Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Norma, Devereux e altro: largo al factotum!

Domani, al Teatro Comunale di Bologna, assisterò alla seconda replica della Norma, protagonista ancora il primo cast. (Dessì, Armiliato, Aldrich)
Intanto, a Trieste è ormai ufficiale da qualche giorno (ma la notizia circolava da tempo) la rinuncia di Eva Mei all’esordio nel Roberto Devereux, che debutta al Verdi giovedì prossimo. Per la sostituzione è stato scelto il soprano Nelly Miricioiu.
Cosa mi aspetto da questa trasferta in terra emiliana?
Risposta facile: emozioni.
Le scariche di adrenalina che solo l’ascolto in teatro può dare e che rendono unica ogni recita.
La novità sostanziale, in realtà, è che vado a Bologna in treno, mezzo di trasporto popolarissimo ma che non incontra il mio personale favore, visti i miei noti (almeno a me, ovvio) problemi di controllo.
Probabilmente chiederò al conducente di lasciarmi guidare.
Qualcuno mi ha chiesto dove ho preso ispirazione per il mio pezzo su Rotocalco. (a proposito, grazie a tutti gli amici che si sono complimentati)
Qui la risposta è un po’ più complessa.
Diciamo che la sconfitta, anzi la disfatta della sinistra mi ha fatto pensare a molte cose, e che la lettura di questo libro straordinario ha completato l’opera.
Sembra che io stia attraversando un buon momento, dal punto di vista della creatività.
La Perrone, dopo aver pubblicato un mio racconto in questa antologia, mi degna ancora della sua attenzione, e raccoglie il mio contributo per un instant anthology dedicata all’erotismo.
Il racconto s’intitola “Il successo apre tutte le finestre”.
L’immaginazione al Potere, antico motto sessantottino ormai desueto, ritrova improvvisamente un senso concreto. (strasmile)
Buon fine settimana a tutti.

Cronaca di un disastro annunciato.

Purtroppo, non tutte le ciambelle riescono col buco.
Credo che questa frusta, abusata ed anche un po’ volgare frase fatta si presti bene, forse meglio di tante parole, a descrivere la serata di ieri sera, dedicata alla presentazione del libro “Inadatti al Volo”.
Però mi pare giusto, dal momento che vi ho tediato, forse in modo del tutto inopportuno, con le mie aspettative, dare conto a tutti della frustrazione di cui sono preda the day after.
Comincio dalle crude cifre.
Un mio amico di cui non farò il nome, perché francamente già mi sembra per lui una pena insopportabile che io lo citi anonimamente, mi ha riferito che il pubblico, diciamo così, è stato scarsissimo: 71 persone, escludendo, ovviamente, i cosiddetti autori presenti ed il relatore, modestissimo insegnante, per caso approdato al titolo di Preside della Facoltà di Psicologia di Trieste.
Tenete presente che nello stesso Café Rossetti, qualche tempo fa, una notissima professoressa universitaria, autrice di un testo di scarsissima rilevanza sulle implicazioni del teatro di Italo Svevo, raccolse almeno una trentina di persone distratte e solo una dozzina erano del suo entourage universitario.
Non posso celare la mia delusione non tanto per il numero risibile di partecipanti quanto per la qualità e la provenienza degli stessi: tutti i loschi individui, e non sto a fare distinzioni di sesso, che hanno avuto una qualche rilevanza nella mia vita, erano presenti.
Sembrava una serata dedicata alla puntuale conferma delle ferali e proditorie teorie lombrosiane.
La delusione più grande, da questo punto di vista, mi è stata consegnata da un altro amico che, in lacrime e paralizzato dall’emozione, ha osato chiedermi una dedica sulla copertina dell’orrido libello in questione. Questo rituale tristissimo della dedica si è ripetuto più volte alla fine della presentazione, anche da parte di perfetti sconosciuti, non voglio nascondervelo perché la mia vergogna ed umiliazione devono essere palesi.
Ma voglio, devo, stracciarmi pubblicamente le vesti.
Consiglio, a questo punto, chi è costretto a convivere con un’emozionalità periclitante e morchiosa, di non leggere oltre.
Ebbene, sono stato costretto a leggere il mio disdicevole contributo all’antologia.
La mia voce chioccia, querula, stimbrata, sgradevole ed orrendamente connotata di quella triestinità di cui mi vergogno profondamente, ha tediato in modo inverecondo i pochissimi astanti per circa dieci minuti.
Alla fine, in un impeto liberatorio dettato dal nervosismo, dallo sdegno e dal fastidio accumulatisi, l’insignificante ed esigua pattuglia di borderline e dropout che ascoltava immobile e silenziosa (segno anche questo di evidenti alterazioni genetiche), per porre il sigillo alla mia umiliazione ha applaudito istericamente. Un gesto altamente simbolico, uno schiaffo morale che mi sono meritato ma che non copre il rossore paonazzo della mia vergogna.
Lo so, sono parole che non avreste voluto leggere ma, nonostante sia ovunque additato come esempio d’insensibilità non posso tacere, almeno questa volta, la realtà delle cose.
La mia compagna di sventura letteraria, Beatrice, una donna che vive ai margini della società sfruttando freddamente le disgrazie altrui, si è comportata, se possibile, peggio di me.
Pensate che per far ancora più male allo sparuto manipolo di esausti astanti, già duramente provati dalla mia penosa esibizione di miseria umana, ha ingaggiato, sordidamente, un’attrice professionista per leggere il suo scadentissimo e superficiale racconto, che tratta, gonfiandolo di una retorica insopportabile, di un problema di irrilevante valenza sociale e, come se non bastasse, costellato di domande, riflessioni, del tutto incomprensibili ai più.
Anche a lei, che nasconde la sua natura luciferina sotto le mentite spoglie di una ragazza mite, il pubblico sfinito non ha potuto fare a meno di appalesare il proprio rancore battendo aritmicamente le mani. Molte persone, addirittura, non sono riuscite a trattenere le lacrime, rose dalla rabbia e dal disappunto.
Una serata che si è conclusa degnamente con un’orrida gozzoviglia generale in un locale frequentato dalla peggiore feccia cittadina. In questa brodaglia (in)umana galleggiavano evidenti, come putridi escrementi in una fogna a cielo aperto, ( e qui credetemi mi vergogno sul serio, tanto che scrivere queste poche battute mi costa una fatica immensa ) degli elementi che a stento posso definire appartenenti alla nobile tradizione culturale occidentale…tenetevi forte…sì, ve lo dico…erano…comunisti!!!
Forse, ieri sera, sono arrivato alla fine di una discesa morale agli inferi che sembrava inarrestabile.
Forse, ho davvero toccato il fondo.
Ora, non posso far altro che risalire.
E come testimonianza di questa mia volontà di rinascita, di quest’anelito incontenibile e gioioso di redenzione vi giuro che questa sera guarderò il Festival di Sanremo alla televisione. (sì, come no)
Buon fine settimana a tutti. (ultrastrasmile)
 
 

Inadatti al volo? Sì, e me ne vanto.

Ho paura e l’ansia mi divora, sono seduto con un libro in mano, mi guardo intorno e leggo svogliatamente qualche pagina; non trovo la necessaria concentrazione, ed allora lascio andare la mia mente…
 
 "Dunque, io ho partorito con dolore, perché non è che si frequenta l’oratorio per 15 anni per nulla, il 23 settembre 1989.
Nei giorni scorsi, di conseguenza, mio figlio è diventato maggiorenne.
Mio figlio? Boh, non so, forse mia figlia. Se devo essere sincero, la mia creatura non si è data mai una connotazione sessuale precisa. Voglio dire, qualche volta si comporta secondo i più biechi stereotipi femminili, mentre, in altre occasioni, pare il sergente di ferro di Full Metal Jacket. Non c’è una regola e francamente mi pare assai comoda, ’sta situazione.
Peraltro è anche vero che io sono maschio, quindi impedito per default alle gioie del parto.
Una cosa è certa, il suo primo vagito è stato indimenticabile, fragoroso, spettacolare. Pareva uno di quei personaggi di Márquez, che ne so, uno dei tanti Buendía che sbucano dal nulla tuonando scoregge ed esibendo un fallo che fa provincia, avvolti da uno sciame di locuste che oscura l’orizzonte."
Questo che avete appena letto è l’incipit del mio racconto, che è stato scelto per l’antologia "Inadatti al Volo".
Il racconto, nella stesura originale, s’intitolava "Far Finta d’essere Pani, nella Vera Città delle Donne".
Un omaggio a Gaber, evidentemente, e a Corrado Pani, attore straordinario, dalla vita turbolenta, che a me piaceva tantissimo perché  mi è sempre sembrato un uomo tormentato da mille fantasmi.
Nei primi anni’70, Giorgio Gaber approdava con il suo spettacolo teatrale al Teatro di prosa Rossetti di Trieste, qualche metro sopra quel Café Rossetti che questa sera ospiterà la presentazione del libro.
Io c’ero allora, nel 1973, e ci sarò stasera, 35 anni dopo.
Il Prof. Walter Gerbino, Preside della Facoltà di Psicologia dell’Universita di Trieste e che sarà il relatore del nostro libro, nel 1967 era stato incaricato dal parroco dell’oratorio salesiano di Via dell’Istria a tenere lezioni di educazione sessuale ad una banda di ragazzini impauriti, nel doposcuola.
Fra quei ragazzini, c’ero io, che non ho fatto nessuna strada se non quella che mi ha portato ad essere una persona civile. Walter, che era già adolescente , ha sempre avuto la passione per l’insegnamento e di strada ne ha fatta molta.
Il mio raccontino ha due prospettive diverse di narrazione: da una parte ci sono io che narro col mio solito tono scanzonato ed autoironico la guerra con l’ansia e gli attacchi di panico, dall’altra c’è quell’altro me, che conoscono in pochi eletti, che ha sostenuto, o almeno ha cercato di farlo, mia moglie Betta nella lotta contro il cancro.
Betta ha vissuto con me, ed inspiegabilmente continua a farlo, da 35 anni.
La frequentazione continuata con un demente irresponsabile quale sono ha fatto sì che quando si è ammalata di tumore, le è sembrato di stare in vacanza.
Ha vinto la sua partita per manifesta inferiorità dell’avversario: era preparata a cimenti più impegnativi.
Stasera, se ho voglia e l’atmosfera è quella giusta, leggerò il mio racconto ai pochi intimi che saranno presenti.
Il racconto è dedicato a mia moglie Betta, e non poteva essere diversamente, una ragazza che ha avuto la sfiga d’incontrare, tra i tanti, un deficiente, che non solo l’ha tormentata con le sue intemperanze, ma l’ha sfruttata pure per ottenere il suo quarto d’ora di celebrità (strasmile).
Stasera, ragazzi, si chiudono molti cerchi.
Buon fine settimana a tutti, il mio sarà memorabile.

Intervista a Beatrice Biggio.

Al di là della soddisfazione personale, una delle occasioni più gratificanti che mi ha fornito l’opportunità di pubblicare un mio racconto nell’antologia “Inadatti al Volo”, è stata quella di venire in qualche modo a contatto con realtà e persone che mi erano sconosciute.
In particolare ho incontrato una donna che, senza paura di peccare di retorica, definisco spesso un’eroina dei nostri tempi, e cioè Beatrice Biggio.
Ho pensato così di rivolgerle un paio di domande, per mettere al corrente i miei pochi lettori che, effettivamente, l’abusato slogan “stiamo lavorando per voi” ha, seppur saltuariamente, qualche riscontro effettivo.
Questo è uno di quei casi, appunto.
Bea, tu fai un lavoro oscuro ma molto importante. Ci spieghi in che consiste?
“Io lavoro come operatrice al Centro Antiviolenza di Trieste. L’Associazione GOAP, di cui faccio parte dal 2000, si occupa da una ventina d’anni di violenza contro le donne, e più in generale di tutte le tematiche che riguardano i diritti negati del genere femminile. Tu lo definisci oscuro, in un certo senso è vero, non si conosce molto il lavoro dei Centri Antiviolenza, sebbene ce ne siano in Italia oltre un centinaio. I Centri sono nati nei primi anni ottanta, in Italia, e fanno propria la metodologia e l’esperienza dei centri e case rifugio americane ed anglosassoni, attivi già dagli anni ’70. Essenzialmente, il mio lavoro consiste nell’offrire sostegno alle donne che sono sottoposte a violenze, non soltanto fisiche, da parte di partner o ex partner. Io e le altre donne che lavorano al Centro, attraverso le tecniche del counselling ma anche con azioni pratiche di tutela, cerchiamo, insieme alle donne che si rivolgono a noi, di trovare le strade possibili per affrancarsi dalla violenza, e per proteggersi. Direi che c’è molto di oscuro, ancora, nella comprensione del fenomeno, e dei meccanismi che lo caratterizzano.”
 Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo lavoro?
“La difficoltà più grande non è sicuramente il lavoro con le donne, ma piuttosto le incredibili resistenze della società e degli individui ad acquisire il dato che la violenza di genere esista, che si tratti di una violazione dei diritti umani e quindi di un fatto pubblico, che riguarda la società intera, e non di una questione privata, da tenere confinata fra le mura domestiche, o nei discorsi fra amici, oppure, cosa ancora più diffusa, da ignorare come “qualcosa che riguarda qualcun altro, e non me”. Sconfiggere questa cultura, ancora diffusissima, è il lavoro più faticoso e spesso frustrante.”
Che supporto vi forniscono le istituzioni?
“Le istituzioni a livello locale ci sostengono finanziariamente. Una delle poche leggi regionali esistenti in Italia a sostegno dei Centri e delle Case Rifugio è quella del Friuli Venezia Giulia. Verrà ridiscussa quest’anno, con l’apporto e i suggerimenti dei Centri della Regione (oltre a Trieste, Udine, Gorizia, Monfalcone e Pordenone). Inoltre esiste una convenzione con il Comune di Trieste, che viene ridiscussa periodicamente, che assegna al GOAP la gestione del Centro e garantisce un finanziamento per una Casa Rifugio d’Emergenza. La Provincia, inoltre, sostiene le nostre campagne di informazione e sensibilizzazione. Ma questo è un territorio fortunato, sui generis, dove evidentemente la consapevolezza delle responsabilità istituzionali è più alta che altrove. Nella maggior parte d’Italia, le cose non stanno così, i Centri e le Case spesso sono realtà basate solo sul volontariato e questo aggiunge un elemento ulteriore di precarietà e frammentarietà che rende ancora più difficile garantire gli interventi.”
Ce la fai a liberarti dalle angosce che ti arrivano addosso, quando torni a casa?
“Naturalmente ci sono risorse di cui facciamo grande uso per evitare che l’alto livello di emotività che caratterizza le situazioni con le quali ci confrontiamo ci porti al cosiddetto “burn out”. Le supervisioni, la condivisione e il lavoro di gruppo sono fondamentali perché non rimaniamo “schiacciate”. Ma le donne che vengono al centro, devo dire, non portano solo dolore, ma anche una grande forza. Io continuo a vedere questo lavoro come un arricchimento, e non come un peso.”
Quest’esperienza “letteraria”, in cui ci siamo trovati compagni di cordata, ti ha soddisfatta?
“Io ho sempre scritto, da che ricordi. E, nella vita in generale, non sono mai soddisfatta, di niente. Nel senso che c’è sempre qualcosa d’altro che devo scoprire, provare. Di “Inadatti al volo” mi è piaciuto molto lo spirito della cosa, il fatto che si fosse tutti così diversi, per età, esperienze, stile di scrittura. Credo che questo sia l’aspetto più interessante del libro. Tempo fa ho ringraziato Giovanni Di Muoio, il curatore dell’antologia, per aver messo insieme 37 serpi di questa fatta nella stessa cesta. Dentro ci sono autori che definirei surrealisti, altri che scrivono in modo cinematografico, altri più teatrali, alcuni hanno un ritmo sincopato, serrato, altri un andante lento. E nessuno ha scritto niente di pietistico o scontato sulla malattia, un tema che poteva prestare il fianco a pericolosissimi “trattatelli” sull’argomento. E, naturalmente, sono felice di vedere stampato, sulla carta, un mio scritto.”
Io non aggiungo altro, perché mi pare che Bea sia stata estremamente chiara.
Anzi no, direi che un bel grazie ci sta tutto.
Inoltre, mi ha detto di essere disponibile a rispondere a qualche domanda dei lettori, se mai ce ne fossero.
Beatrice Biggio, quando ha voglia, scrive (benissimo) su questo blog.

Oh! Quante volte..( oppure anche Qui la voce sua soave…)

Dunque, come la maggior parte di voi già sa, ho avuto la fortuna di scrivere un raccontino che è finito in un’antologia.
Ora, grazie all’interesse di una persona meritoria (della quale non trovo il link, accidenti), si tenta di farne anche un audiolibro, il che mi pare altamente meritorio.
Ieri,
 
approfittando di un improvviso momento d’ispirazione artistica, ho pensato di provare ad incidere la mia voce, sensuale come un brufolo sul naso, con il mio registratorino da finto critico musicale.
Probabilmente mi ha spinto anche la lettura di questo esilarante scritto di Giorgia, non so.
Sicuramente anche le telefonate, all’insegna dell’avanspettacolo più becero e sbracato, che faccio con Margot hanno avuto il loro peso. (margie, ce la fai a non commentare in quel modo? No, vero?)
Insomma, come sempre i peggiori nemici sono gli amici.
Bene.
Mi schiarisco la voce, mi concentro, entro nel personaggio del narratore, e comincio.
Dopo un paio di frasi, lette con voce chioccia e pigolante, comincio a ciangottare, a balbettare.
È l’emozione del debutto, ecco.
Riprovo.
Vado abbastanza bene, la voce è timbrata, calda e pastosa, ma mi suona il cellulare, pertanto mi scappa una parolaccia orrenda, che viene ovviamente registrata dal piccolo Philips.
Cancello, ché non voglio resti testimonianza della mia volgarità.
Riparto.
Questa volta sono bravo ma, ad un certo punto, incappo in un errore di stampa e mi esce un’espressione non propriamente da gentleman. Ricancello.
La voce scorre bene, la recitazione sobria e misurata, la dizione abbastanza buona, senza quelle vocali aperte tipiche di noi triestini. Però, se è vero che ho spento il cellulare, è pure vero che c’è sempre il telefono fisso, che infatti squilla facendomi sobbalzare, preso come sono dal furore interpretativo.
Mi metto a piangere, sconfortato, ma so che ce la posso fare.
Ritento.
Questa è la volta buona, lo sento.
Sono quasi alla fine del racconto, e già pregusto il risultato finale, mi pare di essere già più buono. Il pensiero che una persona già sfortunata, perché ipovedente, possa peggiorare la qualità della sua vita nell’ascoltare un racconto brutto e per di più letto da una voce garrula non mi sfiora. Sono in piena trance interpretativa, il mio ego apre una finestra e va a fare un giro in giardino, perché il mio salottino è piccolo, in due non ci stiamo.
Mio nipote, otto anni, entra all’improvviso e ghignando urla: “Papà, Papà, vieni a vedere, lo zio Paolo parla da solo!”
Sono decisamente inadatto.
Ok.
Ci riproverò un’altra volta, oggi trasloco.
Però, ed è una promessa solenne a tutti voi, la prossima volta accendo anche la videocamera e mi espongo al pubblico ludibrio su Youtube.
Meglio (forse) che continui a scrivere, qui il mio contributo grammaticalmente pornografico su Rotocalco.
Insomma, siamo in tema.
Buona settimana a tutti. (strasmile)

Mala tempora currunt.

Per questioni professionali che riguardano il mio impegno di finto critico musicale, mi sono imbattuto in questa perla meravigliosa:
 
Daniela Dessì, nata a Genova, è da molti oggi considerata come uno dei più grandi soprani al mondo, lo stesso giornalista Alfonso Signorini, dopo la presentazione del sua romanzo su Maria Callas avvenuta a Monaco nei giorni scorsi, l’ha definita una delle sue interpreti preferite.
 
Siamo al punto che Alfonso Signorini, che ha scritto una biografia (?) di Maria Callas in stile gossip, cioè quanto di più detestabile ci possa essere per un melomane,  è l’Uomo del Monte della Lirica.
Vista la scucchia che si ritrova, al massimo potrebbe essere l’Uomo del Mento.
Comunque, parto in missione speciale, per qualche giorno.
Questa notte non ho dormito, perché sono agitato per il viaggio.
Ho pensato a lungo alla spigolosità del mio carattere, mi sono rammaricato del fatto che mi espongo sempre in prima persona, che non ho nessuna capacità diplomatica e sono follemente innamorato di me stesso.
Insomma, un sacco di dubbi esistenziali.
Sono giunto ad una conclusione storica: mi vado benissimo così e non trovo motivi validi per cambiare.
Non voglio imparare a porgere l’altra guancia, il pensiero non mi sfiora neppure.
A Roma intanto, sabato 26 gennaio alle 18.30, presso il Lettere Caffè di Via S. Francesco a Ripa 100, si presenta il libro "Inadatti al volo".
Io non ci sono, ma saranno presenti parecchi amici di cordata.
Insomma, amici romani, se siete da quelle parti…
Che la farsa sia con voi, a presto.
 
 
 

Il mio stato voglio a tutti palesar…

Il libro “Inadatti al volo”, ha raccolto una buona recensione.
Ringrazio anche qui Ghismunda, sia per aver espresso un’opinione positiva sia per la curiosità intellettuale che l’ha spinta a leggere un lavoro un po’ inadatto. (smile)
E visto che, in qualche modo, si parla di libri, segnalo che il qui presente Amfortas sarà a breve impegnato
 in una ristrutturazione del suo antro, che lo costringerà ad un non brevissima vita da pendolare.
Primo problema: inscatolare i libri, affinché le barbariche orde di operai edili non ne facciano scempio. ( oh vista oh vista orribile! )
Ovviamente perdo tempo in modo intollerabile: questa mattina mi sono ritrovato a curare amorevolmente la copertina del “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde con la mano destra, mentre con la sinistra accarezzavo “Il Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani.
E non solo, ero seduto sul ponderoso, ma solido,  “I Princípi della Matematica” di Bertrand Russel.
Ne consegue che la mia presenza nei vostri blog sarà ancora più evanescente: “Miei Signori…perdono, pietade…al vegliardo la colpa perdonate” [e che mi perdoni anche Francesco Maria Piave (strasmile)]
 
Poi, finito il lavoro sui libri, toccherà ai vinili ed ai compact disc ma, per ora, non ci voglio neanche pensare…
Buon fine settimana a tutti.
 

Contrappasso.

In un impeto di megalomania, ho spedito in giro qualche copia di “Inadatti al volo”.
Alcuni destinatari scrivono sul blog, e forse diranno cose…
Marina, che incautamente ha acquistato il libro, ha già esercitato il suo diritto di critica.
È il giusto contrappasso per un finto critico musicale. (strasmile)
Intanto il prode Bob rilancia sull’argomento "giornalisti incapaci".
Questo tag diventerà molto popolare, ci scommetto una cifra…

Ho da far un dramma buffo e non trovo l’argomento…

…potrei dire, ma non certo se si deve parlare di malattia, magari da un punto di vista inconsueto.
Mi fa impazzire solo l’idea che, finalmente, qualcuno possa apprezzare il mio unico talento.
( UPDATE: su Rotocalco si parla di "Terrorismo ambientale", qui il mio contributo)
Vi chiederete: “Perché, hai un talento per qualcosa?”
Avoja, come diciamo qua al nord, se ne ho.
È una vita, neanche troppo corta perché ormai vado per i 53, che mi sento dire che sono inadatto.
E questo ovunque vada e qualsiasi cosa faccia eh?
Allora, il catalogo è questo.
Il primo a notare questa mia caratteristica precipua è stato un prete, all’oratorio: facevo il chierichetto e per poco non ho incendiato la chiesa con l’incenso facendolo dardeggiare per tutte le navate come fosse una cascata di lapilli durante un’eruzione: “Sei un inetto!”  (alcuni dei presenti invece, credono ancora oggi ad una manifestazione demoniaca e ne parlano ai nipotini, per spaventarli)
La mia prima ragazza, insomma, si fa per dire, in una situazione che definire imbarazzante è un pietoso eufemismo, esclamò ghignando: “Certo che sei inesperto forte eh?”
A scuola, quando i professori mi definivano impreparato, per me era un successone, perché almeno non m’insultavano. I miei compagni di classe facevano la ola, come se avessi segnato un gol in rovesciata all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare.
Mia moglie, appena ne ha l’occasione mi definisce dannoso e nocivo per la sua vita. E questo quando, presa dai rimpianti , vuole convincersi che il nostro matrimonio non è poi così male come sembra.
La mia ex-strizzacervaelli, nel momento in cui io, gioioso, le illustravo le mie nuove strategie di vita, mi rispondeva disarmata: “Ecco, questo sarebbe davvero controproducente…”
Il mio linguaggio è giudicato quasi sempre inopportuno e negli altri casi sconveniente. [memorabile quando fui ripreso da un burocrate lecchino, perché mi rivolsi al Prefetto chiamandolo “Signor Prefetto” e non “Eccellenza” (non sto scherzando, è successo davvero)]
Come finto critico musicale, se mi apostrofano quale incompetente spendo una fortuna per offrire da bere agli amici.
Voglio dire, vi serve una persona che non sia mai all’altezza e che si dimostri sempre inefficace, inabile, incapace, sballato, inutile?
Sono qui.
Presente.
Arrivo.
Ecco, per quanto possa sembrare inconcepibile, Giovanni Di Muoio cercava qualcuno con queste caratteristiche e, senza sbattersi neanche tanto, ne ha trovati 37.
A leggere i loro racconti, che appaiono insieme al mio nell’antologia “Inadatti al volo”, si direbbe che, in realtà, mi abbiano giocato tutti un brutto scherzo di carnevale, con l’unico scopo di farmi riprovare quella stessa sensazione di essere inidoneo che mi perseguita da sempre.
Oh, questi ragazzi e queste ragazze scrivono bene davvero. Sono originali e creativi.
Saranno pure inadatti, ma non certo a scrivere, a raccontare.
Io, noi, non ci guadagniamo nulla, se questo libro viene venduto, ma gli introiti vanno alla Fondazione Antonio Valentino.
È una cosa bella.
Chiedetelo al vostro libraio di fiducia o compratelo in Rete, e sappiatemi poi dire se vi ho dato un consiglio sbagliato.
Buon fine settimana a tutti.
 
 
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