Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria del Lohengrin dal Festival di Bayreuth 2011: dal nostro corrispondente roditore.

Non c’è molto da dire sull’odierna recita del Lohengrin, perciò mi limito a un paio d’impressioni, anche se come sempre risulterò prolisso. Del resto, i wagneriani non possono brillare per sintesi (strasmile). Leggi il resto dell’articolo

Festival di Bayreuth 2011: la brevità, gran pregio.

L’ho già scritto in altra piazza virtuale, ma voglio ribadirlo anche qui.
Del Festival di Bayreuth di quest’anno io ho trovato di livello eccellente solo il Coro e il Gurnemanz di Kwangchul Youn, tutto il resto si può considerare come pessimo e grottesco (la Venus della Friede, mamma mia), gravemente insufficiente (la Dasch, la Nylund, Cleverman), appena decente (la direzione di Nelson) e discreto (la prova del direttore Hengelbrock nel Lohengrin).
Tra ieri e oggi mi sono ascoltato quello che m’era sfuggito in diretta e, a mio discapito per aver buttato via il tempo, ho solo la scusa del mal di schiena che m’impedisce una vita sociale normale (strasmile).
Purtroppo non è finita, perché tra un paio di settimane mi infliggerò pure la visione del Lohengrin in diretta su ARTE. Finalmente vedrò i topacci!

Anche voi non vedete l’ora, vero?

E meno male che non ho visto nulla di altre regie, se non qualche foto qua e là.
Insomma, male, molto male, anche se da anni a Bayreuth non si esibiscono gli artisti più meritevoli o semplicemente più adatti.
Che dire, contenti loro…

Recensione sintetica del Lohengrin al Festival di Bayreuth 2011.

Premesso che su questo Lohengrin ritornerò più dettagliatamente tra un paio di settimane – è prevista su ARTE la diretta – metto giù un paio di sensazioni, dopo l’ascolto radiofonico, limitante e disturbato, di oggi.
Sul direttore Andris Nelsons non c’è molto da dire se non che ha diretto meglio dell’anno scorso, quando fu inascoltabile, ma che comunque anche oggi ha dimostrato di essere estraneo allo spirito di quest’opera. Una direzione che si potrebbe definire vigorosa, ma tagliata con l’accetta, monolitica, inadatta a esaltare quelle trasparenze, quell’incertezza misteriosa, quel pathos che è la cifra caratteristica di una musica che racconta una fiaba e non una guerra tribale. Inoltre, in almeno un paio d’occasioni, Nelsons ha perso il filo tra buca e palcoscenico e perciò i cantanti si sono ritrovati palesemente allo sbando.
Tra i cantanti è emerso un buon Georg Zeppenfeld, nei panni di König Heinrich, che non è certamente un fulmine di guerra, ma che almeno ha buon gusto e non urla.
Tómas Tómasson, il Telramund di turno, ha sbraitato in modo inverecondo e non capisco perché questa parte sia così spesso equivocata nell’interpretazione sino a farne una caricatura di un Compare Turiddu da provincia.
Per quanto riguarda Annette Dasch  (Elsa)me la cavo facilmente facendo copia e incolla dalla recensione dell’anno scorso: voce clamorosamente sottodimensionata per la parte e inoltre spesso in evidente difficoltà con l’intonazione. Nei concertati non è pervenuta.
Petra Lang, invece, ha una vocalità più robusta e adatta alla parte e a confronto con la sgangherata Evelyn Herlitzius dell’anno scorso sembra una cantante migliore, ma non è che si possa sempre giocare al ribasso e dire “beh meglio di…” eccetera. I confronti si fanno con chi lascia standard positivi, non con chi ne ha lasciati di orribili.
Ho lasciato da ultimo Klaus Florian Vogt, l’odierno Lohengrin, perché sulla sua prova vorrei spendere qualche parola di più.
Questo è un tenore che ha voce adatta alla parte e sa cantare, ma difetta clamorosamente di personalità artistica e fantasia interpretativa, purtroppo.
Però è stato – a mio parere – l’unico tra i protagonisti ad avvicinarsi a una buona prestazione, seppure il timbro non sia particolarmente affascinante e specialmente nel secondo atto fosse in palese difficoltà.

Non so se sia stato già scritto qualcosa in merito a questa recita, comunque sono come sempre graditi i commenti.

Al via il Festival di Bayreuth 2011: Tannhäuser.

UPDATE III ATTO

Non c’è molto da dire. Nonostante la bella direzione di Hengelbrock, è stato un naufragio e parte del pubblico, cosa non proprio usuale a Bayreuth, ha sommerso praticamente tutti di fischi. Per me l’unica a meritare le buate è stata la terribile Venus e sicuramente il regista. L’allestimento, a giudicare dalle foto che gentilmente mi ha linkato un lettore (che ringrazio!), era davvero un orrore. Gli altri cantanti erano solo modesti, ma non hanno demeritato in modo particolare. Certo, se penso che Scott MacAllister, nella piccola e misera Trieste, è stato un protagonista molto superiore a questo Cleveman, mi chiedo cosa rappresenti oggi il Festival di Bayreuth.

UPDATE II ATTO

Nel secondo atto si è confermata come buona la direzione di Hengelbrock. Ho apprezzato molto anche il Coro. Si è un po’ ripreso (ma bastava poco) il tenore Cleveman, mentre ho trovato discontinua Camilla Nylund, il soprano che interpreta Elisabeth. Ho il dubbio, ma non avrò prova contraria, che sia una di quelle cantanti che soffrono particolarmente la ripresa radiofonica a causa della microfonazione, che amplifica una normale presa di fiato in un rantolo col risultato che il cantante pare sempre sul punto di soffocare. Molto modesti Hermann e Wolfram.
Dicevo della regia, nell’intervento precedente. Dato per scontato che gli spettacoli si valutano in teatro, anche per un wagneriano fantasioso come me è difficile associare quest’immagine (l’unica che ho trovato sinora)

non tanto all’odierno Tannhäuser, ma a qualsiasi opera mai scritta.

UPDATE I ATTO

Bah, che dire, buona per ora la prestazione dell’Orchestra di Bayreuth e sopra ogni (mia) aspettativa la prova del direttore, Thomas Hengelbrock.
Poi però sono arrivati in scena i cantanti, uno peggio dell’altro. Non si capisce dove abbiano trovato il mezzosoprano che interpreta Venus, tale  Stephanie Friede che è stata semplicemente indecente.
In compenso, alcuni mi dicono che l’allestimento del regista Sebastien Baumgarten sia brutto mentre altri sostengono che sia ributtante. Come al solito alcuni ascoltatori esprimono fastidio per il fatto che RADIO3 trasmette Wagner. Che si fottano, che devo dire. Leggi il resto dell’articolo

Recensione abbastanza seria del DVD della Walküre uscito con Classic Opera, per la regia della Fura dels Baus.

Stasera alle 19.15, sul canale satellitare Arte, recital di Jonas Kaufmann. Il tenore canterà brani di Wagner, Beethoven e Weber.

Tutti voi sapete che io sono un wagneriano fradicio, l'ho scritto pure nel profilo in alto a sinistra, non mi nascondo dietro un dito.
Perciò quando esce qualche novità discografica o su altro supporto del mio compositore preferito, mi trasformo in una specie di cane da tartufo e punto negozi, edicole o quel che siano finché non riesco almeno a toccare fisicamente la novità. Poi posso anche decidere di non comprare nulla, ma prima devo accertarmi di persona.
Bella immagine, vero, quella di Amfortas a quattro zampe vicino a un'edicola (strasmile).

A distanza di circa sei mesi dall'uscita del Rheingold, di cui ho già parlato qui, la rivista Classic Opera è uscita con il DVD della Valchiria, sempre per la regia della Fura dels Baus.walkiria_fi1
Come già nell'occasione precedente oltre ai due DVD dello spettacolo è allegato un numero monografico, fatto piuttosto bene, sul compositore tedesco.
Divertente, tra le altre cose, il pezzo di Alberto Mattioli sulla "fauna" che popola le prime della Scala.
Il tutto a 14.90 e per qualche euro in più per le spese di spedizione direttamente sul sito.
Ricordo che questo Ring completo è stato allestito in Italia al Teatro Comunale di Firenze, con grandissimo successo di pubblico, e che io ho visto live solo il Siegfried e la Götterdämmerung.
La regia di Carlus Padrissa, lo ribadisco, è assai accattivante ma pure molto ingenua e didascalica nella realizzazione scenografica, quasi autocompiaciuta nella ricerca dell'effetto stupefacente.
Va detto però che in questo caso le scene sono davvero spettacolari e che il lavoro di regia vero e proprio, sui movimenti dei cantanti, appare più curato.
walkiria_fi2Le proiezioni sono forse la parte più scontata dello spettacolo, ma immagino che in teatro l'effetto fosse ragguardevole e comunque sono parte fondamentale della filosofia della Fura.
Alla testa di una decisamente buona Orchestra della Comunitat Valenciana c'è Zubin Mehta, come poi a Firenze.
Ebbene il direttore, spesso discusso per una certa superficialità d'intenti, in questa Valchiria torna quasi ai livelli d'assoluta eccellenza d'un tempo, nel solco della tradizone che si rifà più all'intimismo di un Karajan che alla magniloquenza di Georg Solti.
Merito indiscusso poi la grande attenzione ai cantanti in questa giornata del Ring in cui si disvelano sentimenti forti e contraddittori.
walkiria_fi6La compagnia di canto è molto buona a partire dallo splendido Siegmund di Peter Seiffert (il confronto con lo sbiadito, a voler essere generosi, Simon O'Neill della recente Valchria scaligera, è impietoso). In questo caso si percepisce davvero tutta la stanchezza ma anche l'audacia, la gioventù, l'ardimento del giovane eroe in fuga. Seiffert inoltre sfuma il canto e arricchisce l'interpretazione con mezzevoci, rendendo così plausibile il personaggio. Una grande prestazione.
Di qualità anche la performance di Petra Maria Schnitzer che restituisce a Sieglinde un tratto fondamentale, la gioventù. E aggiungerei anche una notevole carica erotica che non deriva dalla pur non disprezzabile fisicità, ma dall'accuratezza e dall'intensità del fraseggio.
walkiria_fi8Un po' meno centrata, come del resto già nel Rheingold, la prestazione di Anna Larsson, che tratteggia una Fricka piuttosto monolitica e banale, priva di originaltà. Un compitino sufficiente, diciamo.
Il grandissimo Matti Salminen dimostra come dopo decenni di frequentazione wagneriana si possa essere ancora in sorprendente forma vocale: il suo Hunding è una pietra miliare nel percorso interpretativo di questo personaggio. Anche qui, meglio non fare paragoni con l'orchesco Sir Tomlinson di questi giorni alla Scala di Milano.
Per quanto riguarda Jennifer Wilson, che ha l'arduo compito di dare vita alla Valchiria Brünnhilde, i risultati sono abbastanza buoni.
Certo la Wilson non può contare su una voce che le consenta di risolvere di forza il personaggio, e quindi, meritoriamente, punta di più sull'approfondimento psicologico.
Peraltro i do dell'entrata sono tutt'altro che disprezzabili, bisogna dirlo, così come è intensa tutta la scena dell'estenuante duetto finale con Wotan.
walkiria_fi10Da ultimo quello che, almeno per me, è uno dei migliori Wotan degli ultimi anni (insieme a Albert Dohmen, Falck Struckmann e allo semisconosciuto Greer Grimsley), e cioé Juha Uusitalo.
Dicevo nei post introduttivi che hanno preceduto la prima scaligera, che l'interprete di Wotan deve essere sì un ottimo cantante ma soprattutto un grande fraseggiatore. In questo caso il cantante è buono ma il fraseggiatore è brillantissimo, tanto che in questo DVD di Wotan s'apprezzano più, forse, i momenti d'introspezione psicologica che quelli più lirici, in cui il canto è più sfogato, libero, quasi più melodico.
Peraltro, nell'Addio alla Valchiria entusiasmano il legato e la morbidezza della voce dell'artista che sa poi nella frase finale ritrovare l'accento imperioso e virile, quasi sfrontato, del dio orgoglioso e despota.walkiria_fi12
Completano il cast le altre otto Valchirie che si comportano a mio parere meglio della media.
Sono Bernadette Flaitz (Gerhilde), Helen Huse Ralston (Ortlinde), Pilar Vasquez (Waltraute), Christa Meyer (Schwertleite), Eugenia Bethencourt (Helmwige), Heike Grotzinger (Siegrune), Manuela Bress (Grimgerde) e Hannah Ester Minutillo (Rossweisse).
Interessante l'ormai classico making of, perché ci dà modo di scrutare tra i "trucchi" della Fura.
Anche in questo caso consiglio l'acquisto del DVD soprattutto a chi non ha potuto vedere gli allestimenti della Fura dels Baus dal vivo, ma anche a qualche neofita che magari ha trovato qualche spunto d'interesse nello spettacolo di Cassiers alla Scala.
Un saluto a tutti.

Recensione semiseria di Die Walküre alla Scala di Milano.

Cominciamo dalla fine.

Il pubblico ha tributato un bel successo alla Valchiria che ha aperto la stagione della Scala, con qualche singola protesta (a mio parere totalmente ingiustificata) per la direzione di Barenboim e contestazioni più evidenti per l’allestimento del regista Guy Cassiers ( sempre a mio parere, più condivisibili).

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Grandissimo successo per Nina Stemme e Waltraud Meier, buono per Ekaterina Gubanova, tiepido per Vitalij Kowaljow e Simon O’Neill, di cortesia per John Tomlinson e le rimanenti Valchirie.
Io ci tengo in modo particolare a sottolineare la bellissima prova dell’Orchestra della Scala, in gran serata, era da tempo che non sentivo una compagine italiana esprimersi a questo livello.
Per quanto la visione televisiva possa essere fuorviante, mi sento di poter liquidare l’allestimento di Cassiers come inutile, nel senso che non ci ho trovato un’idea originale. I costumi di Tim van Steenbergen erano belli, ma privi d’identità, avrebbero potuto essere funzionali anche per un qualsiasi altro spettacolo operistico.
Chissà, forse nell’ottica di un contenimento dei costi, hanno intenzione di riciclarli (strasmile).
Le scenografie di Guy Cassiers e Enrico Bagnoli, quest’ultimo firma anche le discrete luci, solo funzionali allo spettacolo e quindi pure esse anonime nella loro superficiale eccentricità.
Il video design (che poi sarebbero le proiezioni, credo) di Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer era più o meno al livello di un brutto screensaver.
In generale molto buona la direzione di Daniel Barenboim, che però forse sarebbe stata valorizzata da un Wotan di livello artistico superiore a quello di stasera.
Per chi conosce il suo Ring, nulla di nuovo.
Forse qualche indugio di troppo, nel tentativo parzialmente riuscito di amplificare la drammaticità di alcuni momenti-penso al dialogo Wotan-Fricka, ma anche al duetto finale tra il dio e la figlia- e una certa mancanza di vigore nella famosa “cavalcata delle valchirie”.
In altri momenti  la direzione mi è parsa eccellente-l’incantesimo del fuoco, davvero commovente e ben suonato- e il finale del primo atto.
Nel complesso è stata la sua migliore direzione alla Scala, Tristan di qualche anno fa compreso.
I cantanti, in ordine d’apparizione.
Simon O’Neill , il Siegmund di quest’edizione, mi è sembrato soprattutto carente d’accento eroico e monocorde nell’interpretazione.
Il “Wintersturm” è scivolato via senza emozione, e quasi tutto il resto confuso in un generico senso di ansiosa concitazione, tra l’altro con una voce non certo accattivante. Buono nel finale del primo atto, chiuso da un discreto acuto (difficile, già l’ho scritto più volte, questo la naturale).
Affaticato e senescente nella scena dell’agnizione e nella battaglia con Hunding.
Certo, non ha combinato disastri particolari, a parte una stecchina nel secondo atto, ma non mi ha convinto per nulla.

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Grandissima a dispetto di qualche acuto strillato la prova di Waltraud Meier, una Sieglinde di assoluto livello che non teme confronti con le migliori interpreti di questa parte.
Non ha più la freschezza vocale di vent’anni fa, molto strano vero? Nel frattempo però s’è impadronita del personaggio e quello che manca, poco, dal punto di vista vocale, è ampiamente compensato da una presenza scenica soggiogante e da un’interpretazione attoriale da vera attrice.
Per non parlare poi del fraseggio straordinario.
Meravigliosa, davvero.
Molto modesta la prestazione di John Tomlinson nei panni del perfido Hunding.
Per il glorioso basso la buona recitazione non basta a tappare le grosse falle che si sono aperte nella sua organizzazione vocale.
La voce è malferma, spesso gutturale, l’emissione aperta e sempre sguaiatella.
Molto, molto scarso.
Per quanto riguarda Vitalij Kowaljow devo dire che sino all’Addio alla Valchiria ha cantato discretamente, da buon professionista, sia chiaro, niente di più. Ho trovato pertinente l’accento e curato il fraseggio, ad esempio. Gli acuti, la parte è piuttosto alta, non particolarmente facili ma neanche forzati.
Però la parte di Wotan richiede un legato perfetto che è mancato in pieno nell’Addio e i tempi estremamente rilassati di Barenboim hanno contribuito a rimarcare la circostanza.
Dal punto di vista strettamente interpretativo le cose sono andate meglio, perché il suo Wotan energico e virile è sicuramente plausibile.

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Molto brava Nina Stemme che ha connotato di grande femminilità e sensualità la sua Brünnhilde.
Bellissima l’entrata, con tutti quei do da sgranare a freddo. Non erano certo i do della Nilsson, enormi, ma però sono stati raggiunti senza sforzo.
Bene la scena dell’Annuncio di morte, nella quale per certi aspetti ho sentito una Valchiria quasi ideale: fiera, ferma, imponente ma non un’algida matrona.
Nel lungo duetto finale ho notato qualche piccolo segno di stanchezza, ma a mia memoria non ricordo una Brünnhilde che arrivi alla fine di questa parte fresca come una rosa, sinceramente.
Una prova davvero assai buona.
Come positiva è stata, in una parte insidiosa, Ekaterina Gubanova nei panni dell’inflessibile e  scorbutica Fricka, rappresentata tra l’altro con gradevole presenza scenica e recitazione pertinente.
Degne di lodevole menzione tutte le altre Valchirie: Danielle Halbwachs (Gerhilde), Carola Hohn (Ortlinde), Ivonne Fuchs (Waltraute), Anaik Morel (Schwertleite), Susan Foster (Helmwige), Leann Sandel Pantaleo (Siegrune), Nicole Piccolomini (Gringerde) e Simone Schroeder (Rossweisse).
A domani per le risposte ai commenti al post precedente e varie ed eventuali! Susan Foster ( 

Die Walküre alla Scala di Milano: quarta incursione semiseria.

Questa sera alle ore 17 la prima!

Dalla Scala arrivano notizie incoraggianti sulle condizioni vocali dei protagonisti principali della Walküre, ed è già una circostanza positiva sapere che gli acciaccati dei giorni scorsi si stiano riprendendo.
Speriamo bene!
Prima di andare avanti, ricordo di nuovo che oltre che sul canale digitale RAI 5, la prima della Scala si può vedere sulla TV satellitare “Mezzo”, online (sempre su RAI5) a questo indirizzo e in queste sale cinematografiche italiane.
A Trieste il circuito Cinecity (quello che si trova alle Torri d’Europa) mette a disposizione una sala in cui Die Walküre si potrà vedere in alta definizione e con un ottimo sistema d’ampilificazione.
L’ingresso costa 10 euro e si possono beneficiare delle consuete riduzioni.

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Dopo le prime due puntate in cui ho brevemente descritto la trama del primo e del secondo atto, eccoci al terzo, che si apre con la celeberrima “Cavalcata delle Valchirie”, un pezzo che è tra i più noti della musica di tutti i tempi anche perché frequentemente compare in altri contesti artistici.
Ma, in buona sostanza, cos’è questa cavalcata? La musica descrive la situazione seguente.
Le Valchirie scendono sui campi di battaglia per riportare nel Walhalla i corpi degli eroi caduti.
Nel secondo atto Siegmund ha detto a Brünnhilde che del Walhalla non gli frega nulla, se non gli è concesso portarsi dietro la sua Sieglinde.
Prima di salire al Walhalla, le Valchirie fanno sosta presso una rocca e si complimentano l’una con l’altra, giocano con i cavalli, sono felici.
Una di loro, Rossweisse, dice ok, se ci siamo tutte andiamo su ma una sua sorella, Helmwige, s’accorge che manca una compagna. Gerhilde dice è quella casinista di Brünnhilde che perde tempo.
Waltraute osserva che se Wotan le vede arrivare senza la figlia preferita diventa una bestia.
Tutte pensano che palle! quando Siegrune avvista Brünnhilde che sta arrivando col suo Grane e s’accorge che qualcosa non quadra, sulla sella con lei non c’è Siegmund, ma una donna!
Dopo un concitato dialogo Brünnhilde spiega che si tratta di Sieglinde. Chiede protezione alle sorelle, perché Wotan (che intanto si appalesa da lontano con un minaccioso temporale) la insegue con gli occhi fuori dalla testa: la Valchiria gli ha disubbidito.
Le sorelle prendono la decisione di mostrare la strada della fuga a Sieglinde e proteggere la sorella indisciplinata: la circondano e la fanno camminare in mezzo a loro per nasconderla agli occhi di Wotan, come fanno le chiocce con i pulcini.
Il dio è davvero fuori di sé e minaccia sfracelli, se la prende con le atterrite figlie sino a quando Brünnhilde esce dal gruppo e dice ok, sono qua, parliamone.
Sono guai!
Nel lungo duetto che segue Wotan disperde le Valchirie e comunica alla ribelle Brünnhilde la pena per la sua disubbidienza. Sarà privata di ogni potere e addormentata per sempre, o meglio sino a quando il primo scemo che passa la sveglierà con disonore.
Brünnhilde cerca di giustificare la sua ribellione, Wotan è enormemente combattuto, ma la figlia ottiene solo un’attenuante: la rocca dove giacerà sarà circondata dal fuoco, in modo che solo un grande eroe possa vincere le terribili fiamme e avvicinarsi a lei.
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Detto questo, abbraccia Brünnhilde, la stringe e la bacia sugli occhi “levandole la divinità”.
La guarda pensoso e distrutto, mentre la figlia è inerme.
Si riscuote dal suo malessere interiore e chiama Loge, il dio del fuoco, e gli ordina d’incendiare i pressi della rocca. Piano piano, l’incendio divampa e Wotan, attraversando le fiamme e girandosi un’ultima volta, scompare all’orizzonte, dopo aver lanciato un avvertimento che sembra più che altro un tentativo di giustificazione del suo operato: che nessuno s'azzardi a oltrepassare quel fuoco, se teme la sua lancia.
In tutto questo atto, a dispetto del miserevole sunto che ho scritto io, le emozioni sono fortissime perché i sentimenti dei protagonisti sono altrettanto dirompenti.
Il duetto tra Wotan e Brünnhilde e poi il lungo monologo finale di Wotan (Der Augen leuchtendes Paar) sono difficili e soprattutto giungono alla fine di una delle parti più lunghe, proprio a livello di minutaggio, mai scritte.
La cavalcata, l’incantesimo del fuoco, l’addio di Wotan alla Valchiria sono momenti in cui l’alchimia tra direttore, orchestra e cantanti è fondamentale per la riuscita dello spettacolo.
A Daniel Barenboim, che presumibilmente dirigerà a memoria la partitura, e a tutta la compagnia di canto a cui dovrò indegnamente fare le pulci in sede di recensione semiseria, va il mio più sentito in bocca al lupo.
Un saluto a voi che così (incredibilmente) numerosi leggete i miei post.
Ci rileggiamo per la recensione semiseria!
Qui la locandina:

Direttore
Daniel Barenboim
 
Regia
Guy Cassiers
 
Scene
Guy Cassiers e Enrico Bagnoli
 
Costumi
Tim van Steenbergen
 
Luci
Enrico Bagnoli
 
Video design
Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer
 
Coreografia
Csilla Lakatos
 
 
Personaggi
Interpreti
 
Siegmund
Simon O’Neill
 
Hunding
John Tomlinson
 
Wotan
Vitalij Kowaljow
 
Sieglinde
Waltraud Meier
 
Brünnhilde
Nina Stemme
 
Fricka
Ekaterina Gubanova
 
Gerhilde
Danielle Halbwachs
 
Ortlinde
Carola Höhn
 
Waltraute
Ivonne Fuchs
 
Schwertleite
Anaik Morel
 
Helmwige
Susan Foster
 
Siegrune
Leann Sandel-Pantaleo
 
Gringerde
Nicole Piccolomini
 
Rossweisse
Simone Schröder
 
Danzatori
Guro Schia, Vebjørn Sundby
 
 
In coproduzione con Staatsoper Unter den Linden di Berlino e in collaborazione con Toneelhuis (Antwerpen)

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Die Walküre alla Scala di Milano, terza incursione semiseria: Wotan, lo special one degli dei.

Per chi fosse interessato, perso nei meandri inestricabili dello switch off o stufo di riempirsi la casa di quelle ingombranti scatole che sono i decoder [capito Roberto, strasmile)], a questo indirizzo web si può vedere RAI5, l'emittente che trasmetterà la prima della Walküre dalla Scala, martedì prossimo.

Dunque, abbiamo lasciato i gemelli Siegmund e Sieglinde mentre cedevano pericolosamente alle tentazioni della carne.

E vale la pena sottolineare come il vocabolo “tentazione” sia appropriato nel contesto, perché dopo che nel Prologo (L’oro del Reno) abbiamo visto interagire solo gli dei, nella Valchiria i personaggi assomigliano sempre di più agli uomini.
E a proposito di dei, nella Valchiria compare nel secondo atto il più dio di tutti, lo special one: Wotan.
Cosa rappresenta Wotan? Beh è davvero troppo pretendere di sviscerare l’inesauribile e ancora discusso argomento in un post di poche righe, quindi accontentiamoci di sapere che Wotan è la rappresentazione del conflitto, della lacerazione, tra la ragion di stato, le regole, e l’ebbrezza dell’amore, che per antonomasia quelle regole travolge e disconosce.
Tutto ciò semplificando molto per necessità o ansia da divulgazione, fate voi.
E questo tira molla tra dovere e piacere è uno dei temi ricorrenti che attraversano tutte le opere di Wagner.
Wotan, sostanzialmente, è solo di fronte ad uno specchio per buona parte del secondo atto, anche se in realtà davanti a lui, a confrontarsi, appaiono prima la figlia Brunnhilde [la prediletta delle nove figlie(!) che Wotan ha avuto nientemeno che da Erda, la Capa del Mondo, smile!], poi la moglie Fricka e poi di nuovo Brünnhilde, Die Walküre.
Il suo è un lungo monologo in cui cerca in qualche modo di ritessere una tela che aveva distrutto rubando, con l’aiuto del dio del fuoco, Loge, l’anello ad Alberich.
Alberich l’aveva presa malissimo e aveva maledetto l’Amore.
Fricka pretende il rispetto delle regole e che il suo onore sia vendicato: l’amore incestuoso tra i figli adulterini Siegmund e Sieglinde deve essere fermato. Hunding deve vincere, solo così lei avrà soddisfazione.
Così Wotan, che di primo acchito aveva ordinato a Brünnhilde di aiutare Siegmund in battaglia, dopo il diverbio con Fricka cambia suo malgrado idea, e contraddicendosi per l’ennesima volta, ordina alla Valchiria di lasciar perdere.
Brunnhilde cerca di ribellarsi ma Wotan la costringe ad obbedire.
Quando la madre di tutte le battaglie tra Siegmund e Hunding  è ormai imminente, Brünnhilde, che nel frattempo s’è fatta riconoscere da Siegmund, decide di contravvenire agli ordini di Wotan e proteggere, costi quel che costi, l’ardimentoso giovane.
Sieglinde è incinta, tra l’altro.
Wotan s’accorge della macchinazione e diventa una bestia.
Si precipita sul campo di battaglia e con la sua lancia spezza la spada invincibile (Notung, quella che era infissa nel frassino a casa di Sieglinde) che avrebbe dovuto difendere Siegmund, il quale viene ucciso senza pietà da Hunding.
Wotan lo vede vittorioso e gli dice: Ok, ora va a raccontare a Fricka che hai vinto e che il suo onore è salvo.
E lo fulmina.
Brünnhilde scappa portandosi dietro Sieglinde, ma non andrà lontano, come scopriremo nel terzo atto.
La musica, che dire!
Come ho già scritto altre volte la scena dell’annuncio di morte o dell’agnizione tra Siegmund e Brünnhilde è uno dei vertici della musica wagneriana. Non chiedetemi perché, non lo saprei spiegare in parole povere.
Per l’ascoltatore medio l’inizio del secondo atto è assai ostico: non ci sono aperture melodiche, non c’è canto sfogato e qualche volta può sembrare che la tensione drammatica si allenti.
In realtà è vero il contrario, in tutto il Ring non c’è (a mio parere) un momento più teatralmente drammatico di questo, in cui Wotan è macerato dal dubbio e parla alla figlia e alla moglie allo scopo di chiarire a se stesso ciò che deve fare.
Avrete capito che la parte di Wotan (basso) necessita sì di un cantante ma soprattutto di un fraseggiatore che dia un senso al turbinio di sentimenti che anima il personaggio.
Per non parlare poi del terzo atto, la parte è massacrante e di Wotan che arrivano afoni alla fine il…Walhalla è pieno (smile).
Brünnhilde (soprano) ha pure le sue difficoltà interpretative e vocali, ma per lei il peggio è nella Götterdämmerung, e questa è un’altra storia.
Volevo essere sintetico, ho scritto ‘sto polpettone illeggibile con una prosa che fa sembrare lineare quella di Paolo Isotta, vedete voi…(strasmile)
Ora, ammesso che qualcuno legga, vi lascio in pace per un paio di giorni, il prossimo post tratterà d'altro.
Poi, ci sarà anche la divulgazione semiseria del terzo atto.
A rileggerci!

Die Walküre alla Scala di Milano, seconda incursione semiseria. Saranno Baruffe chiozzotte: scommettiamo?

Allora, cominciamo dall’attualità.

Oggi la prova generale della Valchiria si svolgerà a porte chiuse, perché gli interpreti dei due gemelli (Siegmund & Sieglinde) che ho sommariamente presentato nel post precedente sono afoni.
Si tratta del tenore Simon O’Neill e del soprano Waltraud Meier.
Aggiungete che il previsto interprete di Wotan, il basso Renè Pape, ha dato inopinatamente forfait circa un mese fa.
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Sommate ancora, come se non bastasse, che Waltraud Meier, dalle pagine del Corriere della Sera, ha criticato l’allestimento del regista Guy Cassiers.
Ci sono tutte le premesse per poter affermare che ci divertiremo molto, il prossimo 7 dicembre.
Ricordo che la Scala, che oggi è solo un teatro qualsiasi dal punto di vista artistico ma come impatto mediatico è sempre la Scala di un tempo, ha una bella tradizione di polemiche (e mi limito a quelle recentissime) da conservare.

La fuga di Roberto Alagna nel 2006 (Aida, una cosa mitica), l’ancora inspiegata sostituzione all’ultimo secondo di Giuseppe Filianoti nel 2008 (Don Carlo), i sonori fischiazzi alla regia di Emma Dante (Carmen) nel 2009.
Insomma, possiamo scommettere che l’argomento “opera” terrà banco nei telegiornali. Non so se rallegrarmene, sinceramente.
E a proposito di scommesse, fa discutere dalle pagine della rivista “Musica”, questa proposta a firma di Marco Leo.
 
La situazione finanziaria dei teatri lirici è drammatica; la qualità e la sopravvivenza stessa della lirica in Italia sono a serio rischio. In tale contesto, ferma restando la ragionevolezza delle proteste contro i tagli, è dovere dei teatri impegnarsi per reperire fondi alternativi ai finanziamenti pubblici, imparando anche dal passato. Fino al primo Ottocento, all’opera si giocava d’azzardo: nei foyer dei teatri erano collocati tavoli da gioco i cui proventi finanziavano l’attività artistica. A Napoli, Rossini era socio di Barbaja nella gestione del casinò; e in diversi teatri restano, nelle decorazioni e nella toponomastica, tracce indelebili dell’attività di gioco che vi si esercitava.
In Italia — per quanto negli ultimi anni si siano moltiplicate i giochi d'azzardo accessibili nei bar, nelle tabaccherie e anche online — i tavoli verdi sono ancora quasi un tabù. Ma siccome qualche porta si sta aprendo (un recente progetto di legge vorrebbe concedere l’apertura di sale da gioco negli alberghi di lusso), non potrebbero le fondazioni liriche approfittare della liberalizzazione per chiedere che siano proprio i teatri d’opera i primi a poter riaprire i casinò?Del resto appartiene alla storia del gioco d’azzardo in Italia l’idea di concedere una licenza ad enti che necessitano di una rapida ripresa economica (si pensi ai molti effimeri casinò dei primi anni del dopoguerra, e alla stessa origine delle attuali case da gioco italiane). Ovviamente non vogliamo vedere nei teatri le slot machines con le lucine intermittenti, ma i tavoli tradizionali francesi, con la loro eleganza, ben si inserirebbero in alcune aree dei nostri foyer.
 
 
Tutto vero, ma a me l’idea che nei teatri si giochi d’azzardo non piace per nulla.
Non voglio fare il moralista, è che conosco per esperienza diretta la fauna che alligna laddove esistono i casinò: è brutta gente. Chi gioca, certo.

Soprattutto chi pratica l’usura e sfrutta la prostituzione di solito non è particolarmente raccomandabile.
E poi, scusatemi, visto che per il momento i politici vengono a teatro solo per le inaugurazioni delle stagioni, perché costringerli al presenzialismo (strasmile)?
 
Ok, è giusto che ognuno abbia le proprie idee.
Peraltro comincio a trovare analogie tra la roulette francese (anche se per alcuni teatri si potrebbe parlare di roulette russa) e i teatri d'opera, per cui mi sa che tra un po' mi convincerò anch'io.
Permettetemi di scherzare un po', allora.
I 36 numeri si dividono in 3 fasce, per i giocatori: orfanelli, vicini dello zero e la serie.
Gli orfanelli siamo noi, che non vediamo uno spettacolo decente da una vita, i vicini dello zero sono gran parte dei sovrintendenti e la serie è rappresentata dalle delusioni degli appassionati.
 
Rien ne va plus, les jeux sont faits.

Die Walküre di Richard Wagner apre la stagione alla Scala di Milano: prima incursione semiseria.

Purtroppo, in tema con il post perché è stato il Siegmund di uno dei Ring più memorabili e controversi, ho saputo ora che è morto il tenore Peter Hofmann.
Il Ring al quale mi riferisco è quello celeberrimo diretto da Pierre Boulez per la regia di Patrice Chéreau.
Vi propongo qui la scena dell'agnizione da Die Walküre, nella quale Hofmann è affiancato da Jeannine Altmeyer (Sieglinde) e Gwyneth Jones (Brunnhilde).

Dunque, devo aggiungere un’altra persona alla quale la Forza di Firenze ha portato sfiga: me stesso.

Fatale l’ascolto dell’opera e una contemporanea discussione sul blog di Milady (al quale però accedono solo pochi privilegiati), nella quale si dissertava di ruiòn, cinciùt,ruitòn, scagòt, cagòn e sbrenzòtt.
Vi risparmio i particolari più sordidi e inquietanti e so che me ne sarete grati (smile).
Il fatto è che il 7 dicembre la Scala inaugura la stagione con Die Walküre e io volevo scrivere qualcosa per l’occasione, nonostante non sia propriamente in forma.
Avevo pensato di lanciarmi in un post semiserio per ogni personaggio ma non so se ce la faccio, perciò intanto ripiego con un piccolo bignamino del primo atto e poi vediamo, ché qua la situazione è, come dire, liquidamente confusa.
Nel primo atto agiscono tre personaggi: Siegmund, Sieglinde e Hunding.
Intanto chi è questo Siegmund? Da dove viene? Cosa mi rappresenta?
Siegmund è uno dei figli di Wotan, un dio che, evidentemente, non sapeva tenere his deal nei calzoni, perché ovunque nel Ring ci sono figli e nipoti suoi che combinano casini (smile).

Anche le Valchirie sono figlie sue, per esempio.
Voglio dire, facile che poi la moglie di Wotan, Fricka, sia piuttosto acida e fastidiosa no?
Dunque, dicevo di Siegmund che, trattandosi di giovane ardimentoso e fiero, non può essere che tenore. Una parte di tenore, ancora una volta, estremamente difficile seppure la nota più alta che deve cantare sia un la naturale (la3, scrivono alcuni).
Il fatto è che codesta nota, alla fine del primo atto (scritta sulla ä della grande frase Braut und Schwester bist du dem Bruder so blühe denn, Wälsungen-Blut!*), dopo un lunghissimo duetto con Sieglinde, pesa come un macigno e in molti ci hanno lasciato le penne.
La tessitura della parte di Siegmund è centrale e batte interamente sulla zona di passaggio (fa/fa diesis/sol) che è notoriamente faticosa e impervia, soprattutto se ci devi cantare per un’ora abbondante sopra.
Ma lasciamo da parte i tecnicismi che spesso risultano stucchevoli e torniamo al nostro eroe, che entra in scena subito preceduto da note che comunicano benissimo ansia e concitazione.
Il piccolo Siegmund ha fatto una vitaccia perché il papà l’ha portato in giro per il mondo, l’ha temprato e poi l’ha mollato da solo nel mezzo di un grosso casino. Il lato positivo è che il paparino gli ha promesso una spada invincibile al momento giusto.
E qui, volendo, si può far entrare in gioco la sorella di Siegmund, Sieglinde. Una sorella gemella che non vede da tanto tempo.
Perché, chiederete voi? Perché proprio a casa di Sieglinde c’è un frassino nel quale uno strano tipo (sempre il paparino, sotto mentite spoglie) ha piantato una spada, che è proprio quella promessa a Siegmund.
Solo che Sieglinde, soprano, è suo malgrado sposata con un tipaccio, Hunding (basso), che è proprio uno dei nemici di Siegmund. Facile prevedere complicazioni, no?
Insomma, Siegmund fuggitivo capita in casa di Sieglinde che decide d’aiutare il giovane baldanzoso, anche drogando il marito.
E insomma da cosa nasce cosa, i due un po’ alla volta si riconoscono e pensano bene di andare a letto insieme, dopo che Siegmund ha estratto dal frassino la spada (e vi prego di lasciar perdere i doppi sensi…).
Una genialata, vero? E contemporaneamente una mossa che sarà gravida di conseguenze.
E così finisce il primo atto.
Come ho scritto spesso Die Walküre  è la mia coperta di Linus e questo primo atto è davvero adrenalinico, entusiasmante.
La musica di Wagner è sublime, non ci sono cali di tensione e raramente, a mio umilissimo parere, sono state scritte note che riescano a comunicare meglio i sentimenti dei protagonisti.
La tempesta iniziale, il teso colloquio tra Hunding e Siegmund, la faticosa agnizione tra i due gemelli, la speranza (che delude sempre) di un avvenire più sereno, il fuoco dell’amore carnale: tutti momenti ai quali Wagner dona la sua ispirazione migliore.
Spero di poter scrivere ancora un paio di post prima della prima del 7 dicembre, nel frattempo chi vuole si goda questo finale atto primo, che risale a qualche annetto fa.

Buona settimana a tutti.
P.S.
Post scritto in fretta e quasi senza riguardare: se ho sbagliato mi corriggerete (smile).
 
*Sposa e sorella sei tu al fratello, così fiorisca dunque il sangue dei Walsidi.
 

 

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