Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: aprile 2020

Tutto chiuso: Intervallo 58 (di sconclusionate elucubrazioni sul senso della vita)

Come già in questo post precedente, anche oggi siamo nel campo della metafotografia. La foto del murale è stata scattata in una zona ora irraggiungibile del Porto Vecchio di Trieste, qualche tempo fa.
Trovo molto interessante il bel gioco prospettico e l’equilibrio della composizione, con la manona dell’uomo in primo piano che sembra esprimere quasi il bisogno di stringersi al bicchiere. La persona è accigliata, presumo in condizioni economiche non brillantissime e, forse, il bicchiere è la sua unica risorsa.
Il contrasto con la figura in secondo piano mi sembra evidente. L’uomo col cappello è spensierato, con le gambe sul tavolo, più agiato economicamente e legge il quotidiano di Trieste, Il Piccolo.
Uno, quello del giornale, cerca sollievo dalla vita nell’illusione, l’altro cerca lo stesso sollievo nella realtà.

Tutto chiuso: Intervallo 57 (di storie non scritte e finali alternativi)

Leggevo oggi che le violenze domestiche contro le donne sono in aumento. Era prevedibile, quasi inevitabile. La convivenza già è un problema sempre, figuriamoci quando è forzata.
Nelle opere liriche invece è tutto un rincorrersi, un voler stare insieme a tutti i costi, un cercarsi e spesso non trovarsi per i motivi più disparati. Eppure anche queste effimere storielle sorrette dalla musica finiscono, il più delle volte, malissimo. Si muore per malattia, per amore, c’è qualche caso di suicidio e anche gli omicidi non mancano.
Però, ed è una domanda che mi sono fatto tante volte, come sarebbe finita per esempio, tra Alfredo e Violetta se lei non fosse preda della tisi che non le accorda che poche ore?
Insomma Alfredo è un ragazzino viziato, Violetta non esattamente una santarellina, le loro possibilità economiche effimere e comunque scarsine. Inoltre Papà Germont rompe i coglioni con la famiglia, un’altra figlia pura siccome un angelo e balle del genere.
Siamo sicuri che la coppia, dopo qualche anno, non scoppierebbe?
Inoltre è mia convinzione che ogni uomo abbia dentro di sé un po’ di Canio, il pagliaccio di Pagliacci.
Boh.

Tutto chiuso: Intervallo 56 (di matematica e geometrie rossiniane)

Da ex studente fallito di matematica, sono attratto dalle geometrie.
Nella fotografia le forme geometriche, le diagonali, le circonferenze ecc ecc sono importanti perché aiutano a comporre in modo equilibrato una foto. Non a caso, nei corsi di fotografia che tengo con la mia associazione culturale, una delle lezioni più amate è quella sulla “composizione”.
Sia chiara una cosa: i fotografi sono arroganti e pensano di aver inventato tutto loro, ma non è così: le regole della composizione vengono dalla pittura, in primis. Ognuno avrà qualche esempio a cui pensare.
Poi c’è Rossini con la sua “follia (o caos) organizzata” come disse Stendhal. La musica, tutta la musica, è anche matematica. Ed è una delle mie passioni, perciò ecco qui un brano rossiniano tradotto in fotografia.

Tutto chiuso: Intervallo 55 (di luci e di ombre, e di come la sostanza non cambi)

Non so, forse ce la facciamo. Per il momento siamo tutti lì, quasi indistinguibili l’uno dall’altro, ma qualcuno vede la fine del tunnel e può indicare la strada agli altri.
Tutto sommato, se ci pensate bene, è sempre così.

Tutto chiuso: Intervallo 54 (di stravaganti fotomontaggi in due battute)

Di solito non amo i fotomontaggi, però le notizie sul parzialissimo allentamento delle restrizioni delle libertà personali mi hanno indotto a un cauto ottimismo.
Perciò, oggi ci sta tutto un omaggio ad Achille Campanile, tratto dalle impagabili Tragedie in due battute.
Abbiate pazienza.

IL FIORELLINO: “Che bella cosa essere nato vicino a te. Cosi’ tu mi ripari dalla pioggia. Ma dimmi: sei un vero ombrello o fungi da ombrello?”
IL FUNGO: “Fungo”.

Tutto chiuso: Intervallo 53 (di papaveri senza papere e di rosse lanterne di festa)

Il tema di oggi è d’obbligo perché il 25 aprile nel 1926 esordiva, al Teatro alla Scala di Milano, Turandot di Giacomo Puccini.
Ho avuto modo in altre occasioni di parlare dell’opera e perciò rimando eventuali curiosi all’ultimo dei tanti post dedicati all’estremo capolavoro di Puccini.
In questo lasso di tempo, non essendoci spettacoli dal vivo, la musica mi è di pretesto per lasciare andare l’immaginazione e poi cercare di tradurre il risultato delle mie elucubrazioni in un’immagine. Le foto, giocoforza, sono quasi sempre d’archivio, ma oggi no, perché fotografando questo papavero entro i limiti imposti dalle misure di sicurezza (e mai avrei pensato di dover scrivere una diavoleria del genere) mi sono ricordato delle rosse lanterne di festa evocate da Ping, Pong e Pang all’inizio del secondo atto di Turandot.

Se voi ci vedete altro, beh, pazienza.

Tutto chiuso: Intervallo 52 (di ispirazioni e di domande, ma soprattutto di risposte inquietanti su sfondo mozartiano)

Credo di averlo scritto anche qui più di una volta, nel Don Giovanni di Mozart (reverenza) ci sono le risposte a gran parte delle domande della vita. Non solo, nel libretto o nella musica si trovano pure ispirazioni, magari dettate dallo stato d’animo contingente, che poi si possono esprimere con il linguaggio che ci è più congeniale.
Nel lacerto che propongo oggi, la situazione è comica – di quel comico dal retrogusto amaro tipico del Don Giovanni, che appunto è un dramma giocoso – e i versi vanno nella stessa direzione della musica che è appunto spumeggiante e briosa.
Leporello, servo di Don Giovanni, è in difficoltà nella nona scena del secondo atto: Donna Anna, Don Ottavio, Masetto e Zerlina lo vogliono menare e lui cerca di scappare via; così tra sé e sé riflette:

Mille torbidi pensieri
Mi s’aggiran per la testa;
Se mi salvo in tal tempesta,
È un prodigio in verità.

Nulla vieta però d’interpretare alla lettera le parole di Da Ponte e di dare una connotazione più funerea alla scena.
Ed è quello che ho cercato di esprimere io con uno dei miei linguaggi, che è la fotografia.
Poi, il come e perché sia pieno di mille torbidi pensieri, lo tengo per me.

Tutto chiuso: Intervallo 51 (di mattinate pagliaccesche e panorami carsolini)

L’anniversario della nascita di Ruggero Leoncavallo, che nacque oggi nel 1857, mi suggerisce il post odierno.
Ricordato per lo più per Pagliacci, il povero Leoncavallo fu così sfigato da comporre una seconda Bohème a un anno circa di distanza da quella di Puccini e tutti sappiamo com’è andata a finire.
Io però lo voglio ricordare non per Pagliacci, ma per una delle romanze più popolari di sempre, Mattinata, che il nostro scrisse per Enrico Caruso nel 1904. Sono sicuro che molti di voi canticchieranno, leggendone il testo.

L’aurora di bianco vestita
Già l’uscio dischiude al gran sol;
Di già con le rosee sue dita
Carezza de’ fiori lo stuol!
Commosso da un fremito arcano
Intorno il creato già par;
E tu non ti desti, ed invano
Mi sto qui dolente a cantar.

Metti anche tu la veste bianca
E schiudi l’uscio al tuo cantor!
Ove non sei la luce manca;
Ove tu sei nasce l’amor.

Ove non sei la luce manca;
Ove tu sei nasce l’amor.

L’aurora cui faccio riferimento io non è di bianco vestita, anzi, sembra quasi che porti con sé presagi minacciosi. Si vedono però le rosee  dita e anche l’uscio da cui dischiude il gran sol.
L’immagine è stata scattata sul Monte Stena presso il Carso triestino, qualche anno fa. Il Monte Stena è uno dei pochi luoghi dove si può ammirare ancora la landa carsica com’era un tempo; oddio, non proprio uguale, ma simile. È in ogni caso un posto in cui si sta in pace, tormentato dalla bora (quando c’è) perché esposto proprio ad ENE.
Poi, non chiedetemi se quell’aurora fu davvero presaga di funesti avvenimenti in mattinata, non me lo ricordo. Boh.

Tutto chiuso: Intervallo 50 (la Giornata della terra, senza parole)

Uomo e ambiente

Tutto chiuso: Intervallo 49 (della flessibile rigidità etica del vento)

Questi post al tempo del COVID-19 hanno una particolarità che non conoscete: sono scritti di getto, senza preparazione (e perciò, inevitabilmente, con qualche strafalcione che poi correggo quando me ne accorgo).
Di solito non faccio così, il mio workflow è molto più rigido: scrivo su di un editor, correggo, controllo, peso aggettivi e sostantivi, trovo sinonimi. Di questi tempi però non ho voglia e, anche se non è proprio il mio modo di fare, improvviso.
È una modalità che uso anche nella fotografia. Il mio background culturale mi suggerisce un certo qual senso teatrale, che ovviamente va preparato e studiato nei particolari; altre volte improvviso.
Del resto anch’io sono un po’ così, a fasi alterne, diciamo. Mi piace programmare ma anche improvvisare, per quanto nel secondo caso cominci a fare un po’ di fatica perché non si arriva a quasi 65 anni senza qualche ferita, che poi va a pesare sulla parte giocosa e più scanzonata di noi stessi.
La foto di oggi, che forse ho già pubblicato ma non ne sono sicuro, fa parte della parte di me che improvvisa. È che pensavo alla bora che oggi è discreta e al vento emozionale che, ogni tanto, porta via anche quello che non vorremmo.

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