Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria di Manon Lescaut alla Fenice di Venezia: ovvero “La liceale nella classe dei ripetenti”.

L’orrida Venezia è sempre bella, solo la città lagunare può offrire scorci malinconici come questo qui sotto.

La malinconica Venezia
Sono bei momenti, perché i sensi si risvegliano in simili occasioni, ti pare quasi di percepire l’effluvio di centinaia di anni di pensiero, di Arte, di raccoglimento.
La magia di Venezia.  
Capisci in un attimo che il cerchio sta per chiudersi e che non può che arrivare Brunetta come sindaco (strasmile).
Ma veniamo all’esito della recita pomeridiana di domenica.
 

Viola Manon Lescaut

L’offesa più grave che può fare un regista a un compositore non è ideare un allestimento strampalato o incongruente col libretto, ma contraddire l’essenza della musica scritta, mortificare la creatività del musicista.
Sulla genesi della Manon Lescaut di Puccini si sono scritti fiumi di parole e io non starò certo qui a far tracimare gli argini di questi corsi di liquido ingegno (scusate, non so che m’abbia preso oggi).
Non credo sia un caso peraltro che tutti gli studiosi seri, chi più chi meno, considerino la terza opera del lucchese come affine al Wagner del Tristan e alla musica di Richard in generale.
I leitmotiv, il tentativo di superare la gabbia dorata del pezzo chiuso, la fluidità sinfonica dell’ispirazione musicale ne sono testimonianza. Insomma, continuità nell’azione drammaturgica.
E quindi, per default, mi verrebbe da scrivere, una concezione registica che preveda cambi scena di dieci minuti e un intervallo di tre quarti d’ora (e mi dicono che è un risultato ottenuto grazie alla bravura delle maestranze della Fenice, perché alla prima la sosta era di oltre 50 minuti) è già sbagliata dal punto di vista intellettuale.
Se poi il regista, Graham Vick, Manon1moddi cui ho spesso apprezzato il lavoro, dà i numeri, allora siamo alla baracconata di regime, all’ostentazione del nulla, alla masturbazione intellettuale. Insomma, la citazione della cagata pazzesca di fantozziana memoria è inevitabile, soprattutto per chi come me ha una cultura limitata e una mentalità gretta, meschina, codina e reazionaria.
Non mi pare che il teatro lirico oggi abbia bisogno di queste alzate d’ingegno che, tra l’altro, sono pure costosissime. Non sono questi i momenti per scialare i soldini delle fondazioni liriche (che poi sono i nostri eh?).
C’è di buono che le scenografie e i costumi, firmate rispettivamente da Andrew Hays e Kimm Kovac, fanno scompisciare dalle risate, specialmente nel primo e nel terzo atto.
L’inizio assomigliava a un film soft porno, non per nudità esibite, ma per ambientazione.
Gli studenti scemi (in calzoni corti i maschietti e gonnellina, calzettoni e ciuccetti le femminucce) scrivono “amore” sulla lavagna; poi entra lo studente ripetente (il cavaliere Des Grieux) e subito dopo la bellona (Manon Lescaut). Il fratello ruffiano (Lescaut) e il vecchio porco (Geronte) ci sono già anche nel libretto originale.
“La liceale nella classe dei ripetenti”, appunto. C’è pure una citazione di Cicciolina, con l’orsacchiotto di pelouche rosa (insomma, si fa per dire, sarà stato alto tre metri) e l’omaggio alla cultura psichedelica fine anni 60 (volano cigni di dimensioni spropositate, che per fortuna non sono diarroici o incontinenti, è già una cosa).
Vabbè.
Nel secondo atto la nostra Manon vive nel lusso e, ideona che forse vorrebbe evidenziare la modernità dell’opera, si fa i tatuaggi e il suo tatuatore sniffa cocaina. Minchia, averci pensato io.
Nella scena del minuetto il maestro di ballo è trasformato in fotografo di moda: banale e scontato, per non parlare delle contraddizioni con il testo.
Manon4mod
Nel terzo atto le prostitute stanno appese ingabbiate come lampadari e man mano che sono nominate (sono undici, Manon compresa: Rosetta, Madelon, Ninetta, Caton, Regina, Claretta, Violetta, Nerina, Elisa, Ninon e Giorgetta) vengono calate sul ponte e alcuni loschi figuri con il giubbotto dell’Anas le disimpegnano dai lucchetti. Una non ci riesce, povera, e resta ingabbiata, speriamo che l’abbiano liberata in serata.
Il quarto atto, che si svolge nel deserto, è quasi normale. Bella forza, siamo nel deserto, che doveva inventarsi il regista?
Inoltre, senza che ci sia alcuna motivazione, ogni tanto qualcuno del Coro doveva lanciare stelle filanti sul palcoscenico. Forse perché siamo a Carnevale?
Cosa si scrive quando le luci sono infamia e senza lode? Che sono suggestive. Ecco. Le luci di Giuseppe Di Iorio erano suggestive.
La coreografia di Ron Howell? Boh, io non l’ho notata, ma magari c’era e ho rimosso.
In tutto questo c’era un direttore, Renato Palumbo, alla guida di un’ottima Orchestra della Fenice.
Direzione così così. Magniloquente e retorica, fredda e metallica, gelida nello splendido Intermezzo. Clangorosa, anche, in qualche occasione.
L’attrazione della serata era il soprano Martina Serafin, che ascoltavo dal vivo per la prima volta e della quale mi era stato detto un gran bene.
Beh, non le manca il volume, questo è certo, è una voce importante. Però ha cantato tutto forte o mezzoforte perciò non ho sentito né una ragazzina innamorata né una tentatrice capricciosa né tantomeno una donna disperata, ma solo una ragazzona ansiosa. Una lettura troppo superficiale, parzialmente riscattata da una buona esecuzione dell’aria dei gioielli.
Gli acuti inoltre non mi sono sembrati facilissimi e un paio erano pure calanti. La voce non ha particolari attrattive timbriche e spesso suona aspra e segaligna.
Insomma, non mi è parsa un portento ma, almeno ieri, solo un’onesta cantante con una buona propensione ai ruoli drammatici, più per tonnellaggio vocale che altro.
Dal punto di vista scenico non saprei che dire, anche perché conciata da ragazzina con i calzettoni, lei che è una signora bella grande, non credo si sentisse a proprio agio.
Voglio dire, una Manon Lescaut che non seduce né con la voce né con la recitazione, il fraseggio, non può considerarsi riuscita.
Walter Fraccaro era Des Grieux e si sa che da questo tenore non ci si possono aspettare troppe nuances interpretative, visto che punta sempre ad un approccio muscolare e monolitico al personaggio, sia che impersoni Radames sia che affronti un Cavaradossi.
Ieri però mi è sembrato in cattiva giornata, perché la voce, di per sé abbastanza voluminosa, usciva come ovattata e gli acuti parevano forzatissimi. Molta fatica si è percepita già nella prima aria, Tra voi belle, brune e bionde, in cui la gestione pessima dei fiati ha compromesso la buona riuscita della sortita. La parte ruota tutta sulla cosiddetta “zona di passaggio” ed è molto impegnativa, bisogna sottolinearlo, per cui anche un si bemolle pesa parecchio, un po’ come nell’Otello verdiano che sembra che il tenore canti qui al Verdi di Trieste tra un paio di mesi (non voglio fare la Cassandra, ma insomma…speriamo bene).
È mancato l’approccio amoroso, il turbamento dei sensi e della mente che porta alla perdizione e alla fine alla rovina.
Il baritono Dimitris Tiliakos, in una parte sfuggente e di difficile lettura psicologica, si è limitato al compitino appalesando una voce esile, secca e poverissima di armonici. Gli riconosco una buona presenza scenica e una generica correttezza vocale.
Alessandro Guerzoni era Geronte di Ravoir e non mi è dispiaciuto almeno perché era abbastanza sonoro e non ha accentuato il lato volgare di un personaggio già fastidioso di suo.
Il tenore Saverio Fiore, impegnato sia come Edmondo sia come Lampionaio non ha demeritato.
Bene il Coro, preparato da Claudio Marino Moretti e dignitosi tutti i comprimari: Gionata Marton (Oste), Anna Malavasi (Musico), Stefano Consolini (Maestro di ballo), Carlo Agostini (Sergente), Salvatore Giacalone (Comandante) e i quattro Musici (Nicoletta Andeliero, Emanuela Conti, Gabriella Pellos, Francesca Poropat).
Il pubblico ha accolto bene tutta la compagnia di canto, regalando ovazioni a Martina Serafin e Walter Fraccaro.
Compagnia di canto Manon Lescaut.  
Non ci sono state contestazioni al regista, com’è successo alla prima di venerdì scorso, ma comunque Graham Vick o non c’era o se c’era dormiva, come avrebbe fatto bene a fare anche quando gli proposero di allestire questa Manon Lescaut.
Cena leggera e un bel sonno ristoratore e sereno, così magari il riposo non è disturbato da incubi popolati da cigni rosa giganti e orsacchiotti grandi come Tirannosauri (stramile).
Buona settimana a tutti e un saluto a Adalberto e Ilaria.

Recensione semiseria della Traviata alla Fenice di Venezia.

Un’orrida Venezia stranamente meno caotica del solito, ma con qualche sorpresa, mi ha accolto con l’ormai consueto volo radente di piccioni diarroici, ieri pomeriggio.
Strano ad esempio che i turisti, in una bella domenica settembrina, non abbiano assaltato la città lagunare. Chi non vorrebbe pranzare, per poche centinaia di euro, in un bel ristorante dove servono spaghetti stracotti con vongole veraci provenienti dagli inquinatissimi allevamenti filippini? Chi non apprezzerebbe la meravigliosa vista di bottiglie di plastica che galleggiano sull’acqua, di timidi preservativi che fanno occhiolino tra i ben più aggressivi cilindri fecaloidi di provenienza umana e no? Chi non rimarrebbe attratto dalla possibilità di fare da bersaglio, gratis, a gabbiani di dimensioni da guiness che s’esercitano con pazienza certosina nel lancio delle loro importanti deiezioni?
E poi, volete mettere? A Venezia c’è sempre questo gusto sorprendente per il Carnevale! Ieri la città era piena di leghisti in camicia o maglia verde padano, sulle quali i succitati piccioni e gabbiani, con una creatività insospettabile, lasciavano deliziose screziature dai meravigliosi colori autunnali, come si conviene alla stagione (strasmile).
Ma veniamo alle cose semiserie e cioè alla recensione dello spettacolo, cominciando dalla regia di Robert Carsen, che immerge Violetta, sia fisicamente sia emotivamente, in un fiume di danaro, che compare in scena con ben evidenti bigliettoni con cui i clienti della cortigiana pagano le ore d’amore, il tutto già all’apertura del sipario mentre la Valery è nel suo ufficio, cioè a letto.
E poi, nel secondo atto, le banconote fanno da tappeto al posto delle foglie autunnali nel giardino,

Alfredo Violetta secondo atto.

con i soldi di quell’idiota di papà Germont che crede di poter pagare la violenza della coartata rinuncia all’amore di Alfredo (un vero e proprio stupro psicologico). Non manca, ovviamente, il lancio del denaro nella “scena della borsa”. Tutto ruota intorno ai soldi e si pretende che i sentimenti si assoggettino all’andazzo di un mondo superficiale, inutile: un mondo usa e getta, che vive l’attimo. In questo contesto, Alfredo è un fotografo forse più innamorato dell’immagine di Violetta che di Violetta stessa (anche come trasgressione, col padre borghese che si ritrova che sogna per lui e la sorella “pure siccome un angelo” una sistemazione rassicurante e socialmente accettabile).

Scena della borsa.

Il microcosmo che ruota intorno alla protagonista è all’insegna di questo hic et nunc: le feste, gli amici che scompaiono quando Violetta sta male e quindi non è più fonte di divertimento né d’intrattenimento, il medico che quasi vuole essere pagato prima di visitare Violetta.
Uno spettacolo di rara suggestione, sensuale e mai volgare, che conta su costumi bellissimi e sfarzosi (Patrick Kinmont) e un impianto luci efficacissimo (a cura dello stesso Carsen e Peter Van Praet). In alcuni momenti è sembrata un po’ caciarona la coreografia (Philippe Giraudeau), ma nell’ambito della festa a casa di Flora e in questo contesto, ci può stare.
Il direttore Myung-Whun Chung non mi ha convinto, perché seppur senza particolari demeriti, non mi è parso avere un senso della narrazione compiuto e ha tenuto, in alcune occasioni, il volume dell’orchestra (ottima prova della compagine veneziana) troppo alto. Clangorose e pesanti alcune strette orchestrali, eccessivamente slentati in un malinteso senso di suggestione lirica, alcuni momenti topici (Addio del passato, in particolare).
Patrizia Ciofi interpreta e canta meravigliosamente bene, specialmente nel secondo e terzo atto. Nel primo la cabaletta “Sempre libera” l’ha vista in leggero affanno. Nulla di grave, ma io considerando che è un soprano leggero avrei pensato fosse più incisiva proprio nella prima parte. Il soprano “possiede” il personaggio in ogni sfumatura, ma non ne è posseduta: quindi nessuna concessione a sbracamenti del tutto fuori stile. I momenti migliori sono sembrati il duetto con Germont padre, ricco d’orgoglio e forza, e il finale, dalla famosa lettura della lettera in poi, davvero commovente.
Ieri anche i centri, che in qualche occasione recente erano sembrati un po’ vuoti, erano perfettamente a posto. Trionfissimo, si può dire? No? Vabbè, è uguale, perché di questo si è trattato.
E lacrime da parte di Amfortas, accidenti!
Vittorio Grigolo mi ha sorpreso positivamente.
Non sono certo io che devo scoprire le sue non comuni qualità timbriche, ne ha dato prova da tempo. Spesso però le sue interpretazioni mi erano sembrate piuttosto generiche, come se fosse pigro nell’affrontare la psicologia del personaggio. Ieri invece ha trovato la giusta misura, con encomiabili mezzevoci a tratteggiare un Alfredo giovane ed entusiasta ma non irresponsabilmente isterico. Grande successo anche per il giovane tenore, che tra l’altro può contare su un discreto volume.
Vladimir Stoyanov era nei panni del rompiballe Germont Sr. e non mi è piaciuto, anche se non posso certo rimproverargli nulla di particolare: volume discreto, ma, seppur alle prese con un personaggio monolitico, avrei gradito qualche nuance interpretativa in più.
Tutti gli altri coprotagonisti hanno ben figurato nelle loro piccole parti e meritano la citazione., così come va segnalata la buona prestazione del Coro.
Annika Kaschenz (Flora), Elisabetta Martorana (Annina), Iorio Zennaro (Gastone), Elia Fabbian (Douphol), Luca Dall’Amico (Grenvil), Matteo Ferrara (Marchese), Ciro Passilongo (Giuseppe), Claudio Zancopè (domestico) e Antonio Casagrande (commissionario).
Teatro esaurito in ogni ordine di posti e pubblico felice, che ha sommerso d’applausi tutti gli artisti con punte di sincero entusiasmo per Patrizia Ciofi e Vittorio Grigolo.
Io ho lottato strenuamente con le maschere per scattare le foto ma purtroppo, così, tanto per non smentirmi, la batteria era quasi scarica e quindi sono venute male, le metto solo per dare un’idea dello spettacolo.
Il ritorno dalla Fenice alla stazione ferroviaria è stato funestato dallo spettacolo dato da una giovane madre, che pretendeva (redarguita pesantemente dal più assennato marito, una scena tristissima) di non ripiegare una carrozzina di dimensioni spettacolari (non ho mai visto una roba del genere, su Google non c’è traccia ma v’assicuro che ho calcolato un ingombro di 4 mq, e non sto scherzando) sul vaporetto pieno come un canotto di migranti.
Eccolo qui.
A lei va di diritto il titolo di nuovo mostro.
Beh, buona settimana a tutti.

La Traviata alla Fenice di Venezia: Amami al freddo?

Ancora una Traviata? Certo, e proprio alla Fenice in quella Venezia (per questa volta lasciamo stare l’orrida) nella quale il 6 marzo 1853 l’opera debuttò, con risultati almeno controversi (La Traviata ha fatto un fiascone e peggio, hanno riso – scrisse Verdi).
Giuseppe Verdi voleva un “soggetto semplice e affettuoso” e pare strano forse, che la breve parabola terrena di Margherita Gautier potesse essere definita in questi termini. Il Maestro, per l’eroina, voleva una “donna di prima forza” e, senza stare troppo ad annoiarvi sulle vicende, non la trovò di suo gusto per la prima, perché Fanny Salvini Donatelli
non corrispondeva in pieno alle sue esigenze.
Ci teneva molto al progetto Traviata il vecchio brontolone, tanto da scrivere così a Francesco Maria Piave, una delle vittime preferite e librettista designato:
“Tu lo devi fare, caschi il mondo, certamente ti sei messo all’impresa un po’ tardi ma non importa: bisogna fare!
Insomma, nonostante pochi anni prima avesse affermato coram populo che l’idea di rappresentare in scena la vita di una prostituta non lo solleticasse, la storia della Dame aux camelias lo intrigava assai.
Forse non tutti sanno che la protagonista del dramma di Dumas figlio, Margherita Gautier appunto, era realmente esistita e si chiamava Alphonsine Duplessis, di professione mantenuta.
“Era alta, esilissima, i capelli scuri e la carnagione rosea e bianca. Aveva la testa piccola e gli occhi lunghi e obliqui come quelli di una giapponese, ma vivaci e attenti.”
 
Così la descrive appunto Dumas.
La Duplessis morì nel 1847, a soli 23 anni.
Dopo il “fiascone” della prima Verdi rimaneggiò qualche passo, e il 6 maggio 1854, ancora a Venezia, il soprano Maria Spezia, anche grazie ad una presenza scenica più credibile, donò alla creatura verdiana l’immortalità.
Cosa attira il pubblico, dopo un secolo e mezzo e infinite rappresentazioni, in quest’opera? Io la penso come Julian Budden, uno dei più prestigiosi studiosi del compositore di Busseto: la semplicità, la capacità straordinaria di suscitare emozioni che la partitura ci elargisce a piene mani a partire dal Preludio.
Aggiungerei anche la capacità che ha questa sfortunata ragazza di elevarsi dal mondo un po’ sordido in cui vive. Violetta non è mai volgare, sembra quasi galleggiare con grazia sopra la melma, anche quando si “diverte”.
Gli altri personaggi, da Alfredo a papà Germont, sono sotterrati dal punto di vista psicologico dalla protagonista, anche se non si può negare loro una certa nobiltà di sentimenti.
E allora quando Violetta esplode nel suo “Amami Alfredo” anche lo spettatore più cinico e incarognito si commuove e si scioglie in lacrime.
Amfortas piangerà? Boh, mi sa di sì e comunque ve ne darò conto in sede di recensione, al solito, semiseria.
A proposito di questioni semiserie, va da sé che la censura dell’epoca (ma ‘sta censura quando è nata e, soprattutto, quando morirà?) si scatenò in tutti i modi sul testo di Piave, con la Chiesa a fare da ridicolo apripista, ovviamente.
Il celeberrimo e ormai proverbiale “croce e delizia” diventò “pena e delizia” a Napoli, per esempio. Oppure la convinzione di Violetta che “la vita è ne tripudio” si trasformò in un meno categorico “Mia vita è nel tripudio”. I compassati critici inglesi scrissero [a conferma che ha ragione Berlusconi, quelli ce l’hanno con noi da una vita (strasmile)] di “un orrore indecente e esecrabile”, nonostante i trionfi londinesi.
La storia e così commovente e la musica così emozionante che la Traviata è forse una delle pochissime opere che sopportano anche un’esecuzione vocale non straordinaria.
Il cast che dovrei vedere io (a meno che non ci siano cambi dell’ultimo momento) vede la bravissima Patrizia Ciofi nei panni di Violetta
e sono sicuro che il soprano sarà capace di una prova maiuscola.
Alfredo sarà Vittorio Grigolo, che sulla carta è perfetto in questa parte, e Germont padre sarà interpretato da Vladimir Stoyanov. La direzione d’orchestra è di Myung-Whun Chung e la regia, che posso già anticipare essere straordinaria perché la conosco, è di Robert Carsen.
L’appuntamento nell’orrida Venezia (argh, m’è scappato scusate, smile) è per domenica pomeriggio.
Se ho voglia mi porto la reflex e se le maschere del teatro non mi cacciano, scatterò qualche foto.
Speriamo che l’aria condizionata, che la volta scorsa stava per uccidermi, non mi costringa a intitolare la recensione “Amami al freddo” . Beh però la battuta mi piace, quindi intitolerò così questo post, per portarmi avanti col lavoro (smile).
A presto, ciao a tutti.

Di rider finirai pria dell’aurora.

Io scrivo recensioni semiserie e mi diverto, sperando di strappare un sorriso anche a chi legge.
Quando vado alla Fenice, nelle mie cronache ci metto dentro sempre l’orrida Venezia, ormai è una specie di tormentone.
Però forse devo cominciare a stare attento, a giudicare dalle statistiche:
 
10.07.09 07:31:32 Magistrato alle acque di Venezia    Italia    xxx.xxx.xxx.xxx              Explorer 7.x      Windows XP
 
Come se non bastasse, questa mattina pensavo di scrivere qualcosa di spiritoso sull’influenza che ha esercitato la Chiesa sulle scelte dei librettisti, nei secoli scorsi.
Dopo aver visto questo:
 
17.07.09 12:01:28           Holy see            Città del Vaticano          xxx.xxx.xxx.xxx              Explorer 7.x      Windows XP
 
credo sia meglio soprassedere, non ho più il polso della situazione.
Qui c’è poco da ridere…
Buon fine settimana a tutti!

Recensione abbastanza seria della Götterdämmerung alla Fenice di Venezia.

Qualche nota di costume.
Scusi, non ricordo dove devo scendere per andare alla Fenice, alla fermata della Maria del Giglio, vero?
Il bigliettaio del vaporetto mi guarda stupefatto e, dopo un silenzio interminabile, mi risponde così con la marcata e inconfondibile cadenza veneta: Sì, mi scusi se ho esitato ma sa, qui siamo abituati alle domande dei gorilla neri o gialli che di solito non sanno ciò che vogliono.
Ok, cominciamo bene.
Caldo umido nell’orrida Venezia, freddo polare in teatro, non so con che criterio usino l’aria condizionata, boh? Alla fine dello spettacolo esco e mi ritrovo sotto un diluvio di acqua tiepida degno di ben altre latitudini ed ulteriormente impreziosito dal tipico odore mefitico di fogna della città lagunare quando soffia lo scirocco.
Questa foto non ritrae me sotto la pioggia, ma Brünnhilde, lo dico a scanso di equivoci (smile)!

Jayne Casselman nella scena finale di Götterdämmerung alla Fenice di Venezia.

Nella stazione ferroviaria, ostaggio di un’umanità inquietante,  alle 22.00 chiude il bar ristorante e le macchinette che distribuiscono generi di conforto sono guaste o sigillate, per la gioia di chi, come me, è devastato da un giorno di forzato digiuno seppur per nobili impegni wagneriani.
Insomma, appena posso ci torno, nell’orrida Venezia (strasmile).
Lo straordinario allestimento di Robert Carsen è il punto di forza di questa Götterdämmerung ma, paradossalmente, tanta maestria inchioda alle sue responsabilità una compagnia di canto che, almeno ieri pomeriggio, definire scarsa è sottile eufemismo. Gli stessi artisti, peraltro, sono risultati ottimi dal punto di vista attoriale, con qualche distinguo che segnalerò più avanti.
Lo spettacolo di Carsen è veramente magnifico, seppure con qualche inevitabile punta di autocompiacimento, e riprende ovviamente il filo conduttore delle precedenti giornate.
Il mondo è purificato sì dal rogo finale del Walhalla, di cui si intravedono appena i bagliori, ma anche da una sottile pioggia che lava via tutte le menzogne su cui è basato l’effimero potere di Wotan e degli dei. Le Figlie del Reno allignano in una natura corrotta al pari degli altri protagonisti, si aggirano lacere, sporche, inquinate come l’immondezzaio in cui si è trasformato il letto del Reno.
Una regia attenta ai particolari, che spiega e non si limita ad illustrare; per esempio il patto scellerato tra Hagen, Gunther e Gutrune: scena di una intensità drammaturgica da togliere il fiato. Ci sono altri momenti grandiosi (il dialogo Alberich- Hagen!) in questa regia, ma mi rendo conto che le parole non bastano a descriverne le meraviglie con compiutezza.
Mi limito ad osservare che il lavoro fatto da Carsen sui cantanti dà un vero significato alla parola “regia”. Addirittura stupefacente nel recepire le direttive del regista è sembrata Jayne Casselman, nei panni di una Brünnhilde svestita di ogni retorica da wagnerismo illustrato.

Ancora Jayne Casselman alla Fenice.

Quindi, ecco qui a che servono le regie serie, a donare ai melomani una prospettiva nuova, ad aprire altri orizzonti.
Alla riuscita dello spettacolo hanno contribuito le livide luci di Manfred Voss, mentre le tetre ma efficacissime scenografie e i costumi (in alcuni casi banalotti)sono firmati da Patrick Kinmonth.
Jeffrey Tate ha diretto da par suo l’Orchestra del Teatro la Fenice, ogni tanto un po’ sbadata ma complessivamente in buona serata. Il direttore sceglie un’interpretazione rilassata, sensuale, quasi ipnotica della sterminata partitura wagneriana. In singole occasioni ho sentito qualche clangore, ma era evidente anche nel gesto l’intenzione di Tate di enfatizzare la tensione nei momenti più drammatici.
Il Coro, impegnato poco, mi è sembrato difettasse di volume.
I cantanti mi hanno fatto disperare!
Sono state discrete, ma niente di più, le Norne (Ceri Williams, Julie Mellor, Alexandra Wilson) e le Figlie del Reno (Eva Oitivanyi, Stefanie Iranyi, Annette Jahns).
Il soprano Nicola Beller Carbone se l’è cavata nei panni della stranita Gutrune, anche se la voce non mi è parsa quella di un lirico, bensì di un lirico leggero.
Bravissima, di gran lunga la migliore della serata il mezzosoprano Natascha Petrinsky, che oltre a cantare bene ha sfoggiato una voce molto bella e sonora, timbrata. La parte di Waltraute è breve ma difficile, il personaggio un po’ sfuggente, ma il vigore e la vitalità della cantante meritano una segnalazione non svagata.
Il soprano Jayne Casselman, Brünnhilde, ha cominciato in maniera terrificante e ha portato a casa la recita solo perché in alcuni momenti si è limitata ad accennare. Troppo spesso la voce non passava l’orchestra e, consentitemi la battuta, sono stati i momenti migliori della sua prestazione (smile).
Io spero (ma le cronache della prima che si è svolta giovedì scorso non sono confortanti, in tal senso) che fosse preda di un malessere stagionale. Non so, se qualcuno dei miei lettori la sente più a suo agio nelle prossime recite me lo segnali. Ieri ha cantato malissimo.
L’artista è stata invece grandiosa dal punto di vista della recitazione e gliene va dato atto, non deve essere facile, in quelle condizioni vocali, rimanere concentrati.
Che posso dire del Siegfried di turno, Stefan Vinke?
Diciamo che la sua prestazione è stata altalenante, passando dal pessimo al mediocre. Non ha steccato, ok, ma ad un interprete di Siegfried io posso perdonare una stecca, non una prestazione sbilanciata sempre su di un declamato in mezzoforte o fortissimo! Dov’erano la malinconia, la dolcezza, quando racconta le sue imprese giovanili, poco prima d’essere assassinato da Hagen? Tra l’altro la voce non è neanche particolarmente bella, anzi, è solo (abbastanza) sonora. Gli acuti faticosissimi, catarrosi, lo squillo inesistente. In questo caso l’artista, al di là dei problemi vocali che possono essere frutto di una serata negativa, ha dimostrato che come minimo deve approfondire lo studio del personaggio.
Il basso-baritono Gabriel Suovanen, Gunther, ha sbraitato per tutto lo spettacolo con una voce sbiancata e querula, non dico altro, mentre un po’ meglio mi è sembrato, nella sua breve apparizione, Werner Van Mechelen, forse perché, appunto, ha cantato poco.
E veniamo ora al maggior equivoco della serata cioè alla prestazione di Gidon Saks, nella parte di Hagen.
Qui proprio si scontrano due modi d’intendere e percepire il teatro d’opera ed entra in gioco, forse, anche la necessità da parte del pubblico di essere rassicurato sull’esito dello spettacolo e un’impreparazione culturale di fondo. Il basso alla fine ha raccolto un’ovazione, circostanza che va segnalata e sono contento per lui. Io, se fosse mio costume, l’avrei buato, e spiego i motivi.
Saks ha una voce abbastanza ampia e sonora, ma è andato clamorosamente in overacting, riducendo troppo spesso una figura grandiosa nella sua malvagità ad un teppistello su di giri per una sniffata di coca.
Cito direttamente il libretto di sala, interessante e curato, nel quale a proposito della parte di Hagen, si legge:
 
Ruolo perfettamente emblematico delle esigenze drammatico musicali del teatro di Wagner (…) sulle sue robuste spalle grava non poco la credibilità di ogni allestimento dell’ultima giornata del Ring. Una grande voce è indispensabile, un timbro nero e cavernoso, una granitica emissione di fiato; e , tuttavia la sola voce può affondare il ruolo nella noia, se non nella caricatura macchiettistica del vilain da cartone animato. All’opposto c’è chi, per scelta o necessità, pilota la parte verso la recitazione, verso il teatro di parola: ed è egualmente il naufragio, questa volta nel manierismo insopportabile di una declamazione vocale che occhieggia allo Sprechgesang, senza averne il diritto.
 
Ecco, dal mio punto di vista (evidentemente opinabile) molto peggio Saks della svociata Brünnhilde.
Il pubblico ha decretato un grandissimo successo allo spettacolo, anche se ho visto qualcuno (io tra questi) indeciso, per l’evidente differenza di livello artistico tra direzione e regia da una parte e compagnia di canto dall’altra. La Casselman si è presa un paio di "buuu" da uno spettatore arrabbiato, col quale ho scambiato qualche parola fuori dal teatro. Era giustamente assai deluso per la pessima prova del soprano.
Per finire, nonostante la compagnia di canto sia molto modesta, consiglio a chi piace Wagner di andare a vedere questo spettacolo, ne vale la pena.
E ora via, verso nuove avventure, a sentire l’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, compositore spesso accusato biecamente di wagnerismo, come se fosse peccato metabolizzare e rielaborare le influenze dei grandi geni dell’umanità.
Buona settimana a tutti.
 
 

Italiana in Algeri al Verdi di Trieste: Rossini buffo al top.

Pare che gli abitanti dell’orrida Venezia fossero dei grandi gaudenti, all’inizio del 1800. Eppure immagino che i raid dei piccioni sulle loro teste avessero già luogo, così come sono sicuro che, pure a quei tempi, la laguna emanasse quel fetore che possiamo apprezzare anche ai nostri tempi.
Che ci sarà stato da ridere? Non che oggi sia meglio eh? Anzi, l’autoctono deve pure affrontare le orde barbariche dei turisti, buona parte dei quali si comporta come i piccioni, seppure a livello del mare.
Eppure in un antico testo, si legge, tra l’altro (Lettere due sopra l’Arte del Suono, 1778 Antonio Veronese):
 
Chi non discerne la gaiezza elegante dello stil Veneziano dalla erudita gravità dello stil Bolognese?
 
Gioachino Rossini, come tutti i geni, sapeva cogliere gli umori del pubblico e così dopo aver presentato a Venezia uno dei capisaldi del teatro lirico serio, Tancredi, si accinse ad allentare un po’ la tensione con un dramma giocoso, L’italiana in Algeri.
Ecco quindi accontentata la frangia gaudente dei veneziani, quella che Stendhal così definisce nella sua Vita di Rossini:
 
 
Il risultato del carattere dei veneziani è che essi vogliono, anzitutto, nella musica, arie piacevoli; più leggere che appassionate.
Furono serviti a dovere nell’Italiana; mai popolo godette uno spettacolo più rispondente al proprio carattere e, fra tutte le opere, non è mai esistita una che dovesse piacere di più ai veneziani.
 
Ed è proprio L’Italiana in Algeri il titolo che dopo aver debuttato a Venezia in quel lontano 22 maggio 1813 chiude, venerdì prossimo, la stagione lirica qui al Verdi di Trieste.
Un trionfo che dura da due secoli per un lavoro che è entusiasmante e che a suo tempo diede luogo a una specie di fanatismo.
Se qualcuno mi chiedesse da dove cominciare per avvicinarsi alla lirica, sarebbe uno dei primi titoli che proporrei, il Rossini buffo è irresistibile.
Ancora Stendhal:
 
 È semplicemente la perfezione del genere buffo. Nessun compositore vivente merita questa lode e Rossini stesso ha presto cessato di aspirarvi. Quando scriveva l’Italiana in Algeri, era nel fiore del genio e della giovinezza: non temeva di ripetersi, non cercava di fare musica forte, viveva nella piacevole terra veneziana,la più gaia d’Italia e forse del mondo, e certamente la meno pedante.
 
Che devo dire io, ubi maior minor cessat no (smile)?
Le vicende delle due coppie Lindoro-Isabella e Mustafà-Elvira sono veramente troppo complicate da riassumere anche in maniera semiseria, quindi penso di poter soprassedere.
Se ho tempo in settimana ci torno, intanto vi lascio questa magnifica interpretazione di Marylin Horne nella celeberrima Cruda sorte.
Buona settimana a tutti.
Cruda sorte! Amor tiranno!
Questo è il premio di mia fe’?
Non v’è orror, terror, nè affanno
Pari a quel ch’io provo in me.
Per te solo, o mio Lindoro,
Io mi trovo in tal periglio.
Da chi spero, o Dio, consiglio?
Chi conforto mi darà?
Qua ci vuol disinvoltura,
Non più smanie, nè paura:
Di coraggio è tempo adesso,
Or chi sono si vedrà.
Già so per pratica
Qual sia l’effetto
D’un sguardo languido,
D’un sospiretto…
So a domar gli uomini
Come si fa.
Sian dolci o ruvidi,
Sian flemma o foco
Son tutti simili
a presso a poco…
Tutti la chiedono,
Tutti la bramano,
Da vaga femmina
Felicità.
         

Aggiornamento dopo il time out.

Più che un post dovrei scrivere un romanzo sugli avvenimenti delle ultime settimane, quindi mi limito a un paio di considerazioni.
La prima, lo scrivo sottovoce, è che ex Ripley è uscita da una fase molto delicata e ora è di nuovo a casa.
C’è ancora molto da fare, ma volevo ringraziare a nome suo (e mio, ovviamente), tutti coloro che qui oppure in privato ci sono stati vicini.
Grazie di cuore.
Non posso fare a meno di segnalare che nell’ambito della Sanità troppo spesso è indispensabile alzare la voce per ottenere ciò che ci spetterebbe di diritto, ma non è questo il momento d’innescare polemiche, anche perché ne ho fatte a sufficienza nei giorni scorsi e solo riaffrontare l’argomento mi dà la nausea.
Voglio accennare alla musica, perché fa parte della mia vita e solo io so quanto questa passione mi ha aiutato a superare momenti difficili.
Tra le altre cose, ci siamo persi la Maria Stuarda alla Fenice nell’orrida Venezia, peccato.
Forse ce la facciamo per il Götterdämmerung di mercoledì prossimo a Firenze, ma non è detto.
Una cosa è certa, Daniela Dessì ha vinto il prestigioso Premio Abbiati come miglior cantante del 2008.

Daniela Dessì 1

 
“Forte di una voce di grande bellezza, sorretta da tecnica completa e approfondita, s’è confermata soprano capace di interpretare con vibrante carattere i personaggi della Giovane Scuola, del Primo Novecento italiano, come Tosca, Adriana, Francesca da Rimini, e di affrontare Norma riportando sempre il belcanto alle ragioni del dramma senza nulla concedere all’edomisno e al mero sfoggio di bravura.”

Tosca alla Fenice, 30.05.08

 
Questa la motivazione della giuria ristretta, nella quale anche quest’anno era presente, tra gli altri, il Direttore di Operaclick Danilo Boaretto.
Complimenti quindi a Daniela e anche a Operaclick, il quotidiano operistico on line sul quale scrivo anch’io con grande soddisfazione.
Detto questo, alla prossima e ancora grazie a tutti.
 
 
 
 
 
 
 

Recensione striminzita di Roméo et Juliet alla Fenice di Venezia e baricchi vari.

Circa quattro mesi fa ho prenotato il biglietto per il Roméo et Juliet di Gounod alla Fenice di Venezia, spinto dalla curiosità di ascoltare per la prima volta dal vivo il tenore Jonas Kaufmann (non ho ancora capito come si scriva, con due effe o con una?).
Mi era completamente sfuggito il fatto che la recita si svolgesse la domenica che precede il martedì grasso, altrimenti non ci sarei andato neanche se ci fosse stato Alfredo Kraus nel ruolo di Roméo.
Odio il carnevale e sull’orrida Venezia mi sono espresso più volte. A tutto questo aggiungete che sapevo della defezione di Jonas Kaufmann, ufficialmente colpito da un attacco di ernia del disco (la vox populi riferisce altro, ma la dietrologia non mi affascina molto).
Insomma, non ci sono andato volentieri.
Ancora, sono salito sul treno e nello scompartimento mi sono trovato insieme a due ragazze vestite da gattine mezze nude,
 
 
che hanno avuto l’idea geniale di fare un paio di moine a un gruppo di militari che stava salendo. Sostanzialmente la carrozza è stata invasa e occupata armi in pugno.
Uno dei ragazzotti, stranamente insensibile al fascino delle due sirene, si è seduto di fronte a me e ha indossato l’iPod. Bene, per due ore e mezza (sì perché ci voleva pure il ritardo, per migliorarmi la giornata)ha battuto il tempo della sua compilation di heavy metal con l’anfibio.
Peccato che sotto l’anfibio ci fosse il mio piede.
Tralascio, per carità di patria, il livello delle conversazioni (non sto parlando di cultura, ma di buon senso e ragionevolezza) che ho dovuto subire durante il viaggio, ma invito chiunque abbia ancora speranza nel futuro di questo paese, ad intraprendere un viaggio in compagnia di una ventina di ragazzi di età variabile tra i 19 e i 23 anni e ascoltare.
Certo, non tutti sono così, ma la media è questa ed è inutile e controproducente negarlo.
È evidente a chiunque non abbia interessi di parte da difendere che la nostra società è arrivata al punto di non ritorno e quindi, prima o poi, la famosa civiltà occidentale farà la fine dell’impero romano, implodendo miseramente. Altroché i cosacchi ecc.
Baricco peraltro, e qui potete leggere il suo pensiero, fa un discorso abbastanza serio ma poi sbaglia clamorosamente la conclusione: non dobbiamo decretare definitivamente che la televisione è la realtà, ma spostare il Paese dalla televisione.
Ricordo che Baricco deve le sue fortune alla televisione, perché prima della trasmissione “L’amore è un dardo” lo conoscevano in quindici persone, di cui sette erano parenti.
Bene, sto divagando più inutilmente del solito.
Il regista Damiano Michieletto firmava questo allestimento, in coproduzione col Verdi di Trieste, e ha fatto un buon lavoro, dal mio punto di vista. Michieletto ha sicuramente visto questo film e anche quest’altro e pure questo. Conosce Marilyn Manson e Andy Warhol, inoltre, e sa che oggi, ovunque, i ragazzi si muovono in branco.
Quindi i Capuleti e i Montecchi sono due bande rivali,

Morte Tybalt

 
 
con tutto ciò che ne può conseguire: risse, bulli vari (ahia, strasmile), territori marcati con il graf(f)iti writing (oggi sono in difficoltà con le effe, non se ne esce)
Tutta l’opera si svolge su di un enorme giradischi a testina (lo so che può sembrare allucinante, ma in teatro l’effetto era bello).

Finale

 
Il regista non ha tradito o frainteso lo spirito dell’opera, anche se in alcuni momenti le discrepanze con il libretto erano stridenti.
Roméo era impersonato dal tenore Eric Cutler che si è disimpegnato egregiamente, seppure gli acuti in qualche occasione non siano sembrati perfettamente a fuoco, come fossero un po’ schiacciati.
Molto buona e ricca di intenzioni interpretative la celeberrima Ah! Lève toi soleil!
Nino Machaidze,

Valzer Machaidze

 
 
attesissima dopo la prova nei Puritani a Bologna, è partita davvero male (ma male male) nel valzer iniziale Je veux vivre. Controllo dei fiati pessimo, forse dovuto all’emozione, non so.
Il soprano però si è ripresa molto bene e alla fine è parsa un’eroina credibile (in alcuni punti mi sono pure commosso…nel duetto che chiude il secondo atto, per esempio).
Bravo il baritono Marcus Werba, Mercutio, che supera bene la prova dell’aria iniziale della Regina Mab e appare incisivo e presente anche nel fraseggio, oltre che dotato di ottima disinvoltura scenica.
Il migliore della serata è risultato Giorgio Giuseppini, nella parte fondamentale di Frère Laurent. Voce non enorme, ma proiettata bene e interpretazione di ottimo gusto.
Ha cantato male, invece, Ketevan Kemoklidze (Stéphano). Il mezzosoprano, anche lei alle prese con una gestione dei fiati almeno problematica, ha palesato pure seri problemi d’intonazione.
Restando tra i mezzi, non bene neanche la Gertrude di Anne Salvan, quasi afona.
Buono il tenore Juan Francisco Gatell quale Tybalt, così così Nicolò Ceriani (l’ho sentito molto più in palla, anche recentemente) nei panni di Pâris e Luca Dell’Amico in quelli di Capulet.
Meritano almeno la menzione Antonio Feltracco (Benvolio), Matteo Ferrara (Gregorio) e Michele Bianchini (insomma, non straordinario il suo Duc de Vérone).
Il direttore Carlo Montanaro si è limitato a portare a termine l’opera, dirigendo in modo molto uniforme, però almeno non ha pigiato troppo sul volume di un’orchestra molto buona.
 

Cast completo

C’è da considerare che dopo le bordate di mano de pedra Kovatchev nella Norma triestina sono pronto a tutto.
Ottimo il Coro.
Pubblico molto contento, teatro completamente esaurito.
In palco con me una gentile coppia di coniugi tedeschi, affascinati dal teatro alla Fenice che vedevano per la prima volta. Hanno cercato, inutilmente, di convincermi che Kauffman sia il più grande Cavaradossi di sempre, ma forse ho capito male io, perché parlavamo in un inglese grottesco (strasmile).
Ritorno a casa fantozziano, a dire poco.
Ho perso il treno, ho litigato per cambiare il biglietto, sono salito su un carro bestiame e mi sono lasciato così alle spalle, senza alcun rimpianto, una Venezia più orrida del solito.
Vabbè, c’è di peggio nella vita, direi.
Alla prossima e ciao a tutti.
 
P.S.
Mi scuso con tutti per la mia perdurante latitanza nei vostri blog. Credetemi sulla parola, ho giustificazioni serie, anzi semiserie (smile).

Recensione semiseria di Norma a Trieste: a Carnevale ogni scherzo vale?

Poi, ovviamente, su Operaclick la recensione "seria" (non questa eh?) è tradotta in inglese da Giorgia, che ringrazio ancora.

Nella migliore tradizione carnascialesca, venerdì sera a Trieste ho visto un’opera mascherata.

 
 
Il direttore (mascherato) Julian Kovatchev, infatti, ha pensato bene di rallegrare il pubblico triestino con una variante inedita della Norma di Bellini, travestendola con la versione bandistica di un’opera degli anni di galera verdiani.
 

Partitura Norma Trieste

L’operazione, molto ardita, è riuscita magnificamente, bisogna dirlo.
Mano de pedra Julian Kovatchev non ha trascurato nulla. La Sinfonia iniziale è risultata cromaticamente varia come un completo nero di Gasparri, seppur meno volgare. La chiusura dei concertati lieve come un’impepata di cozze servita al posto del dessert dopo un pranzo a base di trippa e peperonata. L’accompagnamento ai cantanti soave ed etereo, tutto giocato sulle sfumature e i sottintesi, come una telefonata a una hot-line con sede alle Isole Fiji. (credo di aver reso l’idea, strasmile)
Ovviamente, per farsi sentire, i cantanti sono stati costretti a sgolarsi, seguiti loro malgrado dagli artisti del Coro. Il tutto, come si può facilmente immaginare, ha creato un ambiente particolarmente favorevole alla musica di Bellini.
Detto questo, passiamo alle cose semiserie.
June Anderson, soprano di grandissima caratura tecnica e meritata fama internazionale, impersonava Norma.
Che dire?
L’inizio è stato scoraggiante, perché sia il recitativo Sediziose voci sia l’aria Casta diva non sono risultati all’altezza della fama dell’artista: per accento e per intonazione. Peraltro durante tutta l’opera, negli attacchi, la voce della Anderson ha sofferto di una specie di effetto sirena, che è andato affievolendosi nel corso della recita.
Il soprano però se l’è cavata bene negli acuti, che sono sempre sicuri, e soprattutto ha una reale affinità col Belcanto che si evidenzia nella capacità di legare benissimo le melodie lunghe lunghe di Bellini, un controllo dei fiati ammirevole, buonissima musicalità e fraseggio curato.
Spesso questa cantante è stata definita noiosa, ma mi sembra davvero una definizione ingenerosa. Piuttosto direi che il suo modo di porgere è più adatto ai momenti più malinconici e lirici della partitura, mancando un po’ di quella grinta interpretativa che ci vorrebbe nei passi più drammatici: I Romani a cento a cento fian mietuti fian distrutti oppure In mia man alfin tu sei, solo per fare due esempi.
Tenete presente che aveva sotto mano de pedra, quindi anche lei, poverina, sarà rimasta agghiacciata da tanto furore.
Nel complesso la sua prova è stata positiva.
Il povero Brandon Jovanovich, giovane tenore americano, convinto dal direttore che a carnevale ogni scherzo vale, ha pensato di cantare Pollione come fosse il Turiddu della Cavalleria Rusticana, agevolato dal fisico e dal portamento nobile di un cowboy a caccia di donne in un saloon di Yuma (il treno lo faceva Kovatchev, smile).
E dire che la voce, scura e sonora, avrebbe potuto essere accettabile per rendere in maniera meno greve il proconsole romano che scopa tutto quello che si muove. Invece, costretto dalla scarsa tecnica e dall’uragano di suono a forzare, ha cannato di brutto il si bemolle della cabaletta, esalando un urlaccio lacerante.
Ma la stecca si potrebbe perdonare, hanno steccato tutti i più grandi tenori, poteva farlo anche lui. Il problema è che il suo canto è mancato completamente di nobiltà e gusto, palesando inoltre pronuncia tipicamente yankee (circostanza grave, perché sposta il ritmo della melodia, che s’inceppa e arranca) e canto sbracato. Dopo la bastonata iniziale, si è deciso a più miti consigli, ma con la vocalità di Bellini, almeno al momento, non ha nulla a che vedere.
Ha dalla sua la giovane età, può fare molto meglio, applicandosi nello studio e lasciando da parte il Belcanto.
Il mezzosoprano Laura Polverelli è stata, complessivamente, l’artista più in palla della serata, anche se pure lei è stata costretta ad alzare il volume inopinatamente (sempre a causa del direttore).
Adalgisa è personaggio difficile, contrastato, al pari di Norma della quale come ho scritto nei post precedenti è quasi il contraltare psicologico. Anche lei, per amore, tradisce il suo credo e inconsapevolmente pugnala Norma. La Polverelli ha reso bene l’aspetto ingenuo del suo personaggio, caratterizzandolo con una recitazione sobria e controllata.
Giacomo Prestia era Oroveso, e ovviamente ha cercato di connotare di autorevolezza il Capo dei Druidi, riuscendoci attraverso la scorciatoia di un’interpretazione sbilanciata sul canto tutto forte, che non è esattamente ciò che voleva Bellini. La sua prova è stata comunque discreta, la voce è sonora anche se un po’anonima.
Il tenore Antonello Ceron (Flavio) e il mezzosoprano Sara Zaramella (Clotilde) sono parsi sufficienti, ma nulla di più.
Ho sentito, per la prima volta da lunghi anni, il Coro in difficoltà, costretto a sgolarsi e incerto negli attacchi: la responsabilità è, a mio parere, ancora una volta del direttore, perché la compagine triestina è sempre stata il fiore all’occhiello del teatro Verdi.
La stessa considerazione vale per l’orchestra, mal diretta e obbligata a fragori eccessivi.
L’allestimento di Federico Tiezzi è a mio parere molto bello e godibile, colto e di ottimo gusto.
Il regista ha una visione dell’opera unitaria e ispirazione originale. L’idea di considerare parimenti terribili la guerra di sentimenti e la guerra tra Romani e Galli è ben realizzata dalle magnifiche scenografie di Pier Paolo Bisleri e dalle luci straordinarie di Gianni Pollini. I costumi di Giovanna Buzzi, invece, seppur funzionali allo spettacolo, sono un po’pacchiani (i guerrieri con una specie di carapace…mah…non so…sembravano tartarughe ninja sfigate)
Un discorso a parte merita la parte squisitamente visiva e cioè i sipari ricavati dai bozzetti originali di Mario Schifano.
La quercia, coloratissima, sembra quasi preludere, anticipare gli stati d’animo dei protagonisti nel susseguirsi della vicenda. Di grande impatto emotivo l’ultima scena, con il sipario che s’illumina di giallo e rosso a simbolo del rogo.
Oggi mi tocca l’orrida Venezia, dove alla Fenice vedrò il Romeo et Juliet di Gounod. (non si giudica uno spettacolo da una foto, certo che però è davvero Carnevale eh?)
Ho acquistato il biglietto quattro mesi fa, quando non sapevo della rinuncia del tenore Jonas Kauffman e, soprattutto, non avevo idea che fosse l’ultima domenica di Carnevale.
Venezia deve essere davvero bella piena di gente ubriaca e travestita, sì sì, il fascino della città lagunare si accresce di molto, così.
Speriamo almeno cantino bene (gli artisti, non le maschere), già sono abbastanza inferocito, poi mi tocca scrivere un’altra recensione semiseria incazzata. (smile)
 
 

Presentazione semiseria di Norma a Trieste: la trama.

Ogni volta che m’appresto a scrivere di qualche opera, vorrei cominciare dicendo che sto per parlare di un capolavoro assoluto. Non può essere così, evidentemente, non sarei più credibile.
Il problema di noi melomani è che il nostro mondo ci appare bellissimo, spesso il migliore possibile.
Anch’io devo fare scelte però, e allora, tra la Norma di Bellini che vedrò a Trieste venerdì 20 e Romeo et Juliet di Gounod nell’orrida Venezia della domenica successiva, opto per una presentazione semiseria a puntate della prima, lasciando a Gounod solo la recensione (sempre semiseria eh?) dello spettacolo alla Fenice.
Insomma, mi viene di approfondire di più la creatura belliniana e lo farò con una serie di post consecutivi, uno più sciroccato dell’altro.
Magari m’inventerò qualcosa di diverso per San Valentino, perché so che ci tenete a quella festa idiota, messa su per far stare peggio chi già soffre perché è solo come un cane o maledice l’ora che si è sposato/a oppure fidanzato/a.
Mi intriga la trama, prima di tutto.
I Romani decidono che è indispensabile parlare ovunque dicendo ‘namo famo se vedimio se sentimio ma che stai a di’ che stai a fa’ ecc ecc e quindi invadono la Gallia, per cui dopo un po’ si sente in ogni angolo berciare come in televisione ai giorni nostri.
C’è ‘sta donna mezza santa mezza capopolo e tutta furore, Norma (sembra che girasse con una T-shirt con la scritta “Rispettate la…” sulla schiena e poi mostrasse le tette urlando il suo nome, ti credo che poi si mette nei casini), che s’innamora di un boro romano imperialista, Pollione, uno tipo er carota, per dire. Una variante porno della Sindrome di Stoc…colma, insomma.
Questo gira con la patta aperta e la spada sempre sguainata, un bullo [argh…(strasmile)] della peggior specie, un ingravidator che ragiona con la parte meno nobile del corpo, e non sto parlando del culo. Fa un paio di figli con la sacerdotessa e poi insidia una dolce e giovane sfigata, Adalgisa, sillabandole con grazia mo’ te sdereno. La ragazzina già non stava bene di suo perché si era promessa sposa al dio Irminsul, una divinità col nome di un farmaco antidiabetico.
Poi c’è Oroveso, papà di Norma, un vecchio che si chiama come un biscotto per bambini, e quindi conta come Casini negli equilibri politici internazionali.
Insomma Adalgisa ha l’ideona di confidare a Norma che si è innamorata di uno degli invasori, un romano de Roma vero.
Alla sacerdotessa già girano le palle, perché anche lei ha fatto la stessa cazzata, e in quel momento mentre le due ragazze si confidano, entra er surfista de noantri, Pollione. (grazie margie, mia continua e inesauribile fonte d’ispirazione)
Adalgisa tutta contenta lo indica col dito dicendo Eccolo lì, è lui è lui perciò Norma inferocita come una biscia la manda via e chiede spiegazione al paraculo, che a onor del vero non tenta neanche di smentire dicendo Quella è suonata, ma quando mai? e ammette di scopare tutto quello che si muove.
Qui potrebbe finire l’opera, basterebbe che Norma si ricordasse di Lorena Bobbit, invece si va avanti con la classica baracconata di regime: la sacerdotessa prima minaccia di uccidere i figli, ma poi si ricorda che i figli so’piezz’e core, Pollione dice che ha sbagliato a cornificarla e tutti contenti si fanno bruciare sul rogo, mentre i ragazzini, poveri, dovranno fare da badanti al nonno biscotto.
Ovviamente Pollione è la classica testa di tenore (c’è un’aneddotica infinita sulle stronzate che fanno i tenori), Norma è un soprano drammatico d’agilità, una figura retorica più che una cantante, e Oroveso è un basso.
I bassi nell’opera hanno questi ruoli così, o sono cattivi o sono rincoglioniti, non c’è niente da fare, sempre personaggi monolitici.
Poi c’è Flavio, un laziale evidentemente, perché ha una particina piccola ma può fare figuracce tremende e perciò tenore pure lui, e Clotilde una donna inutile che non ha trovato la sua vocalità d’elezione, mezzosoprano.
Anche loro contano un casino nella storia, sempre sulle orme di Casini, ma sono meno presenzialisti.
Il Coro invece è importante, perché spesso interviene cantando chi non salta Pollione è chi non salta ecc.
Il prossimo post sarà più serio, forse, ma anche no, intanto buon proseguimento di settimana a tutti ok, io vado a sentire Franco Corelli, l’unico tenore di cui avrei potuto innamorarmi davvero, nonostante pare che io sia etero.
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