Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria del Siegfried al Festival di Bayreuth 2010.

L'anno scorso l'aggettivo scelto per la consueta recensione semiseria del Siegfried è stato nientemeno che "inferocita", quindi le aspettative quest'anno erano che la recita risultasse, come minimo, tale da non farmi usare parole risentite.
E quindi vediamo!

I atto
 
Il Siegfried comincia con il lungo dialogo tra Mime e il protagonista e, ancora una volta, se da un lato non posso che apprezzare la direzione di Thielemann, dall’altro mi è impossibile non stigmatizzare la voce chioccia e senescente di Wolfgang Schmidt (Mime), che è davvero un pessimo tenore. L’anno scorso fu inaccettabile e non sembra che il tempo l’abbia migliorato, anzi.
Un po’meglio Lance Ryan, almeno perché prova ad interpretare, anche se i risultati non sono straordinari.
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Per quanto mi sia parso cauto, nella sortita del wanderer (Wotan), Albert Dohmen, solennemente sostenuto dal direttore, è sembrato subito di una classe artistica diversa. L’accento, il fraseggio, la comprensione psicologica del personaggio ne fanno un gigante. Solo un esempio: l’ironia beffarda con la quale insinua Nun rede, weiser Zwerg (parla, quindi, sapiente nano) a Mime.
C’è però qualche incertezza, oggi, nel canto di Dohmen, specie in alto.

Per fortuna nel duetto Schmidt si modera nei cachinni e negli effettacci da guitto, che però riprende con convinzione all’inizio della terza scena.
Nella scena, terribile e lunghissima, della forgiatura della spada Notung, si comporta assai bene Lance Ryan e Thielemann e l’Orchestra di Bayreuth sono ancora strepitosi.
Siegfried
Il pubblico esplode in un fragoroso (e meritatissimo!) applauso al primo intervallo.

II atto

Ancora benissimo Thielemann nel Preludio, ammantato di un tenebroso e inquietante mistero.
Alberich e Wotan si fiutano, si studiano: sempre un po' troppo effettistica la caratterizzazione di Andrew Shore, ma Albert Dohmen è ancora autorevolissimo. 
Shore-Dohmen

Si sveglia il drago Fafner, interpretato da Diógenes Randes, che pare davvero un vocione notevole.
La seconda scena rivede Mime e Siegfried, nel lungo duetto che precede il confronto col drago. Wolfgang Schmidt sempre pessimo, devo dire, e in questa fase anche Ryan non è straordinario.
Il tenore prova a trovare un accento più intimo nel lungo racconto che precede il famoso "mormorio della foresta", ma la voce si stimbra un po'. Sicuramente l'intenzione è lodevole, ma l'artista è più efficace nel classico declamato.
Dicevo del vocione di Randes, che però è modesto nel legato, e nel racconto della stirpe dei giganti si sente mancanza di morbidezza nel canto.
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Il waldwogel di Christiane Kohl non è certo un usignolo di gran pregio, bisogna dirlo.
Penso con una certa gioia, ascoltando il Mime di Schmidt (che cala di brutto sull'unico acuto degno di tal nome), che presto Siegfried metterà fine alla sua vita.
Lance Ryan, tra qualche incertezza e qualche momento abbastanza interessante, porta a casa il secondo atto, ma appare evidente come ho già scritto sopra che vocalmente gli si addicono di più i momenti eroici che i ripiegamenti più tormentati.
Molti appausi anche alla fine del secondo atto.

III atto

Ancora sugli scudi Dohmen all'inizio, ma purtroppo Christa Mayer (Erda) gli risponde come se stesse dormendo davvero da un sacco di tempo, con una voce fibrosa e senescente che toglie ogni drammaticità al momento. Il suo non è canto, è un singulto sincopato. Legato inesistente e pure qualche urlo. Anche per lei non vedo l'ora che torni sottoterra.
E arriviamo così al fondamentale incontro tra Wotan e Siegfried, con il commiato dal Ring di Albert Dohmen, gloriosissimo.
tgross03_02_01_s2007_szeneCom'era facilmente prevedibile Lance Ryan è molto più a suo agio rispetto al secondo atto, in questo passaggio che necessita di vigore e intensità emotiva. Chiude con un acuto abbastanza pulito.
Thielemann è sempre, e di gran lunga, il migliore in campo.
E siamo al lunghissimo ( e per me e non solo, noiosissimo, vero Giuliano?) duetto finale tra Siegfried e Brünnhilde.
Linda Watson comincia discretamente, a dire il vero, e trova accenti convincenti nel risveglio. Purtroppo poi non è diversa dal solito: il timbro non è male ma gli acuti sono ghermiti, si sente che la cantante è preoccupata, ansiosa. Nei tentativi di addolcire l'accento la voce si stimbra e il risultato non è gradevole, sinceramente.
Molto meglio Ryan, che si conferma tenore solido e ben preparato.
BrunnhildeIl duettone però non decolla, proprio perché entrambi sembrano preoccupati e tesi, manca poesia e abbandono. Nella parte finale pure Lance Ryan è evidentemente affaticato: la parte di Siegfried si conferma come una delle più micidiali per tenore.
La Watson è stremata e cala di brutto e strilla nel vero senso della parola.
L'acuto finale all'unisono è un urlo per entrambi.
Insomma, peccato per questo finale che ha rovinato una prova che avrebbe potuto essere assai più lusinghiera, soprattutto per il tenore.
Il pubblico ha tributato un successone a tutti.
A domenica, per il Crepuscolo!

Recensione sintetica e infastidita della Götterdämmerung al Festival di Bayreuth 2009.

Sabato scorso, al Festival di Bayreuth, è andata in scena l’ultima giornata del Ring wagneriano, e cioè la Götterdämmerung.
Insomma.
Nonostante la prestazione eccellente di Hans Peter König quale Hagen (di gran lunga il migliore del momento in questa parte, e sicuramente degno di essere considerato interprete di riferimento come già sottolineai dopo Firenze) mi tocca scrivere una nuova breve recensione infastidita, perché davvero i suoi compagni di cordata non hanno cantato bene, con l’eccezione di Christa Meyer nei panni della sorella ansiogena di Brünnhilde, Waltraute.
Niente più che accettabile la prova delle Norne, così come sufficiente si può definire il rendimento delle Ondine e positivo, soprattutto perché ha limitato le gigionate, è stato anche Andrew Shore nella sua caratterizzazione del malvagio Alberich.
Anche i due simpaticoni Gunther e Gutrune, rispettivamente Ralf Lukas e Edith Haller, sono sembrati corretti.
Ecco, nel momento in cui si passa alla valutazione delle prove di Siegfried e Brünnhilde, gli aggettivi divengono quasi per magia meno impersonali e più pregnanti.
Christian Franz ha urlato in modo insopportabile per quasi tutta l’opera, poi, evidentemente stremato, si è limitato a cantare male. Sono troppo severo? No, perché non è possibile che oggi, a Bayreuth, non si trovi di meglio che questo tenore impresentabile. Rivaluto in pieno il canto monocorde e muscolare del Siegfried di Venezia, Stefan Vinke, del quale avevo detto male a suo tempo.
Certo, Linda Watson non mi ha fatto rimpiangere l’altra Brünnhilde di Venezia, Jayne Casselman

Brünnhilde1

(qui ritratta nel finale dello splendido allestimento di Robert Carsen), ma non credo possa essere esattamente un reale merito. La Watson è stata soddisfacente solo nel finale, quando ha trovato persino qualche accento pertinente al momento (che è a dir poco grandioso e commovente). Ma nelle quattro ore precedenti il soprano sembrava impegnata nella descrizione del catalogo di ciò che non deve fare un’artista in Wagner: un continuo canto improntato all’isteria, forse scambiato per il nobile declamato, urla varie e note calanti di brutto. Impietoso, a questo proposito, il confronto nel duetto con la brava Waltraute.
Sul direttore Christian Thielemann ho un’idea precisa e cioè che la sua interpretazione in questo Ring, già quasi unanimemente considerata ottima, sarà rivalutata ulteriormente negli anni a venire, quando si sopiranno invidie, gossip e ciarlatanate varie nei suoi confronti.
Per onestà chiudo sottolineando che questa Götterdämmerung l’ho sentita registrata e non in diretta, quindi forse con un’attenzione maggiore, riascoltando di tanto in tanto i passi che mi sembravano più controversi. Di conseguenza, le mie opinioni sono da prendere con le molle più del solito, in quanto inficiate da eccesso colposo di ricerca del pelo nell’uovo (smile).
Auguro a tutti una buona settimana, salto, con ogni probabilità, la recensione del Parsifal di ieri (ho sentito un Daniele Gatti tonico e, soprattutto, un ottimo Christopher Ventris), a presto.

Breve recensione inferocita del Siegfried a Bayreuth.

Chi segue questo blog sa che io non sono certo estremista nelle mie valutazioni ma questa volta, dopo il Siegfried di ieri pomeriggio, invece di una recensione semiseria scriverò una specie di atto di dolore.
Mio Wagner mi pento e mi dolgo non tanto per me, ma per il pubblico presente a Bayreuth che non ha avuto il coraggio non voglio dire di buare, io non lo faccio mai e non posso pretenderlo dagli altri, ma almeno di scappare via in silenzio e più velocemente possibile dal teatro.
Invece, applausi per tutti. Scandalo nello scandalo.
Tanto è stata disastrosa la prestazione dei cantanti che arrivare alla fine dell’opera mi è stato difficile e faticoso.
Addirittura repellente, dal punto di vista artistico, la prestazione dei due tenori Christian Franz (Siegfried) e Wolfgang Schmidt (Mime) : sembravano due ubriachi che s’accapigliano in un’osteria per l’ultimo bicchiere prima d’andare a vomitare in strada. Una coppia di fatto di nuovi mostri.
Di questo disastro mi pare che qualche responsabilità debba addebitarsi anche a Christian Thielemann, che come direttore non dovrebbe tollerare che in palcoscenico si sentano cachinni e urla. Quindi, nonostante anche ieri la direzione sia stata di gran lunga la cosa migliore, io lo boccio senza appello. Taccio per decenza della prestazione di qualche professore d’orchestra (il cornista), preda di una crisi respiratoria prima e d’un attacco di panico durante il secondo atto. Horribile auditu, semplicemente.
Il fatto è che i cantanti, come ho scritto tante volte, sono umani e possono avere serate storte, ma è inconcepibile che travisino così il testo e l’ispirazione del compositore.
Le prestazioni abbastanza buone di Albert Dohmen (Wotan,un po’ affaticato in alto), Andrew Shore (Alberich, meglio dell’anno scorso) e Christa Meyer (Erda, anche lei in progresso rispetto alla passata stagione) non sono bastate a riscattare una serata triste per la musica in generale e per Wagner nello specifico.
A questa atmosfera luttuosa ha contribuito in modo tutt’altro che insignificante Linda Watson, che ieri pomeriggio ha urlato oltre il lecito ed è parsa calante e stonata in più d’una occasione.
Una Brünnhilde sotto il livello sindacale minimo.
E pensare che domani c’è la Götterdämmerung! Sperare che tenore e soprano cantino bene, a questo punto, è un atto di fede.
Buon fine settimana a tutti.
 
 

Recensione semiseria della Götterdämmerung al Maggio Musicale Fiorentino.

Insomma, alla fine ce l’abbiamo fatta ad assistere a questo Götterdämmerung a Firenze, e questa è davvero l’unica cosa che conta. Ex Ripley, che è abituata a ben altri cimenti, alla fine delle sei ore di spettacolo era pronta a ripartire dal Rheingold (strasmile).

Partitura Götterdämmerung Firenze.

Ultima giornata della Tetralogia wagneriana, il Götterdämmerung è il momento in cui (pur tra parecchie contraddizioni, come segnala acutamente Daland) si tirano le somme dell’intricata vicenda del Walhalla.
L’allestimento ipertecnologico della Fura dels Baus, che in questo caso è al debutto sulle scene internazionali, è d’indubbio impatto visivo, ma dal mio punto di vista nel Siegfried il risultato è stato più emozionante, forse anche perché la vicenda, in questo caso, è più statica.
Mi astengo dal riassumere la trama, perché sarebbe davvero troppo complicato.
Il Prologo, con le tre Norne appese nel vuoto che rivivono le vicende che hanno seguito il furto dell’Oro del Reno, è forse il momento migliore dello spettacolo.
In generale, riflettevo ieri sera, l’uso delle proiezioni che è una delle caratteristiche peculiari del regista Carlus Pedrissa, avrebbe potuto essere più mirato specialmente nella prima parte (Prologo e primo atto). D’altro canto siamo sempre lì, forse poi mi sarei lamentato dicendo che c’è troppa carne al fuoco e che le immagini distolgono l’attenzione dalla musica.
Molto ben riuscite, come dicevo, la scena delle Norne ed anche quella delle Figlie del Reno, immerse in una specie di acquario gigante. Il tutto appare un po’ didascalico, infantile, però d’indubbia efficacia e fruibilità immediata anche per il neofita.
Dal lato musicale credo sia doveroso un plauso incondizionato all’Orchestra del Maggio, che con Zubin Mehta ha raggiunto (da tanto tempo ormai, non è certo una scoperta dell’ultima ora) una compattezza straordinaria. Il direttore indiano non ricerca facili effetti ma ha evidentemente una visione unitaria del Ring che si manifesta nella costante ricerca di equilibrio tra voci e orchestra. Forse, come già nel Siegfried, deve fare di necessità virtù, in quanto i solisti non hanno (con l’unica eccezione di Hans Peter König) voci particolarmente sonore ed ampie.
Due i momenti particolarmente emozionanti: il cupo, sinistro, Preludio alla prima scena del secondo atto, in cui c’è il terribile dialogo tra Alberich e Hagen.
Molto buona pure l’esecuzione della celeberrima “Marcia Funebre” di Siegfried, uno squarcio in cui si apprezza la potenza esplosiva della compagine orchestrale fiorentina.
La compagnia di canto vanta un fuoriclasse assoluto, appunto Hans Peter König che tratteggia un Hagen perfetto nel contesto: calcolatore, freddo, malvagio, determinato. La voce è molto ampia e ricca di armonici, credo sia il miglior basso che ho sentito negli ultimi tempi. Impressionante la sua chiamata a raccolta dei vassalli nella terza scena del secondo atto. Inoltre l’artista è molto bravo scenicamente, composto, non eccede mai in atteggiamenti istrionici.
Il tenore Lance Ryan era Siegfried ed è costretto persino a cantare a testa in giù, ad un certo punto, per cui onore al merito e bravo. Nel complesso il personaggio dell’eroe esce sufficientemente bene, anche se la voce non è certo particolarmente accattivante come timbro e colore. Gli acuti sono abbastanza buoni anche se saltuariamente fibrosi; certo si sente la mancanza di squillo, però il rendimento dell’artista è risultato discreto. Bravissimo nel terzo atto, quando racconta ai vassalli i suoi trascorsi come traduttore simultaneo della lingua degli uccellini del bosco (smile).
Il soprano Jennifer Wilson viene a capo con qualche fatica del personaggio di Brünnhilde. Si diceva ieri in teatro, tra amici, che ha finito molto stanca. Beh, sarebbe strano il contrario, accidenti! La voce è anonima ma omogenea in tutto il registro e solo alla fine, appunto, gli acuti tendono ad essere forzati. A me pare che nel panorama attuale non ci siano tante cantanti in grado di fare meglio. Ricordo che Waltraud Meier (mica pizza e fichi) non ha mai voluto affrontare il ruolo di Brünnhilde, un motivo ci sarà. Alla Wilson si può rimproverare solo che è molto statica in scena, stile sopranone wagneriano anni 50, tutto qui.
Più che discreti Stefan Stoll, un Gunther plausibile, e Franz-Joseph Kapellmann, che nella breve parte di Alberich riesce comunque ad essere incisivo.
Molto brava anche Katherine Wyn-Rogers, accorata Waltraute che non riesce a convincere la sorella testona Brünnhilde a restituire l’anello al Reno.
Molto strano che in una produzione così prestigiosa non si sia trovata una Gutrune accettabile. Bernadette Flaitz ha cantato male, risultando sempre calante e ingolata. Peccato.
Le tre Norne (Daniela Denschlag, Pilar Vazquez, Eugenia Bethencourt) nulla più che sufficienti ma comunque meglio delle Figlie del Reno, Woglinde, Wellglunde, Flosshilde (Silvia Vasquez, Ann-Katrin Naidu, Marina Prudenskaja), molto vociferanti.
Bravi nella loro brevissima apparizione Nicolò Ayroldi e Fabio Bertella.
Eccellente il Coro, preparato da Piero Monti.
Da segnalare tra il folto pubblico una notevolissima presenza di giovani sotto i trent’anni, e non può che farmi piacere.
Successo calorosissimo per tutti, con punte d’entusiasmo per Hans Peter König e Jennifer Wilson.
Trionfo personale, meritatissimo, per Zubin Mehta e l’Orchestra del Maggio, davvero in grandissimo spolvero.
Domani sera al Verdi di Trieste c’è la prima della Fille du Régiment di Donizetti: ciò significa che vi beccherete un’altra recensione semiseria nei prossimi giorni.
C’è di peggio, dopotutto, quindi abbiate pazienza!
Ringrazio ancora tutti per il sostegno nei giorni scorsi, e mando un saluto particolare a Marina e Bob che siamo riusciti a incontrare seppure solo per un velocissimo caffè.

Recensione del Siegfried a Firenze, semiseria come sempre.

Un Siegfried nato per stupire, ma anche per raccontare.
Questa è stata la prima considerazione che ho fatto quando sono uscito dal Teatro del Maggio, ieri sera.
 

Siegfried

 

La seconda riflessione, invece, è più amara e legata all’attualità: riuscirò a vedere il Götterdämmerung allestito dalla Fura dels Baus, che dovrebbe inaugurare la prossima edizione del Maggio Fiorentino, considerati i tagli previsti alla cultura?
Prima della recita, come già anticipato da Daland, gli artigiani (sarti, falegnami ecc.) del teatro hanno lanciato il loro grido di dolore con una proiezione sullo schermo (“Noi tagliamo, ci vogliono tagliare”) e in sala si respirava un’atmosfera di tesa partecipazione: Zubin Mehta, grande direttore e brillante uomo di spettacolo, si è rivolto al pubblico annunciando che “visto che i tagli sembrano aver già colpito gli altoparlanti del teatro, vi annuncio io che questa sera Albert Dohmen canterà al posto di Juha Uusitalo nel ruolo di Wotan”.
Sorrisi liberatori stempera tensione e doveroso ringraziamento a Albert Dohmen, in questi giorni impegnato in Emilia Romagna con il Fidelio.
Ho scritto all’inizio di un Siegfried nato per stupire; in realtà è il progetto di tutto questo Ring che è stupefacente: per originalità d’intenzioni, per la bellezza dei costumi (già premiati l’anno scorso con l’Abbiati) ma anche, e di questi tempi è quasi una rarità, per un’ammirevole fedeltà al libretto originale.
Il merito maggiore della Fura dels Baus è proprio quello, a mio avviso, di aver allestito un Ring fruibile anche dai neofiti, un progetto di divulgazione culturale forse in alcune occasioni un po’ ingenuo, ma meritoriamente privo d’inutili sofismi intellettualistici.
Certo c’è molta carne al fuoco sul palcoscenico, e si rischia in alcune occasioni una specie di saturazione dei sensi: molto ricche in particolare la scena iniziale e l’apparizione del drago Fafner.

Dead Fafner

Proiezioni coloratissime, personaggi, comparse, macchine semoventi possono distogliere l’attenzione dal canto, più che dalla vicenda.
Alcune intenzioni sono molto didascaliche e anche banalotte se vogliamo, come nella scena della forgiatura della spada, ma è molto suggestiva e poetica l’apparizione di Brünnhilde addormentata e circondata dal fuoco e il precedente viaggio aereo di Wotan alla ricerca di Erda.
Uno spettacolo da vedere, questo è certo.
Dal lato musicale è indispensabile sottolineare l’ottima prova dell’orchestra del Maggio, diretta con grande leggerezza da Zubin Mehta, che sceglie una lettura lirica e pulita della partitura scevra da clangori e wagnerismi deteriori. Magica, in questo senso, la splendida scena iniziale del secondo atto: cupa, notturna, ansiogena, misteriosa.
Forse è mancato un po’ di pathos nell’altro momento topico del risveglio di Brünnhilde, ma proprio a voler essere pignoli e incontentabili.
Un bravo a Mehta e all’orchestra del Maggio, che forse oggi è l’unica compagine musicale italiana di altissimo livello.

Orchestra Maggio Mehta

Complessivamente molto buona anche la prova dei cantanti.

Cantanti

Albert Dohmen è uno dei Wotan di riferimento degli ultimi anni, e fa valere sia la sua magnifica presenza scenica sia la sua perfetta comprensione del ruolo: la voce è dimagrita rispetto a qualche anno fa, però la sua prova è stata nettamente superiore, per esempio, a quella del Festival di Bayreuth dell’estate scorsa, nella quale le tensioni negli acuti erano apparse evidenti.
Di rilievo anche la caratterizzazione di Mime (personaggio difficile, spesso eccessivamente ridotto a macchietta e risolto con artifici che nulla hanno a che vedere col canto) che offre Ulrich Ress: gli acuti sono sicuri, il fraseggio curato, la recitazione mai sopra le righe. Magnifico, veramente, il suo concitato ultimo colloquio con Siegfried.
Franz-Joseph Kappellmann è apparso un po’ vociferante, ma il personaggio di Alberich esce in tutta la sua ferina ambiguità.
Non mi è piaciuta troppo, ma mi sto convincendo che è un problema mio che prescinde dall’interprete, Catherine Wyn-Rogers nei panni di Erda: io vorrei una voce sontuosa, misteriosa, ampia, adatta a rendere la grandezza drammaturgica di questo fondamentale personaggio del Ring, e invece trovo, nel migliore dei casi, cantanti che sono corretti e nulla più.
Peccato.
Grandissimo invece è stato Stephen Milling nei panni di Fafner: voce scura da basso profondo, ricca di armonici. Finalmente ho sentito l’ultimo rappresentante della stirpe dei Giganti, e non un drago isterico da cartone animato artigianale.
Discreto il Waldvogel di Chen Reiss, che ha palesato una voce argentina afflitta da un vibrato stretto piuttosto fastidioso. (però dai, cantava sospesa nel vuoto!)

Waldvogel

Brünnhilde era Jennifer Wilson, un soprano del quale non si può certo dire che difetti di volume: gli acuti sono pieni e voluminosi ma, almeno a mio parere e riferendomi alla recita di ieri sera, è mancata nel tratteggiare quell’aura di mistero quasi sovrannaturale che pretende il personaggio.
Ho lasciato per ultimo l’interprete di Siegfried, e non per caso.
Lo stesso Wagner, è cosa nota a tutti i devoti (smile), era conscio di aver scritto una parte musicalmente quasi mostruosa per il tenore. Con questa premessa e sentiti i recenti naufragi di cantanti ben più quotati mi sento di affermare che l’artista russo Leonid Zakhozhaev è stato un buon Siegfried: certo la voce è piccolina e abbastanza anonima, non si sentono acuti squillanti, però è arrivato al duetto finale con lo strumento in condizioni ancora buone e intenzioni interpretative lodevoli. Sicuramente la direzione di Mehta, mai preponderante, lo ha aiutato molto: del resto, io, al contrario di altri, non vedo nulla di particolarmente scandaloso nel concertare anche in funzione degli artisti dei quali si dispone, a condizione che il risultato d’insieme sia omogeneo.
I movimenti scenici sono curati in modo maniacale da Carlus Padrissa, ma con uno spettacolo così strutturato non potrebbe essere diversamente.
Sono molto belle le scene di Roland Olbeter e spettacolari i costumi di Chu Uro; allo stesso modo ho trovato splendide le luci di Peter van Praet, mentre le proiezioni di Franc Aleu, in qualche circostanza, mi sono sembrate troppo hollywoodiane seppur originali e godibili.
A proposito è giusto considerare che dalla prima galleria i video, oltre a essere proiettati sullo sfondo, erano riflessi dal palcoscenico lucido; è probabile quindi che la mia sensazione di eccessivo affollamento scenico sia dovuta in quota percentuale anche alla mia avarizia: dalla platea questo inconveniente non si notava. (strasmile)
Ex-Ripley ha resistito stoicamente senza addormentarsi sino al duetto finale, durante il quale ha manifestato qualche raro episodio di deficit dell’attenzione, peraltro non accompagnato dal tipico rumore da basso tuba di chi russa pesantemente.
Direi che va assolta (strasmile).
Un abbraccio all’amico Bob (che immagino a breve ci farà sapere anche il suo autorevole parere), gentilissimo e premuroso come sempre, e un saluto affettuoso alla dolcissima Marina, con la quale abbiamo trascorso, per ragioni logistiche, poco tempo.
Ci rifaremo presto.
 
P.S.
 
Le foto sono così così, ma meglio di niente no?

Siegfried a Bayreuth: recensione striminzita e un po’ amareggiata.

Il Siegfried sentito ieri, in diretta da Bayreuth su RADIO3, ha confermato che Christian Thielemann è l’unico elemento di sicuro interesse di questo Ring 2008.
La sua direzione non è né innovativa né geniale, nel senso che non mi ha fatto certo ripensare qualche momento della partitura wagneriana, non ha illuminato di luce nuova alcun dettaglio; è una direzione rassicurante, in linea con le esecuzioni tradizionali, ma è comunque una lettura di ottimo livello.
Alcuni scorci sono stati magnifici: l’entrata di Siegfried, la sincopata esaltazione nella scena della forgiatura di Notung, la spada.
Ancora, la cupa atmosfera all’approssimarsi del drago Fafner, come pure molto suggestiva è stata la scena dell’evocazione di Erda e, seppure a un livello inferiore, ho trovato molto buono anche il risveglio di Brünnhilde.
Peccato che ci fossero i cantanti, con l’unica eccezione dell’interprete di Fafner, il basso Hans Peter König, molto bravo nella sua connotazione, di ferocia prima e immalinconito stupore poi, del terribile drago che custodisce il tesoro del Reno.
Il tenore Stephen Gould è apparso subito ingolato, con la voce clamorosamente indietro, come si dice in gergo, tanto che sono stato veramente facile profeta a ipotizzare, in altra sede, un duetto disastroso con Brünnhilde nel terzo atto.
Come ho detto nel post precedente, Linda Watson è stata tutt’altro che ineccepibile vocalmente nella Valchiria, però l’accento era quello giusto, il personaggio tormentato è uscito, insomma era lei, Die Walküre! Ieri l’impegno d’interprete non è bastato.
Le brevi, e meravigliose nella loro semplicità, frasi del risveglio, Heil dir, Sonne, Heil dir, Licht mi sono sembrate buttate lì, e dopo questo pessimo inizio la mia sensazione è che il soprano si sia fatto travolgere dall’insipienza del tenore.
Insomma, per farla corta, forse sarò troppo esigente (ma so che non è vero) ma ho addirittura spento la radio per un paio di minuti.
Poi ho riacceso, ma proprio perché è Wagner e sento il richiamo della foresta. ( by the way, magnifico il mormorio della foresta di Thielemann)
Ho pensato dentro di me: “È vero che farsi svegliare dopo tanto tempo da un Siegfried così moscio deve essere dura, ma anche uccidere un drago mostruoso e poi trovarsi una Brünnhilde così spenta non deve essere il massimo!”
Scherzo un po’, ovvio. Però non sono mai stato rapito dal duetto e mi dispiace un po’, questo è Bayreuth e capita una volta all’anno.
Ribadisco ancora le mie perplessità sul vigoroso Wotan di Albert Dohmen, che ieri era meno impegnato ma che per me è in gravi ambasce vocali, anche se non ci sono state pecche clamorose: resta il fatto che io l’ho sentito forzare ogni volta che doveva salire all’acuto.
Molto scadenti, soprattutto per il pessimo gusto, sia il Mime di Gerhard Siegel sia l’Alberich di Andrew Shore.
Ancora una volta deludente Christa Meyer quale Erda, mentre di Robin Johannsen, che dava voce all’uccellino della foresta, ricordo solo un vibrato stretto fastidiosissimo.
Anche chi è arrivato faticosamente in fondo a questo mio delirio e non ne capisce di opera lirica, si renderà conto che il lavoro del direttore d’orchestra, per quanto sia lodevole, non può essere sufficiente a garantire una serata riuscita a teatro.
Domani c’è il Götterdammerung, che impegna terribilmente sia Stephen Gould sia Linda Watson…speriamo bene, ma sinceramente non sono molto fiducioso.
Buon fine settimana a chi va al mare, e non si rovina i weekend passando sei ore accanto alla radio. (smile)
 
 
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