Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Recensione abbastanza seria dei Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi al Regio di Torino: l’impegno civile di Davide Livermore.

I Vespri Siciliani sono sicuramente una delle opere verdiane più difficili da mettere in scena, non è certo una novità.

Il Teatro Regio di Torino – inspiegabilmente “scoperto” in questi giorni da molti appassionati e addetti ai lavori, quando invece è da anni il miglior teatro italiano per intelligenza di proposte e capacità di realizzarle – ha proposto quest’anno un allestimento dell’opera che ha goduto di grande visibilità per i contemporanei festeggiamenti per l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
I biglietti sono pressoché esauriti da tempo, quindi la decisione di trasmettere in diretta televisiva la recita di ieri sera (la prima si è svolta il 16 marzo) sul digitale terrestre (RAI Storia) è stata particolarmente gradita.
Purtroppo, come si temeva dopo le testimonianze dei presenti alla prima, il soprano Sondra Radvanovsky ha dovuto dare forfait per un malanno ed è stata sostituita dalla collega del cast alternativo, Maria Agresta.
Bisogna dirlo subito, la sostituta è stata molto brava e gliene va dato atto.
Il soprano ha una voce di timbro gradevole, probabilmente sottodimensionata per la parte, acuti sicuri, discreta dizione e bella presenza scenica. Solo il registro grave è apparso inadeguato e la cantante, infatti, tendeva a scompaginare nelle note basse la sua linea di canto: insomma, come si dice in gergo in modo non troppo elegante, sbracava un pochino.
La Agresta ha cantato bene l’aria di sortita “In alto mare battuto dai venti”, la successiva “Arrigo, ah parli a un core” e un po’ meno bene il Bolero del quinto atto, ma nel complesso è stata credibile nella parte e la voce nei concertati passava bene l’orchestra.
Inoltre la prestazione, in un contesto scenografico almeno singolare, è risultata di buon gusto e la sua Elena in linea con le esigenze dello spettacolo.
Gregory Kunde è un artista di levatura straordinaria e ci sono numerose testimonianze discografiche, live e in studio, che lo confermano. Da qualche tempo ha deciso di allargare il repertorio ed esplorare i territori, pericolosi assai, del lirico spinto.
La parte di Arrigo è forse la più difficile (e pure tanto lunga!) tra quelle scritte da Verdi per la voce di tenore.
Kunde ha lottato tutta la sera con gli acuti, spesso presi di forza e dando la sensazione di faticare molto, però ne è uscito da grande cantante anche quando è dovuto rifugiarsi nel falsetto, come nel finale dell’opera (ma, per favore, ricordo che quello è un re naturale, non una notarella qualsiasi!).
Una prestazione di buon livello, alla fine, anche se sicuramente il tenore non sarà ricordato per questa parte.
Franco Vassallo ieri sera non mi ha convinto nei panni di Guido di Monforte. Il personaggio si presterebbe a un’interpretazione che ne metta in luce le mille ambiguità e tormenti, ma il baritono ha scelto la strada, per certi aspetti, più comoda, e cioè quella di cantare tutto forte. In questo modo esce la protervia, la violenza insita nel personaggio, ma si tralasciano troppi particolari importanti.
La voce non è preziosissima né per volume né per colore, inoltre, e quindi la scelta d’interpretare il personaggio sulla scia dell’esempio di altri baritoni di un passato anche recente, ma che potevano contare su doti vocali migliori, non è stata felice. La bellissima aria del terzo atto “In braccio alle dovizie” è parsa incolore, piatta e nel duetto che segue con Arrigo ho sentito solo concitazione e poco altro.
Buona la prestazione di Ildar Abdrazakov nei panni di Giovanni da Procida. Forse il basso è, tra gli artisti impegnati in questa produzione, quello che ha mostrato la linea di canto più pulita.
La voce è piuttosto chiara ma sonora e l’emissione morbida, mai forzata. Ben riuscita la grande aria “O tu Palermo” e sempre pertinente e azzeccato l’accento.
Per quanto riguarda i comprimari, che mi sono parsi di livello modesto, vi rimando alla locandina.
Magnifica la direzione di Gianandrea Noseda, sul podio di un’ottima Orchestra del Regio, sin dalla bellissima Ouverture iniziale. Tutto ha funzionato benissimo, compresi gli impegnativi concertati. Particolare attenzione il direttore ha dedicato all’accompagnamento ai cantanti, sempre sostenuti da un’orchestra che suonava per sostenerli senza compiacimenti e clangori.
Molto bene anche il Coro, assai impegnato anche dal punto di vista scenico.
La regia di Davide Livermore meriterebbe, almeno per rispetto nei suoi confronti, un post a parte. Non ne ho il tempo, però. In Rete si trovano con facilità discussioni in merito, esagerazioni comprese.
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Non temo le decontestualizzazioni, anzi, trovo che siano uno strumento utile per mantenere in vita il teatro lirico.
La mia idea è che Livermore abbia messo troppa carne al fuoco e lo spettacolo in alcuni momenti sia confuso, con qualche scivolata di troppo nella retorica nazionalpopolare. Livermore spara metaforicamente a troppi bersagli (la politica, la televisione, la mafia ecc ecc) e si rischia l’effetto saturazione e, soprattutto, che le scene distolgano dalla musica.
Però è anche uno dei pochi registi che sa leggere una partitura in primis e poi non lascia nulla al caso ma anzi pretende molto da tutta la compagnia artistica. Grazie a questo lavoro minuzioso lo spettacolo si svolge sino alla fine in modo coerente con le dichiarazioni che ha rilasciato prima, durante e dopo la serata.
Dichiarazioni improntate di un impegno civile che merita attenzione e non scherno.
Mi pare che il pubblico, almeno ieri sera, abbia tributato un grandissimo successo a questi Vespri.
Io la mia opinione l’ho detta, buon fine settimana a tutti.
 
 

Nabucco, Vespri, Flauto Magico in televisione: that’s incredible!

OperaClick è di nuovo accessibile dopo il rinnovamento del sito. Può essere che ci sia ancora qualche problema con il login, abbiate pazienza.

Piccolo post it per gli appassionati e magari anche per qualche ardimentoso neofita.
 
Giovedì 17 marzo
 
Nabucco di Giuseppe Verdi dal Teatro dell’Opera di Roma: in diretta su RADIO3 e RAI3 alle ore 20.30 e/o in alternativa in differita TV sul canale satellitare ARTE alle 22.15
 
Qui la locandina.
 
Venerdì 18 marzo
 
I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi dal Teatro Regio di Torino: in diretta sul digitale terrestre sul canale RAIStoria alle ore 19.50
 
Qui la locandina.
 
Domenica 20 marzo
 
Die Zauberflöte di W.A.Mozart dal Teatro alla Scala di Milano: sul digitale terrestre canale RAI5 ore 19.45
 
Qui la locandina.
 
Qualcosa recensisco, giuro, ma non so cosa.
Non è una promessa, bensì una minaccia (smile)!
 
 
 

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione semiseria e carnascialesca.

Siccome di Salome (la storia di una quasi coppia di fatto di nuovi mostri, strasmile) ho già scritto molto l’anno scorso, quando vidi l’opera di Strauss prima a Bologna– tra l’altro l’allestimento è lo stesso delle recite triestine, trattandosi di una coproduzione- e poi a Firenze, ho pensato di dare un taglio diverso dal solito ai post di presentazione, prendetelo come uno scherzo di Carnevale ok?

Per questa prima puntata mi sono ispirato a un articolo di Loredana Lipperini che si trovava nel libretto di sala a Firenze.
Uno sguardo trasversale, quindi, che indaga la figura e la storia di Salome da alcuni tra i tanti punti di vista non strettamente operistici.
Ecco allora alcune immagini di Auprey Beardsley che accompagnarono la pubblicazione del lavoro di Oscar Wilde, nel 1893.

Salome e Jochanaan:
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La danza dei sette veli:
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Il bacio di Salome a Jochanaan:

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Ovviamente anche il cinema e la televisione, killer conclamati del teatro d’opera,  si sono appropriati della vicenda di Salome ed ecco un paio di esempi.

La danza dei sette veli di Alla Nazimova nel film del 1923 diretto da Charles Bryant:

 Il bacio di Maria Kouba a Jochanaan nel film per la televisione del 1960:
 

Non possono mancare i mattatori a vario titolo, come l’incredibile Carmelo Bene nel suo film Salome:

La non meno incredibile e fantasmagorica versione di Ken Russell:

E per finire e tornare più propriamente alla lirica, la straordinaria Montserrat Caballé nel 1957, quando debuttò la parte di Salome a Basilea all'età di 23 anni.

Insomma, ho scritto un post che non leggerà nessuno, me ne rendo conto. Ci vuole troppo tempo per tutta 'sta roba.
Intanto buona settimana a tutti, in attesa della prolusione di Franco Serpa che si svolgerà dopodomani (mercoledì) alle ore 18.

Recensione semiseria della Forza del destino al Teatro Regio di Parma: il grande zot.

È scomparso nei giorni scorsi Andrea Giorgi, direttore di cori stimatissimo che ha lavorato in tutti i più prestigiosi teatri d'Europa.
Purtroppo non ho il tempo per scrivere un ricordo articolato come meriterebbe questa grande personalità della musica che lascia un vuoto davvero incolmabile tra gli appassionati e gli addetti ai lavori, e mi devo limitare solo alla notizia.
Riposi in pace.

Premetto che questa mia recensione, sempre semiseria, questa volta è un po’ più attendibile delle altre ricavate da un ascolto televisivo perché ho visto la generale mercoledì 26 gennaio, in occasione della riunione dell’Associazione nazionale critici musicali a Parma.

Tante volte si nomina la parola scenica nelle recensioni o nelle discussioni tra appassionati, e anzi, mi è successo che qualche neofita mi abbia chiesto una definizione chiarificatrice del concetto di parola scenica.
Bene, siccome qui non vogliamo farci mancare niente, faccio rispondere a Giuseppe Verdi, che parlando proprio della Forza del destino, così si esprimeva:
 
…nella Forza del destino non è necessario saper fare dei solfeggi e delle cadenze, ma bisogna aver dell’anima e capire la parola ed esprimerla…
 
Un paradosso, evidentemente, perché l’opera lirica è canto, ma un paradosso che spiega benissimo il concetto di cui sopra.
Ho voluto cominciare con quest’inutile mini tesina perché ad almeno un paio degli interpreti della Forza di questa sera la frase in neretto andava fatta imparare a memoria. Oltre ai problemi vocali, sui quali non si può certo sorvolare, spesso a latitare era l’accento, il fraseggio, la comprensione dell’importanza drammaturgica del testo.
Ci sono state defezioni importanti nel cast originariamente pensato (problemi di salute per quanto riguarda Daniela Dessì e altre circostanze che non conosco per ciò che riguarda Francesco Hong) ed è indubbio che entrambi i citati artisti fossero sulla carta più adatti alla parte dei sostituti che hanno cantato stasera.
Quindi una volta preso atto che Dimitra Theodossiou debuttava la parte e l’ha dovuta studiare in poco tempo e che Aquiles Machado (debuttante anch'egli) era originariamente previsto nel cast alternativo, direi che possiamo andare avanti.
La direzione di Gianluigi Gelmetti è stata piuttosto generica ed è mancata di quell’attenzione e cura al fraseggio orchestrale che è indispensabile per rendere i contrasti di questa partitura verdiana ricchissima.
Gelmetti

In particolare mi è parso, già nell’Ouverture iniziale, che mancasse di vigore e sentimento, soprattutto negli archi. In tutta l’opera, nei momenti drammatici che sono tantissimi, ho avvertito questa mancanza di nerbo e controllata concitazione, sostituiti anche da episodici clangori . Meglio, molto meglio invece nei passi elegiaci e nell’accompagnamento ai cantanti, ma nel complesso la direzione è mancata d’equilibrio e omogeneità.
Mi sono chiesto, e esprimo questo dubbio anche qui, se ciò non dipendesse dal fatto che alcune voci fossero sottodimensionate alle parti e in questo caso la concertazione morbida potrebbe essere una scelta meditata.
Discretamente si è comportata l’Orchestra del Regio e la resa del Coro, davvero magnifico alla generale, è sembrata meno efficace questa sera, ma ho fortissimi dubbi sul posizionamento dei microfoni che metteva inopportunamente le voci del Coro in primo piano, distorcendone la funzione.
Dimitra Theodossiou era nei panni di Leonora e la sua prestazione è stata alterna.
OVI ParmaIl soprano ha personalità, temperamento e anche una discreta disinvoltura sul palcoscenico, ma la voce, soprattutto nella prima ottava, è spesso flebile. Va meglio nel registro acuto, mentre i centri non sono importanti come richiederebbe il personaggio.
Brava nella prima aria Me pellegrina ed orfana, ad esempio, ma deficitaria nella successiva scena con Alvaro e nell'aria Madre pietosa vergine, nella quale la cavata è apparsa chiaramente insufficiente.
Così così La vergine degli angeli.
L'ultimo scoglio,  l'aria Pace mio Dio, è stato accolto in modo opposto dal pubblico: moltissimi applausi e qualche buuu. A me è sembrata dignitosa.
Però, considerato appunto che si trattava di un debutto in un ruolo scorbutico, la prova è da ritenersi sicuramente positiva.

Aquiles Machado non ha il peso vocale per la parte di Don Alvaro ed è stato costretto, dalla prima all’ultima nota, a un canto forzato e generico, sempre sul forte o mezzoforte. Una scelta obbligata perché altrimenti la voce, di timbro non gradevolissimo e di modesta proiezione, non avrebbe passato l’orchestra.
Considerato che Alvaro è tra i personaggi verdiani più tormentati, la circostanza è piuttosto grave.
Poca attenzione ai recitativi, nessuno slancio amoroso, nessun ripiegamento malinconico, accento inesistente.
Paradigmatica della prestazione di Machado recitativo e aria La vita è inferno all'infelice…oh tu che in seno agli angeli, resa senza colori e monotona.
Un Alvaro piatto non può considerarsi riuscito sotto alcun punto di vista.

Più a suo agio Vladimir Stoyanov, che ha interpretato Don Carlo di Vargas in maniera piuttosto monolitica ma possiede una voce adatta alla parte. Inoltre il fratello di Leonora è il personaggio della Forza che meno necessita di scavo psicologico, votato com’è solo alla vendetta. Il baritono ha superato discretamente la prova dell'urna fatale e nel duetto della barella è stato nettamente superiore al tenore, e lo stesso si può dire per entrambi i duelli.
Una prestazione discreta, diciamo.

Mariana Pentcheva, voce importante, ha urlacchiato abbastanza la sua Preziosilla, senza donarle un’identità particolare: una prova modesta e di gusto opinabile, quella del mezzosoprano.
Roberto Scandiuzzi ha cantato più o meno come nella recente prova fiorentina, il suo Padre Guardiano risulta cavernoso quando non gutturale, molti problemi d'intonazione qua e là, insomma proprio non si può dargli la sufficienza.
Strana la prova di Carlo Lepore, un Fra’Melitone discreto vocalmente e centrato dal punto di vista interpretativo e di gusto accettabile, ma che rispetto alla generale ha accentuato di molto, con risultati discutibili, il lato grottesco del personaggio, sfiorando qualche volta il macchiettismo.
Accomuno, non me ne vorranno, in un unico giudizio di sufficienza risicata tutti i comprimari: Ziyan Atfeh (Marchese di Calatrava), Adriana Di Paola (Curra), Alessandro Bianchini (Alcade), Myung Ho Kim (Trabuco) e Gabriele Bolletta (Chirurgo).
Stefano Poda firma a caratteri grandi questo allestimento perché è responsabile di regia, scene, costumi, luci e coreografie (per una volta apprezzabili!).
Lo spettacolo è piuttosto gradevole, sostanzialmente tradizionale, ma presenta qualche incongruenza e un paio d’ingenuità.
Rispetto alla generale, per fortuna, è stato cambiato il costume di Leonora nell'ultimo atto: d’accordo che siamo in teatro (ho letto le note di regia dello stesso Poda, piuttosto pretenziose e banali, sembrava la provetta di un liceale che vuol far colpo sulla professoressa, smile) ma nella scena finale a qualsiasi latitudine una donna nascosta in un convento di frati con un vestito che le lascia le spalle fuori e ne evidenzia il seno rigogliosissimo non è credibile: almeno Poda ha avuto l'umiltà di raccogliere qualche suggerimento e di coprire il soprano con uno scialle.
E poi la genialata finale, la spada che cade dal cielo e s’infilza su di una roccia in una nuvola di un pulviscolo inspiegabile (la forfora di Zeus, bah! Strasmile) non crea né sorpresa né sgomento, ma solo risate inopportune che rovinano il pathos di un momento che dal punto di vista drammaturgico e musicale è sublime e necessita di composto raccoglimento.
Molto belle le luci e interessanti i costumi, suggestive le scenografie che però danno la sensazione del deja vu, in particolare i due elementi centrali che ruotano e fanno da sfondo all’azione (penso alle regie di Daniele Abbado nel Nabucco, nel Don Giovanni e non solo).
Nonostante tutto lo spettacolo ha un suo fascino e a me è sembrato che funzioni egregiamente: qui potete vedere molte foto dell’allestimento. 
Le reazioni del pubblico (non mi spiego perché l'editor di Splinder m'ha cambiato il carattere, scusate) sono state univoche: applausi per tutti, regista e direttore compresi, e trionfo per Dimitra Theodossiou.
Al solito, se ci sono errori ortografici segnalate, così domani correggo.
Buon fine settimana a tutti.

Recensione semiseria di Pagliacci e Cavalleria rusticana alla Scala di Milano: AAA tenori cercasi!

Serata dall’esito contrastato alla Scala di Milano per il dittico Cavalleria-Pagliacci.

Premetto che ho seguito l'opera in televisione, su RAI5.

La regia di entrambe le opere è stata firmata da Mario Martone che non ha lasciato certo un segno indelebile.
Pagliacci rimestati nella solita salsa vista e stravista mille volte, senza un’identità precisa, ambientati suppongo in un generico presente (c’era un’automobile in scena) e considerevolmente intristiti da costumi, a cura di Ursula Patzak, da trovarobato squallido. Luci insignificanti di Pasquale Mari e scene banali di Sergio Tramonti.
Spero che non ci sia ancora qualcuno che faccia buon viso allo stantio gioco del presunto metateatro, solo perché il tenore punta il coltello alla gola ad uno spettatore che stava in un palco vicino al proscenio.
Dal punto di vista vocale questi Pagliacci sono stati un disastro, perché a cantare discretamente sono stati in due su cinque.
Pessima, indecente, la prestazione di José Cura, il tenore che ha interpretato Canio, una sofferenza per chiunque ami la lirica. Ululati, cachinni, stonature, tutto il campionario di quello che non si vorrebbe sentire da un cantante. Una sbobba indecorosa e indigesta, sulla quale non dico nulla di più perché non vale neanche la pena che mi sprema per descriverla.
Poco meglio il soprano Oksana Dyka, che però mi ha dato al sensazione di non aver idea di cosa stesse cantando, tanto era monotona nel fraseggio e piatta nell’accento. E Nedda, al contrario, è personaggio vivo che esprime lacerazioni interiori e sentimenti forti.
Voce anonima e acuti gridati e presenza scenica tendente allo zero. Vabbè.
Ambrogio Maestri discreto Tonio sia vocalmente sia dal lato attoriale, anche se certo non si può affermare che tratteggi un personaggio memorabile. Bene il Prologo, seppure cantato tutto forte.
Forse poteva evitarci qualche effettaccio, ma in un’opera come questa ci può stare, forse.
Male anche il baritono Mario Cassi, un Silvio spesso stonato e calante, del quale si può innamorare solo una patata lessa come la Nedda di stasera. Povera, tra Canio e Silvio era messa proprio male (strasmile).
Abbastanza buona la prova di Celso Albelo quale Beppe/Arlecchino, che è parso, a confronto del resto della compagnia di canto, una specie di divinità canora.
Davvero splendida la direzione di Daniel Harding, perché ha dimostrato che si può dirigere un’opera come Pagliacci senza ricorrere a clangori e spargere retorica ridondante ad ogni nota. Anzi, proprio nei momenti più drammatici è risultato asciutto ma vigoroso e pure nell’accompagnamento ai cantanti (si fa per dire) si è dimostrato sobrio, mai prevaricante. Merito anche di un’Orchestra della Scala magnifica, che evidentemente, un po’ come tutte le orchestre, ha bisogno di una personalità forte sul podio per rendere al meglio.
Il pubblico ha contestato vivacemente tutti, prendendosela in particolare con Cura, salvando inspiegabilmente Massi e fischiando stupidamente Harding. I fischi al direttore sono stati uno scandalo vero e proprio.
Le cose sono andate meglio in Cavalleria rusticana.
In questo caso la regia di Martone e il lavoro dei suoi collaboratori (gli stessi dei Pagliacci) mi ha convinto. Molto belle le luci, appropriati i costumi, scene dignitose. Un allestimento tradizionale ma con una personalità piuttosto marcata.
Il Turiddu di Salvatore Licitra non è stato, per usare un eufemismo, particolarmente convincente. Il tenore ha una voce assai bella ma a me sembra inerte dal lato interpretativo e vocalmente sempre al limite (e qualche volta oltre) dell’urlo. Ci si potrebbe addentrare in speculazioni tecniche ma non mi pare il caso. Diciamo che per ora continua a sfruttare il capitale che madre natura gli ha regalato, con risultati alterni.
E poi, caro Salvatore, non si può dire Francoforte invece di Francofonte, dai!

Nel complesso brava Luciana D’Intino, anche se la parte di Santuzza non le si addice nonostante ce l’abbia in repertorio da molto. Spesso gli acuti erano ghermiti e la sensazione di fatica piuttosto evidente. Il personaggio però è centrato ed esce piuttosto bene.
Claudio Sgura mi è sembrato sottotono ma non ha certo sfigurato. C’è da considerare che Compar Alfio non offre il destro per particolari introspezioni, è un personaggio semplice, lineare.
Per me Elena Zilio, Mamma Lucia, era impresentabile. Nessuno nega il suo passato ma ormai può fare solo qualche comparsata che non preveda difficoltà vocali, suvvia.
Discreta Giuseppina Piunti nei panni di Lola.
Harding anche in questo caso mi è piaciuto molto, specialmente nell’Intermezzo, mentre l’Orchestra della Scala ha presentato qualche sbavatura negli archi: nulla d’irrimediabile.
Molto bene sia in Cavalleria sia in Pagliacci il Coro della Scala.
Il pubblico ha fischiato, giustamente, Licitra, e applaudito senza troppi entusiasmi il resto della compagnia di canto. Molto festeggiato pure Harding, per fortuna.
Contestata piuttosto vivacemente la regia di Martone, non so se più per i Pagliacci o per Cavalleria Rusticana.
Una piccola chiosa sulla regia televisiva: non male, però i primi piani nella lirica sono sempre a rischio. Stasera Ambrogio Maestri ha esalato un catarro di dimensioni ragguardevoli e non sono cose belle (smile).
Bene, buonanotte! 
P.S.
Scritto in fretta, segnalate errori che poi domani, anzi oggi, correggo.

Il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci alla Scala di Milano: la prima salta per sciopero.

Avevo appena pubblicato il post ed ecco che sul sito della Scala è comparsa la conferma dello sciopero. Se ne riparla martedì 18, quindi.

Domenica prossima, al Teatro Alla Scala di Milano, dovrebbe  essere di scena il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci, che incredibilmente manca nel teatro milanese da trent'anni.

Scrivo dovrebbe, perché le possibilità che la prima salti per sciopero (ovviamente per le note vicende dei tagli alla cultura di questo governo) è molto alta. Vi terrò aggiornati, anche perché la recita sarà trasmessa (anche in streaming? Non si sa e dopo la figura pessima della volta scorsa non mi va di fare previsioni) sul nuovo canale digitale RAI5 dalle ore 20.
Nonostante un cast non entusiasmante che si distingue solo per la presenza dell’ottimo direttore Daniel Harding (il grande ed esigente Daland, di cui mi fido ciecamente, ne dice qui assai bene), l’attesa tra gli appassionati è piuttosto alta. Insomma, sono opere popolari nella migliore accezione del termine e appartengono a quel periodo culturale noto come verismo.
I lavori sono effettivamente contemporanei, Cavalleria di Mascagni debuttò nel 1890, Pagliacci di Leoncavallo nel 1892.
Entrambi i compositori fanno parte di quella che è chiamata la Giovane Scuola, una corrente musicale che ha dominato per un decennio e che presenta alcune caratteristiche comuni e anche molti luoghi comuni, il più fastidioso dei quali è che le opere debbano essere cantate con la bava alla bocca, digrignando i denti e urlando come bestie. E in effetti molto spesso i cantanti cadono in quest’errore, con risultati rivedibili.
Una cosa è essere vigorosi, incisivi, ben altra essere sguaiati e volgari.
Per fortuna, nella discografia soprattutto, c’è sempre qualche esempio chiarificatore.
E proprio ai dischi ricorro questa volta per la mia breve presentazione delle opere in questione, non prima di farvi vedere come si presentava il Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto nel 1937, proprio in occasione di una Cavalleria Rusticana.
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Come potete vedere, un delirio di folla tra la quale si nascondeva anche il mio papà che mi ha da poco lasciato, allora tredicenne.
Dal punto di vista discografico, dicevo, c'è un'incisione di riferimento assoluto, dalla quale non si può prescindere pur nel rispetto dei gusti personali e, guarda caso, quest'incisione porta la firma di tale Herbert von Karajan. Destino cinico e baro, quello dei direttori davvero grandi, e cioé di essere sempre una specie d'aggregante di talenti, un marchio di fabbrica di qualità.
In entrambe le opere Karajan lavora con l'Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di quei tempi, che erano compagini di livello stratosferico.
E allora ecco che la musica scorre carica di sensualità senza che ci sia mai neanche il sospetto di volgarità. Allo stesso tempo le pagine più patetiche non risultano mai lacrimevoli e zuccherose, ma sono sempre ammantate di una scabra dignità popolare oggi perduta, travolta dall'esibizione coatta del dolore televisivo.
Certo, in entrambe le opere va in onda l'omicidio efferato, ma quasi ce ne scordiamo.
Dopo il direttore, protagonista assoluto è il tenore Carlo Bergonzi che interpreta le parti di Turiddu e Canio e addirittura, a mio personalissimo parere, ci lascia le sue prove migliori in assoluto e lo fa proprio perché affronta personaggi che sembrano lontani dal suo repertorio d'elezione, che è quello verdiano.
La registrazione è del 1965, nel pieno della maturità dell'artista che doveva essere in un periodo di forma straordinario, come si può facilmente constatare dall'ascolto di contemporanee registrazioni dal vivo. Acuti eccellenti, dizione più a posto del solito e un fraseggio e un accento memorabili.
Nei Pagliacci poi abbiamo anche il miglior Tonio di sempre (parere mio, ovvio) e cioé uno spettacolare Giuseppe Taddei che canta un Prologo da brividi.
Bravi anche Rolando Panerai (Silvio) e Ugo Benelli (Beppe).
Ad un livello inferiore si pone la caratterizzazione di Joan Carlyle nei panni della sfortunata Nedda, ma probabilmente la prestazione impressionante degli uomini ne evidenzia i limiti d'accento.
In Cavalleria da rilevare l'eccellente prova di Fiorenza Cossotto quale Santuzza. La temperamentosa artista (spesso criticata, a ragione, per una certa tendenza a strafare) qui tratteggia un personaggio davvero magnifico, dignitoso nella certezza del tradimento ma essenziale, dal dolore trattenuto e sorvegliato e mai sfacciatamente esibito.
Rilevante anche la prestazione di Gian Giacomo Guelfi, il baritono che interpreta Compar Alfio.
Quindi, in attesa di aggiornamenti (sia per lo sciopero sia per la trasmissione via web) che vi darò in neretto all'inizio del post, ci rileggiamo per la recensione semiseria.
Buon fine settimana a tutti.

Recensione abbastanza seria del DVD della Walküre uscito con Classic Opera, per la regia della Fura dels Baus.

Stasera alle 19.15, sul canale satellitare Arte, recital di Jonas Kaufmann. Il tenore canterà brani di Wagner, Beethoven e Weber.

Tutti voi sapete che io sono un wagneriano fradicio, l'ho scritto pure nel profilo in alto a sinistra, non mi nascondo dietro un dito.
Perciò quando esce qualche novità discografica o su altro supporto del mio compositore preferito, mi trasformo in una specie di cane da tartufo e punto negozi, edicole o quel che siano finché non riesco almeno a toccare fisicamente la novità. Poi posso anche decidere di non comprare nulla, ma prima devo accertarmi di persona.
Bella immagine, vero, quella di Amfortas a quattro zampe vicino a un'edicola (strasmile).

A distanza di circa sei mesi dall'uscita del Rheingold, di cui ho già parlato qui, la rivista Classic Opera è uscita con il DVD della Valchiria, sempre per la regia della Fura dels Baus.walkiria_fi1
Come già nell'occasione precedente oltre ai due DVD dello spettacolo è allegato un numero monografico, fatto piuttosto bene, sul compositore tedesco.
Divertente, tra le altre cose, il pezzo di Alberto Mattioli sulla "fauna" che popola le prime della Scala.
Il tutto a 14.90 e per qualche euro in più per le spese di spedizione direttamente sul sito.
Ricordo che questo Ring completo è stato allestito in Italia al Teatro Comunale di Firenze, con grandissimo successo di pubblico, e che io ho visto live solo il Siegfried e la Götterdämmerung.
La regia di Carlus Padrissa, lo ribadisco, è assai accattivante ma pure molto ingenua e didascalica nella realizzazione scenografica, quasi autocompiaciuta nella ricerca dell'effetto stupefacente.
Va detto però che in questo caso le scene sono davvero spettacolari e che il lavoro di regia vero e proprio, sui movimenti dei cantanti, appare più curato.
walkiria_fi2Le proiezioni sono forse la parte più scontata dello spettacolo, ma immagino che in teatro l'effetto fosse ragguardevole e comunque sono parte fondamentale della filosofia della Fura.
Alla testa di una decisamente buona Orchestra della Comunitat Valenciana c'è Zubin Mehta, come poi a Firenze.
Ebbene il direttore, spesso discusso per una certa superficialità d'intenti, in questa Valchiria torna quasi ai livelli d'assoluta eccellenza d'un tempo, nel solco della tradizone che si rifà più all'intimismo di un Karajan che alla magniloquenza di Georg Solti.
Merito indiscusso poi la grande attenzione ai cantanti in questa giornata del Ring in cui si disvelano sentimenti forti e contraddittori.
walkiria_fi6La compagnia di canto è molto buona a partire dallo splendido Siegmund di Peter Seiffert (il confronto con lo sbiadito, a voler essere generosi, Simon O'Neill della recente Valchria scaligera, è impietoso). In questo caso si percepisce davvero tutta la stanchezza ma anche l'audacia, la gioventù, l'ardimento del giovane eroe in fuga. Seiffert inoltre sfuma il canto e arricchisce l'interpretazione con mezzevoci, rendendo così plausibile il personaggio. Una grande prestazione.
Di qualità anche la performance di Petra Maria Schnitzer che restituisce a Sieglinde un tratto fondamentale, la gioventù. E aggiungerei anche una notevole carica erotica che non deriva dalla pur non disprezzabile fisicità, ma dall'accuratezza e dall'intensità del fraseggio.
walkiria_fi8Un po' meno centrata, come del resto già nel Rheingold, la prestazione di Anna Larsson, che tratteggia una Fricka piuttosto monolitica e banale, priva di originaltà. Un compitino sufficiente, diciamo.
Il grandissimo Matti Salminen dimostra come dopo decenni di frequentazione wagneriana si possa essere ancora in sorprendente forma vocale: il suo Hunding è una pietra miliare nel percorso interpretativo di questo personaggio. Anche qui, meglio non fare paragoni con l'orchesco Sir Tomlinson di questi giorni alla Scala di Milano.
Per quanto riguarda Jennifer Wilson, che ha l'arduo compito di dare vita alla Valchiria Brünnhilde, i risultati sono abbastanza buoni.
Certo la Wilson non può contare su una voce che le consenta di risolvere di forza il personaggio, e quindi, meritoriamente, punta di più sull'approfondimento psicologico.
Peraltro i do dell'entrata sono tutt'altro che disprezzabili, bisogna dirlo, così come è intensa tutta la scena dell'estenuante duetto finale con Wotan.
walkiria_fi10Da ultimo quello che, almeno per me, è uno dei migliori Wotan degli ultimi anni (insieme a Albert Dohmen, Falck Struckmann e allo semisconosciuto Greer Grimsley), e cioé Juha Uusitalo.
Dicevo nei post introduttivi che hanno preceduto la prima scaligera, che l'interprete di Wotan deve essere sì un ottimo cantante ma soprattutto un grande fraseggiatore. In questo caso il cantante è buono ma il fraseggiatore è brillantissimo, tanto che in questo DVD di Wotan s'apprezzano più, forse, i momenti d'introspezione psicologica che quelli più lirici, in cui il canto è più sfogato, libero, quasi più melodico.
Peraltro, nell'Addio alla Valchiria entusiasmano il legato e la morbidezza della voce dell'artista che sa poi nella frase finale ritrovare l'accento imperioso e virile, quasi sfrontato, del dio orgoglioso e despota.walkiria_fi12
Completano il cast le altre otto Valchirie che si comportano a mio parere meglio della media.
Sono Bernadette Flaitz (Gerhilde), Helen Huse Ralston (Ortlinde), Pilar Vasquez (Waltraute), Christa Meyer (Schwertleite), Eugenia Bethencourt (Helmwige), Heike Grotzinger (Siegrune), Manuela Bress (Grimgerde) e Hannah Ester Minutillo (Rossweisse).
Interessante l'ormai classico making of, perché ci dà modo di scrutare tra i "trucchi" della Fura.
Anche in questo caso consiglio l'acquisto del DVD soprattutto a chi non ha potuto vedere gli allestimenti della Fura dels Baus dal vivo, ma anche a qualche neofita che magari ha trovato qualche spunto d'interesse nello spettacolo di Cassiers alla Scala.
Un saluto a tutti.

Recensione semiseria di Die Walküre alla Scala di Milano.

Cominciamo dalla fine.

Il pubblico ha tributato un bel successo alla Valchiria che ha aperto la stagione della Scala, con qualche singola protesta (a mio parere totalmente ingiustificata) per la direzione di Barenboim e contestazioni più evidenti per l’allestimento del regista Guy Cassiers ( sempre a mio parere, più condivisibili).

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Grandissimo successo per Nina Stemme e Waltraud Meier, buono per Ekaterina Gubanova, tiepido per Vitalij Kowaljow e Simon O’Neill, di cortesia per John Tomlinson e le rimanenti Valchirie.
Io ci tengo in modo particolare a sottolineare la bellissima prova dell’Orchestra della Scala, in gran serata, era da tempo che non sentivo una compagine italiana esprimersi a questo livello.
Per quanto la visione televisiva possa essere fuorviante, mi sento di poter liquidare l’allestimento di Cassiers come inutile, nel senso che non ci ho trovato un’idea originale. I costumi di Tim van Steenbergen erano belli, ma privi d’identità, avrebbero potuto essere funzionali anche per un qualsiasi altro spettacolo operistico.
Chissà, forse nell’ottica di un contenimento dei costi, hanno intenzione di riciclarli (strasmile).
Le scenografie di Guy Cassiers e Enrico Bagnoli, quest’ultimo firma anche le discrete luci, solo funzionali allo spettacolo e quindi pure esse anonime nella loro superficiale eccentricità.
Il video design (che poi sarebbero le proiezioni, credo) di Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer era più o meno al livello di un brutto screensaver.
In generale molto buona la direzione di Daniel Barenboim, che però forse sarebbe stata valorizzata da un Wotan di livello artistico superiore a quello di stasera.
Per chi conosce il suo Ring, nulla di nuovo.
Forse qualche indugio di troppo, nel tentativo parzialmente riuscito di amplificare la drammaticità di alcuni momenti-penso al dialogo Wotan-Fricka, ma anche al duetto finale tra il dio e la figlia- e una certa mancanza di vigore nella famosa “cavalcata delle valchirie”.
In altri momenti  la direzione mi è parsa eccellente-l’incantesimo del fuoco, davvero commovente e ben suonato- e il finale del primo atto.
Nel complesso è stata la sua migliore direzione alla Scala, Tristan di qualche anno fa compreso.
I cantanti, in ordine d’apparizione.
Simon O’Neill , il Siegmund di quest’edizione, mi è sembrato soprattutto carente d’accento eroico e monocorde nell’interpretazione.
Il “Wintersturm” è scivolato via senza emozione, e quasi tutto il resto confuso in un generico senso di ansiosa concitazione, tra l’altro con una voce non certo accattivante. Buono nel finale del primo atto, chiuso da un discreto acuto (difficile, già l’ho scritto più volte, questo la naturale).
Affaticato e senescente nella scena dell’agnizione e nella battaglia con Hunding.
Certo, non ha combinato disastri particolari, a parte una stecchina nel secondo atto, ma non mi ha convinto per nulla.

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Grandissima a dispetto di qualche acuto strillato la prova di Waltraud Meier, una Sieglinde di assoluto livello che non teme confronti con le migliori interpreti di questa parte.
Non ha più la freschezza vocale di vent’anni fa, molto strano vero? Nel frattempo però s’è impadronita del personaggio e quello che manca, poco, dal punto di vista vocale, è ampiamente compensato da una presenza scenica soggiogante e da un’interpretazione attoriale da vera attrice.
Per non parlare poi del fraseggio straordinario.
Meravigliosa, davvero.
Molto modesta la prestazione di John Tomlinson nei panni del perfido Hunding.
Per il glorioso basso la buona recitazione non basta a tappare le grosse falle che si sono aperte nella sua organizzazione vocale.
La voce è malferma, spesso gutturale, l’emissione aperta e sempre sguaiatella.
Molto, molto scarso.
Per quanto riguarda Vitalij Kowaljow devo dire che sino all’Addio alla Valchiria ha cantato discretamente, da buon professionista, sia chiaro, niente di più. Ho trovato pertinente l’accento e curato il fraseggio, ad esempio. Gli acuti, la parte è piuttosto alta, non particolarmente facili ma neanche forzati.
Però la parte di Wotan richiede un legato perfetto che è mancato in pieno nell’Addio e i tempi estremamente rilassati di Barenboim hanno contribuito a rimarcare la circostanza.
Dal punto di vista strettamente interpretativo le cose sono andate meglio, perché il suo Wotan energico e virile è sicuramente plausibile.

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Molto brava Nina Stemme che ha connotato di grande femminilità e sensualità la sua Brünnhilde.
Bellissima l’entrata, con tutti quei do da sgranare a freddo. Non erano certo i do della Nilsson, enormi, ma però sono stati raggiunti senza sforzo.
Bene la scena dell’Annuncio di morte, nella quale per certi aspetti ho sentito una Valchiria quasi ideale: fiera, ferma, imponente ma non un’algida matrona.
Nel lungo duetto finale ho notato qualche piccolo segno di stanchezza, ma a mia memoria non ricordo una Brünnhilde che arrivi alla fine di questa parte fresca come una rosa, sinceramente.
Una prova davvero assai buona.
Come positiva è stata, in una parte insidiosa, Ekaterina Gubanova nei panni dell’inflessibile e  scorbutica Fricka, rappresentata tra l’altro con gradevole presenza scenica e recitazione pertinente.
Degne di lodevole menzione tutte le altre Valchirie: Danielle Halbwachs (Gerhilde), Carola Hohn (Ortlinde), Ivonne Fuchs (Waltraute), Anaik Morel (Schwertleite), Susan Foster (Helmwige), Leann Sandel Pantaleo (Siegrune), Nicole Piccolomini (Gringerde) e Simone Schroeder (Rossweisse).
A domani per le risposte ai commenti al post precedente e varie ed eventuali! Susan Foster ( 

Die Walküre alla Scala di Milano: quarta incursione semiseria.

Questa sera alle ore 17 la prima!

Dalla Scala arrivano notizie incoraggianti sulle condizioni vocali dei protagonisti principali della Walküre, ed è già una circostanza positiva sapere che gli acciaccati dei giorni scorsi si stiano riprendendo.
Speriamo bene!
Prima di andare avanti, ricordo di nuovo che oltre che sul canale digitale RAI 5, la prima della Scala si può vedere sulla TV satellitare “Mezzo”, online (sempre su RAI5) a questo indirizzo e in queste sale cinematografiche italiane.
A Trieste il circuito Cinecity (quello che si trova alle Torri d’Europa) mette a disposizione una sala in cui Die Walküre si potrà vedere in alta definizione e con un ottimo sistema d’ampilificazione.
L’ingresso costa 10 euro e si possono beneficiare delle consuete riduzioni.

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Dopo le prime due puntate in cui ho brevemente descritto la trama del primo e del secondo atto, eccoci al terzo, che si apre con la celeberrima “Cavalcata delle Valchirie”, un pezzo che è tra i più noti della musica di tutti i tempi anche perché frequentemente compare in altri contesti artistici.
Ma, in buona sostanza, cos’è questa cavalcata? La musica descrive la situazione seguente.
Le Valchirie scendono sui campi di battaglia per riportare nel Walhalla i corpi degli eroi caduti.
Nel secondo atto Siegmund ha detto a Brünnhilde che del Walhalla non gli frega nulla, se non gli è concesso portarsi dietro la sua Sieglinde.
Prima di salire al Walhalla, le Valchirie fanno sosta presso una rocca e si complimentano l’una con l’altra, giocano con i cavalli, sono felici.
Una di loro, Rossweisse, dice ok, se ci siamo tutte andiamo su ma una sua sorella, Helmwige, s’accorge che manca una compagna. Gerhilde dice è quella casinista di Brünnhilde che perde tempo.
Waltraute osserva che se Wotan le vede arrivare senza la figlia preferita diventa una bestia.
Tutte pensano che palle! quando Siegrune avvista Brünnhilde che sta arrivando col suo Grane e s’accorge che qualcosa non quadra, sulla sella con lei non c’è Siegmund, ma una donna!
Dopo un concitato dialogo Brünnhilde spiega che si tratta di Sieglinde. Chiede protezione alle sorelle, perché Wotan (che intanto si appalesa da lontano con un minaccioso temporale) la insegue con gli occhi fuori dalla testa: la Valchiria gli ha disubbidito.
Le sorelle prendono la decisione di mostrare la strada della fuga a Sieglinde e proteggere la sorella indisciplinata: la circondano e la fanno camminare in mezzo a loro per nasconderla agli occhi di Wotan, come fanno le chiocce con i pulcini.
Il dio è davvero fuori di sé e minaccia sfracelli, se la prende con le atterrite figlie sino a quando Brünnhilde esce dal gruppo e dice ok, sono qua, parliamone.
Sono guai!
Nel lungo duetto che segue Wotan disperde le Valchirie e comunica alla ribelle Brünnhilde la pena per la sua disubbidienza. Sarà privata di ogni potere e addormentata per sempre, o meglio sino a quando il primo scemo che passa la sveglierà con disonore.
Brünnhilde cerca di giustificare la sua ribellione, Wotan è enormemente combattuto, ma la figlia ottiene solo un’attenuante: la rocca dove giacerà sarà circondata dal fuoco, in modo che solo un grande eroe possa vincere le terribili fiamme e avvicinarsi a lei.
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Detto questo, abbraccia Brünnhilde, la stringe e la bacia sugli occhi “levandole la divinità”.
La guarda pensoso e distrutto, mentre la figlia è inerme.
Si riscuote dal suo malessere interiore e chiama Loge, il dio del fuoco, e gli ordina d’incendiare i pressi della rocca. Piano piano, l’incendio divampa e Wotan, attraversando le fiamme e girandosi un’ultima volta, scompare all’orizzonte, dopo aver lanciato un avvertimento che sembra più che altro un tentativo di giustificazione del suo operato: che nessuno s'azzardi a oltrepassare quel fuoco, se teme la sua lancia.
In tutto questo atto, a dispetto del miserevole sunto che ho scritto io, le emozioni sono fortissime perché i sentimenti dei protagonisti sono altrettanto dirompenti.
Il duetto tra Wotan e Brünnhilde e poi il lungo monologo finale di Wotan (Der Augen leuchtendes Paar) sono difficili e soprattutto giungono alla fine di una delle parti più lunghe, proprio a livello di minutaggio, mai scritte.
La cavalcata, l’incantesimo del fuoco, l’addio di Wotan alla Valchiria sono momenti in cui l’alchimia tra direttore, orchestra e cantanti è fondamentale per la riuscita dello spettacolo.
A Daniel Barenboim, che presumibilmente dirigerà a memoria la partitura, e a tutta la compagnia di canto a cui dovrò indegnamente fare le pulci in sede di recensione semiseria, va il mio più sentito in bocca al lupo.
Un saluto a voi che così (incredibilmente) numerosi leggete i miei post.
Ci rileggiamo per la recensione semiseria!
Qui la locandina:

Direttore
Daniel Barenboim
 
Regia
Guy Cassiers
 
Scene
Guy Cassiers e Enrico Bagnoli
 
Costumi
Tim van Steenbergen
 
Luci
Enrico Bagnoli
 
Video design
Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer
 
Coreografia
Csilla Lakatos
 
 
Personaggi
Interpreti
 
Siegmund
Simon O’Neill
 
Hunding
John Tomlinson
 
Wotan
Vitalij Kowaljow
 
Sieglinde
Waltraud Meier
 
Brünnhilde
Nina Stemme
 
Fricka
Ekaterina Gubanova
 
Gerhilde
Danielle Halbwachs
 
Ortlinde
Carola Höhn
 
Waltraute
Ivonne Fuchs
 
Schwertleite
Anaik Morel
 
Helmwige
Susan Foster
 
Siegrune
Leann Sandel-Pantaleo
 
Gringerde
Nicole Piccolomini
 
Rossweisse
Simone Schröder
 
Danzatori
Guro Schia, Vebjørn Sundby
 
 
In coproduzione con Staatsoper Unter den Linden di Berlino e in collaborazione con Toneelhuis (Antwerpen)

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Melomania, portami via: meglio essere melomani o minzolini?

Tempo fa, Beppe Severgnini, sul Corriere della Sera, ha scritto un editoriale intitolato L’ossessione del nemico, riferendosi ai tristi meccanismi che regolano le dinamiche dialettiche nei dibattiti politici in televisione.

Mentre leggevo l’articolo, mi sono sorpreso a rilevare come molte considerazioni potessero essere estrapolate, rielaborate e risultassero calzanti anche per il dibattito tra critici musicali o, se preferite, tra appassionati melomani.
Succede sempre più di frequente, infatti, che anche nei blog e nei forum dedicati all’opera la rissa sostituisca la discussione.
Il disprezzo per le opinioni altrui, l’aggressività verbale esibita come qualità dialettica, ormai non solo sono la regola ma motivo di autoreferenziale vanto.
Il rispetto è artatamente confuso con la pavidità, la cieca arroganza spacciata per coraggio, l’insolenza e la maleducazione sventolate quali vessilli di libertà di pensiero e parola.
La prevenzione, un'idra fosca, livida, cieca, col suo veleno se stessa attosca, è sottilmente propagandata per coerenza.
La scelta di non avere nemici o amici per default non è più vista come onestà intellettuale, ma lordata dal sospetto dell’ipocrisia.
La pseudocultura televisiva del chi grida più forte vince, l’idolatria dell’audience a tutti i costi sono modelli vincenti che pagano e soddisfano l’ego di molte persone.
Anche noi che parliamo di Arte stiamo facendo l’errore di scambiare per fisiologico ciò che è invece una grave forma patologica.
Alla fine, il citizen journalism, quel movimento e fermento culturale che è nato grazie alla Rete, sta partorendo una nidiata di nuovi mostri sempre più simili a quelli che ci propinano i media tradizionali.
Se uno spettatore televisivo guarda il telegiornale di Emilio Fede o di Augusto Minzolini, già sa come le notizie (ammesso che le diano) saranno divulgate. Vale anche per altre testate di opposto orientamento politico.
Ecco, così, mestamente, stanno diventando alcune delle piazze virtuali che si occupano di musica lirica: si sa già prima come saranno valutati cantanti e allestimenti, nel bene e nel male.
Io rivendico invece il diritto alla coerenza incoerente o, se preferite, all’incoerenza coerente, che è una “linea editoriale” che presuppone la buonafede e mi dà la libertà di parlare bene oggi di un artista e male la volta successiva, se mi pare che non sia stato all’altezza del compito.
Per scrivere di musica, io, non ho bisogno di un nemico, mi basta una serata in teatro.
 
Qui l’articolo di Severgnini.
 
 

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