Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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L’amorosa presenza di Nicola Piovani, con la regia di Chiara Muti, apre con grande successo la stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste

Si è aperta la nuova stagione teatrale del Teatro Verdi di Trieste e, di questi tempi, sarebbe già così una buona notizia. C’è di più, in realtà, perché per il vernissage si è scelta la prima mondiale di un compositore contemporaneo e, rara avis, vivente: Nicola Piovani, artista notissimo e poliedrico che ha collaborato con alcuni dei più importanti registi cinematografici (Bellocchio, Tornatore, Fellini, Monicelli ecc) e Premio Oscar nel 1999 per La vita è bella di Roberto Benigni. Oltre a quest’attività Piovani è stato artefice delle musiche di scena per molti spettacoli teatrali, autore di musiche da camera e davvero tanto altro, compresa una cooperazione con Fabrizio De André in due straordinari concept album nei primissimi anni Settanta del secolo scorso.
Amorosa presenza è un’opera semiseria in due atti che è nata parecchi decenni fa su commissione – presto accantonata – del Teatro d’Opera di Atene. Piovani ci lavorò con Vincenzo Cerami, autore del soggetto, e insieme misero le basi del libretto. In seguito, il progetto rimase a lungo in nuce sino a quando, tre anni fa, Piovani fu contattato da Antonio Tasca, direttore generale del Verdi, che gli propose di riprendere l’opera per il teatro triestino.
Vincenzo Cerami purtroppo non c’è più, perciò è stata la figlia Aisha a raccogliere il testimone del padre per la stesura a quattro mani del libretto.
Per la sua “fiaba d’amore” Piovani ha voluto come regista Chiara Muti, che ha pensato un allestimento di grande civiltà teatrale in linea con l’atmosfera onirica del libretto.
La disposizione degli elementi di scena è ben studiata, minimalista ma ricca di suggestioni. Prevalgono simmetrie dinamiche che fanno da cornice alla vicenda trattata con uno stile fumettistico ma non banale, in cui si riconoscono richiami alla pittura francese del Novecento. Le scenografie e i costumi di Leila Fteita, ben valorizzate dalle luci cangianti di Vincent Longuemare, sono state interamente realizzate dai laboratori del teatro triestino. Si nota un certosino lavoro sulla gestualità dei cantanti, la cura nelle controscene e la felice collocazione delle coreografie (Miki Matsuse) che accompagnano metaforicamente le (dis)avventure dei protagonisti.
La trama è piuttosto semplice e al contempo ben congegnata: in un’immaginaria metropoli, nei primi anni Settanta, due giovani si amano ma non riescono a comunicare e per farlo ricorrono a uno degli escamotage più noti della storia del teatro: il travestimento. Ovviamente la circostanza genera equivoci, fraintendimenti, situazioni paradossali e anche qualche garbata riflessione sull’identità di genere. Alla fine, con la Natura che fa da spettatrice muta degli eventi – rappresentata dall’Albero, dai fumettistici cespugli e dalla luna – coroneranno il loro sogno d’amore.
Dal punto di vista musicale Amorosa presenza è un puzzle formato da tessere piuttosto riconoscibili e citazioni dei grandi compositori dell’opera italiana e non solo, immersi in un flusso sonoro continuo in cui trovano spazio i classici numeri chiusi, le romanze da salotto – Piovani ha palesato la sua ammirazione per Tosti –  e i concertati. Non mancano aperture melodiche e richiami alla musica popolare, come il tango nel finale. Qua e là compaiono influenze che (a chi scrive) hanno ricordato Puccini, Rossini, Weill e Gershwin.
Il punto debole del lavoro di Piovani sono i versi del libretto che sono sembrati farraginosi, soprattutto all’inizio. Forse sarebbe opportuno snellire un po’ il testo da alcune reiterazioni, ma questo aspetto spetterà, ovviamente, al compositore.
L’orchestra, di impianto classico, è arricchita da strumenti che appartengono alla cultura musicale moderna come l’ukulele, la chitarra elettrica, il sassofono.
Piovani ha diretto con precisione ed evidente emozione la sua partitura, ben supportato dalla solita impeccabile Orchestra del Verdi, capace di morbidezza negli archi, brillantezza nei legni e nelle percussioni e sottolineature umoristiche negli ottoni.
Bene anche il Coro che è intervenuto fuori scena.

La compagnia di canto era omogenea, nonostante la sostituzione last minute del previsto tenore Giuseppe Tommaso, ben rimpiazzato da Motoharu Takei il quale, dopo un inizio in sordina, si è ben disimpegnato nella parte di Orazio sia dal lato vocale sia per disinvoltura in scena.
Bravissima Maria Rita Combattelli, dinamica e accorata, che con giovanile grazia ha donato la sua voce limpida di soprano leggero al personaggio di Serena, palesando intonazione cristallina ed emissione pulita.
Convincente sotto ogni punto di vista anche il rendimento della coppia di “anziani”: il severo Tutore William Hernandez, dalla timbrata voce baritonale, e la disillusa Tata Aloisa Aisemberg, mezzosoprano.
Nelle vesti di “narratore” ha ben figurato anche il basso Cristian Saitta nella parte ricca di significati metaforici dell’Albero.
Per questa prima mondiale, che tra l’altro ha visto il “debutto” del nuovo Sovrintendente Giuliano Polo, il teatro non era esaurito ma sicuramente affollato e si è notata una presenza di giovani maggiore del solito. Con la scelta, coraggiosa, di aprire la stagione con un’opera fuori dal grande repertorio e firmata da un artista molto popolare la fondazione triestina ha ottenuto una notevole visibilità mediatica che potrebbe pagare dividendi nel medio termine.
Il pubblico ha tributato un trionfo a tutta la compagnia artistica, chiamata più volte al proscenio. Personalmente consiglio una puntata a teatro, lo spettacolo si replica sino al 29 gennaio.

SerenaMaria Rita Combattelli
OrazioMotoharu Takei
TataAloisa Aisemberg
TutoreWilliam Hernandez
L’AlberoCristian Saitta
  
DirettoreNicola Piovani
Direttore del CoroPaolo Longo
  
RegiaChiara Muti
Scene e costumiLeila Fteita
LuciVincent Longuemare
Assistente alla regiaNoa Naamat
CoreografieMiki Matsuse
  
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste
  





Federico Maria Sardelli e Mozart portano serenità al Teatro Verdi di Trieste.

Teatro Verdi, 18 dicembre 2021, penultimo atto della stagione artistica a Trieste. Poi, il 31, si svolgerà il Concerto di Capodanno e, finalmente, ci lasceremo alle spalle un annus horribilis con i controfiocchi durante il quale gli spettacoli sono stati quasi sempre sotto la spada di Damocle dell’incertezza dovuta alla pandemia. Addirittura, come ovunque in Italia e nel mondo, concerti a porte chiuse, nella migliore delle ipotesi trasmessi in streaming o in televisione. Un teatro (in greco théatron, luogo di pubblico spettacolo) senza pubblico in sala è quasi un paradosso, una contraddizione in termini.
Serata mozartiana che prevedeva nella prima parte la Sinfonia n.39 in mi bemolle maggiore K543, datata 1788, quando Mozart era demoralizzato perché alle prese con notevoli difficoltà economiche. Nonostante ciò, dalla pagina musicale non traspaiono certo cupezze o retrogusti problematici e anzi, la cifra distintiva del brano è una spiccata luminosità.
Strutturata in tre movimenti – nel terzo Minuetto e a seguire Allegro – la sinfonia colpisce per lo straordinario equilibrio che la caratterizza e per gli echi nettamente percepibili di lavori coevi del compositore, in particolare il Don Giovanni. Ovviamente non mancano riferimenti a Haydn (nel primo e nel terzo movimento), considerato il “padre” della sinfonia o sonata per orchestra. Mozart, che come tutti i Grandi guardava al futuro, inserì in orchestra i clarinetti – a quel tempo quasi una rarità – escludendo gli oboi.
Federico Maria Sardelli tornava a Trieste dopo uno di quei concerti a cui ho accennato all’inizio, monchi di pubblico, e ha dato un’interpretazione della sinfonia che ho trovato molto intelligente e appropriata. Il suo è un Mozart vigoroso, scevro da ogni leziosità che coglie in pieno l’atmosfera serena del brano nel contesto della severità architettonica della struttura sinfonica. L’Orchestra di Trieste, con archi, legni e percussioni in gran spolvero ha risposto con generosità e precisione alle sollecitazioni del direttore.
Dopo l’intervallo è stata eseguita la Messa in do minore per soli, coro e orchestra K427, capolavoro di musica sacra che condivide con il Requiem dello stesso compositore la sorte di essere incompiuto.
La destinazione d’uso della Messa è curiosa, doveva essere infatti un omaggio di Mozart all’amata Konstanze, che cantò alla prima esecuzione del 1783.
Si tratta di una pagina musicale imponente, che si ferma nella liturgia al Benedictus e prevede la partecipazione di un doppio coro, oltre che dell’orchestra e quattro solisti.
Bene ne ha sintetizzato lo spirito Giovanni Carlo Ballola:

“Mozart scrive una personale summa theologica del sacro in musica, i cui principi vengono desunti da una sterminata eredità artistica dagli orizzonti europei, sviluppata più in estensione geografica che in profondità storica, non rimontando oltre i limiti del XVIII secolo, il solo che il compositore ritenesse attingibile e spiritualmente frequentabile.”

E, infatti, all’ascolto risaltano evidenti le lezioni di Bach (nelle fughe) e Händel (nei vocalizzi dei cantanti), tanto che lo stile musicale si può definire, semplificando parecchio, assai vicino al barocco.
Anche in questo caso è spiccata la bella interpretazione di Sardelli, di cui ho apprezzato il gesto limpido e preciso e l’attenzione alle dinamiche in una partitura che vive, come spesso nella musica chiesastica, di grandi contrasti. Ottima la prestazione del Coro, costretto per ovvi motivi a cantare con la mascherina e preparato da Paolo Longo.
Tra i solisti ho trovato eccellenti le prestazioni del soprano Lucrezia Drei – intonatissima, sicura negli acuti e brillante nella gestione della respirazione -, e del mezzosoprano Veta Pilipenko che con la sua voce ambrata si è messa in luce nel monumentale Gloria. Il tenore Vassilis Kavayas è parso molto emozionato ma comunque nell’ambito di un rendimento positivo; bravo anche il tonante basso Cristian Saitta, che interviene solo nel Benedictus finale. Orchestra di nuovo sugli scudi, capace di un suono raccolto e al contempo emozionante e maestoso.
Il pubblico, abbastanza numeroso, ha apprezzato molto la serata. Numerose le chiamate al proscenio sia dopo la prima parte sia alla fine per Federico Maria Sardelli. Entusiasmo anche per tutti i solisti e per il coro e l’orchestra della fondazione.

Wolfgang Amadeus MozartSinfonia in mi bemolle n.39 K543
Wolfgang Amadeus MozartMessa in do minore K427
  
DirettoreFederico Maria Sardelli
Maestro del coroPaolo Longo
  
SopranoLucrezia Drei
MezzosopranoVeta Pilipenko
TenoreVassilis Kavaias
BassoCristian Saitta
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste
  

Recensione addolorata di Aida di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: o vista, o vista orribile!

Allestire due opere così difficili in due giorni successivi è impresa sovrumana. Il rischio di sbagliare qualcosa è alto e, effettivamente, in questa produzione qualcosa è andato storto. C’è da dire che quando dovrò terrorizzare i miei nipoti avrò un’altra freccia in faretra: il racconto dell’entrata dei prigionieri etiopi oppure la spaventosa scena dei pomodori coltivati nel deserto (strasmile). Leggi il resto dell’articolo

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