieme al pubblico di Torino che affollava il teatro.
Un’unica nota negativa. Ancora una volta qui a Torino buona parte degli spettatori è scappata da teatro non appena è calato il sipario, neanche fossero dal medico alla fine di una visita.
Mah!
Pur economicamente acciaccato, non ho potuto resistere al richiamo della cioccolateria Gobino.
Ecchecavolo (smile).
 
 

Tancredi di Rossini al Regio di Torino: qualche considerazione semiseria preliminare.

Forse qualcuno, segnatamente tra i non melomani, si sarà chiesto come mai questo sordido postaccio virtuale si chiami “Di tanti pulpiti”.
Beh, l’allestimento del Tancredi di Rossini al Regio di Torino mi dà l’occasione per spiegarlo.
Il Tancredi è l’opera del genio pesarese che amo di più e tra le mie opere preferite tout court.
Non mi metto a spiegare come e perché, sarebbe noioso, ma sappiate che un tale capolavoro è rimasto praticamente sconosciuto sino a circa trent’anni fa.
Evidentemente per qualche anno s’è portato dietro un po’ di sfiga, come avvenne per la prima del 6 febbraio 1813 a Venezia, quando due protagoniste

Adelaide Malanotte (una bella veronese cara alle Grazie e alle Muse-disse Ugo Foscolo-) e Elisabetta Manfredini, s’ammalarono e la recita fu sospesa. Solo qualche giorno dopo,  il lavoro fu rappresentato nella sua completezza (11 febbraio).
Insomma, uno dei momenti più belli è proprio la cavatina di Tancredi che s’intitola “Di tanti pAlpiti” ed io, da simpatico umorista quale sono, con ardito calembour l’ho trasformata nel titolo di questo blog.
Bene, risolto il mistero, andiamo avanti.
Il Tancredi è l’esempio di quanto prezioso sia il lavoro dei filologi, un lavoro che spesso porta a risultati controversi, come vedremo nei prossimi giorni a proposito della Carmen che aprirà la stagione scaligera.
L’opera originariamente nasce con un finale lieto, com’era d’uso in quei tempi e contrariamente dalla tragedia di Voltaire da cui è tratto.
Nello stesso anno il musicista su pressione del marito (o compagno o amante, non ricordo) della Malanotte, per una rappresentazione ferrarese, scrisse il finale tragico, che all’inizio non fu capito e apprezzato dal pubblico del tempo.
Quindi anche Rossini, come hanno fatto tutti i grandi compositori, dovette venire a patti con le esigenze, o se preferite gli isterismi, delle primedonne che se non avevano un loro momento di gloria personale davano fuori di matto.
In questa specialità si distinsero la stessa Malanotte ma anche la più celebre interprete di Tancredi (che è una parte en travesti, lo ricordo per chi non lo sapesse), Giuditta Pasta,

che non conoscendo il finale tragico e non apprezzando quello lieto pretese che Rossini scrivesse delle variazioni per un’aria scritta (Il braccio mio conquise) da un altro compositore, Giuseppe Nicolini.
Vi figurate un giovane di ventuno anni (tanti, o meglio, così pochi, ne contava Rossini) alle prese con questi artisti, famosi e affermati? Una vitaccia, davvero (smile).
Insomma, spesso orientarsi tra le varie edizioni è arduo, tanto che anche nella versione prevista per questo allestimento al Regio di Torino, è in programma qualche taglio strano.
Sulla carta la compagnia di canto è di eccellente livello: Patrizia Ciofi, Daniela Barcellona, Antonino Siragusa. Tutti artisti di cui ho parlato più volte e quasi sempre bene, speriamo che non mi deludano.
Ho qualche perplessità sul direttore, Kristjan Järvi, che mi pare sia all’esordio rossiniano. Rischioso mettere un neofita alla testa dell’orchestra in una partitura così ricca di colori e sfumature come questa.
Vedremo che succede in teatro, giovedì prossimo.
Fuori dal teatro, invece, è già in agenda la visita a una cioccolateria nella quale spenderò una cifra folle in prelibatezze varie.
Beh, dai, tanto ho ripreso a fare jogging quindi smaltirò con calma (smile).
Buona settimana a tutti.
 

Recensione polemica di Zelmira al Rossini Opera Festival di Pesaro.

Il killeraggio, sfrontato e pregiudiziale, nei confronti di Juan Diego Flórez, era cominciato, pensate un po’, addirittura un anno fa, in chiusura del ROF 2008.
Si ipotizzava tramite inventati e capziosi relata refero che non partecipasse alla Zelmira di quest’anno.
Il metodo parafascista, quello del venticello della calunnia, così cara a Rossini, è continuato anche alla vigilia della prima: “si dice che”, “mi risulta che” e giù illazioni, inesattezze, trombonate, puntualmente smentite dai fatti e da chi non fa pettegolezzo ma lavora seriamente nell’ambiente. Ovviamente non succede mai che qualcuno faccia poi ammenda e affermi: “Sono un coglionazzo, scusatemi!”
Il massimo si è raggiunto poi nei giorni immediatamente precedenti alla prima di ieri sera, quando un famigerato sito-blog nel presentare l’opera descriveva le caratteristiche che non dovrebbe avere un tenore che affronta il ruolo di Ilo che, guarda caso, coincidevano con le peculiarità che hanno reso giustamente famoso in tutto il mondo Juan Diego Flórez.
Siccome ho promesso di usare il neologismo cacabisi, ecco che me ne se presenta l’opportunità (strasmile).
Una volta di più, con una prestazione che mi limiterò a definire eccellente, il tenore peruviano ha infranto con i fatti i desideri, palesi a chiunque non sia in malafede, di un manipolo di reazionari storditi.
Bene, ora passiamo ai fatti, con le consuete avvertenze e cioè che l’ascolto radiofonico pregiudica la valutazione di molti parametri fondamentali: proiezione del suono e bilanciamento tra orchestra, coro e cantanti, sono quelli più rilevanti.
La direzione di Roberto Abbado non mi ha convinto, pur senza suscitare particolari reprimende. Mi è parso che spesso abbia confuso l’afflato drammatico con il clangore e la fretta, mentre in altre occasioni la direzione indugiava troppo nel cercare effetti suggestivi . Ne è uscita un’interpretazione piuttosto monocorde di una partitura che ha tantissimi tesori nascosti: il finale primo, il duettino Emma-Zelmira, solo per citarne i primi che mi sovvengono. Si sa che la prima è la vera prova generale, e quindi il rendimento complessivo probabilmente migliorerà nelle prossime recite.
L’amata (da me eh?) Kate Aldrich era Zelmira, e nonostante la parte non sia molto acuta proprio negli acuti il mezzosoprano è sembrata in difficoltà, ghermendone alcuni e strillandone un po’ altri. Più fastidiosa la circostanza che non abbia trovato, almeno a mio parere, l’accento giusto ed abbia uniformato la sua interpretazione a un generico tono piagnucolante, che non s’addice a una donna sì maltrattata ingiustamente, ma fiera ed orgogliosa.
Dice: “Ma parli male di una tua beniamina di cui hai detto benissimo in altre occasioni???”
Sì, dove sta il problema?
Gregory Kunde, altro artista che ammiro moltissimo, era alle prese con un ruolo di difficoltà terrificante. La vocalità del baritenore non gli appartiene come natura, però la sua prestazione è stata molto buona. Qualche suono gutturale nel registro grave si è sentito, così come anche qualche acuto era evidentemente forzato. L’accento però è stato pertinente e il personaggio del “cattivo”, legato storicamente alla vocalità di Andrea Nozzari, esce forte e chiaro.
Juan Diego Flórez si è bevuto con facilità tutte le note impressionanti della sua parte, da questo punto di vista è davvero un fenomeno più unico che raro, e sottolineo, io ne sono un estimatore moderato. Inoltre mi pare di poter affermare che la voce stia acquisendo una maggiore rotondità, circostanza che attutisce quella sensazione, qualche volta stucchevole, di ascoltare un ragazzino spensierato quando invece l’azione è drammatica. Tra l’altro anche altri due difetti, il canto leggermente nasaleggiante e il vibrato stretto, mi sono sembrati decisamente attenuati, ieri sera. A Flórez spettava il ruolo di “buono”, e qui andiamo a ricordarci di Giovanni David.
Bravissima, nonostante una piccola imprecisione nel finale della sua aria, Marianna Pizzolato nel ruolo di Emma. Spesso ho rimpianto che non fosse affidata a lei la parte della protagonista, soprattutto perché l’accento mi è sembrato più vigoroso, meno lagnoso della collega Aldrich.
Mirco Palazzi e Alex Esposito, rispettivamente Leucippo e Polidoro, hanno cantato complessivamente bene, seppure in alcune occasioni si siano lasciati tentare da qualche accento verista.
Sufficiente il rendimento dei comprimari Francesco Brito (Eacide) e Savio Sperandio (Gran Sacerdote).
L’orchestra ha suonato bene e credo sia giusto evidenziarlo, soprattutto dopo gli svarioni dei colleghi di Bayreuth segnalati nelle settimane scorse. Bene anche il Coro, sicuramente penalizzato dalla trasmissione radiofonica per i soliti motivi di microfonazione.
Non so dire nulla della regia, che nonostante il parere favorevole di mamikazen espresso nei commenti al post precedente, ha raccolto gli unici “buu” e fischi di una serata che il pubblico presente in sala ha gradito moltissimo.
Buona settimana a tutti, cacabisi compresi (smile).
 

Rossini Opera Festival: il via con Zelmira domenica 9 agosto.

Quest’anno ricorre il trentennale del Rossini Opera Festival, una delle manifestazioni culturali italiane dedicate all’opera lirica più meritevoli, dati alla mano. Opere riscoperte e grandissimi interpreti portati alla ribalta, quasi mitizzati.
Anche questa vetrina del canto rossiniano è stata colpita dai tagli al Fondo Unico dello Spettacolo e quindi non ci saranno festeggiamenti particolari, anzi, si può affermare che si tratterà di un’edizione forzatamente in tono minore.
I titoli proposti quest’anno sono interessanti: Zelmira, La scala di seta, Le Comte Ory. Inoltre appaiono in programma concerti di canto e la Petite Messe Solennelle, oltre al consueto Viaggio a Reims interpretato da giovani artisti.
Dal mio punto di vista quest’anno il Rossini Opera Festival ha la sua maggiore attrattiva nella riproposta di Zelmira, opera che aprirà la manifestazione domenica 9 agosto, e che si potrà seguire in diretta su RADIO3 dalle ore 20. Ricordo che il ROF ha il grande merito di aver rilanciato il Rossini serio, quindi proprio in quest’ottica mi pare che Zelmira sia particolarmente interessante.
Molto spesso parlando di quest’opera si commette l’errore di considerare quasi esclusivamente la parte della protagonista, dimenticando che il lavoro di Rossini prevede altri ruoli di difficoltà folle. Quest’anno la presenza, quale Ilo, del grandissimo Juan Diego Flórez, rischia di ribaltare il problema, tanto è fervida l’attesa per la prestazione del tenore! Ma andiamo con ordine.
Il libretto di Andrea Leone Tottola, tratto dalla tragedia francese Zelmire di Dormont de Belloy alias Pierre-Laurent Buyrette, è molto confuso e contraddittorio. A stigmattizzarne la sostanziale incongruità, basti questo feroce epigramma, riferita al librettista stesso:
 
Fu di libretto autor, chiamossi Tottola,
un aquila non fu, anzi fu nottola.
(strasmile)
 
Insomma, diciamo che Tottola fu più convincente, in altre occasioni, anche per lo stesso Rossini.
Per tornare alla protagonista, Zelmira, è vero che la parte della figlia del Re di Lesbo fu scritta per la celeberrima Isabella Colbran,
e questa circostanza giustifica, in qualche modo, l’identificazione tra la futura moglie di Rossini (i due si sposarono un mese dopo il debutto in un paesino vicino a Bologna, sulla via di Vienna) e l’opera stessa. Una Colbran che le cronache dell’epoca definiscono declinante, tra l’altro, ma pur sempre una fuoriclasse.
Questo dramma per musica in due atti, scritto per la stagione di Carnevale, debuttò al San Carlo di Napoli il 16 febbraio 1822 e giova ricordare che fu l’ultima opera scritta da Rossini nello straordinario periodo napoletano, dal 1815 in poi, appunto. Si sarebbe trasferito poi a Vienna e Zelmira avrebbe dovuto fare da trampolino di lancio nelle intenzioni dello stesso Rossini e dell’impresario Barbaja per il famoso compositore (Zelmira poi debuttò a Vienna il 13 aprile).
Nel corso degli anni la critica ha molto dibattuto sul valore intrinseco del lavoro, soffermandosi spesso come sopra accennato, sul libretto che in effetti risulta abbastanza nebuloso, soprattutto perché la vicenda comincia in medias res e presuppone almeno un minimo di conoscenza di ciò che è successo prima che s’alzi il sipario.
Dicevo all’inizio della necessità che oltre a una primadonna l’opera abbia bisogno che anche gli altri cantanti siano di gran livello e basta scorrere il cast del debutto per rendersene conto.
La parte di Antenore fu affidata a Andrea Nozzari, per il quale Rossini ha scritto ruoli pazzeschi come il Pirro dell’Ermione, prototipo di quella figura leggendaria che si chiama baritenore, il Minotauro dei cantanti (smile). Scrittura centrale con escursioni svettanti in acuto.
Ilo all’esordio fu un altro monumento tenorile, cioè Giovanni David,
un artista che fu criticato addirittura perché infiorettava troppo di acuti e sovracuti i suoi ruoli, figuriamoci!
Quindi il trio d’artisti principali è così assortito: una primadonna soprano con marcati tratti quasi mezzosopranili (o viceversa?), un tenore dalla voce scura che svetta negli acuti e un tenore contraltino. Basta vero?
A questi s’aggiunsero il basso Antonio Ambrogi (Polidoro), l’altro basso Michele Benedetti (Leucippo)e il mezzosoprano Teresa Cecconi (Emma).
L’opera, nel corso degli anni e segnatamente come si usava a quei tempi, tenendo conto dei cantanti a disposizione, fu spesso se non rimaneggiata, almeno parzialmente rielaborata in alcuni passi.
La versione che si allestisce al ROF dovrebbe essere quella che debuttò a Parigi nel 1826, con un finale scritto per soddisfare le esigenze di Giuditta Pasta (le cui caratteristiche si differenziavano di molto dalla Colbran) e Giovan Battista Rubini. Se ho capito bene, in questa forma non è mai stata eseguita né incisa, ma se qualcuno più ferrato di me in questo campo può essere più preciso, ben venga. Dovrebbero comparire quindi sia l’aria scritta per il contralto Fanny Eckerlin (Emma, confidente di Zelmira) “Ciel pietoso, ciel clemente” sia l’aria per il soprano Giuditta Pasta (“Da te spero, o ciel clemente”) scritta per l’esordio londinese del 1824.
Il cast proposto al ROF è, sulla carta, molto ben amalgamato. Oltre a Juan Diego Flórez nel ruolo di Ilo, prevede Kate Aldrich (un’artista per la quale stravedo, qui sotto nella trionfale Adalgisa nella Norma bolognese di un anno fa)

Kate Aldrich

quale Zelmira, un altro mio beniamino, il tenore Gregory Kunde nei panni di Antenore e la bravissima Marianna Pizzolato in quelli di Emma. Completano la compagnia di canto Alex Esposito (Polidoro), Mirco Palazzi (Leucippo) e nei ruoli minori Francisco Brito (Eacide) e Savio Sperandio (Gran Sacerdote). Sul podio Roberto Abbado e segnalo la presenza del Coro del Comunale di Bologna, preparato da Paolo Vero.
Prevedo discussioni animatissime tra gli appassionati, io mi limiterò alla solita recensione semiseria, nella quale, lo dico ora, non troverete traccia della trama, assolutamente impossibile da riassumere.
A presto, ciao a tutti.

Il Rheingold a Bayreuth e varie ed eventuali da Marcelo Álvarez e Juan Diego Flòrez.

Al Festival di Bayreuth, i Meistersinger (che ho seguito un po’ distrattamente) di domenica scorsa sono scivolati via senza grandi emozioni, ma con un rendimento complessivo della compagnia di canto decisamente migliore del Tristan di apertura.
Sicuramente un direttore di maggiore personalità come Sebastian Weigle ha contribuito al buon risultato finale, credo sia opportuno sottolinearlo.
Fischi e buate, invece, per la regia di Katharina Wagner, peraltro ampiamente previsti perché già nella scorsa edizione il pubblico reagì in questo modo.
Anche Daland, a proposito dei Meistersingers, è abbastanza contento.
Ieri è stata la volta del Rheingold e oggi tocca a Die Walküre.
Considerata la latitanza di RADIO3, la recita può essere seguita via web su alcune radio. Io, ho trovato, almeno ieri, che la qualità migliore di trasmissione sia quella della radio spagnola.
Dicevo del Rheingold di ieri pomeriggio, di cui metto qui sotto la locandina. Il cast è molto simile all’anno scorso, in neretto gli artisti “nuovi” e tra parentesi i cantanti sostituiti.
 
Wotan Albert Dohmen
Donner Ralf Lukas
Froh Clemens Bieber
Loge Arnold Bezuyen
Fasolt Kwangchul Youn
Fafner Ain Anger (Hans-Peter König)
Alberich Andrew Shore
Mime Wolfgang Schmidt (Gerhard Siegel)
Fricka Michelle Breedt
Freia Edith Haller
Erda Christa Mayer
Woglinde Christiane Kohl (Fionnuala McCarthy)
Wellgunde Ulrike Helzel
Flosshilde Simone Schröder
 
A sentire la prima di ieri mi pare che Albert Dohmen (buon viatico per questo pomeriggio, ma Wotan è parte difficilissima) sia più in palla dell’ultima volta, mentre il pur volenteroso Ain Anger non è stato efficace come Fafner.
Davvero bravissimo Christian Thielemann, mentre ho sentito qualche clamoroso svarione dell’orchestra (un paio di spernacchiamenti inconsueti per Bayreuth).
Per tutto il resto rimando alla recensione della scorsa stagione.
Segnalo che Marcelo Alvarez, tenore tra i più amati del momento e anche da me apprezzato nella recente Adriana Lecouvreur a Torino, ha scelto OperaClick per spiegare ai numerosi fan l’equivoco con il Teatro dell’Opera di Roma in merito alla sua scomparsa dal cartellone nella Carmen a Caracalla.
Nel frattempo, voci di corridoio segnalano che Juan Diego Flórez, che al prossimo Rossini Opera Festival interpreterà Ilo nella Zelmira d’apertura, non sappia ancora la parte.
Il suo agente, Ernesto Palacio, conferma.
Quest’anno ne vedremo delle belle a Pesaro, anche perché un fuoriclasse assoluto come Florez scatena la passione dei melomani.
Buona settimana a tutti.
 
 

Recensione semiseria dell’Italiana in Algeri al Verdi di Trieste.

Venerdì scorso al Verdi di Trieste, con L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini, è calato il sipario sulla stagione operistica 2008/2009.

Partitura chiusa!

Vi chiederete – Perché, Amfortas, pubblichi la foto della copertina della partitura? –
Beh –rispondo- perché immagino che neanche il direttore Dan Ettinger abbia aperto il fascicolo, avrei dovuto farlo io (strasmile)?
Solo così, infatti, si può spiegare la sciagurata lentezza dei tempi scelti da Ettinger, che è riuscito ad annoiarmi già dalla sinfonia iniziale.
E sì che il direttore israeliano pare essere, almeno a giudicare dalla pettinatura, una persona che sta molto attenta ai dettagli, seppure con risultati discutibili dal punto di vista estetico (capelli biondo platinato stile punk con ricrescita da afroamericano, un Johnny Rotten sul podio, ultrasmile. Eccolo qui nella versione sobria dalla sua home page su facebook).
Vabbè, non è certo questo il problema, si scherza, Maestro!
È che un Rossini piatto, privo di contrasti dinamici, monocorde, non funziona.
Peccato, perché Ettinger aveva a disposizione una compagnia di canto buona con punte d’eccellenza.
Prima di ragionarci sopra però spendo un paio di parole per l’allestimento di Pier Luigi Pizzi, qui ripreso da Paolo Panizza, che oltre alla regia firmava pure scene e costumi (qui le foto del Teatro Verdi).
Insomma, nulla di speciale.
La classica rivisitazione nel solco della tradizione; scena fissa, coro perlopiù schierato sullo sfondo, costumi che tendono ad esaltare giustamente la figura della protagonista, Isabella, sempre vestita da Diva eccentrica e volitiva. Anche alla regia, forse, mancava un po’ di brio, ma bisogna pur tener conto che è il lavoro è ormai vecchiotto, i gusti si evolvono. Rimane comunque uno spettacolo scorrevole, senza pacchianate o baracconate di regime.
Dal lato musicale, Daniela Barcellona, che rientrava da protagonista nella città natale, era attesissima.
La sua è un’ Isabella è di gran classe, sobria ma determinata, anche nel gesto scenico ma soprattutto impeccabile dal lato vocale. L’aria di sortita, Cruda Sorte, è stata affrontata con l’indispensabile cautela, ma già nella maliziosa cabaletta l’artista ha dimostrato che non è solo “chiacchiere e distintivo” (scusate, ho rivisto per la centesima volta Gli Intoccabili qualche giorno fa, smile).
Ottima poi nelle altre arie celeberrime, Per lui che adoro e Pensa alla Patria. In tutta l’opera Daniela è apparsa in gran forma: agilità fluide, fraseggio preciso, registro acuto sicuro, disinvoltura scenica e ottimo gusto. La voce poi è bellissima e non lo scopro certo io, accidenti! Molti applausi a scena aperta hanno sottolineato la sua prestazione.
In particolare sono molto contento perché la Barcellona è parsa sicura negli acuti, che le hanno dato qualche problema in passato. La puntatura finale in Pensa alla Patria ne è testimonianza.
Una prova davvero rilevante, tra le migliori alle quali ho assistito quest’anno dal vivo.
Potrei dire la stessa cosa per Lawrence Brownlee, che ha dato una lezione di canto rossiniano, semplicemente.
Il tenore americano ha una voce gradevole, non enorme certo, ma proiettata magnificamente. Acuti facili a dir poco, dizione nitida, linea di canto immacolata. Non si percepisce alcuna forzatura, non c’è mai quello sgradevole senso di disomogeneità tra registri vocali che invece si percepisce in alcuni suoi colleghi anche più acclamati. Tra l’altro il bravo Lawrence non si è fatto certo sconti nella coloratura, anzi. Dopo il Languir per una bella il pubblico si è esaltato, e alle prime triestine non succede di frequente.
Ho notato con piacere che rispetto alle ultime esibizioni la voce, specialmente nel registro centrale, si è irrobustita, diventando così più virile e corposa. Bravo!
Paolo Pecchioli era nei panni del Bey Mustafà, una parte che è insidiosa perché spesso gli interpreti vanno in overacting, volgarizzando un personaggio che non richiede lazzi inopportuni, ma solo brio e vivacità.
Il basso non ha, a mio parere, una grande personalità né uno strumento particolarmente prezioso, però la sua prova è stata complessivamente discreta. La voce in alcune occasioni è sembrata velata, poco incisiva. Brillante invece nel difficile sillabato rossiniano, che spesso ho sentito risolto in un indistinto gargarismo assai fastidioso. Bene negli acuti, un po’ cavernosi e sofferti i gravi.
Paolo Bordogna è un basso buffo che s’ispira in modo evidente al grandissimo Enzo Dara nella gestualità e, se non vuole strafare come l’anno scorso nel Turco in Italia, è oggi uno dei pochi artisti (insieme a Alfonso Antoniozzi, per esempio) che riesce a divertire con classe ed intelligenza. La voce è di timbro quasi tenorile, timbrata e sonora. Il suo Taddeo, personaggio sfigato come pochi, esce bene nella connotazione di cicisbeo sempre preso in mezzo tra le furbate di Isabella e l’ardore ormonale di Mustafà (non so che significhi ciò che ho scritto, però suona bene, smile).
Qualche forzatura in acuto si è percepita nella prova, comunque discreta, del soprano Carla Di Censo, Elvira, la moglie momentaneamente ripudiata di Mustafà. Nei concertati la sua voce spiccava, comunque.
Bravo pure il basso baritono Marco Camastra, incisivo nella piccola parte di Haly e buon interprete dell’aria Le femmine d’Italia, cantata con gusto mentre sullo sfondo erano proiettate le immagini di alcuni quadri famosi che io, ignorante come pochi in questo campo, non ho riconosciuto (urge un corso che mi dia almeno un’infarinatura sull’argomento, mannaggia).
Completava il cast il mezzosoprano Elena Traversi, che è sembrata dignitosa nella breve parte di Zulma.
Bene il Coro, ma ormai non fa più notizia. La compagine triestina, diretta dal serio e bravo Lorenzo Fratini, è una sicurezza per il futuro del Verdi di Trieste.
L’orchestra triestina si è espressa ad ottimi livelli e credo sia da sottolineare il rendimento complessivo in tutta la stagione, perché sul podio, quest’anno, ne ha viste davvero tante.
Pubblico non particolarmente numeroso, parecchi i posti vuoti in platea, circostanza dovuta, credo, all’imminente lungo ponte (f)estivo.
Trionfo per Daniela Barcellona e Lawrence Brownlee, successo pieno per tutti gli altri.
Quando ho tempo, come ho fatto l’anno scorso, assegnerò i premi ai protagonisti della stagione che si è appena conclusa, nella forma nazional-popolare e stucchevole che mi è consueta: il miglior soprano, il peggior regista ecc.
So che non aspettate altro… (strasmile)
Buona settimana a tutti.
 
 

Italiana in Algeri al Verdi di Trieste: Rossini buffo al top.

Pare che gli abitanti dell’orrida Venezia fossero dei grandi gaudenti, all’inizio del 1800. Eppure immagino che i raid dei piccioni sulle loro teste avessero già luogo, così come sono sicuro che, pure a quei tempi, la laguna emanasse quel fetore che possiamo apprezzare anche ai nostri tempi.
Che ci sarà stato da ridere? Non che oggi sia meglio eh? Anzi, l’autoctono deve pure affrontare le orde barbariche dei turisti, buona parte dei quali si comporta come i piccioni, seppure a livello del mare.
Eppure in un antico testo, si legge, tra l’altro (Lettere due sopra l’Arte del Suono, 1778 Antonio Veronese):
 
Chi non discerne la gaiezza elegante dello stil Veneziano dalla erudita gravità dello stil Bolognese?
 
Gioachino Rossini, come tutti i geni, sapeva cogliere gli umori del pubblico e così dopo aver presentato a Venezia uno dei capisaldi del teatro lirico serio, Tancredi, si accinse ad allentare un po’ la tensione con un dramma giocoso, L’italiana in Algeri.
Ecco quindi accontentata la frangia gaudente dei veneziani, quella che Stendhal così definisce nella sua Vita di Rossini:
 
 
Il risultato del carattere dei veneziani è che essi vogliono, anzitutto, nella musica, arie piacevoli; più leggere che appassionate.
Furono serviti a dovere nell’Italiana; mai popolo godette uno spettacolo più rispondente al proprio carattere e, fra tutte le opere, non è mai esistita una che dovesse piacere di più ai veneziani.
 
Ed è proprio L’Italiana in Algeri il titolo che dopo aver debuttato a Venezia in quel lontano 22 maggio 1813 chiude, venerdì prossimo, la stagione lirica qui al Verdi di Trieste.
Un trionfo che dura da due secoli per un lavoro che è entusiasmante e che a suo tempo diede luogo a una specie di fanatismo.
Se qualcuno mi chiedesse da dove cominciare per avvicinarsi alla lirica, sarebbe uno dei primi titoli che proporrei, il Rossini buffo è irresistibile.
Ancora Stendhal:
 
 È semplicemente la perfezione del genere buffo. Nessun compositore vivente merita questa lode e Rossini stesso ha presto cessato di aspirarvi. Quando scriveva l’Italiana in Algeri, era nel fiore del genio e della giovinezza: non temeva di ripetersi, non cercava di fare musica forte, viveva nella piacevole terra veneziana,la più gaia d’Italia e forse del mondo, e certamente la meno pedante.
 
Che devo dire io, ubi maior minor cessat no (smile)?
Le vicende delle due coppie Lindoro-Isabella e Mustafà-Elvira sono veramente troppo complicate da riassumere anche in maniera semiseria, quindi penso di poter soprassedere.
Se ho tempo in settimana ci torno, intanto vi lascio questa magnifica interpretazione di Marylin Horne nella celeberrima Cruda sorte.
Buona settimana a tutti.
Cruda sorte! Amor tiranno!
Questo è il premio di mia fe’?
Non v’è orror, terror, nè affanno
Pari a quel ch’io provo in me.
Per te solo, o mio Lindoro,
Io mi trovo in tal periglio.
Da chi spero, o Dio, consiglio?
Chi conforto mi darà?
Qua ci vuol disinvoltura,
Non più smanie, nè paura:
Di coraggio è tempo adesso,
Or chi sono si vedrà.
Già so per pratica
Qual sia l’effetto
D’un sguardo languido,
D’un sospiretto…
So a domar gli uomini
Come si fa.
Sian dolci o ruvidi,
Sian flemma o foco
Son tutti simili
a presso a poco…
Tutti la chiedono,
Tutti la bramano,
Da vaga femmina
Felicità.
         

Recensione veloce del Maometto II al ROF.

Credo che prima di cominciare questa recensione del Maometto II al ROF di Pesaro, forzatamente monca in quanto frutto d’ascolto radiofonico, sia necessario fare una premessa.
Alcuni amici mi avevano informato di un ambiente piuttosto teso, d’incomprensioni con il direttore d’orchestra Gustav Kuhn, litigi che io non ho sottolineato nel mio post di ieri perché mi sembrava inopportuno e perché ai relata refero, con tutto il rispetto, non do eccessiva importanza.
Oggi però, in sede di recensione semiseria, credo sia giusto che io manifesti il mio totale disappunto per ciò che ho sentito: la direzione orchestrale è stata disastrosa, pesante e direi addirittura nociva per il rendimento di tutti gli artisti, sia per chi ha cantato bene sia per chi ha cantato meno bene.
Solo il Coro, che in quest’opera è un vero e proprio personaggio dell’opera come il tenore o il soprano, è riuscito a fare peggio di Kuhn, cantando con una mollezza e un’inconsapevolezza sbalorditive.
Consentitemi una riflessione autarchica: in Italia abbiamo tanti direttori, ma proprio tanti, che senza essere fenomeni dirigono Rossini in modo molto più civile di questo maestro austriaco.
Detto questo, segnalo subito la convincente prova del tenore Francesco Meli, che è stato un magnifico Paolo Erisso: accento appropriato, voce di una bellezza stordente, adesione al personaggio eccellente, il giovane Meli ha fornito una prova davvero maiuscola.
Sono contento perché proprio da queste pagine, a suo tempo, avevo sottolineato alcune sue prove negative e mi era stato detto che “ero scioccamente prevenuto e che le mie opinioni erano frutto di rancore”, sentimento che pratico volentieri con grande piacere, ma non certo per artisti che cercano di fare al meglio il loro lavoro.
Complessivamente molto buona la prova di Michele Pertusi, autorevole Maometto II, anche se nel secondo atto ho sentito una lieve flessione di rendimento: nel registro grave la voce è suonata un po’ stimbrata, opaca, mentre durante tutta l’opera gli acuti sono stati nitidi e sicuri.
A mio parere, inoltre, ieri sera è stato il cantante più autenticamente rossiniano della compagnia di canto.
Il mezzosoprano Daniela Barcellona, applauditissima in teatro, non mi ha convinto in pieno e non tanto nell’aria (quella, appunto, che Giudici a ragione definisce diabolica) “Non temer d’un basso affetto”, della quale seppur con qualche incertezza è venuta a capo, ma perché mi è sembrata affaticata vocalmente in più momenti della serata: questo non significa che abbia commesso errori particolari, ma se l’accento è sempre stato quello pertinente al personaggio di Calbo, la voce non sempre è stata all’altezza delle intenzioni di Daniela. Il mezzosoprano triestino, come detto nell’intervista del post precedente, era al debutto e quindi credo che nelle repliche il suo rendimento andrà migliorando.
In quanto al soprano Marina Rebeka, nei panni di Anna Erisso, credo di poter affermare che è stata diligente, nulla di più e nulla di meno, ma non ha il peso vocale per questo personaggio, non ha insomma la statura d’interprete di un ruolo così tragico e sfaccettato, era fuori repertorio, tanto che in alcune occasioni la sua vocina aggraziata era in evidente contrasto con la drammaticità del testo.
Di livello piuttosto modesto mi sono parsi i comprimari, Enrico Iviglia (Condulmiero) e Cosimo Panozzo (Selimo).
Piccola considerazione personale, in chiusura.
Dopo aver riascoltato quest’anno l’Ermione e il Maometto II, opere del Rossini più tragico legate per certi versi da un destino comune di parziale incomprensione da parte del pubblico napoletano dell’epoca, mi sono reso conto una volta di più di come il musicista pesarese sia stato un vero e proprio genio della composizione musicale e dell’arte in generale.
Alla prossima avventura musicale e buon ferragosto a chi va in vacanza!
 
 
 

Maometto II al ROF: piccole considerazioni preventive.

Ricordo ad appassionati e simpatizzanti che questa sera su Radio3, sempre alle ore 20, va in onda in diretta dal Rossini Opera Festival il dramma per musica in due atti Maometto II.
Questa la locandina:
 
MAOMETTO II
Dramma per musica in due atti di Cesare Della Valle
Musica di Gioachino Rossini
 
Paolo Erisso, Francesco Meli
Anna, Marina Rebeka
Calbo, Daniela Barcellona
Condulmiero, Enrico Iviglia
Maometto II , Michele Pertusi
Selimo, Cosimo Panozzo
 
Orchestra Haydn di Bolzano e Trento
Coro da Camera di Praga
Direttore, Gustav Kuhn
Maestro del Coro, Lubomír Mátl
Regia, Michael Hampe
Scene Alberto Andreis
Costumi Chiara Donato
 
Personalmente sono molto curioso di sentire, in un ruolo che potrebbe creargli non pochi problemi, il tenore Francesco Meli, che quest’anno ho sentito più volte dal vivo in costante progresso: una buona prova potrebbe consacrarlo definitivamente come uno dei migliori artisti in questo repertorio.
Qualche perplessità, ma come ho sempre detto io sono fiducioso, mi desta la scelta del soprano Marina Rebeka per la parte (l’ennesimo ruolo Colbran) di Anna Erisso, che dagli ascolti disponibili in Rete mi pare abbia una voce piuttosto magrolina per il ruolo.
Un grosso in bocca al lupo alla mia illustre concittadina, il mezzosoprano Daniela Barcellona, che interpreterà Calbo, allungando la lista dei suoi personaggi en travesti.
Dice Elvio Giudici che l’aria di Calbo (“Non temer d’un basso affetto”) è uno dei vertici della diabolicità rossiniana: questo pomeriggio ho riascoltato, nelle versioni di varie interpreti, questa pagina memorabile e devo affermare che sono più che d’accordo con lui (non mi succede spesso d’essere sintonia con questo grande critico musicale), si tratta di una vera e propria trappola mortale!
Ho una sola certezza, e cioè che Michele Pertusi nei panni di Maometto II darà un’altra prova della sua classe artistica.
Da Pesaro mi sono giunte voci molto positive, speriamo bene!
Qui sotto Ewa Podles nell’aria diabolica:

 

 
Posto anche un’intervista a Daniela Barcellona, uscita ieri sul quotidiano triestino “Il Piccolo”, a firma Patrizia Ferialdi.
Tra i protagonisti dell’opera (che sarà replicata il 15, 18, 20 e 23 agosto) spicca il mezzosoprano triestino Daniela Barcellona, che abbiamo incontrato al rientro da Sydney, reduce dal successo ottenuto nella Missa Solemnis di Beethoven diretta da Gianluigi Gelmetti ed eseguita davanti al Papa in occasione delle Giornate della gioventù.
Signora Barcellona, dopo la parentesi sacra l’impegno di un debutto profano…
«È vero, la musica di Beethoven è molto interiore e altamente mistica in cui i solisti non hanno delle arie singole ma dialogano con il coro o dipanano dei quartetti molto intensi in cui sembra di vedere uno scorcio di paradiso. Mentre il personaggio di Calbo che vado a interpretare domani era, insieme a Sigismondo, uno dei due ruoli en travesti che ancora mi mancavano e perciò sono davvero contenta di farlo».
Rispetto agli altri ruoli en travesti che ha interpretato, qual è la peculiarità vocale di Calbo?
«In generale, possiamo dire che se la tessitura è la stessa che può avere l’Arsace della Semiramide o il Malcolm della Donna del Lago, l’estensione vocale richiesta a Calbo è molto più ampia andando a ricoprire tutta la gamma di voce propria al mezzosoprano e l’aria del secondo atto "Non temer" è davvero un grande scoglio proprio perché ha bisogno di un’estensione vocale molto ampia e di tenuta d’agilità prolungata».
Ci sono molte differenze tra Calbo e Arsace?
«Diciamo che Arsace ha un numero maggiore di arie e duetti e offre chances più ampie dal punto di vista interpretativo oltre ad essere anche molto più pesante per la durata. Calbo, invece, oltre ai terzetti ha un sacco di concertati e, dal punto di vista musicale ha una scrittura forse più originale. Più volte nella partitura, infatti, ci sono orchestrazioni particolari che precorrono i tempi e che non si sentono nelle altre opere di Rossini tant’è che, in certi momenti, mi sembra che Verdi, per la Traviata, si sia ispirato proprio al Maometto II!».
Oltre a Rossini, però, uno dei ruoli che le ha dato grandi soddisfazioni è anche quello della Favorita di Donizetti…
«È vero, Leonore è un ruolo che adoro, ricco di intensità e di sentimento, di profonde emozioni interiori che la musica di donizetti riesce a tradurre al meglio. L’ho già interpretata a Genova in forma di concerto e la porterò in scena a breve all’Opera di Dresda».
Quale differenza sostanziale ha riscontrato tra la vocalità rossiniana e quella donizettiana?
«La differenza sta nella linea di canto. Rossini usa le variazioni e le agilità per sottolineare un sentimento che può essere amore, slancio passionale, rabbia o furore, ogni nota serve per rinforzare la parola e far esprimere al meglio il sentimento del momento al personaggio. Inoltre c’è la difficoltà dei ruoli en travesti che richiedono alla cantante un impegno ancora maggiore, vuoi sotto il profilo della credibilità scenica che dell’espressività vocale in quanto si può fare un portamento, una variazione, un crescendo in modo femminile o maschile per mettere a fuoco il personaggio e questo non è un dettaglio da sottovalutare. Infatti, dal punto di vista della scrittura, il vocalizzo amoroso di Rosina e Tancredi può essere tecnicamente lo stesso ma l’approccio emotivo deve per forza essere diverso se si vuole differenziare il sentimento maschile da quello femminile. Invece Donizetti è altra cosa perché ha un canto più lineare, un fraseggio completamente diverso e non usa i ruoli en travesti».
Oltre a Rossini e Donizetti ha mai provato tentazioni verdiane?
«Certamente sì, perché mi stanno arrivando un sacco di proposte per cantare Amneris, Azucena e Eboli ma anche perché la mia voce sta andando proprio verso questi ruoli nei quali posso sentirmi a mio agio. Per l’immediato futuro, però, preferisco non impegnarmi in tal senso in quanto, tecnicamente, non si può più tornare indietro. Per Verdi serve un altro stile vocale, un altro tipo di emissione perché c’è bisogno dello squillo e dell’incisività del fraseggio drammatico ma così facendo si va a perdere l’agilità necessaria per cantare Rossini».
E allora il suo ruolo impossibile…
«Sicuramente quello di Tosca, un personaggio bellissimo e a tutto tondo che sento molto vicino a me. Ma resterà proprio un sogno…».
La recensione a domani.
Buon ascolto!

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