Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: ottobre 2010

Mini recensione semiseria dell’Elisir d’amore alla Fenice di Venezia. Antonio Calenda sovrintendente al Verdi di Trieste.

La prima notizia di rilievo viene da Trieste: Antonio Calenda è stato nominato nuovo sovrintendente del Teatro Verdi al posto di Giorgio Zanfagnin, il cui mandato è scaduto qualche mese fa.

Calenda mantiene anche l’incarico di Direttore Artistico del Politeama Rossetti, il nostro teatro di prosa, alla guida del quale ha fatto e sta facendo, indiscutibilmente, un bel lavoro.
Calenda_Stampa
Riuscirà il nostro eroe a seguire con l’attenzione che merita anche il Verdi?
La competenza di Calenda, uomo di cultura, attore che vanta esperienza anche come regista d’opera, non è in discussione, ma l’impegno è gravoso. Vedremo. Tra una decina di giorni incontrerà la stampa e ci si potrà fare un’idea più precisa sul futuro del teatro lirico triestino.
Intanto auguri, ché quelli non si negano a nessuno.
Poi mi spiace segnalare la scomparsa di un mio collega, Walter Baldasso, critico musicale competente e persona autoironica e piacevolissima. Un ultimo saluto a lui.
Ieri Radio3 ha trasmesso, in diretta dal Teatro La Fenice di Venezia, L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti.
Solite avvertenze indispensabili: un’opera si valuta compiutamente in teatro, dove si possono apprezzare nel bene e nel male i cantanti e l’orchestra e inoltre si vede l’allestimento scenico.
La recensione semiseria è quindi da prendere, più del solito, con le molle.
Comincio, inopinatamente, dalla fine e cioè dal pubblico, che ha tributato un successo calorosissimo a tutti, con tanto di ripetute richieste di bis-soddisfatte- nel secondo atto.
Nei panni di Adina si è cimentata Désirée Rancatore, che è parsa a suo agio nella parte e ha ottenuto un gran successo personale.

A me, francamente, non ha fatto un’impressione straordinaria, per due motivi: la caratterizzazione del personaggio, piuttosto datata, in quanto troppo bamboleggiante e priva di malizia e arguzia.
Inoltre la voce, specialmente nel registro centrale, mi è sembrata piuttosto fioca, poco incisiva.
Discutibile, ma indubbiamente efficace, la scelta d’infarcire il rondò finale di variazioni acrobatiche piuttosto fini a se stesse. Peraltro, gli acuti e i sovracuti sono le qualità maggiori dell’artista e quindi è una scelta comprensibile e poi, a un cantante che (finalmente!) non gioca al risparmio va dato il giusto merito.
Nemorino è stato interpretato efficacemente da Celso Albelo, un tenore che ha ottimo gusto e in queste parti si trova a proprio agio. La voce è gradevole e l’emissione corretta, seppure qualche acuto è sembrato piuttosto sparato. Apprezzabile la Furtiva Lagrima, cantata con l’accento giusto e belle mezzevoci.
Riusciti anche i duetti, specie con Adina.
Mi ha un po’ deluso il Belcore di Roberto De Candia, che ho sentito affaticato e che comunque non ha messo in risalto, con la sua interpretazione, il lato grottesco e paradossale del personaggio. L’accento era sempre troppo corrusco, manco fosse, Belcore, una parte da “cattivo” in senso tradizionale.
Bruno de Simone, pur nel complesso di una prova positiva, ha una voce che a parer mio suona poco adatta al personaggio, straordinario, del ciarlatano Dulcamara, perché lontana da quella del basso buffo.
Anche in questo caso l’interpretazione era piuttosto datata, peraltro, a causa di qualche fase parlata di troppo e vezzi di gusto non straordinario.
Completava la compagnia di canto Oriana Kurteshi quale Giannetta.
La direzione di Matteo Beltrami, alla guida di un’Orchestra e di un Coro della Fenice di Venezia in serata…così così non mi ha convinto per nulla, perché sono mancati troppo spesso brio e leggerezza nei momenti più spumeggianti della partitura e allo stesso tempo languorosa malinconia nei passi più patetici.
Il pubblico, come ho scritto subito, ha decretato un grande successo allo spettacolo.
Buon fine settimana a tutti!

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Melomania, portami via (seconda e ultima parte). Meglio essere melomane, alcolista o zoccola?

Certo che si leggono in giro cose davvero sorprendenti, ci vorrebbe l'arguzia e l'ironia di Alberto Mattioli (il critico musicale della Stampa) per commentarle a dovere.

Mi riferisco marginalmente al trittico “Millenium” di cui mi sono occupato, con qualche approvazione ma pure con grande scorno degli ammiratori della buon’anima di Stieg Larsson, perché il protagonista Mikael Blomkvist c’entra in qualche modo.
Dovete sapere che è in vista una specie d’edizione de luxe dei tre romanzi che compongono la trilogia e quindi, Eva Gedin, prima editor di Larsson, ha rilasciato una dichiarazione di cui io riporterò solo l’essenziale, perché in qualche modo riguarda gli appassionati d’opera.
Citando una corrispondenza privata con lo scrittore, sostiene che questi, nel tratteggiare le caratteristiche psicologiche del giornalista volle evitare gli stereotipi del personaggio positivo.
E quali sono, direte voi (ma anche no eh?) queste stereotipate positività?
Eccole:
 
 
«non ha l'ulcera, né problemi di alcol, né complessi di ansia. Non ascolta l'opera né ha strani hobby come quello di costruire modellini di aeroplani. Non ha veri problemi e la sua vera caratteristica è di comportarsi da ”zoccola”, come del resto ammette lui stesso».
 

Ohhhhhhhhhhhhh finalmente ci siamo ed era ora!
Il melomane è visto come un deviante, un pericoloso drop out che ha hobby strani (chissà, forse anche inconfessabili) e probabilmente ascolta Verdi oppure Wagner per placare l’ansia, l’ulcera o l’alcolismo.
Beh, a parte che di questi tempi occuparsi di musica lirica è un’attività che io definirei addirittura propedeutica all’insorgere delle patologie indicate, sono soddisfatto perché la melomania è definitivamente assegnata alle nevrosi da DSM IV (Diagnostic and Statistics Manual of mental disorders, arrivato alla quarta edizione, una delle mie letture di culto) o comunque ai comportamenti devianti, ma, badate bene, in senso positivo!
Voglio dire, chi è melomane è connotato psicologicamente come un buono, marginale, ma buono.
Uno sfigatello, un pretty loser insomma.
C’è da sottolineare che io a questa conclusione ero arrivato già 3 anni fa, come potete leggere in questo post.
E poi volete mettere la soddisfazione di essere paragonati ai certosini costruttori di modellini d’aeroplani?
David Letterman, uno dei miei miti, quando esce la notizia che qualcuno, che ne so, ha costruito un modellino a grandezza naturale della Torre Eiffel con le caccole del naso, chiosa:
 
E sapete, ragazze, qual è la buona notizia? E’ single!
 
Anche noi melomani siamo entrati nel novero di chi può ambire al privilegio di essere considerato alla stregua di un pazzoide strano, ma tutto sommato inoffensivo, come chi vota a sinistra.
Ma non fatevi prendere dall’entusiasmo, ragazze: io non sono single.
La notizia positiva è che mi comporto da zoccola.
Buona settimana a tutti (ultrasmile).
 

Recensione semiseria di Verismo Arias, ultima fatica discografica di Jonas Kaufmann.

Questo pomeriggio ho scattato un paio di foto sul Carso e sono venute stranamente bene, quindi le linko qui, così v'intristite pensando che l'estate se n'è andata.
Se ci pensate c'è una certa affinità tra gli arbusti e i tenori: a un certo punto cambiano colore e cominciano a perdere pezzi (strasmile).
Autunno a Trieste.

Le major discografiche, si sa benissimo, sono alla canna del gas.

Questo per quanto riguarda la musica lirica evidentemente, anche se mi dicono che pure negli altri generi non siano rose e fiori, per tutta una serie di motivi che non è mia intenzione sviscerare nel presente contesto.
Di conseguenza quando una casa discografica trova un artista che incontra il gusto del pubblico cerca di farlo incidere, mi pare ovvio, e i giudizi degli scribacchini di turno, io in questo caso, sono sempre graditi anche se esprimono dubbi e perplessità sulla qualità del prodotto.
Any press is good press, dicunt (un misto di lingue vive e lingue morte fa sempre molto chic, come in un piatto di bollito o ad una festa di Halloween).
Jonas Kaufmann è uno di quei  pochissimi cantanti lirici che garantiscono un buon numero di vendite e quindi, a distanza di circa un anno dall’uscita del precedente Sehnsucht (qui la mia recensione), la Decca ci ripropone il divo Jonas in Verismo Arias, diretto nientemeno che da Antonio Pappano alla guida dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia.
Kaufmann
Cominciamo dal packaging, ovvero dalla foto, che ritrae Kaufmann in primo piano con la barba incolta, che fa molto macho sullo stile mo’ te sdrumo, vestito come un profugo di un paese dell’est immediatamente dopo la caduta del Muro di Berlino e l’espressione che gli riesce meglio: quella del bambolotto stupito sfiorato, da lontano, dall’ala dell’intellettualismo (smile).
Poi ,la scelta del titolo del compact si presta ad almeno una spigolatura: le arie dal Mefistofele di Boito con il movimento verista non c’entrano nulla, anche se tradizionalmente appaiono nei recital di questo tipo incisi da altri tenori del passato.
Nella track list ci sono anche alcune di arie non frequentatissime: Testa adorata dalla Bohème meno conosciuta, quella di Leoncavallo, Sì, questa estrema grazia dai Lituani di Ponchielli e Ombra di nube di Refice.
Questa la track list completa:
 
1. Giulietta! Son io!  (Giulietta e Romeo-Zandonai)
2. Colpito qui m'avete… Un dì all’azzurro spazio (Andrea Chénier- Giordano)
3. Come un bel dì di maggio  (Andrea Chénier-Giordano)
4. E la solita storia (Lamento di Federico)  (Arlesiana-Cilea)
5. Musetta! O gioia della mia dimora! – Testa adorata  (Bohème-Leoncavallo)
6. Recitar! – Vesti la giubba  (Pagliacci-Leoncavallo)
7. Intanto, amici, qua…Viva il vino spumeggiante  (Cavalleria Rusticana-Mascagni)
8. Mamma, quel vino è generoso (Cavalleria Rusticana-Mascagni)
9. Dai campi, dai prati  (Mefistofele-Boito)
10. Giunto sul passo estremo (Mefistofele-Boito)
11. Amor ti vieta (Fedora-Giordano)
12. L'anima ho stanca (Adriana Lecouvreur- Cilea)
13. La dolcissima effigie  (Adriana Lecouvreur-Cilea)
14. Sì…questa estrema grazia  (I lituani-Ponchielli)
15. Cielo e mar (La Gioconda-Ponchielli)
16. Ombra di nube  (Refice)
17. Vicino a te s'acqueta  (Andrea Chénier-Giordano)
 
 
 
 
In generale, è un disco che presenta luci ed ombre interpretative.
Kaufmann ha un’emissione vocale piuttosto particolare e sicuramente non ortodossa, perciò chi è seguace talebano del manuale del Garcia può fare a meno di comprare il disco perché non gli piacerà.
Il tenore tedesco è convincente quando non cerca di scimmiottare i grandi tenori drammatici del passato recente, da Del Monaco a Corelli, mentre risulta scipito e stucchevole nei momenti in cui gonfia le gote e scurisce ulteriormente un timbro di suo già non particolarmente accattivante.
Quindi, ad esempio, è interessante il suo canto sussurrato e partecipe in Giulietta son io, lontano dall’edonismo vocale un po’ autoreferenziale di Del Monaco (che però aveva mezzi vocali straripanti).
Nelle arie dall’Andrea Chénier invece, l’accento manca d’impeto, di vigore o dolcezza, e il canto risulta monocorde, noioso e datatissimo.
Tremende le esecuzioni (da intendersi proprio in gergo da CSI, roba da serial killer) dai Pagliacci e da Cavalleria: urla, risatazze sguaiate, cachinni e voce che balla parecchio negli acuti presi di forza che risultano sbracatissimi e volgari.
Bene in Amor ti vieta, dove s’apprezzano e il bel legato e la gestione eccellente della respirazione.
In altri momenti l’orecchio allenato percepisce anche qualche problemino d’intonazione e un paio di falsetti bruttini: non ho nulla contro il falsetto, ma se eseguito bene, non quando produce suoni stimbrati e sfilacciati.
Antonio Pappano dirige da par suo l’ottima Orchestra di Santa Cecilia, seppure si senta qualche sonorità eccessiva che sfocia addirittura in puro clangore nelle disgraziatissime arie dai Pagliacci e Cavalleria.
Però il direttore è magnifico nell’accompagnamento caldo e passionale del tenore in Cielo e mar e davvero eccellente nelle arie di Boito, nelle quali si percepisce una cura per il particolare certosina che non va a nocumento della fluidità del racconto orchestrale, pur trattandosi di pezzi chiusi.
Ancora un’osservazione, piuttosto lapidaria, prima di chiudere.
Nel duetto finale dallo Chénier, Kaufmann è affiancato dal soprano Eva-Maria Westbroeck, che per la sua prestazione merita proprio il patibolo al quale è destinata Maddalena nell’opera.
Garrula, senescente, urlante: una tragedia.
Avevo “in canna” questa recensione da quasi un mese, ma l’ho proposta solo oggi per questioni logistiche. Ho resistito alla tentazione di ritoccarla perché è l’espressione di un primo ascolto piuttosto attento.
Se l’avessi scritta oggi, forse, sarei stato più indulgente.
Ribadisco, come già notai dopo la Tosca di qualche tempo fa, che il repertorio italiano non è il terreno d’elezione del tenore tedesco, perché tende a scimmiottare, con mezzi vocali inferiori, i grandi tenori del dopoguerra.
Consiglio questo compact solo ai fan, che peraltro non hanno certo bisogno di essere spronati.
Gli altri continuino ad ascoltarsi Corelli e Del Monaco.
 

Recensione discretamente seria dei Vespri Siciliani al Festival Verdi di Parma: recita di mercoledì 13 ottobre.

Allora, cominciamo col dire subito che il tratto appenninico dell’Autostrada del Sole è a dir poco pericoloso, ho rischiato di lasciarci la pelle più volte, magari schiacciato tra un paio di TIR che, bontà loro, viaggiavano sui 140km/h! Poi, giocoforza, i disgraziati si sono calmati perché è iniziato a piovere e c’era pure la nebbia.
Maledetta l’ora che ho deciso di muovermi in automobile.

Partitura Vespri Siciliani.
Bene, detto questo, anticipo subito in apertura i complimenti a ex Ripley per le belle foto (potete vederle tutte qui) che ha scattato al Regio di Parma, in occasione di questi Vespri Siciliani che sono stati contestati alla prima di domenica scorsa, dopo che la generale aveva convinto tutti e fatto sperare in un esordio meno problematico.
Ieri il tenore Fabio Armiliato, annunciato indisposto già all’inizio, si è esibito regolarmente e ha cantato bene nonostante la labirintite di cui soffre e che è stata certificata dal medico.
Ma andiamo per ordine.
Come ho già scritto in un post precedente, I Vespri sono un’opera assai difficile e di rara esecuzione. A Parma (!) non si dava, mi pare, da più di un secolo.
Il Festival Verdi di quest’anno è stata l’occasione per riproporre questo lavoro con un cast d’assoluto rilievo, affidato alla regia di Pier Luigi Pizzi e alla bacchetta di Massimo Zanetti.
Ho raccolto numerose e giustificate proteste per la decisione di Pizzi di far svolgere parte dello spettacolo in platea: spesso il Coro e i protagonisti dal loggione, ma anche da alcuni palchi, non si vedevano. Anche il grande specchio obliquo sopra il palcoscenico era invisibile da molti punti del teatro. Non va bene, accidenti, gli spettatori pagano biglietti salatissimi (io ho speso 150 euro per me e mia moglie) e hanno il diritto di vedere e non d’intuire.
Poi, è anche vero che non si sono persi molto, perché l’allestimento di Pizzi (che firma regia, scenografia e costumi) è l’ennesimo rimasticamento di vecchie idee già viste: I vespri scaligeri di un paio di decenni fa, poi a Busseto e ancora Il crociato in Egitto alla Fenice di Venezia.
Uno spettacolo gradevole ma statico, con qualche momento assai brutto (il duetto Monforte-Arrigo, a sipario semiaperto dietro al quale si distinguono un paio di divani rubati in qualche discarica).
Belli invece i costumi, semplici ma funzionali. Luci da sala settoria, piuttosto lugubri.
Veniamo ora al lato musicale, cominciando col lodare l’Orchestra del Teatro Regio che ha sfoggiato un suono molto bello, pieno e caldo.La scena iniziale.
La direzione di Massimo Zanetti è stata nel complesso accettabile, seppure in alcune occasioni un po’ clangorosa nelle strette ed episodicamente priva di nerbo (duetto Monforte-Arrigo). Molto bene nella magnifica sinfonia iniziale, invece, e anche attenta nell’accompagnamento dei cantanti.
Daniela Dessì era nei panni, scomodissimi a dir poco, di Elena.
Ebbene il soprano ha dato un’ulteriore conferma della sua bravura e della sua classe in una parte difficile e che non le è congeniale. La Dessì ha una grande qualità, che ho sottolineato già altre volte qui sul blog e in sede di recensione ufficiale: non butta via alcuna frase perché è docente di quel concetto, tanto caro a Verdi, che è la parola scenica. Ma non basta, perché nonostante si percepisca qualche tensione negli estremi acuti (specie nel Bolero) la voce è sonora e corre benissimo in teatro: svetta nei concertati, tra l’altro.
Daniela Dessì e Giacomo Prestia, IV atto.
Aggiungiamo la capacità di alleggerire il suono con pianissimi d’alta scuola (Arrigo, ah, parli a un core), i trilli, le messe di voce e la padronanza assoluta del palcoscenico, la recitazione sempre pertinente e il carisma della grande interprete.
Applausi a scena aperta per lei dopo l’aria del quarto atto.
Fabio Armiliato, immagino, doveva essere in una condizione psicologica sgradevolissima dopo il malanno che lo ha colto durante la prima recita. Bene, io credo che proprio il desiderio di rivincita gli abbia conferito la necessaria concentrazione per riscattarsi pienamente, dopo aver ricevuto critiche davvero ingenerose.
Chiunque vada in teatro sa che le serate storte o le indisposizioni sono capitate a tutti gli artisti, compresi i grandissimi, in tutte le epoche. Anche questo l’ho già scritto altre volte: i cantanti hanno il grande difetto di essere umani.
Fabio Armiliato, IV atto.
Arrigo è una parte monstre, per me la più difficile che abbia scritto Verdi per tenore: schiettamente lirica nei primi tre atti, vira in modo deciso sul drammatico negli ultimi due. In questo caso è stata tagliata l’aria del quinto atto (che prevede addirittura un re sovracuto) ma nonostante ciò gli acuti sono tanti e scomodi. Soprattutto è massacrante la tessitura complessiva della parte, che è lunga oltretutto e comprende duetti con Monforte e con Elena, oltre che la celeberrima Giorno di pianto che apre il quarto atto (anche qui applauso a scena aperta del pubblico).
Armiliato convince per il fraseggio sempre curato, per la dolcezza dei duetti con Elena, per il vigoroso accento degli scontri con Monforte. La stanchezza si percepisce nel quinto atto, quando gli acuti tendono ad essere forzati, ma non è certo un peccato mortale, considerata anche l’indisposizione annunciata.
A mio parere, anche per Armiliato vale la considerazione che ho fatto poco sopra per la Dessì: si disimpegna bene ma non nuota nel suo mare, Arrigo non sarà mai un ruolo che padroneggia come, ad esempio, l'Alvaro della Forza del Destino in cui ha ottenuto un clamoroso successo a Vienna il mese scorso.
Poi, nella parte ambigua (come spesso capita, in Verdi, per i baritoni) di Guido di Monforte, c’era Leo Nucci.
Nucci mi è sembrato in serata positiva e, nonostante abbia palesato qualche stanchezza vocale e occasionali slittamenti d’intonazione, l’ho trovato più sorvegliato del solito nell’interpretazione, improntata a una signorile sobrietà e pacatezza. La parte è piuttosto acuta e quindi il Leo nazionale è a suo agio, ma al di là di questo ho apprezzato che abbia cercato (e trovato) accenti sfumati e non abbia cantato tutto forte.
Molto bravo nella famosa In braccio alle dovizie, nella quale è stato, giustamente, premiato dal pubblico.
Giacomo Prestia ha un bel vocione da basso vero, adatto alla parte. Non ha bisogno di gonfiare i suoni e questa circostanza lo aiuta molto a connotare di autorevolezza non sbracata un personaggio imponente come Giovanni da Procida.
Veramente suggestiva e centrata l’interpretazione di un’altra aria famosa di quest’opera, O tu Palermo, accolta con grande entusiasmo dal pubblico parmigiano.
Prestia è risultato però efficace e convincente in toto, quarto e quinto atto compresi.
Resta da dire del Coro, ottimo, e dei comprimari, tutti protagonisti di una prova discreta: il Bethune di Dario Russo, il Vaudemont di Andrea Mastroni, Adriana di Paola e Raoul D’Eramo nei panni della coppia Ninetta e Danieli, il Tebaldo di Roberto Jachini Virgili, Alessandro Battiato e Camillo Facchino quali Roberto e Manfredo.
Applausi al primo intervallo, nell'ordine da sinistra: Giacomo Prestia, Fabio Armiliato, Daniela Dessì, Leo Nucci.
Il pubblico ha tributato un grandissimo successo a tutta la compagnia di canto, con applausometro “fuori giri” per Giacomo Prestia e ovazioni equamente distribuite a Daniela Dessì, Fabio Armiliato e Leo Nucci.
E pensare che solo un paio di giorni prima c'erano stati applausi solo per Prestia e Nucci, mentre a tutti gli altri erano state indirizzate contestazioni (Pizzi compreso) o gelidi silenzi.
Ma questo è uno dei tanti fascini del teatro, l'imprevidibilità che ogni tanto spiazza, nel bene e nel male, le previsioni degli esperti.
Ho scritto molto e quindi vi risparmio le mie valutazioni su culatello e torta fritta, di cui io e ex Ripley (soddisfatta ed emozionata dallo spettacolo) abbiamo abusato (smile).
 
 
 

Recensione abbastanza seria della Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Firenze: bella senz’anima.

Il motivo principale della mia trasferta al Comunale di Firenze era sì la Salome, opera che mi emoziona sempre, ma anche la curiosità di vedere l’allestimento di Robert Carsen, un regista che offre numerosi spunti di riflessione nei suoi spettacoli.
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Trovo che il commento di Daland, che ha assistito a una recita precedente, nei confronti del regista  sia molto indovinato quando lo definisce una specie di Dr.Jekyll e Mr.Hyde.


Forse perché è successo anche a me d’imbattermi, in sede di preparazione alla serata, nella frase di Strauss in cui descrive quali dovranno essere le linee guida per l’artista che impersonerà la figlia di Herodias nella scena dei sette veli:
 
Salome deve essere rappresentata con la massima semplicità e nobiltà di gesti; altrimenti invece di pietà susciterà solo raccapriccio e orrore.
 
Ora, raccapriccio e orrore forse è troppo, però un certo fastidio in alcuni momenti m’è affiorato, perché a mio parere ci siamo affacciati alla porta della pornografia senza passare neanche un momento attraverso le meno desolate lande dell’erotismo.
Una mano meno pesante sarebbe stata gradita e anche opportuna.
Detto questo, va sottolineato che tutto il resto quadra.
L’allestimento è gradevolissimo e originale nell’ambientazione-la sala di controllo del caveau di un casinò, “tempio” del potere economico-, ben realizzato e intelligente nel gioco di specchi e riflessi che identifica Herodias e Salome.salome_fi4

Grandiosa l’apparizione di Jochanaan, in particolare, e come sempre curatissimo il lavoro sui cantanti, circostanza che è poi quella che differenzia un regista vero come Carsen dalla pletora di scenografi prestati alla regia che spesso rovinano le serate in teatro.
La parte più squisitamente musicale (di teatro lirico si tratta, non possiamo dimenticarcelo!) è stata meno brillante.
Sul podio di una compatta Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino c’era non il solito condottiero, Zubin Mehta, ma il direttore Ralf Weikert, che mi ha parzialmente convinto per la grande sobrietà dell’interpretazione di una partitura difficilissima.
Il direttore mi è parso puntare sulla riscoperta o sottolineatura dei passi melodici che s’intuiscono tra le pieghe dei grandi confronti di sentimenti distruttivi, claustrofobici.
E qui torno alla metafora iniziale del Dr.Jekyll, perché appunto sul podio questa Salome avrebbe necessitato di un Mr.Hyde.
Mi spiego.
L'allestimento di Carsen è molto godibile ma è piuttosto freddo, metallico, e una direzione temperamentosa, passionale, sarebbe stata sicuramente più adatta di quella sobria di Weikert: lo spettacolo ne avrebbe guadagnato e alla fine, credo, non avrei provato un senso d'incompiutezza irrisolta.
Salome, come Elektra, è opera che smuove le armonie recondite dell'inconscio e se ciò non accade significa che qualcosa non ha funzionato.
Tra i protagonisti bene Janice Baird, una Salome matura ma non matronale, che ha palesato uno strumento sensuale e adatto alla parte anche come peso vocale. Le si perdona volentieri qualche acuto ghermito e non perfettamente a fuoco.
Mark S.Doss era Jochanaan ed è risultato pure lui all’altezza della situazione, anche se il canto non è sempre fluido e vellutato e qualche volta si sospetta che l’artista forzi, come a cercare uno spessore vocale che non gli appartiene del tutto.
Kim Begley (Herodes) si è difeso egregiamente in una parte declamatoria molto impegnativa.
salome_fi2Sufficiente Irina Mishura,convincente nei panni di Herodias più per disinvoltura scenica che per qualità canore.
Piuttosto flebile il Narraboth di Mark Milhofer, che nasaleggia parecchio.
Discreti i personaggi “minori”, che meritano un encomio e la citazione: dal Page der Herodias di Jennifer Holloway, ai cinque ebrei di Gianluca Floris, Saverio Fiore, Antonio Feltracco, Cristiano Olivieri e Carlo Di Cristoforo (nei panni pure del Cappadocier), ai due nazareni di Roberto Abbondanza e Uwe Griem, ai due soldati di Gabriele Ribis e Francesco Musinu sino allo schiavo di Fernando Cordeiro Opa.
Prima dell'inizio un rappresentante sindacale ha espresso solidarietà per i colleghi del Teatro Carlo Felice di Genova, raccogliendo applausi che non mi sono sembrati di circostanza.
Il pubblico ha tributato un caloroso successo a questa Salome, in particolare alla protagonista Janice Baird.
Segnalo un paio di buu un decimo di secondo dopo che era stata suonata l'ultima nota, credo indirizzati alla regia.
 

Joan Sutherland non c’è più.

Joan Sutherland , La Stupenda, se ne è andata.

Non è questione di quanto fosse grande o di quale importanza abbia avuto per l’opera lirica.
Resterà per sempre un esempio di Arte del Belcanto e il suo magistero tecnico un obiettivo per tutti gli artisti che si cimentano in questa disciplina.
Tra le innumerevoli testimonianze della sua Arte è difficile scegliere qualcosa che ne sottolinei la grandezza, tanto brava fu sempre e tanto vasto fu il suo repertorio, mi viene sempre in mente qualcosa di diverso e mi pare quasi di farle torto.
Sono davvero emozionato e allora mi lascio guidare dall'emozione e la voglio ricordare con l'interpretazione di Donna Anna nel Don Giovanni di Mozart perché ogni volta che l'ascolto ci trovo qualcosa di straordinario.
Ora si volta pagina, davvero.
Ciao Joan!

I vespri siciliani al Festival Verdi di Parma: quell’androide di Peppino.

Nell’ambito del Festival Verdi, in svolgimento in questi giorni a Parma, il secondo titolo in cartellone è I vespri siciliani. Qui la locandina.

La prima di questa sera sarà trasmessa in diretta da TVParma.
Io la vedrò ma per la recensione semiseria bisognerà aspettare, perché sarò in teatro martedì 13 e mi pare giusto recensire la recita alla quale assisterò dal vivo.
Titolo poco frequentato, i Vespri, per mille motivi. Anche la discografia è meno nutrita degli altri lavori verdiani, a ulteriore riprova che quest’opera, che per me è bellissima, non ha mai raggiunto la popolarità che meritava.
Un piccolo excursus semiserio e qualche curiosità sono quindi più necessari del solito (mah…).
Intanto la versione originale fu pensata in francese, per il pubblico esigentissimo del Teatro dell’Opéra di Parigi: Les vépres siciliennes.
La gestazione fu piuttosto travagliata, perché Verdi, che dopo i successi della trilogia popolare era diventato una specie di rockstar, litigò con tutti: impresari, librettisti, amici e parenti .
Più volte minacciò di rinunciare, sembrava una specie di wrestler attaccabrighe (smile).
Motivo del contendere, tra le altre cose, il particolare impianto drammaturgico in uso per gli spettacoli destinati all’Opéra, fissato da regole non scritte piuttosto rigide: balletti, allestimenti in molti atti ecc ecc.
Ecco alcune frasi espunte dalla corrispondenza.
Io non sono un compositore per Parigi– all’amico Camillo du Locle- e ancora- io credo all’ispirazione, voi alla fattura.
Al Direttore dell’Opéra, Nestor Roqueplan: le circostanze hanno reso la mia posizione troppo difficile in Francia. Molto meglio sarebbe per me essere sconosciuto piuttosto che mal conosciuto!
Insomma un gran casino.
Forse il Maestro era nervoso perché ricordava la sorte della sua precedente puntata a Parigi, quando, parole sue, “assassinarono” Jérusalem, la versione francese per l’Opéra dei Lombardi alla prima crociata.
Molto tesi, in particolare, furono i suoi rapporti con il drammaturgo Eugène Scribe (uno che forte del suo rapporto privilegiato con il teatro se la tirava di brutto) che adattò per l’occasione un suo vecchio lavoro, Le duc d’Albe, originariamente destinato a Donizetti.
Verdi però era artista di razza e pur sapendo che (sempre parole sue) nessuno mi avrebbe impedito di scrivere dopo La traviata un’opera all’anno e formarmi una fortuna tre volte maggiore di quella che ho, rischiò la sua reputazione tra i perfidi francesi (smile).
Anche i capricci della primadonna di turno non aiutarono a stemperare le tensioni: la protagonista Sofia Cruvelli pensò bene di imbarcarsi in un amorazzo e scomparve per un mese.
Sofia Cruvelli
Nonostante tutto, l’opera debuttò il 13 giugno 1855 con esiti discreti di critica e fu trattata non troppo male dal pubblico francese.
Nello stesso anno, con alcuni cambiamenti per le solite questioni censorie, i Vespri debuttarono in Italia, prima a Parma con il titolo Giovanna di Guzman e poi alla Scala di Milano, all’inizio dell’anno successivo.
Quali sono le peculiarità dei Vespri?
La prima si nota già leggendo la locandina, perché i personaggi sono inusitatamente molti per le abitudini di Verdi: ben undici tra protagonisti e comprimari più, ovviamente, il coro.
Poi, anche dopo un ascolto superficiale si nota il differente uso, rispetto al passato, dell’orchestra, a partire dalla splendida Sinfonia iniziale, che anticipa tutti i temi dell’opera e ne sottolinea il carattere per certi versi incendiario.
Insomma, nonostante sia un Verdi diverso, che compone per un pubblico differente come gusto da quello italiano, si ritrovano quei momenti eccitanti, adrenalinici, tipici del compositore che predicava brevità e fuoco nella drammaturgia teatrale.
Ripassando un po’ la genesi dell’opera sono incappato in una frase di Verdi che mi pare assai bella, che appare oggi  proveniente da un mondo davvero lontano e perduto:
 
L’artista deve scrutare nel futuro, vedere nel caos nuovi mondi; e se nella nuova strada vede in fondo in fondo il lumicino, non lo spaventi il buio che l’attornia; cammini, e se qualche volta inciampa e cade, s’alzi e tiri dritto sempre.
 
Insomma Verdi è stato anche (chiedo scusa ai soloni di varia estrazione) il Roy Batty ante litteram per antonomasia, uno che aveva visto a vedeva cose che noi umani ecc ecc.
A noi, di questi tempi, restano le lacrime e qualche acquazzone (smile).
Chiudo con una piccola comunicazione di servizio.
Come in molti mi hanno fatto notare negli ultimi tempi c'è, tra i commenti, molta spazzatura dovuta allo spam.
Ora, ho due alternative. La prima è moderare i commenti e non mi piace per nulla, la seconda cancellare quando ho voglia e lasciare tutti liberi di commentare a piacere, tanto non credo che i miei quattro lettori si possano scandalizzare per stupidaggini né che siano così ingenui da cliccare indirizzi evidentemente farlocchi.
Per ora scelgo la seconda possibilità, se lo spam diventerà particolarmente invasivo prenderò provvedimenti diversi.
Di tutta la questione è stata avvertita (indarno indarno) la Redazione di Splinder, perché quest'ondata di spam non interessa solo me, ma anche altri blog ben più prestigiosi, come quello di Gabrilu e altri ancora.

 

La Salome di Richard Strauss apre la stagione lirica del Maggio Musicale Fiorentino.

Le vicende artistiche, diciamo così, di Salome sono sempre state scandalose e disturbing, si direbbe in inglese.

Le reazioni ai quadri di  Gustave Moreau (qui sotto "L'apparizione")
Lfurono di sgomento, la Salome di Oscar Wilde, pubblicata dopo mille traversie nel 1894 fu giudicata immorale e bandita dai teatri inglesi.
Così fu anche per la Salome di Richard Strauss, che fece sentenziare al Kaiser Guglielmo II questa perla, dopo la prima dell’opera avvenuta il 9 novembre 1905:
kaiser_Gugliemo_II
 
Mi dispiace che Strauss abbia composto questa Salome, lui mi è molto simpatico ma si farà un danno enorme con quest’opera.
 
Per la serie ognuno ha diritto a sparare almeno una stronzata nella vita, per accedere poi a quel quarto d’ora d’immeritata celebrità teorizzata qualche anno dopo da Andy Warhol (smile).

Beh, sicuramente questa sedicenne con la voce di Isotta– così la definì proprio Strauss- non è un personaggio rassicurante, anzi credo si possa sostenere che sia, nella sua palese irrazionalità, il simbolo della destabilizzazione dei presunti ideali borghesi (scusate, oggi mi è presa male e scrivo come un blogger serio, smile).
Ovviamente tutti hanno sentito parlare della danza dei sette veli- che per molto tempo in scena fu interpretata da una ballerina professionista- e della sua perversa carica erotica, ma seppure anch’io apprezzi molto questo momento dell’opera, è il lavoro in toto che proprio mi prende in maniera particolare, come mi succede anche per l’Elektra.
Voglio dire, con Salome non corro mai il rischio di distrarmi da una musica che mi scuote perché mi risveglia sensazioni che profumano d’ignoto, o inconoscibile.
Ecco, diciamo che la musica mi fa intravedere lati irrisolti della mia vita.
Vi pare poco?
Spero che una sensazione simile, di ricerca e meditazione, provino gli spettatori del Teatro Comunale di Firenze, dove la Salome di Strauss apre la stagione 2010, con la direzione di Zubin Mehta e la regia di Robert Carsen.
Qui la locandina completa.

Sono graditi i commenti di chi ci sarà, io spero di farcela per una recita della settimana prossima.
 
 

Recensione semiseria e sintetica del Trovatore al Festival Verdi Parma.

In questo post si stigmatizza la pessima prova del mezzosoprano Marianna Tarasova, contestata duramente anche dal pubblico di Parma.
Ebbene, la Tarasova si è improvvisamente ammalata (!) povera, tanto che un suo recupero non è previsto per alcuna delle recite previste da domani sino a fine mese. E pensare che la parte di Azucena avrebbe dovuto cantarla solo lei.
Ecco qui il comunicato del Regio di Parma:

Il Teatro Regio di Parma informa che in seguito all’acutizzarsi di una indisposizione che ha colpito Marianna Tarasova, il ruolo di Azucena nelle recite del 5, 9, 15, 18 ottobre 2010 sarà interpretato da Mzia Nioradze e nelle recite del 23, 26, 28 ottobre 2010 da Irina Mishura."

È partito stasera il Festival Verdi a Parma.

Come annunciato, al posto del baritono Claudio Sgura, indisposto, ha cantato Leo Nucci, nella parte del Conte di Luna. Quindi il tag anziani ci sta tutto (strasmile).
Fatta la solita premessa sulla parziale attendibilità di una recensione basata sull’ascolto radiofonico, o meglio televisivo, perché l’opera è stata trasmessa da TvParma sul Web, ecco le mie impressioni, molto stringate.
Deludentissima la direzione di Yuri Temirkanov, improntata allo zum pà pà più bieco e in alcuni momenti pure di una lentezza esasperante. Il famoso lato notturno di questo lavoro verdiano? Non si sa. Certo, può essere che in teatro si siano sentite raffinatezze che mi sono sfuggite, ma a me è sembrata proprio una direzione tagliata con l’accetta, chiassosa e superficiale.
Marcelo  Álvarez, nei panni di Manrico, non mi è proprio piaciuto.
In certi momenti i suoi tentativi di alleggerire la voce sono sembrati abbastanza stucchevoli, manierati. Siccome l’ho appena ascoltato come Manrico all’Arena di Verona, direi che la sua prestazione è stata nettamente inferiore. Grandi difficoltà nel cantabile Ah sì ben mio, dove il legato non si è sentito proprio e altrettanto difficoltosa la pira nella quale ha pure cantato il minimo indispensabile, per arrivare più fresco all'acuto finale che non è stato neanche squillante, ma solo rumoroso. Una serata assai storta.
Norma Fantini ha cercato di rendere al meglio il lato squisitamente femminile di Leonora, ma se è vero che il canto è stato abbastanza corretto è anche evidente che è mancata quella passionalità, quella fierezza che caratterizza la parte. Buono il fraseggio, abbastanza bella la voce, acuti stridenti, in qualche occasione. Molto in difficoltà nel celebre D'amor sull'ali rosee  (stonata e calante mica poco eh?) anche se nel complesso la sua prova può essere considerata discreta, a dispetto di un terzo atto problematico a voler essere buoni.
Leo Nucci è sempre lui, più o meno simile da quarant’anni e già questo è motivo di merito, però indubbiamente i portamenti, la tendenza a cantare tutto forte, le poche sfumature, sono difetti che non possono essere taciuti. Poi che abbia ancora voce da vendere nessuno lo può mettere in dubbio e neanche, credo, che alla fine sia risultato il migliore della serata.
Il Ferrando di Deyan Vatchkov non ha lasciato il segno sotto alcun punto di vista.
Marianna Tarasova interpretava Azucena, parte fondamentale come sa chiunque, ed è risultata disastrosa, una vera calamità. Il mezzosoprano ha sciorinato, in tutto l’arco dell’opera, una specie di catalogo leporelliano su ciò che non deve fare una cantante alle prese con il ruolo. Stonata, fuori tempo, urlante, parlante, ansimante e altri participi presenti che non me la sento di scrivere. È stata buata, purtroppo per lei, ma la verità è che era da protestare, diciamolo.
Forse, considerato che Azucena ha fama di strega, ha pensato di togliere ogni dubbio e di votarsi al rogo, non so che dire.
I comprimari sono stati discreti e mi pare già un fatto positivo, mentre non mi ha convinto il Coro del Regio, che ho apprezzato altre volte in serate migliori.
Non mi sento di chiosare sulla regia di Lorenzo Mariani, ma non mi è sembrata malvagia.
Applausi tiepidissimi alla fine dell'opera e poi, nell'ordine: applausi per Leo Nucci, buuuu feroci per la Massarova, qualche disapprovazione per la Fantini, approvazioni discrete per Alvarez, parecchi buuuu per il direttore. Applausini per il regista e tutti a casa veloci.
Mi scuso in anticipo per eventuali errori di battitura, che eventualmente monderò domani.
Se sbaglio, mi corriggerete (smile).
Buon fine settimana a tutti.

Il Trovatore
Dramma in quattro parti di Salvadore Cammarano,
dal dramma El Trovador di Antonio García-Gutiérrez

Musica di GIUSEPPE VERDI

Personaggi Interpreti
Il Conte di Luna LEO NUCCI (1)
CLAUDIO SGURA
Leonora NORMA FANTINI
TERESA ROMANO (18, 23, 26, 28)
Azucena MARIANNA TARASOVA
Manrico MARCELO ÁLVAREZ
FRANCESCO HONG (15, 18, 23, 26, 28)
Ferrando DEYAN VATCHKOV
Ines CRISTINA GIANNELLI
Ruiz ROBERTO JACHINI VIRGILI
Un vecchio zingaro ENRICO RINALDO
Un messo SEUNG HWA PAEK

Compagne di Leonora e religiose, familiari del conte, uomini d’arme, zingari e zingare

Maestro concertatore e direttore
YURI TEMIRKANOV

Regia
LORENZO MARIANI

Scene e costumi
WILLIAM ORLANDI

Luci
CHRISTIAN PINAUD

Maestro del coro
MARTINO FAGGIANI

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
in coproduzione con il Teatro la Fenice di Venezia

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