Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Intervista a Michele Spotti, che dirigerà l’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste nel prossimo concerto della rassegna “Giovani talenti”.

Quello degli uffici stampa dei teatri è un mondo affascinante e particolare, in cui con una certa frequenza i termini sono usati in modo creativo, diciamo così. Un grande classico di questi cortocircuiti semantici è l’uso dell’aggettivo giovane, che può essere riferito ad artisti che vanno sino ai 45 anni quando, obbiettivamente, giovani non si è più.
Nel caso di Michele Spotti, invece, giovane è pertinente, perché il direttore ha 27 anni. A dispetto dell’età, Spotti può vantare già una corposa esperienza in teatri di livello e, soprattutto, un repertorio ampio che spazia da Mozart a Strauss, passando per Rossini, Donizetti e Offenbach.
Ho approfittato della sua presenza a Trieste per rivolgergli qualche domanda, in attesa del concerto che sarà trasmesso da Telequattro sabato prossimo alle 21 e domenica in replica, alle 23.30.

ph. Marco Borrelli

Nonostante la sua giovane età, lei pratica già un repertorio piuttosto vasto. C’è un compositore verso il quale sente di avere una predilezione particolare?

La predilezione la ho esclusivamente verso lo studio. Amo certamente alcuni tipi di linguaggi, come per esempio il belcanto per l’opera e quello romantico per il sinfonico, ma non c’è nessun autore che prevarichi sull’altro. Ho una vivida passione per lo studio, di qualunque tipo esso sia: letterario, linguistico, artistico…la chiave per infervorarmi verso un repertorio e di conseguenza verso un autore sta nel documentarmi sul background storico-culturale dell’epoca in cui l’autore è vissuto, per coglierne ulteriormente le sottigliezze compositive e goderne appieno nel momento della concertazione prima e della direzione poi.

Ci sono accorgimenti da prendere, dal punto di vista di un direttore, per far sì che il distanziamento in orchestra imposto dalle regole anti Covid-19 non vada a incidere sulla qualità del suono?

La qualità sonora nel momento in cui ci sono pannelli di plexiglas che alterano il normale cursus del flusso sonoro, inevitabilmente va a compromettere un’omogeneità di insieme in maniera significativa. Da sottolineare è sicuramente l’enorme sforzo da parte dei professori d’orchestra, davvero lodevoli in questa difficile situazione. Per quanto riguarda il direttore d’orchestra, la concertazione è sicuramente l’operazione più alterata, in quanto sono alterati gli equilibri sonori. Sicuramente il “distanziamento” è l’antitesi di “orchestra” ma sicuramente è una misura necessaria per sopravvivere.

Dal primo lockdown a oggi ha avuto modo di dirigere col pubblico in sala?

Se dovessimo intendere sala chiusa, ho avuto modo esclusivamente al Petruzzelli di Bari, dove a settembre ho diretto l’Elisir d’amore. Altre direzioni col pubblico, all’aperto, sono state “Der Bürger als Edelmann” di Strauss diretto a Martina Franca e i concerti al Rossini Opera Festival, tra cui anche quello con Juan Diego Flórez. Il calore del pubblico è una linfa vitale di cui abbiamo un disperato bisogno.

Al Teatro Verdi di Trieste lei affronterà due pagine musicali affatto diverse, una sinfonia e un concerto per pianoforte e orchestra. Rapportarsi con un solista crea qualche problema in più o, scherzosamente, l’unione fa la forza?

La musica è complicità. Non necessariamente bisogna avere un rapporto personale con il/la solista. Tra veri professionisti la complicità si può trovare con un semplice sguardo, un’occhiata, un respiro all’unisono. É importante avere sinergia anche con tutta l’orchestra in modo tale da essere un veicolo di energia per la buona riuscita dell’esecuzione.

Qual è la sua opinione sui concerti in streaming? Ritiene siano un “male necessario” e che verranno abbandonati appena possibile oppure pensa che possano essere un fattore di crescita per la divulgazione della musica colta anche in futuro?

Certamente lo streaming oggi è un’arma importante per poter tenere viva la sensazione di esecuzione. Tiene vivo uno degli scopi principali di chi fa musica, donare la propria arte al prossimo. Ovviamente non può essere paragonato all’esecuzione dal vivo. Io sarei propenso ad un uso dei social media e dello streaming non per rappresentare interi concerti, ma per instillare pillole di curiosità e preparazione storico-culturale e perché no anche piccole analisi musicali per poter avvicinare così chi non è avvezzo al repertorio sinfonico ed operistico.

In bocca al lupo, allora!

Un saluto a Trieste, città bellissima, che mi ha accolto con grande calore.

Recensione seria di Don Carlo di Giuseppe Verdi al Teatro la Fenice di Venezia: nulla è come appare!

È impossibile cominciare la recensione del Don Carlo di Giuseppe Verdi allestito alla Fenice di Venezia prescindendo dal clima, nel senso più ampio del termine, in cui si è svolto.
Tutti sanno degli effetti della spaventosa ondata di marea di qualche giorno fa, che ha ostacolato – ma non è certo il danno maggiore – le prove dello spettacolo e messo tutti in condizioni psicologiche che definire difficili è pallido eufemismo.
Perciò, come ha sottolineato – forse dilungandosi un po’ troppo – il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, un ringraziamento va a tutti coloro che sono riusciti a far sì che la prima prevista per ieri, 24 novembre, si svolgesse regolarmente.
Per sdrammatizzare un po’, dicevo ieri che La Fenice è l’unico teatro al mondo che non solo è risorto dalle proprie ceneri ma che si è pure scrollato di dosso le alghe (strasmile). Leggi il resto dell’articolo

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