Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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La stagione lirica 2015/2016 al Teatro Verdi di Trieste.

Anche in questo caso le avvertenze sono quelle del post precedente. Sostanzialmente riparo a un torto fatto dal quotidiano locale, Il Piccolo, alla città e al Teatro Verdi.
Ricordo che venerdì 17 novembre si apre la stagione lirica 2017, con Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij, opera meravigliosa, da non perdere per alcun motivo al mondo.
Qui sotto una foto (mia) dell’allestimento del 2009, sempre a Trieste.

Buona lettura (per chi ha pazienza, strasmile).

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Werther di Jules Massenet al Teatro Verdi di Trieste.

Qui, su La Classica nota, la recensione di una serata abbastanza soddisfacente.
A mio parere merita una visita al Verdi, anche perché non correte il rischio di incontrarmi perché non ho in programma di vedere altre recite (strasmile).
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Werther al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione semiseria sulle vite sfigate.

Venerdì al Teatro Verdi di Trieste debutta la nuova produzione del Werther di Jules Massenet. Come di consueto, ho pensato di scrivere qualche notarella sull’opera, in maniera da agevolare l’ascolto a chi conoscesse poco o nulla questo lavoro per molti versi affascinante e particolare.
Segnalo ancora l’intervista a Giulio Ciabatti, regista dell’allestimento.
E comincio dallo spleen, che sembra essere la chiave distintiva dell’opera.

sfiga
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Recensione semiseria del Werther di Jules Massenet al Teatro Regio di Parma.

Update del tutto fuori tema, ma non ho tempo per scrivere nulla.
Il grandissimo mezzosoprano Giulietta Simionato ci ha lasciati a pochi metri dal traguardo dei 100 anni.
Per tutti noi melomani è una perdita irreparabile.

Non ho molto da dire sulla situazione di scontro che si è creata tra Governo e Sindacati dopo il decreto sulle fondazioni liriche, se non che io sono dalla parte dei lavoratori teatrali e che, lo scrivo per chi di lirica sa poco o nulla, questa non è una riforma, ma sono solo tagli indiscriminati e basta.

Spartito Werther

Una volta chiarito questo punto, riferisco della mia trasferta mordi e fuggi al Regio di Parma, in occasione dell’ultima recita del Werther di Jules Massenet, domenica 2 maggio.
Intanto un piccolo appunto polemico, perché non è la prima volta che mi capita di non riuscire a vedere bene lo spettacolo,  pur acquistando biglietti di costo rilevante (palco laterale, prima fila, tanto per capirci) perché il regista si dimentica che esistono in teatro vari ordini di posti e che l’allestimento dovrebbe tenere conto anche della visibilità in sala. Voglio dire, tutto ciò che è successo da metà palcoscenico verso lo sfondo, per me non è esistito.
C’è da considerare che Marco Carniti ha messo su uno spettacolo brutto e spesso anche incongruente, con qualche spruzzatina di comicità involontaria (penso a Werther sostanzialmente morto che si rialza come Lazzaro e cammina, appunto, verso lo sfondo). Non è stata una gran perdita, quindi, perché ciò che ho visto non mi è piaciuto per niente.
Molto modesta la scenografia di Alessandro Chiti, scena fissa e fondale mobile che ogni tanto si apriva per lasciar intravedere un albero (?), un muretto, uno spazio aperto.
Parliamo dell’uso delle luci? La povera Sonia Ganassi, ad un certo punto, illuminata di rosso e spot bianchi, sembrava avesse una forma severa di psoriasi (strasmile). Mah. Certo, il blu ogni tanto rendeva l’atmosfera tetra, crepuscolare, ma non me la sentirei di affermare che il light design di Paolo Ferrari fosse memorabile, così come i costumi di Giusi Giustino erano improntati a una banalità da bancarella di fiera di strapaese.
Molto meglio, per fortuna, sono andate le cose dal punto di vista musicale, a cominciare dalla concertazione magnifica (come potete vedere dalla foto della partitura, ha frequentato quest'opera spesso, smile) di Michel Plasson, che sin dalla prima nota del Preludio mi ha coinvolto in quella che resta, a mio parere, un’estenuante e sofferta, lunghissima, marcia funebre.
Toni cupi, prodromi di una vicenda davvero straziante soprattutto dal punto di vista intellettuale, perché non tutte le morti sono uguali neanche nel melodramma. L’Orchestra del Regio di Parma ha risposto bene, trovando una morbida compattezza di suono nei momenti più drammatici e squarci luminosi ma trattenuti anche nelle aperture melodiche. Un plauso particolare agli archi, davvero eccellenti. Bene ha fatto anche il Coro di Voci Bianche, istruito da Sebastiano Rolli, che ha evitato ogni impertinenza dei ragazzi.
Werther Applausi Francesco Meli-Sonia Ganassi
Il motivo principale d’interesse di questo Werther era il debutto di Francesco Meli e mi fa piacere dedicargli un po’ di spazio.
 Il giovane artista ha superato la prova con notevole disinvoltura, nonostante sia evidente che debba ancora maturare una parte così complessa e psicologicamente sfaccettata.
Però, ragazzi, che bella voce di tenore (ma si sapeva) e che progressi ha fatto questo artista negli ultimi due anni, specialmente in quella famigerata zona che si chiama “passaggio”, in cui in passato si era trovato spesso in difficoltà. Ora la voce sale uniforme e senza scosse agli acuti e non si sbianca né assottiglia, ma resta anzi sonora e ben proiettata.
Werther Parma Francesco Meli e Sonia Ganassi 1
Il tenore è sembrato cauto all’inizio (O nature) ma poi la prestazione è andata in crescendo nei tre atti successivi, affrontati con una maturità e sicurezza vocale rilevanti: nei duetti con Charlotte, nella famosa lettura dei versi di Ossian (Pourquoi me réveiller) e nel drammatico finale del quarto atto.
Certo in scena era un po’ impalato, ma al di là del fatto che Werther è un personaggio statico dal punto di vista scenico, mentre, in un certo senso, è ipercinetico dal lato psicologico, si dovrebbe sapere anche quanto hanno influito le indicazioni del regista.
Belle le mezzevoci e misurati anche i tanto vituperati falsetti, dei quali però non ha abusato e che comunque sono usciti puliti e sonori. Bravissimo.
Di rilievo anche la prestazione di Sonia Ganassi nella parte di Charlotte, anche se io speravo che sfoderasse accenti più drammatici nella “scena delle lettere” che è stata ben cantata ma carente di quel pathos che la caratterizza. Il mezzosoprano però è un’artista musicalissima, sa stare in scena, recita con gusto e tratteggia una Charlotte che alla fine convince, anche perché nel finale ritrova accenti accorati e davvero commoventi pur in una linea di canto aristocratica che non ha concesso nulla allo sbracamento (termine tecnico, me ne rendo conto, strasmile)
Werther Parma Giorgio Caoduro e Sonia Ganassi
Giorgio Caoduro (Albert), altro giovane cantante che a me piace molto ma che non avevo mai avuto la possibilità di ascoltare dal vivo, si è comportato bene. La parte però non è certo di quelle che danno emozioni particolari, trattandosi di un personaggio tra i più inutili della storia dell’opera. Bella voce comunque, e mi sembra un baritono vero e non un tenore corto, come spesso succede di sentire.
Serena Gamberoni è stata bravissima, soprattutto perché non ha trasformato il personaggio di Sophie nella caricatura di una ragazzina un po’ scema e petulante. La voce è bella e gli acuti sono sembrati penetranti e sicuri.
Michel Trempont si è rilevato un Borgomastro a posto più scenicamente che vocalmente.
Routine bassina per tutti gli altri: Nicola Pamio (Schmidt), Omar Montanari (Johann), Asuza Kubo (Kätchen), Seung Hva Paek (Brühlmann).
Mi ha sorpreso che non ci sia stato alcun comunicato sindacale o accenno alla situazione dei tagli, ma evidentemente al Regio sapranno come difendere il loro lavoro senza che io dia suggerimenti non richiesti.
Grande successo di pubblico per tutti, teatro quasi esaurito e manifestazioni di giubilo per Francesco Meli e Sonia Ganassi, che i due artisti hanno strameritato.
Parentesi culinaria: mi sono ingozzato di tortelli e culatello e ho esagerato col mascarpone all’amaretto.
Peraltro ho una linea invidiabile e me lo posso permettere.
Contenta anche ex Ripley, anche se si è un po’ infastidita con una maschera.
Succede.
Ciao a tutti, qui trovate tutte le foto.
 
 

Lo spleen del Werther e dei melomani: scioperi ovunque.

Update: domani salta la pomeridiana di Butterfly a Trieste.

Ora che il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto sulle Fondazioni Liriche, davvero posso dire di essere entrato in quel clima di spleen che caratterizza il Werther di Jules Massenet, che dovrei vedere domani a Parma.

Sacrosanta protesta al Teatro Regio di Parma.
Dico dovrei perché è probabile che ci sia uno sciopero.Ovviamente mi seccherebbe molto, ma credo che al loro posto, di fronte all’ennesimo tentativo di far pagare al più debole tutte le colpe dello sfascio economico dei teatri italiani, farei peggio.
Al momento sono sicuri scioperi a Firenze, Milano, Genova, Torino, Bologna, Trieste..
By the way, di limitare in qualche modo i danni perpetrati da chi gestisce criminalmente le risorse per la cultura nel nostro paese non se ne parla neanche, e tantomeno di programmazione o dei ragazzi dei conservatori.
Ieri alla prima della Butterfly, di cui darò conto credo domani, i lavoratori del teatro triestino si sono limitati a leggere un comunicato prima dell’inizio dello spettacolo. Vederli tutti lì, schierati sul palco, artisti del Coro e professori d’Orchestra (in rappresentanza di tutti gli altri, quelli “invisibili”, dai tecnici ai truccatori), mi ha fatto abbastanza male.
Io posso solo sperare che si giunga più che a un accordo, a un definitivo abbandono di azzerare i teatri lirici italiani.
Jules Massenet è ricordato oggi come l’autore di Werther e Manon, ma in realtà fu compositore di successo anche per altri lavori oggi quasi dimenticati, con l’unica eccezione di qualche episodico allestimento dei Les pêcheurs de perles. Qualche titolo? Esclarmonde, Le roi de Lahore, Thaïs e lo splendido Don Quichote.
Una particolarità del Werther, nella produzione di Massenet, è il grande rilievo sia “quantitativo” sia psicologico della figura del tenore. Sino a quel momento Massenet era considerato quale compositeur de la femme.
Pensando alla Manon, alla Thaïs, ma anche a Leyla direi proprio che la definizione fosse azzeccata.
Ma ecco Werther, che tratto da Die Leiden des jungen Werther di Goethe, pone in primo piano e caratterizza fortemente la figura maschile e relega, si fa per dire, quella “antagonista” femminile, Charlotte a un ruolo che si definisce appieno solo dopo la scena delle lettere (ancora lettere, come già tante altre volte nel melodramma, da Traviata a Tatiana nell’Onegin).
Charlotte d’ora in avanti prende un “colore” drammaturgico diverso e si riscatta in qualche modo dal passato di perbenismo piccolo borghese che la vuole promessa sposa ad un uomo che non ama.
Ma, per citare Guccini (pensate voi, strasmile) come in un libro scritto male lui s’era ucciso per Natale ed è troppo tardi.
L’opera debuttò il 16 febbraio 1892 all’Opera-Comique a Parigi, dopo qualche tentativo andato a male sia per un certo ostracismo del direttore Carvalho (timoroso di un fiasco), sia per sfighe contingenti (l’incendio del teatro nel 1887).

Do you believe in a love at first sight? Si chiedevano i Beatles, in quel rivoluzionario album che fu Sgt. Pepper Lonely Heart's Club Band, nel 1967.
Ecco, per quanto l’opera lirica abbondi d’incontri fatali, forse mai come nel Werther l’amore a prima vista e i suoi possibili effetti distruttivi sono stati resi con più bruciante intensità.
Opera di carattere francese se mai ne esiste una, Massenet con la musica del Werther fa sentire lo spleen, il mal de vivre, le angosce disperate del protagonista.
Insomma, tra il suicidio di Cio Cio San, quello di Werther e il tentato (per ora, ma ce la faranno) omicidio del governo nei confronti dei teatri lirici m’attende un sereno fine settimana!
Un saluto a tutti, appuntamento per la recensione semiseria della Butterfly.
 

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