Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria della Sonnambula di Vincenzo Bellini alla Fenice di Venezia: applaudito un pullman.

Chi mi segue da un po’ sa che quando vado alla Fenice, nell’orrida Venezia, per vedere un’opera non posso esimermi dallo scrivere qualche riga promozionale sulla città lagunare. Me lo impone il contratto con il locale ufficio turistico, quindi abbiate pazienza.
In quest’occasione mi sono recato a Venezia particolarmente bendisposto, perché mi è saltato causa sciopero il viaggio in treno e quindi ho dovuto usare l’automobile, con grande gioia della mia schiena, che infatti anche ora che sto scrivendo mi manda continui segnali di gratitudine.
Automobile a Venezia significa posteggio a Piazzale Roma, dove hanno ben pensato di aumentare il pedaggio a 29 euro. Mi pare giusto. Cavolo, dovremo pur tutti contribuire alle spese per il people mover che hanno costruito al Tronchetto, no? Bene.
Da Piazzale Roma alla Fenice ci si mette una trentacinquina di minuti, col vaporetto, che possono sembrare tantini anche se in realtà il tempo vola perché, ad esempio, puoi essere quasi coinvolto in una rissa tra un’anziana autoctona (peraltro in minigonna) e una giovane signora mediorientale che vantava più figli che capelli in testa, alla quale credo sia opportuno chiedere l’obbligo di prenotazione sui traghetti veneziani, poiché la sua prole è così numerosa da essere costretta a far sedere i pargoli anche sui posti riservati agli anziani, ai disabili e ai leghisti.
Insomma non c’è tempo d’annoiarsi, anche perché il povero manovratore è costretto a zigzagare attraverso il Canal Grande nel tentativo di evitare grossi isolotti emergenti formati da cilindri fecaloidi, che potrebbero bloccare le eliche. Inoltre, non spesso, ma ogni tanto affiora dall’acqua – insomma, acqua si fa per dire – il piccolo cadavere di qualche giapponese annegato, così gonfio che sembra un sano adolescente americano grande obeso, di quelli venuti su a colazioni a base di quintalate di pancetta abbrustolita, burro d’arachidi e dozzine di uova.
Se si è particolarmente fortunati si può godere del fortuito incontro con il tipico gabbiano veneziano (attivo anche in montagna, come si può dedurre dalla foto), che ho già descritto altre volte, che pesa sui 60-70 kg e si nutre dei turisti che fanno il giro in gondola, attaccandoli dall’alto e portandoli – di solito – agli strozzini e cravattari vari che stazionano davanti al casinò: “Se non ci restituisci quello che ti abbiamo prestato finisci così!” – dicono – indicando il corpo smembrato della vittima. E poi tornano a gestire il posteggio di Piazzale Roma, a turno.
Ieri, quando sono sceso dal traghettino alla mia fermata, ho avuto un’altra bellissima sorpresa.
Dovete sapere che per arrivare alla Fenice bisogna percorrere una specie di lungo strettissimo budello, un cunicolo così angusto che se uno soffre di claustrofobia gli prende il panico. Ebbene ieri, immagino per aumentare ulteriormente la sensazione di disagio, tutto il vicoletto era permeato da un odore che potrei definire – per difetto – tra quello di un cadavere in avanzato stato di decomposizione e l’alito del gabbiano di cui sopra dopo che si è nutrito di qualche cilindro fecaloide e di parte di un giapponese morto annegato.
Insomma, sono arrivato a teatro di buon umore, questo m’interessava farvi capire.
Ora, come sempre, esaurita la parte seria del post, passo alle cose più futili e cioè alla recensione semiseria della Sonnambula.
Direi che non è indispensabile che io racconti la trama, trattandosi semplicemente, come tutti sanno bene, di una giovane ragazza promessa sposa a un altrettanto giovane deficiente che si butta nelle braccia di un vecchio, viene beccata in flagrante, e per giustificare la sua stronzata s’inventa che soffre di sonnambulismo e che quindi non ha colpa di nulla. Una scusa davvero notevole, tipo quelle dei nostri politici, ai quali continuano a comprare o costruire case a loro totale insaputa.
Il sonnambulismo è un disturbo del sonno che ha notevoli retrogusti psicanalitici e quindi la materia ben si presta a simbolismi ed elucubrazioni varie, terreno fertile per registi immaginifici.
In questo caso, invece, Bepi Morassi decide di non infliggerci troppi pensieri e si accontenta di spostare (mah, in realtà l’epoca dei fatti non è specificata) la vicenda di qualche lustro, mantenendo tutta l’ambientazione originalmente prevista dal libretto di Felice Romani. E perciò via con le scenografie (a cura di Massimo Checchetto) fatte di fondali dipinti che rappresentano montagne innevate, prati in alta quota, boschi svizzeri, stanzone d’albergo ecc ecc. Ovviamente, siccome l’azione si svolge (dico a occhio) intorno agli anni 50 del secolo scorso, compaiono anche un pullman – applauditissimo dall’incredibile pubblico cosmopolita, che sino a quel momento sembrava del tutto assente e non aveva dato segno di vita – e la cabina di una funivia, che invece è stata accolta con freddezza.
I costumi, piuttosto anonimi e scontati e pure un po’ lugubri, ma comunque congrui all’allestimento, sono di Carlos Tieppo. Funzionale l’impianto luci di Vilmo Furian.
Insomma, si tratta del tipico allestimento né carne né pesce fatto per non scontentare nessuno e accessibile a tutti: nato vecchio, potrebbe restare in repertorio se la Fenice decidesse di riprendere l’opera ogni anno, come già fa con il vetusto allestimento del Barbiere di Siviglia.
Il fatto è che –a mio parere, beninteso – l’opera oggi non ha bisogno di questo tipo di operazioni che non hanno respiro e non guardano artisticamente non dico al futuro, ma neanche al presente.
La concertazione di Gabriele Ferro, sul podio di un’Orchestra della Fenice discreta, non mi ha convinto in nulla. Spesso clangorosa, tanto che nelle strette eravamo più vicini a un’opera d’ispirazione risorgimentale che al lirismo di Bellini, la direzione è mancata proprio di quell’abbandono tipico del genere larmoyant, soffusamente patetico, che è paradigmatico di questo lavoro belliniano. Pochi colori e mai o quasi quelli appropriati al momento.
Amina, parte scritta per Giuditta Pasta, è stata interpretata da quella che oggi è considerata interprete ideale per questo repertorio, Jessica Pratt. Il soprano indubbiamente ha parecchie affinità elettive con Bellini, perché nel Belcanto puro la tecnica corretta è fondamentale. La voce è di timbro piuttosto anonimo e piccolina, ma è davvero ben proiettata e gli acuti e sovracuti, brillanti e lucenti, si espandono con facilità in teatro. Dopo la sortita, nella classica forma recitativo-aria-cabaletta (Care compagne, teneri amici…sovra il sen la man mi posa), piuttosto cauta, la recita della Pratt è andata in crescendo e alla fine non si può che rimanere soddisfatti sia dal virtuosismo sia dalla musicalità e dall’intonazione, sia del fraseggio mobile anche in un’opera nella quale il personaggio non è particolarmente sfaccettato.
La scena finale (Ah, non credea mirarti sino a Ah non giunge uman pensiero) è stata cantata in modo convincente anche grazie al bellissimo legato, altra virtù indispensabile per una belliniana doc.
Elvino, parte scritta per Rubini e quindi acuta, è il classico tenore amoroso preromantico e Shalva Mukeria è uscito con onore da un cimento così impegnativo. Gli esiti artistici però non sono andati oltre una generica correttezza, perché l’artista è sembrato sì tecnicamente dotato ma anche freddo, distaccato e piuttosto inerte nel fraseggio, tanto che credo si possa parlare di una certa inespressività generale, come se Mukeria fosse concentrato solo sulle note e poco preoccupato di “colorarle”. Tutto nell’ambito di una prestazione positiva, ma non certo trascinante.
Giovanni Battista Parodi mi è sembrato piuttosto lontano dal dettato belliniano e il suo Conte Rodolfo, carattere che presenta ambiguità notevoli che si dovrebbero mettere in luce, delude sia dal punto di vista dello stile sia dal lato meramente vocale, perché si sono sentite delle gutturalità piuttosto fastidiose.
Anna Viola ha cantato la solita routinaria e petulante Lisa, con voce peraltro non certo indimenticabile.
Accettabili tutti gli altri: Dario Ciotoli (Alessio), Julie Mellor (Teresa) e Raffaele Pastore (Un notaro). Bene si è comportato il Coro della Fenice, preparato da Claudio Marino Moretti.
Applausi a scena aperta solo dopo il grande finale di Amina, che anche alle singole è stata, giustamente, la più festeggiata. Anzi, si può parlare di trionfo. Il pubblico comunque ha tributato un ottimo successo a tutta la compagnia artistica, con qualche singola ma sonora (forse perché molto vicina a me) contestazione a Parodi e al direttore Ferro.

Bene, è tutto, spero.

Un saluto a tutti.

Le foto dello spettacolo sono di Michele Crosera.

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19 risposte a “Recensione semiseria della Sonnambula di Vincenzo Bellini alla Fenice di Venezia: applaudito un pullman.

  1. patrizia perini 23 aprile 2012 alle 10:37 am

    Caspita…cos’ho rischiato!
    Patrizia (Riva del Garda)

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    • amfortas 23 aprile 2012 alle 11:55 am

      Patrizia, ciao! Come ce l’hai fatta ad arrivare da queste parti? Mi piacerebbe sapere l’opinione tua in primis e in seconda battuta del tuo gruppo sulla recita. Su Venezia puoi tacere, perché ho ragione io, soprattutto sugli effluvi del vicolo.
      Ciao e grazie!

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      • patrizia perini 24 aprile 2012 alle 9:23 am

        Beh, non è stato difficile…mi è bastato digitare “orrida Venezia” e riconoscere, nel sito, le stesse elucubrazioni che brontolavi lungo il tragitto per giungere al teatro! …che è splendido e imponente; avevi ragione: il fuori (effluvi compresi) non ha nulla a che vedere col dentro! Quanto allo spettacolo direi bene l’interpretazione canora di Amina, anche se la Pratt mi è parsa un po’ legata e poco elegante nei movimenti, con poca padronanza del palcoscenico e delle scene, così come l’interprete della madre. Sotto questo punto di vista ho colto maggior scioltezza nell’interprete di Lisa, che però era un po’…asciutta(?) nel canto. Bene nel complesso Elvino (forse qualche calo nelle parti più drammatiche), bene meno il coro, bene meno meno l’orchestra. Simpatica l’ambientazione (…ehmmm…io sono tra quelli che hanno applaudito il pullman!). Non così male i costumi, via! E anche l’effetto cromatico generale mi è sembrato equilibrato e piacevole.
        Questo è ciò che penso, ti ricordo però che io sono una teatrante curiosa e istintiva e che poco ho a che vedere col mondo operistico che tu frequenti per lavoro e per diletto…
        E’ stata una bella esperienza. Anche conoscerti.
        Patrizia

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      • amfortas 24 aprile 2012 alle 1:14 pm

        Patrizia, vero, mi sono scordato che hai dovuto subire il trailer del post che poi ho scritto :-).
        Ti ringrazio molto degli spunti di riflessione sull’allestimento – la coerenza cromatica, per esempio – e anche sulla definizione di asciutta (meglio si direbbe una voce con pochi armonici) che rende perfettamente l’idea.
        Inoltre io tengo sempre conto delle opinioni di chi magari non è un “tecnico”, perché spesso coglie particolari che mi sfuggono perché sono troppo concentrato sul canto o sulla tecnica.
        Ha fatto piacere anche a me conoscerti, chissà che un giorno non ci si riveda.
        Ciao!

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  2. Andrea 23 aprile 2012 alle 11:04 am

    Ciao Paolo, non sono riuscito a salutarti mi spiace. Ho visto che c’era movimento all’intervallo… 🙂

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  3. biondasirocchia 23 aprile 2012 alle 2:35 pm

    M’interessa il pullman. Nella mia colossale ignoranza non riesco a immaginare come possano avercelo portato. Forse il plauso è stato per i tecnici che sono riusciti in tale impresa.

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    • amfortas 23 aprile 2012 alle 3:35 pm

      bionda e c’era pure la neve, avranno pure avuto bisogno delle catene. L’applauso al torpedone faceva tanto Metropolitan e americano in vacanza, però, e mi sono sentito cittadino del mondo, per una volta nella vita.
      Ciao!

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  4. oriana 23 aprile 2012 alle 9:16 pm

    Mi spiace ma non condivido la tua recensione sull’opera e poi non raccontare tante frottole una delle quali è che il parcheggio Roma ha Venezia costa 29,00 euro non è vero costa 26,00.

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    • amfortas 24 aprile 2012 alle 7:20 am

      oriana, 🙂 non ho nulla da aggiungere alla tua precisa disamina sulle motivazioni che ti costringono al disaccordo con la mia recensione, però ti contesto l’accusa di mendacio: se mi mandi una tua mail valida provvedo a inviarti fotocopia della ricevuta che comprova il pagamento di 29 euro per una sosta di 5 ore a Piazzale Roma.
      Ciao! 🙂

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  5. principessasulpisello 24 aprile 2012 alle 10:48 am

    So di dire una bestialità, ma, per me, è un’opera abbastanza soporifera…

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  6. winckelmann 29 aprile 2012 alle 11:50 pm

    Sono qui per darti una buona notizia: non solo il parcheggio è aumentato, ma presto (se non l’hanno già fatto) anche i biglietti del vaporetto passeranno da 6,50 a 7 euro.
    Non so se è la tua schiena dispettosa che ti vincola al vaporetto, ma se da P.le Roma vai a piedi a S. Tomà (meno di 10′), poi con una sola fermata di vaporetto sei a S. Angelo e di lì alla Fenice è uno sparo.
    La Sonnambula non l’ho vista perché alla Fenice, come alcuni sanno, non ci vado più. Coi tagli come si era messi? Soliti di tradizione?

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    • amfortas 30 aprile 2012 alle 11:49 am

      winckelmann, ma sì, mica è un problema, è che in auto non ci si deve venire a Venezia. Il vaporetto l’altra volta costava sempre 6.50. Quanto ai tragitti, io sono abitudinario, la consuetudine è un ottimo ansiolitico naturale e quindi tendo a ripetere pavlonianamente i miei tragitti, e poi non vedi che avatar mi sono scelto? 🙂 Comunque grazie della dritta, la prossima volta – che sarà presto, credo – ci provo. Una volta tentai di andare a piedi in teatro: non solo mi sono perso ma sono stato pure quasi aggredito dai gabbiani, che come ben sai sono temibili. Immagino che m’avessero confuso con un sacco di spazzatura, perché credo di non essere credibile come giapponese.
      La Sonnambula era tradizionalissima anche nei tagli, però meno massacrata del solito perché almeno la Pratt ha ripreso le cabalette, se ben ricordo.
      Ciao!

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  7. margot 7 maggio 2012 alle 12:13 pm

    Ti prego vai nell’orrida Venezia più spesso. Non capisco niente di opera ma almeno rido a leggere dei poveri giapponesi e dei terribili gabbiani. (Sai che ce sono tre anche qui? VIvono sul cornicione del palazzo di fronte… e non dire che ho “precedenti inquietanti” sulla visione di animali che SECONDO TE sono inesistenti!!!)

    La ritardataria Margot :p

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  8. amfortas 7 maggio 2012 alle 6:08 pm

    margie, mi sa che il tuo desiderio sarà esaudito, vedremo.
    A Firenze ho visto piccioni di dimensioni inaudite, se avessi saputo prima dei tuoi gabbiani borgatari li avrei dirottati da te!
    Ciao 🙂

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  9. colfavoredellenebbie 9 maggio 2012 alle 8:59 am

    la tua descrizione veneziana meriterebbe l’inserimento nei tour alternativi:)
    (bravo, come sempre)
    z

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  10. amfortas 9 maggio 2012 alle 4:45 pm

    zena, speriamo lo facciano, ché un po’ di diritti d’autore fanno sempre comodo 🙂
    Ciao!

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