Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: ottobre 2007

Melomania, portami via.

Mi sono chiesto spesso se il mio amore per la musica lirica può essere considerato patologico.
Allora, visto che qui si fanno le cose perbene, mi sono munito di DSM III ed ho controllato.
Le caratteristiche essenziali per una diagnosi di sofferenza di un disturbo ossessivo- compulsivo sono, appunto, le ossessioni e le compulsioni.
Le ossessioni sono idee, pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e persistenti, egodistonici, cioè esperiti non come prodotti volontariamente, ma come pensieri senza senso o ripugnanti che invadono la coscienza.
“Io, come melomane, soffro di ossessioni?
Boh…forse sì…se per ossessione si può intendere la fantasia erotica d’immaginare Olga Peretyatko vestita da strega in occasione di Halloween, mentre io sono mascherato da Mago Zurlì.
M’invade la coscienza, ma non ci trovo nulla di ripugnante.”
 
Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi e apparentemente finalizzati, seguiti secondo certe regole o in modo stereotipato.
“A compulsioni, come sono messo?
Non saprei, può essere considerato “ripetitivo e apparentemente finalizzato” l’atto di ascoltare il compact di Nathalie Dessay “The Miracle of the voice”16 ore al giorno, con la scusa di approfondire l’Arte della cantante francese, mentre seguo sullo spartito se esegue tutte le note scritte dai Compositori?”
 
Manifestazioni associate: depressione ed ansia. Frequentemente vi è l’evitamento fobico di situazioni correlate al contenuto delle ossessioni, come lo sporco o il contagio.
“Qui credo di non rientrare nei parametri. La Peretyatko non la voglio evitare, assolutamente.”
 
Età d’insorgenza: sebbene il disturbo di solito cominci nell’adolescenza, o nell’adulto giovane, può iniziare anche nell’infanzia.
“Ahia…qui sono messo male, invece, soffro di melomania da sempre…”
Decorso: è di solito cronico, con oscillazioni nella sintomatologia.
“Beh, cronico è un parolone, io ho 52 anni e mezzo e ascolto musica lirica da 42 anni ma, soprattutto, credo si possa ritenere ragionevole che non lo farò per tutta la vita! (ehm…)”
 
Grado di compromissione: è generalmente da moderato a grave, in alcuni casi le compulsioni possono diventare la principale attività nella vita.
Beh, che dire, ascolto la Dessay 16 ore al giorno, non 24. Poi cambio e alterno 4 ore di Callas e 4 di Corelli. Quindi…ahi ahi ahi…”
 
 
Prevalenza: il disturbo è apparentemente raro nella popolazione generale.
In effetti non definirei raro, questo disturbo: tutti i miei amici di Operaclick ne sono affetti. (ehm…)”
 
Distribuzione tra sessi: il disturbo è egualmente comune nei maschi e nelle femmine.
È vero, però le femmine sono più scatenate, ecco, penso alle “dominghiane” Tosca e Luanossa, per le quali la patologia è severa.”
 
Ok, sono malato. (straultrasmile)

Ecco un Artista!

La tensione insopportabile che s’accumula sulle spalle.
Il rancore sordo che rode dentro.
Le promessa a te stesso di farti giustizia da solo.
 
 
La consapevolezza che i sacrifici sono stati inutili.
La delusione disperata che aggredisce all’improvviso.
La sorpresa per il tradimento inequivocabile.
La determinazione della decisione ultima.
Il desiderio di liberare la tua mente da un peso insopportabile.
Il dolore fisico che attanaglia la bocca dello stomaco.
E tante altre sfumature di un sentimento difficilmente descrivibile.
Una sola frase che libera come una coltellata il singulto, un’esplosione temuta ed allo stesso tempo desiderata a lungo.
Una liberazione.
Una rivoluzione.
 
“Tu, perfida…come fissarmi ardisci!”
 
Atto secondo, scena quarta.
Placido Domingo al debutto alla Scala di Milano, 7 dicembre 1969.
Nessun altro come lui, a mio modestissimo avviso, in soli sette secondi, riesce ad avvelenarti dolcemente con la musica di Verdi.
 

Addiction (s)

Sto cantando Ernani, Ernani involami.

È una parte per soprano.

Sono etero.

Giuro.

Ecco l’orrido campo.

Non diventerò mai famoso, a meno che non uccida qualcuno a morsi. (eventualità che non è poi così remota, specialmente in questi giorni).
Sicuramente è piuttosto difficile che raggiunga la notorietà perché sono ordinato, come questa foto testimonia con una certa efficacia.

Bah...

Dura la vita dell’aspirante finto critico musicale.

La brevità, gran pregio.

È partito, puntuale come i miei sbalzi d’umore, questo bel progetto.

Buona settimana a tutti.

Album mnemonico.

Esistono situazioni, eventi, persone addirittura, che si possono apprezzare pienamente solo nel loro ambiente naturale.
Raccontarle non solo è difficile, ma appare quasi una mancanza di rispetto.
Tanto per fare un esempio sciocco, sono certo che nessuno potrebbe descrivere a me la bora a Trieste. Come si fa a fissare nella memoria il vento?
Ecco, oggi io mi cimento in una di queste imprese impossibili.
Non è quindi, il mio, un atto di superbia, bensì solo il desiderio di esprimere un ringraziamento alla fine del quale, ancora una volta, mi sentirò inadeguato.
Se, camminando per il centro storico di una città, la Musica di Verdi è intorno a te, ma anche dentro di te e respiri un’aria in Sol maggiore, solare ed ottimista, un’aria limpida che ti riempie i polmoni di gioia, sei a Parma.
Se, mentre sei in fila alla cassa del teatro, entrano persone sorridenti e chiedono se sono ancora disponibili biglietti per una rappresentazione che hanno già vissuto tre volte, sei a Parma.
Se, al ristorante, tra i tortelli di zucca ed il culatello, qualcuno si mette a suonare il pianoforte ed intona una romanza, sei a Parma.
Se, seduto al tuo posto in palco, la signora vicino a te scoppia a piangere commossa dopo un recitativo, sei a Parma.
Se, mentre intoni il Brindisi della Traviata con la voce resa roca da troppe sigarette, vedi Fiorenza Cedolins che canta vicino a te, sei a Parma.
Se, in un teatro magico, ti senti parte di una vera tradizione culturale italiana e capisci perché è così difficile rinunciare all’applauso del pubblico, sei a Parma.
Se, durante la recita, dimentichi le tue conoscenze musicali e ti lasci prendere per mano dall’entusiasmo, sei a Parma.
Se, nelle pieghe della tua memoria, provi a focalizzare un momento significativo di due giorni splendidi e ti appaiono volti sorridenti tra le note di un pentagramma, sei stato a Parma.
E basta.

Nuovi mostri, take one.

Trieste, corridoio del Pronto Soccorso.
Una mamma dell’apparente età di 33-34 anni è in attesa di una visita specialistica per il figlio adolescente, diciamo sui 15.
Passo e sono a costretto a sentire, anche se non vorrei, perché siamo accalcati in un vero e proprio girone dantesco.
La signora conversa con un’altra sventurata, conosciuta in quell’occasione.
 
La Mamma: “Sa, non è che io non voglia andare alle feste, e neanche che mio marito me lo impedisca, è mio figlio che non vuole!”
Il Figlio: “Mamma, ma tu ti vesti da troia quando vai alle feste…”
 
Io sento questa conversazione e rimango agghiacciato.
Penso che ora il ragazzino si beccherà uno schiaffo o un calcio nelle palle.
Ma non è così.
 
 
La Mamma: “Macchè da troia, mi metto solo i tacchi alti!”
 
Testuale e non aggiungo altro.
 

Quando le sere al placido…

Bene, domani vado al Teatro Regio di Parma a vedere la “Luisa Miller” di Verdi, e non vedo l’ora di sedermi su quella poltroncina che mi è costata una piccola fortuna.
Volendo, avrei potuto anche accomodarmi in loggione ma la mia schiena ha deciso per me: meglio seduti che in piedi.
Ascolterò seduto quella che per me è la più bella romanza che ha scritto Verdi: "Quando le sere al placido".
Mi scuso con tutti per la mia latitanza ma, purtroppo, da un lato alcune vicende mi hanno un po’ infastidito, dall’altro sono accadute cose poco piacevoli che non hanno contribuito ad incrementare la mia voglia di scrivere.
Tra quest’ultime,
 e non è neppure la peggiore, l’inquietante decisione che ha preso mio padre nei giorni scorsi, e cioè verificare se è più dura la sua testa o un albero.
Il confronto è finito in parità, direi, ma papà oggi assomiglia ad un panda che ha detto “nigger” a Tyson.
Ci sono anche notizie positive, ad esempio sembra che il 20 ottobre parta una bella iniziativa di Fabrizio Rusconi e della simpatica Lune (che, detto per inciso, si trova in una situazione molto simile alla mia quand’ero su Tiscali) alla quale partecipo assai volentieri.
Ho poco tempo, scusatemi, spero che la prossima settimana sia più tranquilla, martedì riferirò sulla mia esperienza a Parma.
Ancora una cosa.
È mia intenzione aprire su questo blog una piccola rubrica, che chiamerò “I nuovi mostri”, nella quale raccoglierò alcune “intercettazioni ambientali”: Saranno dei piccoli post, dove io esporrò, senza modificarle, alcune frasi che ho sentito (e purtroppo sentirò ancora) per radio, tra la gente, in teatro, insomma nella mia vita normale.
Il patto è questo: io prometto che non aggiungo nulla a quello che sento, e voi dovete fare un atto di fede e credere che sia successo davvero.
Anzi, ne pubblico subito una.
Buon fine settimana a tutti.

Il Wagner “ribelle” e le contraddizioni del Festival di Bayreuth.

La cronaca, e qualche volta la storia, ci ha insegnato che nascere con un cognome noto alla maggioranza può essere un problema.
Inoltre, è ormai appurato che la scrittura può avere una funzione terapeutica.
Mettiamo insieme queste due considerazioni ed arriviamo a Gottfried Wagner, l’autore di questo libro.
“Il Crepuscolo dei Wagner” racconta due storie diverse ma, allo stesso tempo, indissolubilmente legate l’una all’altra.
Sullo sfondo storico, nel senso di documentato, delle vicende del Festival di Bayreuth, si snoda una sorta di sincopata, dolorosa, autobiografia del pronipote di Richard Wagner.
Già il nome che gli è stato imposto rappresenta una continuità col passato: Gottfried è il fratello di Elsa nel Lohengrin.
L’autore aveva quindi da subito due possibilità di scelta. La prima era indossare gli abiti confortevoli del predestinato e scalare, presumibilmente sino al vertice, la Collina del Festival di Bayreuth. La seconda era una strada assai più scomoda, cominciare a fare ( soprattutto a farsi!) domande e pretendere risposte sulle inquietanti implicazioni politiche inerenti al patrimonio artistico wagneriano, al quale, in fieri, aveva diritto.
Domande che riguardano in gran parte il passato, ma anche il presente e il futuro.
È bene ricordare che prima di lui, nell’affollata genealogia dei Wagner, solo una persona ha avuto il coraggio d’interpretare il ruolo di dissidente: la zia Friedelind, che infatti, con l’aiuto di Arturo Toscanini fuggì negli Stati Uniti, dove scrisse il libro “Heritage of fire” (Eredità di fuoco). Non a caso, ad un certo punto il padre Wolfgang proibì al giovane Gottfried di vedere la scandalosa zia.
Nella sua battaglia personale, in realtà, Gottfried ha dovuto affrontare avversari ben più temibili dei familiari che, nel corso dei decenni, avevano deciso di rinnovare aprioristicamente il culto wagneriano. Si è trovato a fare i conti con le tortuose dinamiche psicologiche di un’intera nazione, la Germania, che ha messo in moto un gigantesco meccanismo di rimozione acritica nei confronti dell’Olocausto.
Ancora obiezioni, il più delle volte non espresse apertamente, gli sono state mosse proprio dalle parti più insospettabili: la comunità ebraico tedesca oppure da alcuni rappresentanti prestigiosissimi inseriti nella società ebraico americana.
Ad esempio, dal libro esce molto offuscata l’immagine d’alcune icone dello star system operistico come James Levine e Daniel Baremboim, direttori nel tempio di Bayreuth.
Comportamenti diversi, giudizi differenti: per Lenny Bernstein solo ammirazione, da parte di Gottfried Wagner.
Almeno schizofrenico il comportamento dell’avanguardia progressista, che guidò l’ispirazione di registi che s’imposero a Bayreuth nei primi anni settanta, e alla quale Gottfried fu imputato d’appartenere dall’establishment conservatore: anche in quest’ambito, l’autore ricavò molto spesso grandi delusioni.
Il libro è anche un excursus sulle iniziative culturali intraprese per affrancarsi consapevolmente dalla pesante eredità storica. L’amore per il lavoro di Bertold Brecht e Kurt Weill, le continue conferenze tenute in ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, passando per Israele.
Gli incontri con la stampa non sono meno deludenti: interviste manipolate da giornalisti più realisti del re, promesse disattese dagli opinion maker.
Su tutto, la longa manus dei membri più influenti della Società degli Amici di Bayreuth.
Gottfried dà una risposta alla domanda che spesso formuliamo, quando siamo di fronte all’opera sublime di qualche artista dal comportamento umano non irreprensibile: nel caso del trisavolo i due aspetti sono inscindibili.
Richard Wagner era antisemita e la sua musica è stata sfruttata per la propaganda nazista. La famiglia Wagner è stata compromessa da una frequentazione colpevole e documentata con il Führer ( lo zio Wolf…), ergo è moralmente responsabile della “Shoah” e della nascita dei focolai nazisti e razzisti dopo la seconda guerra mondiale ed il processo di Norimberga.
Quando, nel 1961, il famoso mezzosoprano afroamericano Grace Bumbry interpretò Venus nel Tannhäuser, a Bayreuth scoppiò una specie di rivoluzione: una tempesta di proteste, lettere ai giornali. Per la mente dei docili “wagneriani ortodossi”era inconcepibile che una cantante di colore fosse protagonista, seppur nel ruolo della corruttrice, di un lavoro di Wagner. ( in realtà poi, alla fine dell’opera ci furono trenta minuti d’applausi e quarantadue chiamate al proscenio )
A Bayreuth c’è ancora una via intitolata a Houston Stewart Chamberlain, ideologo nazista, e questo non è ammissibile.
Non posso, in questa mia forzatamente sommaria ed incompleta presentazione del libro, mancare di sottolineare le violenze psicologiche ( e non solo ) che Gottfried Wagner ha dovuto subire.
Alcune pagine sono davvero strazianti, in modo particolare quando descrivono i tumultuosi rapporti con il padre, oppure la guerra fredda che si è combattuta tra i clan dei fratelli Wieland e Wolfgang.
Attorno a questi protagonisti un campionario completo delle miserie umane formato da affaristi, politicanti e politici compiacenti, cantanti attenti solo ai compensi, giornalisti che fanno dell’opportunismo il loro editore, registi privi di talento e lecchini.
Solo negli ultimi anni, con grande fatica ed un lavoro estenuante, il Wagner ribelle ha trovato credito umano ed artistico, ma è stato costretto ad interrompere i rapporti con il padre.
Ma non voglio anticipare altro.
Vale la pena, credo, di dare uno sguardo all’attualità.
Quest’estate il lavoro registico di Katharina Wagner, designata in pectore alla direzione del festival, è stato accolto in modo controverso e le polemiche sono state notevoli.
Un’altra tappa del Crepuscolo?
A Gottfried Wagner, che ora vive in Italia con la sua famiglia, l’augurio che questa specie di seduta psicoanalitica pubblica serva a trovare un equilibrio interno soddisfacente.
Consiglio il libro non solo a chi ama la musica di Wagner, ma anche a tutti quelli che nutrono interesse storico per il fenomeno dell’Olocausto e del nazismo, due macchie indelebili sulla pelle di tutta l’umanità.
Il libro su IBS  (io l’ho pagato il doppio, non era ancora tra i remainder, mannaggia)
Piccola autocelebrazione
Forse qualcuno tra i miei lettori più attenti avrà notato che nel blog compare un nuovo box, con la lista dei miei libri preferiti.
Questo risultato straordinario è dovuto al mio duro lavoro di studio del linguaggio HTML, che è stato stimolato dal recente restyling operato da Giorgia al mio template.
Attendetevi novità mirabolanti, in un prossimo futuro ma, soprattutto, aspettatevi che questo blog scompaia nello spazio siderale della rete.
Buona domenica e felice settimana a tutti (strasmile)

La morale del totano.

Due minuti fa, ho acceso per sbaglio il televisore.
Dico davvero per sbaglio, nel senso che mi sono seduto sul telecomando e mi sono ritrovato la casa invasa da una voce chioccia e fastidiosa.
Il conduttore, una faccia patibolare che confermava in modo palese le teorie lombrosiane, parlava di calamari e totani.
Il suo compito era quello di insegnare a distinguere le due specie di molluschi che, all’occhio del profano, sembrano uguali o almeno simili mentre, in realtà, sono due animali diversi e soprattutto hanno costi diversi.
Così, ha preso in mano un totano ed ha detto, con il ghigno trionfante tipico dell’idiota: “Ecco, vedete? Questo è un calamaro!”
Ecco, ho pensato, questa è l’Italia.
C’è sempre l’esperto di turno in televisione che ci spaccia totani per calamari e ci vuole convincere che ha ragione lui, contro ogni evidenza.
Buon fine settimana a tutti.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: