Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione semiseria della Traviata di Giuseppe Verdi: la Violetta di Daniela Dessì.

Il caso vuole che solo oggi pubblichi questo post scritto già da un mese, circa.

Lo dico per prevenire chi potrebbe, non senza ragione, farmi notare che proprio nell’ultimo numero di Opera -il noto mensile – ci si occupa, tra le altre cose, dello stesso argomento.
In realtà, quando ho ascoltato questa Traviata il primo pensiero è andato a questa triste vicenda di un anno e mezzo fa.
Sì perché la Violetta di Daniela Dessì avrei voluto vederla in teatro, oltre che ascoltarla in compact disc.
A questo proposito i soliti soloni hanno detto e scritto, con quell’aria di sufficienza che me li rende particolarmente simpatici, che non si sentiva la necessità di un’altra incisione di Traviata.
Io mi oppongo fieramente perché Daniela Dessì non è artista che si possa liquidare con una battuta di dubbio gusto. Anzi, lo dico subito, questa incisione avrebbe meritato un direttore più partecipe dello smidollato-sia detto col sorriso sulle labbra- John Neschling qui impegnato. Il direttore brasiliano infatti è responsabile di una concertazione che si può definire evanescente, routinaria, senza infamia né lode e soprattutto freddissima e priva di personalità.
Traviata Dessì-Armiliato
Circostanza che stride molto proprio con l’interpretazione forte e appassionata di Daniela Dessì, che omette giustamente il mi bemolle di tradizione che chiude il primo atto, scontentando i fanatici della lirica vista alla stregua del salto in alto o del sollevamento pesi, ma inventandosi una “sua” Violetta nel solco della tradizione delle grandi primedonne. Una Violetta che ha una sua firma riconoscibile, tutt’altro che l’ennesima Traviata.
L’accento e la cura del fraseggio, l’attenzione alla parola scenica sono da sempre le armi migliori del soprano e davvero in alcuni momenti – Dite alla giovine, Addio del passato – è impossibile trattenere la commozione di fronte a tanta eloquenza e partecipazione e, più che altro, si maledice il momento in cui a Zeffirelli è venuto in mente di fare lui la primadonna (smile).
Poi, prima che i puristi del belcanto vengano qui a marcare il territorio con le loro pisciatine, dico subito io che oggi gli acuti di Daniela Dessì suonano saltuariamente striduli. E quindi? Questa è una Violetta con i fiocchi, signori, non scherziamo! Ammirevole come il soprano non butti via una frase, ma dia rilievo anche agli incisi salottieri che precedono la festa iniziale.
Ci metto pure una bellissima foto della sua Tosca alla Fenice, un paio di anni fa.
Tosca alla Fenice, 30.05.08
Fabio Armiliato è nei panni di Alfredo Germont e il tenore affronta la parte con cipiglio forse un po’ troppo fiero, più adatto a un Radamès o addirittura a uno Chénier. Ed effettivamente il repertorio attuale di Armiliato è oggi quello del tenore lirico spinto o drammatico (a giorni debutta Otello, dopo lunghi anni di studio, in bocca al lupo!). A mio gusto, comunque, meglio un eccesso di temperamento che l’ignavia di tanti tenorini (s)lavati con la candeggina prestati a Verdi che si sentono sin troppo spesso in giro.
La cabaletta del II atto per esempio, seppure appunto cantata con grande vigore, è efficace, convincente. Nei duetti invece il personaggio è meno a fuoco, perché manca un po’di abbandono e tenerezza.
Molto bravo, ma non è certo una novità poiché l’ho appezzato anche recentemente dal vivo, Claudio Sgura.
La parte di Giorgio Germont è insidiosa e se c’è una cosa che non sopporto è quando il baritono trasforma il padre di Alfredo in una specie di orco sbavante, perché proprio significa non avere idea della psicologia del personaggio. Sgura è invece attento a mettere in risalto anche le contraddizioni, i dubbi, del vecchio genitor.
Sono di buon livello tutti gli artisti che completano la compagnia di canto, e tra di loro mi fa piacere segnalare le ottime prove di Annunziata Vestri (Flora) e Luca Casalin (Gastone).
L’Orchestra del Teatro Regio di Parma si distingue per il bellissimo suono, qualità maturata in un repertorio che conosce a menadito, mentre il Coro del Teatro Municipale di Piacenza è solo corretto.
La registrazione è piuttosto buona, anche se in qualche occasione la voce dei solisti è troppo in primo piano.
Un’osservazione finale: non sono ferrato sui meccanismi che regolano le politiche di vendita delle case discografiche, però mi pare che il cofanetto sia troppo caro. Peccato.
Buon fine settimana a tutti.

Recensione abbastanza seria dei Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi al Regio di Torino: l’impegno civile di Davide Livermore.

I Vespri Siciliani sono sicuramente una delle opere verdiane più difficili da mettere in scena, non è certo una novità.

Il Teatro Regio di Torino – inspiegabilmente “scoperto” in questi giorni da molti appassionati e addetti ai lavori, quando invece è da anni il miglior teatro italiano per intelligenza di proposte e capacità di realizzarle – ha proposto quest’anno un allestimento dell’opera che ha goduto di grande visibilità per i contemporanei festeggiamenti per l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
I biglietti sono pressoché esauriti da tempo, quindi la decisione di trasmettere in diretta televisiva la recita di ieri sera (la prima si è svolta il 16 marzo) sul digitale terrestre (RAI Storia) è stata particolarmente gradita.
Purtroppo, come si temeva dopo le testimonianze dei presenti alla prima, il soprano Sondra Radvanovsky ha dovuto dare forfait per un malanno ed è stata sostituita dalla collega del cast alternativo, Maria Agresta.
Bisogna dirlo subito, la sostituta è stata molto brava e gliene va dato atto.
Il soprano ha una voce di timbro gradevole, probabilmente sottodimensionata per la parte, acuti sicuri, discreta dizione e bella presenza scenica. Solo il registro grave è apparso inadeguato e la cantante, infatti, tendeva a scompaginare nelle note basse la sua linea di canto: insomma, come si dice in gergo in modo non troppo elegante, sbracava un pochino.
La Agresta ha cantato bene l’aria di sortita “In alto mare battuto dai venti”, la successiva “Arrigo, ah parli a un core” e un po’ meno bene il Bolero del quinto atto, ma nel complesso è stata credibile nella parte e la voce nei concertati passava bene l’orchestra.
Inoltre la prestazione, in un contesto scenografico almeno singolare, è risultata di buon gusto e la sua Elena in linea con le esigenze dello spettacolo.
Gregory Kunde è un artista di levatura straordinaria e ci sono numerose testimonianze discografiche, live e in studio, che lo confermano. Da qualche tempo ha deciso di allargare il repertorio ed esplorare i territori, pericolosi assai, del lirico spinto.
La parte di Arrigo è forse la più difficile (e pure tanto lunga!) tra quelle scritte da Verdi per la voce di tenore.
Kunde ha lottato tutta la sera con gli acuti, spesso presi di forza e dando la sensazione di faticare molto, però ne è uscito da grande cantante anche quando è dovuto rifugiarsi nel falsetto, come nel finale dell’opera (ma, per favore, ricordo che quello è un re naturale, non una notarella qualsiasi!).
Una prestazione di buon livello, alla fine, anche se sicuramente il tenore non sarà ricordato per questa parte.
Franco Vassallo ieri sera non mi ha convinto nei panni di Guido di Monforte. Il personaggio si presterebbe a un’interpretazione che ne metta in luce le mille ambiguità e tormenti, ma il baritono ha scelto la strada, per certi aspetti, più comoda, e cioè quella di cantare tutto forte. In questo modo esce la protervia, la violenza insita nel personaggio, ma si tralasciano troppi particolari importanti.
La voce non è preziosissima né per volume né per colore, inoltre, e quindi la scelta d’interpretare il personaggio sulla scia dell’esempio di altri baritoni di un passato anche recente, ma che potevano contare su doti vocali migliori, non è stata felice. La bellissima aria del terzo atto “In braccio alle dovizie” è parsa incolore, piatta e nel duetto che segue con Arrigo ho sentito solo concitazione e poco altro.
Buona la prestazione di Ildar Abdrazakov nei panni di Giovanni da Procida. Forse il basso è, tra gli artisti impegnati in questa produzione, quello che ha mostrato la linea di canto più pulita.
La voce è piuttosto chiara ma sonora e l’emissione morbida, mai forzata. Ben riuscita la grande aria “O tu Palermo” e sempre pertinente e azzeccato l’accento.
Per quanto riguarda i comprimari, che mi sono parsi di livello modesto, vi rimando alla locandina.
Magnifica la direzione di Gianandrea Noseda, sul podio di un’ottima Orchestra del Regio, sin dalla bellissima Ouverture iniziale. Tutto ha funzionato benissimo, compresi gli impegnativi concertati. Particolare attenzione il direttore ha dedicato all’accompagnamento ai cantanti, sempre sostenuti da un’orchestra che suonava per sostenerli senza compiacimenti e clangori.
Molto bene anche il Coro, assai impegnato anche dal punto di vista scenico.
La regia di Davide Livermore meriterebbe, almeno per rispetto nei suoi confronti, un post a parte. Non ne ho il tempo, però. In Rete si trovano con facilità discussioni in merito, esagerazioni comprese.
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Non temo le decontestualizzazioni, anzi, trovo che siano uno strumento utile per mantenere in vita il teatro lirico.
La mia idea è che Livermore abbia messo troppa carne al fuoco e lo spettacolo in alcuni momenti sia confuso, con qualche scivolata di troppo nella retorica nazionalpopolare. Livermore spara metaforicamente a troppi bersagli (la politica, la televisione, la mafia ecc ecc) e si rischia l’effetto saturazione e, soprattutto, che le scene distolgano dalla musica.
Però è anche uno dei pochi registi che sa leggere una partitura in primis e poi non lascia nulla al caso ma anzi pretende molto da tutta la compagnia artistica. Grazie a questo lavoro minuzioso lo spettacolo si svolge sino alla fine in modo coerente con le dichiarazioni che ha rilasciato prima, durante e dopo la serata.
Dichiarazioni improntate di un impegno civile che merita attenzione e non scherno.
Mi pare che il pubblico, almeno ieri sera, abbia tributato un grandissimo successo a questi Vespri.
Io la mia opinione l’ho detta, buon fine settimana a tutti.
 
 

Recensione semiseria della Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste.

Vista la situazione disperata in cui si trova questa piattaforma, mi sento di chiedere scusa ai lettori, purtroppo posso solo sperare che si torni alla normalità prima possibile.
Partitura Salome.

Ecco la recensione, nonostante tutto.

Questa Salome, che mancava da vent’anni da Trieste, si è risolta in una bella serata di teatro e sono felice di scriverlo dopo il controverso Samson et Dalila di un mese fa.
Il primo plauso va all’Orchestra del Verdi, davvero encomiabile per la bellissima prestazione sfoderata alla prima.
Ovviamente il direttore Stefan Anton Reck è pure lui sugli scudi, perché è riuscito a cogliere gran parte delle innumerevoli suggestioni della ricchissima partitura, scegliendo una via interpretativa che potrei definire espressionistica, tesa a sottolineare i grandi contrasti tra i leitmotive che individuano i personaggi.
Una lettura scabra e drammatica allo stesso tempo, che forse non è sensuale come dovrebbe, ma che ha il merito di apparire lontana da manierismi e edonismi stucchevoli.
Di questa direzione asciutta e tesa beneficiano in particolare la scena della danza dei sette veli, sottratta per fortuna a ispirazioni voyeuristiche, e la forsennata disputa religiosa tra gli ebrei, che se ne giova in modo particolare.
Episodicamente le sonorità sono parse eccessive ma senza che si sconfini nel clangore orchestrale fine a se stesso.
Molto ben riuscito anche l’agghiacciante finale a coronamento di una prestazione di rilievo, voglio ribadirlo, dell’Orchestra del Verdi.
Salome 1
L’allestimento di Gabriele Lavia, che avevo già visto l’anno scorso a Bologna, è un felice mix di tradizione rivisitata con intelligenza e buon gusto e sperimentazione consapevole, rispettosa della musica del compositore.
Certo, non mancano alcune contraddizioni. Per esempio se si decide di non mostrare, per evitare trucidi effetti grandguignoleschi, la scena del bacio alla testa di Jochanaan (peraltro descritta con dovizia di particolari da Wilde) sarebbe stato più logico non tenere mezz’ora in scena il cadavere decapitato del povero santo. Ma forse la scelta era meditata e la decisione dovuta alla volontà di rendere più efficace il finale, quando dal palcoscenico esce un enorme testone sul quale Salome si abbagascia sordidamente (strasmile).
Decisamente comico invece, e spero che si trovi una soluzione, l’escamotage scelto per far sentire la voce dell’invisibile Jochanaan nella cisterna: l’artista cantava da fuori scena ma, ahimè, si vedeva benissimo dalla platea mentre cercava di nascondersi dietro le quinte!
Anche la mannaia che scende dall’alto è un po’ingenuotta così come la trovata della lente gigante che amplifica l’attenzione del pubblico durante una castissima Danza dei Sette Veli.
Le idee di Lavia sono realizzate molto bene dal suo team.
Salome 2
Le scene di Alessandro Camera sono improntate al minimalismo ma non alla sciatteria e sono essenziali ed efficaci, anche grazie al bellissimo impianto luci di Daniele Naldi. Belli pure i costumi di Andrea Viotti e di routine la coreografia di Luciano Pasini, portata a termine con diligenza da Alessia Passari.
Dal punto di vista vocale il migliore, artefice di una prestazione di rilievo assoluto, è stato Robert Brubaker.
Il tenore è perfettamente padrone del declamato attraverso il quale si esprime il Tetrarca, la voce è squillante e passa bene il muro di suono dell’orchestra. Inoltre l’artista rende benissimo, anche con la recitazione, il carattere nevrotico ed equivoco del personaggio. Davvero molto bravo.
Non mi ha convinto per niente invece l’agitato Thomas Gazheli, che era nei panni di Jochanaan.
Voce anonima, grossa ma non penetrante, forzata e spesso “impiccata” in acuto. Soprattutto è mancata la caratterizzazione del personaggio, che non aveva quella solennità e quel carisma che si addicono a una figura così imponente.
Completamente spaesato anche Michael Heim, che non ha lasciato traccia alcuna col suo insipido Narraboth, tra l’altro cantato con una voce piccola e aguzza, poco gradevole.
Sufficiente Marta Moretto, una Herodias corretta localmente e scevra da eccessi di temperamento, sempre possibili (e temuti) in questa parte.
Su come debba essere l’interprete di Salome ci si potrebbe dilungare molto.
Ricordo a questo proposito che Strauss stesso ne parlò come di “un’adolescente con la voce di Isotta”, frase che suona più come una provocazione che altro, poiché un simile connubio pare irrealizzabile.
Sarebbe necessario, questo sì, trovare un equilibrio tra la perversione morbosa e l’irrazionalità capricciosa insita nel personaggio e Ingela Brimberg ha raggiunto, in questo senso, un buon compromesso almeno dal punto di vista delle intenzioni interpretative e attoriali.
Purtroppo però la voce non ha sempre sorretto il soprano nei suoi propositi, tanto da costringerla ogni tanto a rifugiarsi nel parlato. La voce infatti è di discreto volume, ma l’ottava bassa risuona opaca e poco sonora.
Meglio nel registro centrale, corposo e abbondantemente esibito, mentre i numerosi acuti della parte sono parsi qualche volta non a fuoco, pure nell’ambito di una prestazione complessivamente discreta.
Va detto però che nel lungo e terribile monologo finale l’artista è stata convincente e che il personaggio di Salome si ammanta di tutta la sua grandiosa, perversa e tragica follia pur mantenendo un’ombra di adolescenziale incoscienza.
Insomma, la cantante emoziona e bisogna dargliene atto.
Salome 3
La lista dei coprotagonisti è sterminata, ma credo che tutti meritino almeno la citazione perché hanno contribuito in modo essenziale alla riuscita dello spettacolo, perciò eccoli qui: Elena Traversi (Ein page der Herodias), Federico Lepre, Alessandro De Angelis, Davide Cicchetti, Pablo Karaman, Nicolò Ceriani (Funf Juden), Giuliano Pelizon e Francesco Pacorini (Zwei Nazarener), Alessandro Svab e Giuliano Pelizon (Zwei Soldaten), Federico Benetti (Ein Cappadocier) e, per finire, Dax Velenich (Ein Sklave).
Salomè
Rilevo che non c’erano i consueti sottotitoli, e quindi suppongo che parte del pubblico non abbia potuto apprezzare in pieno questo lavoro straordinario di Richard Strauss: spero che nelle repliche l’inconveniente sia risolto.
Lo spettacolo ha avuto un successo calorosissimo e, a mio parere, meritato. Grandi ovazioni per Brubaker, la Brimberg e il direttore Reck, che ha rischiato di finire nella buca dell’orchestra preso dall’entusiasmo (smile). Festeggiatissimo anche il regista Gabriele Lavia, apprezzato anche a Trieste per la sua attività di prosa.
Alla prossima, se Splinder non collassa definitivamente.
 
 
 

Recensione abbastanza seria di Verdi arias, il nuovo cd di Sondra Radvanovsky.

Dopo le polemiche estenuanti e stucchevoli dei giorni scorsi, è ora di andare avanti.
Speravate vero che la bora di questi giorni mi avesse portato via? E invece no.
Ursus

Evidentemente sono più saldo di questa piattaforma portuale, che è andata a farsi un giretto per il Golfo di Trieste!

Una delle tante conseguenze del disamore, non certo la più grave, nei confronti dell’opera lirica è che non si vendono più dischi o se ne vendono pochissimi e quindi non se ne incidono: la solita storia del gatto che si mangia la coda. I costi della sala di registrazione sono troppo alti e alle major discografiche non interessa fare beneficenza.
Anni fa la situazione era diversa e infatti possiamo contare su tante incisioni, effettuate anche da cantanti non memorabili.
Oggi invece, artisti di valore assoluto rischiano di non lasciare traccia ufficiale delle loro capacità.
La prova è che questo recital di Sondra Radvanovsky, Verdi arias, è la prima e per ora unica incisione in studio del soprano americano, tra l’altro non ancora distribuita in Italia; io ho dovuto ordinarla qui.
Ho sentito per la prima volta dal vivo la Radvanovsky al Verdi di Trieste, nel 2007, in occasione dell'apertura di stagione con l’Ernani in cui debuttava il personaggio di Elvira. Prima, l’artista aveva già esordito in Italia nel 2004 mi pare, avevo ascoltato solo qualche registrazione pirata e mi aveva fatto una bella impressione.
Quella sera quando attaccò la sortita di Elvira rimasi subito colpito dal volume della voce, che negli spazi non enormi del teatro triestino trovai addirittura torrenziale, e dal timbro particolare, un po’ asprigno, che rende l’artista immediatamente riconoscibile all’orecchio dell’appassionato. Sensazione poi confermata dalla brillantissima prova quale Leonora nel Trovatore all’Arena di Verona, la scorsa estate.
Il volume, soprattutto se il repertorio d’elezione è Verdi, è un fattore importante.
cover
La Sondra, come la chiamo confidenzialmente io-ragazza simpatica e intelligente, poco incline al divismo- ha però altre frecce al suo arco.
La più rilevante è una gestione della respirazione perfetta che le consente di legare le lunghe frasi melodiche verdiane con facilità, ma anche la tecnica che le permette di smorzare la voce anche a notevoli altezze sul pentagramma e inoltrarsi in filati e pianissimi che non si sentono di frequente, di questi tempi, nei teatri. Soprattutto è difficile che siano dote di voci così importanti e voluminose, contemporaneamente ampie ed estese.
Ovviamente Sondra non è immune da difetti, essendo pure lei umana.
Il primo è la dizione, spesso tipicamente yankee e comunque un po’ approssimativa senza essere meravigliosamente scandalosa come la Caballé o la Sutherland.
Il secondo è il vibrato stretto, che in teatro si percepisce meno che in registrazione a dire il vero, ma che indubbiamente è sempre presente quando la voce sale agli acuti. Poi, che a me non dia troppo fastidio è una questione di gusti personali.
Oggi Sondra Radvanovsky è il soprano drammatico di riferimento, a parer mio, e speriamo che dopo la bella Tosca alla Scala di Milano, parte in cui anche chi valuta gli artisti col bilancino del farmacista ha avuto poco da eccepire, possa confermare il proprio valore nei panni di Elena nei Vespri Siciliani al Regio di Torino.

Ma veniamo al nuovo disco nel quale propone alcune arie celebri verdiane, accompagnata da Constantine Orbelian sul podio della Philarmonia of Russia.
L’Orchestra è molto disciplinata ma il direttore non riesce mai a trarne quel suono che si definisce verdiano, che è costituito in primis da un fraseggio orchestrale intenso e mobile, che accende di vigore le cabalette per esempio, o che ammanta di malinconia i grandi momenti più elegiaci.
Una direzione onesta che non lascia il segno e qualche volta pare frigida, come nella splendida introduzione all’aria di Amelia. Inoltre, ma è probabile che in questo ci sia lo zampino, anzi la manina, di Sondra, i tempi sono molto dilatati col risultato che manca la tensione narrativa, il pathos. E certo in questi passi s’apprezza il virtuosismo nei pianissimi, nelle messe di voce, di una Radvanovsky leggermente auto compiaciuta.
Diciamo che si tratta di un accompagnamento ad personam (strasmile).
Terribile il Coro, che sembra davvero quello degli alpini con tutto il rispetto per gli alpini (smile), e rovina la meravigliosa Vergine degli angeli cantando forte o fortissimo, l’opposto di ciò che voleva Verdi.
La Radvanovsky è magnifica in tutte le arie, con l’unica eccezione appunto del brano appena citato, in cui canta adeguandosi al Coro quando invece dovrebbe sussurrare esprimendo emozionato raccoglimento e serenità.
cover 1
Ovvio che nelle arie dal Trovatore, da Ernani e dai Vespri, che sono le “sue” opere, sia particolarmente a proprio agio: nelle agilità di forza delle cabalette che si beve con facilità, nei recitativi curati anche nella dizione.
Il rendimento è però molto alto anche nella parte di Aida, in quel gioiellino che è Non so le tetre immagini dal Corsaro e soprattutto nella grande aria dalla Forza del destino i cui esiti straordinari fanno sperare che presto debutti la parte di Leonora anche in teatro.
Interlocutoria invece l’interpretazione dell’aria del Ballo in maschera, nel senso che stranamente per i suoi standard manca di calore e risulta piuttosto piatta.
Nel complesso quindi molte luci, alcune davvero abbaglianti, e qualche piccolissima ombra.
E, mi preme rilevarlo perché è importante, tutti i personaggi sono stati affrontati anche in teatro con l’unica eccezione della Leonora della Forza e di Medora del Corsaro.
A questo punto faccio un augurio al teatro della mia città nel quale, quando ancora si chiamava Teatro Grande, il 25 ottobre 1848 ebbe luogo la prima assoluta del Corsaro di Giuseppe Verdi. Sarebbe bello che un domani trovi le risorse per ospitare il debutto di Sondra nella parte, come già ha fatto per Elvira.
Oggi sembra fantascienza, ma bisogna essere ottimisti no?
Un saluto a tutti e speriamo che i veleni scaligeri siano, almeno per il momento, messi da parte.

Questa la tracklist:
VERDI ARIAS
Sondra Radvanovsky, soprano
Constantine Orbelian, conductor
Philharmonia of Russia
Academy of Choral Art, Moscow

Il Trovatore: “Tacea la notte” • “D’amor sull’ali rosee”
Un ballo in Maschera: “Ecco l’orrido campo… Ma dall’arido stelo divulsa”
Il Corsaro: “Non so le tetre immagini”
La Forza del destino: “Pace, pace, mio Dio!” • “La vergine degli Angeli”
Ernani: “Ernani, Ernani involami”
Aida: “O patria mia”
I vespri siciliani: “Arrigo! Ah, parli a un cor” • “Bolero”

Recensione semiseria di Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: gli Ufo sono tra noi, e non è bello.

La novità è che con questo post comincia una collaborazione con Francesco Vittorino, che è l'autore di questo blog. Chiaro che io ne avrò solo vantaggi, speriamo che sia così anche per lui!
La vignetta è amara, ma il sorriso e il divertimento sono sempre un po' così, vero?
Samson et Dalila

Bah, io direi che si può cominciare a parlare di Samson et Dalila con un po’ di polemica, tanto per ravvivare gli animi e non farci mancare qualche commento astioso (strasmile).
Partitura Samson

Una regia, quella di Michal Znaniecki, stravagante, inutile e credo pure piuttosto costosa perché a un certo punto c’era tanta di quella gente e talmente tanti oggetti in scena che sembrava di stare alla Fiera di San Nicolò, che i triestini conoscono bene. Mancava solo, che ne so, quello che fa l’hamburger più grande del mondo e lo zucchero filato.
Filato come se la sono filata molti spettatori già alla fine del primo atto, ma non certo perché lo spettacolo non era di loro gradimento. Semplicemente perché vengono a teatro solo per stare quella mezz’ora nel foyer, a parlar male l’uno dell’altro appena si gira la schiena.
Il pubblico delle prime è così ovunque e io lo dico chiaro, questi registi e questo pubblico non servono all’opera, anzi fanno solo danno. Che se ne stiano a casa, l’uno a coltivare il proprio narcisismo e l’altro a guardare il Festival di Sanremo. Almeno non vedrò poveri cantanti salire perigliosissime scale antincendio e non sentirò perle di saggezza tipo quest’opera non ha senso, non c’è un momento per riposarsi ed è tutto un rumore di fondo dell’orchestra.
Bene.
Dicevo della regia, che è incorsa nel peggior reato possibile: procurata distonia tra musica e azione scenica.
In sostanza abbiamo visto gli UFO mentre si narra una vicenda biblica, tutta sacralità, raccoglimento e cori quasi gregoriani.
Samson et Dalila foto di scena
Alcuni momenti imperdibili: le ballerine che entrano in scena a guisa di zombie nel videoclip Thrillers di Michael Jackson, il Gran Sacerdote di Dagon vestito da albero di Natale con le lucine intorno al collo, lo stesso Sacerdote che ci mette un quarto d’ora a strangolare il veillard hébreu che nel frattempo si dimena come una biscia, gente che fa disegni dal significato oscuro un po’ dove gli pare, e tutti i Filistei (gli Ufo, appunto) con un mega copricapo che procura una tragedia ecologica in testa (strasmile).
Potrei andare avanti, ma credo che possa bastare.
Scene di Tiziano Sarti, costumi di Isabelle Comte, coreografia di Aline Nari, luci di Bogumil Palewicz, il tutto coordinato dalla povera assistente di regia, Eleonora Gravagnola. Incolpevole quest’ultima, perché chi riprende uno spettacolo di altri sostanzialmente si limita ad adattare l’allestimento al palcoscenico.
Aggiungo solo che il buon regista avrebbe bisogno di uno psicologo (magari bravo, sarebbe meglio) perché la scena è o del tutto spoglia oppure, per riparare a un irrefrenabile attacco di horror vacui, strapiena. Allo stesso tempo però riesce a rendere ancora più statica una vicenda che già di suo non è il massimo dell’ipercinesi.
Meglio la parte strettamente musicale.
Fatti subito gli omaggi e gli inchini del caso all’Orchestra e al Coro del Verdi (teniamoci stretti questi artisti, altroché epurazioni…) passo al direttore, Boris Brott.
Una lettura corretta ma un po’ piatta, quella del maestro canadese. Sono mancati un po’ di passione e sentimento, un po’ di languore, ma almeno, anche nel baccanale, non ho sentito clangori e l’accompagnamento ai cantanti è stato attento e meticoloso, anche se sempre freddino.
Insomma una sufficienza se la merita.
Ian Storey- Samson foto Parenzan
Ian Storey era nei panni ipertricotici e poi ipovedenti e scarsicriniti di Samson e non ha demeritato, anche se la voce è bruttina e la sensazione di sforzo costante. La parte è di scrittura centrale e quindi adatta all’artista che declama con una certa cura di fraseggio e belle intenzioni interpretative.
Un po’ debole la sortita (Arrêtez, ô mes frères) che richiederebbe un accento più imperioso ma buona poi la resa nel duetto, con addirittura qualche bella mezza voce, nella scena della macina e nel finale concluso con un acuto sicuro e penetrante.
Si aggiunga un’imponente figura che indubbiamente s’attaglia al personaggio e una discreta recitazione.
Avevo dubbi sul rendimento di Elena Bocharova, la Dalila di questa produzione, dopo averla sentita nel Requiem di Verdi pochi giorni fa. In realtà il mezzosoprano, pur senza strabiliare, ha cantato in modo discreto.
Certo, il timbro è anonimo e qualche acuto esce schiacciato, ma il volume nel registro centrale è buono e la parte gravita appunto in quella zona.Storey (Samson) Bocharova (Dalila)- foto Prenzan
Nei due momenti in cui l’artista è più esposta (le melodie sono celeberrime o dovrebbero esserlo, meglio dire), l’aria Printemps qui commence e il duetto del secondo atto con Samson che comprende il lungo inciso Mon coeur s’ouvre à ta voix, se la cava egregiamente, grazie a una buona gestione della respirazione che le consente di legare le lunghe frasi melodiche di Saint Saëns.
A completare una discreta prova artistica, da sottolineare una recitazione appropriata, senza atteggiamenti da vaiassa che ogni tanto affliggono questa parte.
Claudio Sgura (poraccio, costretto a cantare in quelle condizioni… se lo vedo gli chiedo come ci si sente), in una parte che non prevede certo grosse finezze psicologiche, ha impersonato bene il Gran sacerdote di Dagon facendo sfoggio di una voce importante come volume e robusta come fibra. Interessanti gli autorevoli accenti nel duetto del secondo atto con Dalila e la beffarda ironia dello scherno a Samson nel terzo atto.
Corretto Alessandro Spina, voce più da baritono che da basso, nella breve ma impegnativa parte di Abimélech.
Vocalmente bravo e incisivo dal punto di vista della recitazione il basso Alessandro Svab nei panni del veillard hébreu.
Routinari gli interventi di Alessandro De Angelis (Premier Philistin), Dario Giorgelè (Deuxième Philistin) e Federico Lepre (Messager).
Samson applausi Il pubblico, già non numerosissimo prima delle defezioni in corso d’opera, ha accolto con applausi che definirei di circostanza tutta la compagnia artistica che, a mio parere, meritava un po’ di calore in più.
Si sono sentite un paio di contestazioni, rumorose ma abbastanza isolate, per la regia.
Infine segnalo che opportunamente la serata è stata dedicata alla memoria del musicista triestino Giampaolo Coral, scomparso nei giorni scorsi.
Il prossimo appuntamento al Verdi di Trieste è con la Salome di Strauss, tra meno di un mese.
Un saluto a tutti!

P.S.
Le foto tratte dal sito del Verdi sono a cura dello Studio Parenzan, le altre sono di ex Ripley!

Recensione piuttosto seria della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi a Trieste.

La recensione della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi manda in archivio, diciamo così, quest’altro post.
Chissà, forse non è un caso. Comunque, quello che segue è dedicato a mio padre.

Presso la Sala de Banfield Tripcovich, il Teatro Verdi di Trieste ha rischiato l’organizzazione del Requiem di Verdi-rischiato perché non disponeva di una compagnia di canto di primissimo piano- e ha vinto almeno parzialmente la scommessa.
Innanzitutto rilevo come i prezzi fossero realmente popolari (da 10 a 25 euro, davvero una cifra ragionevole), circostanza che ha favorito un’ottima affluenza di pubblico-la sala era praticamente esaurita-e inoltre finalmente ho visto tanti giovani in teatro e non posso che esserne felice.
La genesi del lavoro è complessa, ma basterà ricordare che il Requiem fu eseguito per la prima volta il 22 maggio 1874 a Milano, primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, di cui Verdi era un grande ammiratore.Rovaris1s
Sul podio di un’Orchestra del Verdi in grandissimo spolvero sia per compattezza sia per il suono bellissimo, c’era il M° Corrado Rovaris, che ha diretto con mano felice e ispirata una partitura difficile, in cui è fondamentale più del solito-se possibile-trovare equilibrio tra le masse orchestrali, il coro e i solisti.
L’obiettivo è stato raggiunto, seppure con qualche distinguo dovuto a un’evidente disparità di attuale valore artistico tra i solisti.
E prima che me ne scordi, sottolineo subito la magnifica prova del Coro, che ha contribuito in modo fondamentale alla riuscita della serata, dimostrando tra l’altro di saper cantare piano e con dolcezza e non solo forte o fortissimo, come talvolta ho sentito affermare da qualche inutile parolaio.
Un plauso quindi anche a Alessandro Zuppardo, che dirige la compagine triestina.
Ma veniamo ai solisti.
DongwonShin1s
Il tenore Dongwon Shin era evidentemente non all’altezza della situazione non tanto perché qualche nota è uscita sporca, ma piuttosto perché la sua organizzazione vocale non gli ha consentito il rispetto dei segni d’espressione previsti. I tentativi di cantare con dolcezza sono approdati solo a un falsetto abbastanza fastidioso, del tutto inappropriato alla parte. Per assurdo, l’Ingemisco cantato tutto forte e con gli acuti ghermiti sui si bemolle, è stato il momento in cui l’artista coreano è riuscito a mascherare in qualche modo il suo disagio.
Lim1s
Buona la prestazione del giovane basso Simon Lim, che ha palesato voce potente anche se un po’ carente di armonici e timbro gradevole, oltre che pronuncia discreta e dizione scandita. Il suo Confutatis maledictis ha lasciato il segno per proprietà d’accento.
Bocharova1s
Non straordinaria la prova di Elena Bocharova, che mi ha convinto pienamente (forse perché ha goduto della mia momentanea e dissimulata emozione, smile) nel Recordare.
La voce sembra salire con relativa facilità agli acuti mentre nei gravi l’artista abusa del registro di petto, col risultato che qualche suono esce piuttosto sgradevole e orchesco.Moore1s
Per quanto riguarda Latonia Moore, che dire. Prestazione ottima e abbondante (smile).
Il soprano americano, ben noto a Trieste anche per la quasi contemporanea bellissima prestazione quale Lucrezia Contarini nei Due Foscari (ma fu anche brillante Elvira nell’Ernani, in alternanza a Sondra Radvanovsky), è una di quelle artiste che vorrei vedere (e sentire) su palcoscenici più prestigiosi, dove spesso invece si esibiscono, per motivi arcani, soprani di livello ben più modesto.
Voce di colore affascinante, acuti facili e una prima ottava bella incisiva e sonora, come non è dato spesso d’apprezzare. Magnifico, nell’ambito di una prova maiuscola, il Libera me.
Pubblico, come dicevo numerosissimo, in visibilio, che ha tributato un trionfo a tutti con ripetute chiamate al proscenio.
L’appuntamento è ora con il Samson et Dalila, il 18 febbraio. Speriamo bene!
 

Recensione semiseria della Forza del destino al Teatro Regio di Parma: il grande zot.

È scomparso nei giorni scorsi Andrea Giorgi, direttore di cori stimatissimo che ha lavorato in tutti i più prestigiosi teatri d'Europa.
Purtroppo non ho il tempo per scrivere un ricordo articolato come meriterebbe questa grande personalità della musica che lascia un vuoto davvero incolmabile tra gli appassionati e gli addetti ai lavori, e mi devo limitare solo alla notizia.
Riposi in pace.

Premetto che questa mia recensione, sempre semiseria, questa volta è un po’ più attendibile delle altre ricavate da un ascolto televisivo perché ho visto la generale mercoledì 26 gennaio, in occasione della riunione dell’Associazione nazionale critici musicali a Parma.

Tante volte si nomina la parola scenica nelle recensioni o nelle discussioni tra appassionati, e anzi, mi è successo che qualche neofita mi abbia chiesto una definizione chiarificatrice del concetto di parola scenica.
Bene, siccome qui non vogliamo farci mancare niente, faccio rispondere a Giuseppe Verdi, che parlando proprio della Forza del destino, così si esprimeva:
 
…nella Forza del destino non è necessario saper fare dei solfeggi e delle cadenze, ma bisogna aver dell’anima e capire la parola ed esprimerla…
 
Un paradosso, evidentemente, perché l’opera lirica è canto, ma un paradosso che spiega benissimo il concetto di cui sopra.
Ho voluto cominciare con quest’inutile mini tesina perché ad almeno un paio degli interpreti della Forza di questa sera la frase in neretto andava fatta imparare a memoria. Oltre ai problemi vocali, sui quali non si può certo sorvolare, spesso a latitare era l’accento, il fraseggio, la comprensione dell’importanza drammaturgica del testo.
Ci sono state defezioni importanti nel cast originariamente pensato (problemi di salute per quanto riguarda Daniela Dessì e altre circostanze che non conosco per ciò che riguarda Francesco Hong) ed è indubbio che entrambi i citati artisti fossero sulla carta più adatti alla parte dei sostituti che hanno cantato stasera.
Quindi una volta preso atto che Dimitra Theodossiou debuttava la parte e l’ha dovuta studiare in poco tempo e che Aquiles Machado (debuttante anch'egli) era originariamente previsto nel cast alternativo, direi che possiamo andare avanti.
La direzione di Gianluigi Gelmetti è stata piuttosto generica ed è mancata di quell’attenzione e cura al fraseggio orchestrale che è indispensabile per rendere i contrasti di questa partitura verdiana ricchissima.
Gelmetti

In particolare mi è parso, già nell’Ouverture iniziale, che mancasse di vigore e sentimento, soprattutto negli archi. In tutta l’opera, nei momenti drammatici che sono tantissimi, ho avvertito questa mancanza di nerbo e controllata concitazione, sostituiti anche da episodici clangori . Meglio, molto meglio invece nei passi elegiaci e nell’accompagnamento ai cantanti, ma nel complesso la direzione è mancata d’equilibrio e omogeneità.
Mi sono chiesto, e esprimo questo dubbio anche qui, se ciò non dipendesse dal fatto che alcune voci fossero sottodimensionate alle parti e in questo caso la concertazione morbida potrebbe essere una scelta meditata.
Discretamente si è comportata l’Orchestra del Regio e la resa del Coro, davvero magnifico alla generale, è sembrata meno efficace questa sera, ma ho fortissimi dubbi sul posizionamento dei microfoni che metteva inopportunamente le voci del Coro in primo piano, distorcendone la funzione.
Dimitra Theodossiou era nei panni di Leonora e la sua prestazione è stata alterna.
OVI ParmaIl soprano ha personalità, temperamento e anche una discreta disinvoltura sul palcoscenico, ma la voce, soprattutto nella prima ottava, è spesso flebile. Va meglio nel registro acuto, mentre i centri non sono importanti come richiederebbe il personaggio.
Brava nella prima aria Me pellegrina ed orfana, ad esempio, ma deficitaria nella successiva scena con Alvaro e nell'aria Madre pietosa vergine, nella quale la cavata è apparsa chiaramente insufficiente.
Così così La vergine degli angeli.
L'ultimo scoglio,  l'aria Pace mio Dio, è stato accolto in modo opposto dal pubblico: moltissimi applausi e qualche buuu. A me è sembrata dignitosa.
Però, considerato appunto che si trattava di un debutto in un ruolo scorbutico, la prova è da ritenersi sicuramente positiva.

Aquiles Machado non ha il peso vocale per la parte di Don Alvaro ed è stato costretto, dalla prima all’ultima nota, a un canto forzato e generico, sempre sul forte o mezzoforte. Una scelta obbligata perché altrimenti la voce, di timbro non gradevolissimo e di modesta proiezione, non avrebbe passato l’orchestra.
Considerato che Alvaro è tra i personaggi verdiani più tormentati, la circostanza è piuttosto grave.
Poca attenzione ai recitativi, nessuno slancio amoroso, nessun ripiegamento malinconico, accento inesistente.
Paradigmatica della prestazione di Machado recitativo e aria La vita è inferno all'infelice…oh tu che in seno agli angeli, resa senza colori e monotona.
Un Alvaro piatto non può considerarsi riuscito sotto alcun punto di vista.

Più a suo agio Vladimir Stoyanov, che ha interpretato Don Carlo di Vargas in maniera piuttosto monolitica ma possiede una voce adatta alla parte. Inoltre il fratello di Leonora è il personaggio della Forza che meno necessita di scavo psicologico, votato com’è solo alla vendetta. Il baritono ha superato discretamente la prova dell'urna fatale e nel duetto della barella è stato nettamente superiore al tenore, e lo stesso si può dire per entrambi i duelli.
Una prestazione discreta, diciamo.

Mariana Pentcheva, voce importante, ha urlacchiato abbastanza la sua Preziosilla, senza donarle un’identità particolare: una prova modesta e di gusto opinabile, quella del mezzosoprano.
Roberto Scandiuzzi ha cantato più o meno come nella recente prova fiorentina, il suo Padre Guardiano risulta cavernoso quando non gutturale, molti problemi d'intonazione qua e là, insomma proprio non si può dargli la sufficienza.
Strana la prova di Carlo Lepore, un Fra’Melitone discreto vocalmente e centrato dal punto di vista interpretativo e di gusto accettabile, ma che rispetto alla generale ha accentuato di molto, con risultati discutibili, il lato grottesco del personaggio, sfiorando qualche volta il macchiettismo.
Accomuno, non me ne vorranno, in un unico giudizio di sufficienza risicata tutti i comprimari: Ziyan Atfeh (Marchese di Calatrava), Adriana Di Paola (Curra), Alessandro Bianchini (Alcade), Myung Ho Kim (Trabuco) e Gabriele Bolletta (Chirurgo).
Stefano Poda firma a caratteri grandi questo allestimento perché è responsabile di regia, scene, costumi, luci e coreografie (per una volta apprezzabili!).
Lo spettacolo è piuttosto gradevole, sostanzialmente tradizionale, ma presenta qualche incongruenza e un paio d’ingenuità.
Rispetto alla generale, per fortuna, è stato cambiato il costume di Leonora nell'ultimo atto: d’accordo che siamo in teatro (ho letto le note di regia dello stesso Poda, piuttosto pretenziose e banali, sembrava la provetta di un liceale che vuol far colpo sulla professoressa, smile) ma nella scena finale a qualsiasi latitudine una donna nascosta in un convento di frati con un vestito che le lascia le spalle fuori e ne evidenzia il seno rigogliosissimo non è credibile: almeno Poda ha avuto l'umiltà di raccogliere qualche suggerimento e di coprire il soprano con uno scialle.
E poi la genialata finale, la spada che cade dal cielo e s’infilza su di una roccia in una nuvola di un pulviscolo inspiegabile (la forfora di Zeus, bah! Strasmile) non crea né sorpresa né sgomento, ma solo risate inopportune che rovinano il pathos di un momento che dal punto di vista drammaturgico e musicale è sublime e necessita di composto raccoglimento.
Molto belle le luci e interessanti i costumi, suggestive le scenografie che però danno la sensazione del deja vu, in particolare i due elementi centrali che ruotano e fanno da sfondo all’azione (penso alle regie di Daniele Abbado nel Nabucco, nel Don Giovanni e non solo).
Nonostante tutto lo spettacolo ha un suo fascino e a me è sembrato che funzioni egregiamente: qui potete vedere molte foto dell’allestimento. 
Le reazioni del pubblico (non mi spiego perché l'editor di Splinder m'ha cambiato il carattere, scusate) sono state univoche: applausi per tutti, regista e direttore compresi, e trionfo per Dimitra Theodossiou.
Al solito, se ci sono errori ortografici segnalate, così domani correggo.
Buon fine settimana a tutti.

Recensione semiseria di I due Foscari al Teatro Verdi di Trieste.

Diciamo che per disintossicarmi dagli effetti nefasti della urla di Josè Cura alla Scala (tremori, vertigini, secchezza alle fauci ma meno di Cura stesso), anzi, per riconciliarmi con la mia musica preferita, una serata normale in teatro mi ci voleva.
Preludio Foscari

Cominciamo dal meteo, perché il freddo rigido e la bora furiosa hanno fatto sì che molti abbonati dei palchi e della platea abbiano preferito il tepore del salotto di casa. Trieste è una città di anziani e l’età media in teatro sfiora il secolo, c’è gente che recitava nella parte del vecchio fuorilegge cattivo nella serie Bonanza (strasmile).
Almeno spero che sia questo il motivo della scarsa affluenza in teatro di ieri sera, perché se i numerosi vuoti in sala fossero dovuti a disinteresse sarebbe davvero una catastrofe.
Renato Palumbo era sul podio di un’orchestra del Verdi in buona serata e ha concertato e diretto con grande efficacia.
Questo Verdi che sta tra gli anni di galera e i fasti delle opere successive è difficile da eseguire, perché l’effetto banda è sempre dietro…la partitura.
Palumbo invece ha scelto una direzione vigorosa ma asciutta, attentissima e quasi paterna nei confronti dei cantanti, trovando allo stesso tempo un bellissimo colore orchestrale nei momenti più lirici e malinconici dell’opera, in particolare nelle arie del tenore e del baritono. Una prova di rilievo e, ci tengo a sottolinearlo perché mi preme molto in questi tempi tristissimi di sospetti e dietrologia spinta, io non sono mai stato tenero con lui come si può facilmente verificare dalle recensioni degli anni scorsi.
Dopo qualche prestazione interlocutoria, ha brillato anche il Coro agli ordini di Alessandro Zuppardo.
Stefano Secco
Magnifica la prova di Stefano Secco, un tenore relativamente giovane e poco pubblicizzato che sta facendo da qualche anno una bellissima carriera.
Voce non strabordante ma educata, solare e omogenea in tutto il registro, Secco è riuscito nella non facile impresa di dare un’identità precisa al figlio del Doge, che come ho già detto è un mollaccione che piagnucola sempre. Nell’interpretazione di ieri sera invece, il personaggio aveva una sua malinconica dignità virile espressa tramite un canto sorvegliato, ricco d’intense mezzevoci e più corposi slanci giovanili (ora, lo vedo anch’io che slancio giovanile corposo fa pensare a una cosa brutta, ma non è quello che intendo io, strasmile).
Direi che è stata la migliore prestazione tenorile che ho sentito a Trieste negli ultimi anni, a meno che non mi dimentichi di qualcuno, anche perché il colore della voce era molto adatto alla parte, il fraseggio esemplare e la recitazione sobria e coinvolgente. Bravo!
Siri-Salsi
Maria Josè Siri è più bella della Marianna Barbieri-Nini ed è già una cosa (smile). A parte gli scherzi, il soprano si è dimostrato complessivamente all’altezza della situazione in una parte molto difficile.
La voce non è bellissima, risulta leggermente chioccia e acidula, ma il volume è discreto (negli intensi concertati si sentiva bene) e l’accento giusto, da classica eroina verdiana di quegli anni.
Qualche problema nelle agilità di forza, non troppo fluide ma efficaci, e saltuariamente negli acuti un po’ gridati, ma nulla di particolare. Debole invece la prima ottava. In compenso, senza facilitarsi le cose, esegue le puntature all'acuto e i trilli previsti dalla partitura.
Il personaggio però esce bene nella sua energia vitale tutta tesa a salvare il marito dalle accuse ingiuste del Consiglio dei Dieci, molto buona per esempio l’invettiva o patrizi tremate.
Bravo pure Luca Salsi, giovane baritono in ascesa, che si è cimentato in una parte (a Trieste poi, dove Piero Cappuccilli diede tre prove memorabili qualche lustro fa) di grande difficoltà anche psicologica.
Il Doge, lacerato prima dalla ragion di stato che gl’impone di condannare il figlio all’esilio e poi beffato dai Dieci che ne pretendono le dimissioni, vive di sentimenti contrastanti.
Ebbene il Francesco Foscari di Salsi è autorevole ma non autoritario, così come il lato privato, quello di padre, è restituito con toni dolenti ma non piagnucolosi.
Nel terzo atto la prestazione di Salsi è stata davvero coinvolgente e se non fossi un duro mi sarei commosso anch’io (ho piangiucchiato in realtà, ma non mi sono lasciato andare a scene isteriche, strasmile).
Alexander Vinogradov interpreta un Loredano giustamente cattivo e monolitico, con una voce di basso dagli accentuati riflessi tenorili.
Tra i comprimari non straordinario il Barbarigo di Saverio Bambi, di normale amministrazione le prove di Asude Karayavuz e Ivo Federico (rispettivamente Pisana e Servo del Doge) e meritevole di segnalazione il Fante di Dax Velenich.
Due parole sull’allestimento.
Festa
La regia di Joseph Franconi Lee punta a sottolineare il contrasto tra pubblico e privato ed è, come si suol dire, tradizionale, ma possiede una certa personalità che non la rende scontata.
I personaggi sono sovrastati dalle scenografie di William Orlandi, semplici ma efficaci, che rappresentano di volta in volta le stanze del palazzo ducale o il tetro carcere, mentre la Serenissima è sempre sullo sfondo, lontana nella sua inutile bellezza.
Anche i costumi, firmati ancora da William Orlandi, si collocano nel segno della tradizione. Bella, come impatto visivo, la scena della festa popolare che apre il terzo atto, in cui si può apprezzare anche il breve intermezzo coreutico coordinato da Marta Ferri.
Apprezzabile l’impianto luci di Nino Napoletano.
Applausi Foscari.
Il pubblico ha apprezzato e applaudito a scena aperta gli artisti dopo le arie più famose.
Alle uscite singole trionfo per Stefano Secco e Luca Salsi, successo per Maria Josè Siri e tutta la compagnia artistica, con notevoli punte d’entusiasmo, meritate, per il direttore Renato Palumbo.
Bene, se ce la faccio vado a sentire anche il secondo cast, in ogni caso ogni aggiornamento è gradito.
Buona domenica a tutti.
P.S.
Le foto dello spettacolo tratte dal sito del Verdi di Trieste sono di Fabio Parenzan e qui si possono vedere tutte.

Recensione semiseria di Pagliacci e Cavalleria rusticana alla Scala di Milano: AAA tenori cercasi!

Serata dall’esito contrastato alla Scala di Milano per il dittico Cavalleria-Pagliacci.

Premetto che ho seguito l'opera in televisione, su RAI5.

La regia di entrambe le opere è stata firmata da Mario Martone che non ha lasciato certo un segno indelebile.
Pagliacci rimestati nella solita salsa vista e stravista mille volte, senza un’identità precisa, ambientati suppongo in un generico presente (c’era un’automobile in scena) e considerevolmente intristiti da costumi, a cura di Ursula Patzak, da trovarobato squallido. Luci insignificanti di Pasquale Mari e scene banali di Sergio Tramonti.
Spero che non ci sia ancora qualcuno che faccia buon viso allo stantio gioco del presunto metateatro, solo perché il tenore punta il coltello alla gola ad uno spettatore che stava in un palco vicino al proscenio.
Dal punto di vista vocale questi Pagliacci sono stati un disastro, perché a cantare discretamente sono stati in due su cinque.
Pessima, indecente, la prestazione di José Cura, il tenore che ha interpretato Canio, una sofferenza per chiunque ami la lirica. Ululati, cachinni, stonature, tutto il campionario di quello che non si vorrebbe sentire da un cantante. Una sbobba indecorosa e indigesta, sulla quale non dico nulla di più perché non vale neanche la pena che mi sprema per descriverla.
Poco meglio il soprano Oksana Dyka, che però mi ha dato al sensazione di non aver idea di cosa stesse cantando, tanto era monotona nel fraseggio e piatta nell’accento. E Nedda, al contrario, è personaggio vivo che esprime lacerazioni interiori e sentimenti forti.
Voce anonima e acuti gridati e presenza scenica tendente allo zero. Vabbè.
Ambrogio Maestri discreto Tonio sia vocalmente sia dal lato attoriale, anche se certo non si può affermare che tratteggi un personaggio memorabile. Bene il Prologo, seppure cantato tutto forte.
Forse poteva evitarci qualche effettaccio, ma in un’opera come questa ci può stare, forse.
Male anche il baritono Mario Cassi, un Silvio spesso stonato e calante, del quale si può innamorare solo una patata lessa come la Nedda di stasera. Povera, tra Canio e Silvio era messa proprio male (strasmile).
Abbastanza buona la prova di Celso Albelo quale Beppe/Arlecchino, che è parso, a confronto del resto della compagnia di canto, una specie di divinità canora.
Davvero splendida la direzione di Daniel Harding, perché ha dimostrato che si può dirigere un’opera come Pagliacci senza ricorrere a clangori e spargere retorica ridondante ad ogni nota. Anzi, proprio nei momenti più drammatici è risultato asciutto ma vigoroso e pure nell’accompagnamento ai cantanti (si fa per dire) si è dimostrato sobrio, mai prevaricante. Merito anche di un’Orchestra della Scala magnifica, che evidentemente, un po’ come tutte le orchestre, ha bisogno di una personalità forte sul podio per rendere al meglio.
Il pubblico ha contestato vivacemente tutti, prendendosela in particolare con Cura, salvando inspiegabilmente Massi e fischiando stupidamente Harding. I fischi al direttore sono stati uno scandalo vero e proprio.
Le cose sono andate meglio in Cavalleria rusticana.
In questo caso la regia di Martone e il lavoro dei suoi collaboratori (gli stessi dei Pagliacci) mi ha convinto. Molto belle le luci, appropriati i costumi, scene dignitose. Un allestimento tradizionale ma con una personalità piuttosto marcata.
Il Turiddu di Salvatore Licitra non è stato, per usare un eufemismo, particolarmente convincente. Il tenore ha una voce assai bella ma a me sembra inerte dal lato interpretativo e vocalmente sempre al limite (e qualche volta oltre) dell’urlo. Ci si potrebbe addentrare in speculazioni tecniche ma non mi pare il caso. Diciamo che per ora continua a sfruttare il capitale che madre natura gli ha regalato, con risultati alterni.
E poi, caro Salvatore, non si può dire Francoforte invece di Francofonte, dai!

Nel complesso brava Luciana D’Intino, anche se la parte di Santuzza non le si addice nonostante ce l’abbia in repertorio da molto. Spesso gli acuti erano ghermiti e la sensazione di fatica piuttosto evidente. Il personaggio però è centrato ed esce piuttosto bene.
Claudio Sgura mi è sembrato sottotono ma non ha certo sfigurato. C’è da considerare che Compar Alfio non offre il destro per particolari introspezioni, è un personaggio semplice, lineare.
Per me Elena Zilio, Mamma Lucia, era impresentabile. Nessuno nega il suo passato ma ormai può fare solo qualche comparsata che non preveda difficoltà vocali, suvvia.
Discreta Giuseppina Piunti nei panni di Lola.
Harding anche in questo caso mi è piaciuto molto, specialmente nell’Intermezzo, mentre l’Orchestra della Scala ha presentato qualche sbavatura negli archi: nulla d’irrimediabile.
Molto bene sia in Cavalleria sia in Pagliacci il Coro della Scala.
Il pubblico ha fischiato, giustamente, Licitra, e applaudito senza troppi entusiasmi il resto della compagnia di canto. Molto festeggiato pure Harding, per fortuna.
Contestata piuttosto vivacemente la regia di Martone, non so se più per i Pagliacci o per Cavalleria Rusticana.
Una piccola chiosa sulla regia televisiva: non male, però i primi piani nella lirica sono sempre a rischio. Stasera Ambrogio Maestri ha esalato un catarro di dimensioni ragguardevoli e non sono cose belle (smile).
Bene, buonanotte! 
P.S.
Scritto in fretta, segnalate errori che poi domani, anzi oggi, correggo.

Recensione abbastanza seria del DVD della Walküre uscito con Classic Opera, per la regia della Fura dels Baus.

Stasera alle 19.15, sul canale satellitare Arte, recital di Jonas Kaufmann. Il tenore canterà brani di Wagner, Beethoven e Weber.

Tutti voi sapete che io sono un wagneriano fradicio, l'ho scritto pure nel profilo in alto a sinistra, non mi nascondo dietro un dito.
Perciò quando esce qualche novità discografica o su altro supporto del mio compositore preferito, mi trasformo in una specie di cane da tartufo e punto negozi, edicole o quel che siano finché non riesco almeno a toccare fisicamente la novità. Poi posso anche decidere di non comprare nulla, ma prima devo accertarmi di persona.
Bella immagine, vero, quella di Amfortas a quattro zampe vicino a un'edicola (strasmile).

A distanza di circa sei mesi dall'uscita del Rheingold, di cui ho già parlato qui, la rivista Classic Opera è uscita con il DVD della Valchiria, sempre per la regia della Fura dels Baus.walkiria_fi1
Come già nell'occasione precedente oltre ai due DVD dello spettacolo è allegato un numero monografico, fatto piuttosto bene, sul compositore tedesco.
Divertente, tra le altre cose, il pezzo di Alberto Mattioli sulla "fauna" che popola le prime della Scala.
Il tutto a 14.90 e per qualche euro in più per le spese di spedizione direttamente sul sito.
Ricordo che questo Ring completo è stato allestito in Italia al Teatro Comunale di Firenze, con grandissimo successo di pubblico, e che io ho visto live solo il Siegfried e la Götterdämmerung.
La regia di Carlus Padrissa, lo ribadisco, è assai accattivante ma pure molto ingenua e didascalica nella realizzazione scenografica, quasi autocompiaciuta nella ricerca dell'effetto stupefacente.
Va detto però che in questo caso le scene sono davvero spettacolari e che il lavoro di regia vero e proprio, sui movimenti dei cantanti, appare più curato.
walkiria_fi2Le proiezioni sono forse la parte più scontata dello spettacolo, ma immagino che in teatro l'effetto fosse ragguardevole e comunque sono parte fondamentale della filosofia della Fura.
Alla testa di una decisamente buona Orchestra della Comunitat Valenciana c'è Zubin Mehta, come poi a Firenze.
Ebbene il direttore, spesso discusso per una certa superficialità d'intenti, in questa Valchiria torna quasi ai livelli d'assoluta eccellenza d'un tempo, nel solco della tradizone che si rifà più all'intimismo di un Karajan che alla magniloquenza di Georg Solti.
Merito indiscusso poi la grande attenzione ai cantanti in questa giornata del Ring in cui si disvelano sentimenti forti e contraddittori.
walkiria_fi6La compagnia di canto è molto buona a partire dallo splendido Siegmund di Peter Seiffert (il confronto con lo sbiadito, a voler essere generosi, Simon O'Neill della recente Valchria scaligera, è impietoso). In questo caso si percepisce davvero tutta la stanchezza ma anche l'audacia, la gioventù, l'ardimento del giovane eroe in fuga. Seiffert inoltre sfuma il canto e arricchisce l'interpretazione con mezzevoci, rendendo così plausibile il personaggio. Una grande prestazione.
Di qualità anche la performance di Petra Maria Schnitzer che restituisce a Sieglinde un tratto fondamentale, la gioventù. E aggiungerei anche una notevole carica erotica che non deriva dalla pur non disprezzabile fisicità, ma dall'accuratezza e dall'intensità del fraseggio.
walkiria_fi8Un po' meno centrata, come del resto già nel Rheingold, la prestazione di Anna Larsson, che tratteggia una Fricka piuttosto monolitica e banale, priva di originaltà. Un compitino sufficiente, diciamo.
Il grandissimo Matti Salminen dimostra come dopo decenni di frequentazione wagneriana si possa essere ancora in sorprendente forma vocale: il suo Hunding è una pietra miliare nel percorso interpretativo di questo personaggio. Anche qui, meglio non fare paragoni con l'orchesco Sir Tomlinson di questi giorni alla Scala di Milano.
Per quanto riguarda Jennifer Wilson, che ha l'arduo compito di dare vita alla Valchiria Brünnhilde, i risultati sono abbastanza buoni.
Certo la Wilson non può contare su una voce che le consenta di risolvere di forza il personaggio, e quindi, meritoriamente, punta di più sull'approfondimento psicologico.
Peraltro i do dell'entrata sono tutt'altro che disprezzabili, bisogna dirlo, così come è intensa tutta la scena dell'estenuante duetto finale con Wotan.
walkiria_fi10Da ultimo quello che, almeno per me, è uno dei migliori Wotan degli ultimi anni (insieme a Albert Dohmen, Falck Struckmann e allo semisconosciuto Greer Grimsley), e cioé Juha Uusitalo.
Dicevo nei post introduttivi che hanno preceduto la prima scaligera, che l'interprete di Wotan deve essere sì un ottimo cantante ma soprattutto un grande fraseggiatore. In questo caso il cantante è buono ma il fraseggiatore è brillantissimo, tanto che in questo DVD di Wotan s'apprezzano più, forse, i momenti d'introspezione psicologica che quelli più lirici, in cui il canto è più sfogato, libero, quasi più melodico.
Peraltro, nell'Addio alla Valchiria entusiasmano il legato e la morbidezza della voce dell'artista che sa poi nella frase finale ritrovare l'accento imperioso e virile, quasi sfrontato, del dio orgoglioso e despota.walkiria_fi12
Completano il cast le altre otto Valchirie che si comportano a mio parere meglio della media.
Sono Bernadette Flaitz (Gerhilde), Helen Huse Ralston (Ortlinde), Pilar Vasquez (Waltraute), Christa Meyer (Schwertleite), Eugenia Bethencourt (Helmwige), Heike Grotzinger (Siegrune), Manuela Bress (Grimgerde) e Hannah Ester Minutillo (Rossweisse).
Interessante l'ormai classico making of, perché ci dà modo di scrutare tra i "trucchi" della Fura.
Anche in questo caso consiglio l'acquisto del DVD soprattutto a chi non ha potuto vedere gli allestimenti della Fura dels Baus dal vivo, ma anche a qualche neofita che magari ha trovato qualche spunto d'interesse nello spettacolo di Cassiers alla Scala.
Un saluto a tutti.

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