Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: dicembre 2009

V’adoro, papille (gustative).

Bene, sembra che anche questo 2009 (per molti versi annus horribilis, per me medesimo) se ne vada ed era ora, lasciatemelo dire.
Chiudo assistendo al Concerto di Fine Anno al Verdi, poi già domenica 3 gennaio alla Sala de Banfield ho questa prima assoluta, venerdì 22 gennaio la Maria Stuarda (primo e secondo cast) e il 31 la Manon Lescaut alla Fenice di Venezia.
Il 2 gennaio c’è di nuovo Frizzi su RAI1 e prevedo ulteriori sfracelli.
Direi che non c’è male, no?
Ma la notizia fondamentale viene dal Piemonte.
Milady, che è passata alla clandestinità per motivi di sicurezza (sua), ci ha svelato la formula classificata come “Segreto Cosmic Atomal” (non ridete, esiste davvero, fidatevi) del Cestino di Grana.


 

Inoltre, visto che avete apprezzato il regalo allegato nel precedente post e che del buonismo non sappiamo che farcene, beccatevi quest’altra compilation callassiana, intitolata Duetti di furore e odio.

POTETE SCARICARE LA COMPILATION IN FORMATO MP3 DA QUI.

 
E quindi auguri semiseri di un sereno 2010 a tutti (smile).

A seguire la tracklist:

Cherubini – Medea
con Carlos Guichandut
Firenze 7 maggio 1952
Direttore: Vittorio Gui
 

Bellini – Norma
con Mirto Picchi
Londra 8 novembre1952
Direttore:Vittorio Gui
 
Donizetti – Lucia di Lammermoor
con Rolando Panerai
Berlino 29 settembre1955
 
Donizetti – Poliuto
con Ettore Bastianini
La Scala 7 Diembre 1960
Direttore: Antonino Votto
 
Donizetti – Anna Bolena
con Giulietta Simionato
La Scala 4 Aprile1957
Direttore: Gianandrea Gavazzeni
 
Verdi – La Traviata
con Ettore Bastianini
La Scala 28 Maggio1955
Direttore: Carlo Maria Giulini
 
Puccini – Tosca
con Tito Gobbi
Londra 24 Gennaio1964
Direttore: Carlo Felice Cillario
 
 
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E lucevan le stalle.

Prendo spunto dall’accorato appello che mi ha fatto mamikazen nei commenti al post precedente per scrivere due righe due sullo spettacolo “Mettiamoci all’opera”, che è andato in onda su RAI1 la sera di Santo Stefano.
Ok, faceva cagare, per usare un termine molto tecnico. Una stalla.
Su OperaClick abbiamo lanciato un sondaggio sul gradimento dello spettacolo da parte dei melomani, e i risultati seppur parziali e da confermare (mi sento come un politico qualsiasi dopo la chiusura dei seggi d’un’elezione qualsiasi, strasmile) parlano chiaro.
Credo però che siano opportune un paio di considerazioni.
Innanzitutto la trasmissione ha incassato uno share discreto, il 18% per 3.504.000 spettatori, mica sono pochi. Mi riferisco a questo dato perché introduce la successiva considerazione e cioè che per i dirigenti della televisione conta solo questo, lo share, che è il dato decisivo per vendere gli spazi pubblicitari.
Il numero di spettatori, per me sorprendentemente alto, si è potuto ottenere grazie a tutte quelle che noi melomani consideriamo vere e proprie porcherie: il taglio delle arie, gli interventi da idiozia pura di Francesco Salvi e Lillo&Greg, le risate da deficiente di Fabrizio Frizzi.
Molto banalmente, dobbiamo farcene una ragione, in televisione tutto viene livellato verso il basso e una trasmissione seria sull’opera non avrebbe senso perché incongrua con gli obiettivi della RAI che, lo ribadisco, non sono fare cultura (per favore…) ma raggiungere un numero consistente di spettatori.
La musica lirica è argomento di nicchia, al pari di molte altre discipline, e quindi se la discriminante sono le percentuali d’ascolto o si organizza una baracconata o non si fa niente.
Io preferisco niente.
Se proprio si deve fare qualcosa sarebbe bene puntare su giovani veri, magari tra i tanti che girano inutilmente il mondo facendo concorsi di canto o tra coloro che affollano i conservatori, non su cantanti già in carriera (per quanto modesta) come Sonia Visentin di cui c’è ampio curriculum disponibile in Rete (ricordo che la quantità non fa la qualità).
E poi, giovani chi? Non certo questi concorrenti, almeno non tutti. Ci si può considerare giovani, nella prospettiva di tentare una carriera nella musica lirica, a 25 anni al massimo, dopo si passa nel limbo (ma più spesso è un inferno) delle eterne promesse mai mantenute.
Tutto qui.
Buona settimana a tutti.

Auguri semiseri a tutti e piccolo regalino (assai serio).

Boh, nelle vesti di Babbo Natale non mi ci vedo proprio, però un regalo ai miei lettori lo voglio fare ugualmente.

 
Ho scelto di mantenere anche in questo caso il solito spirito semiserio, per cui se da un lato vi presento (come feci l’anno scorso) il mio albero di Natale un po’ particolare,
 

Albero di Natale 2009

dall’altro v’invito a sentire questa splendida canzone natalizia, in un’interpretazione, come dire, originale (strasmile)
 
Chiudo con il dono, fatto con le mie manine e l’ugola di tale Callas Maria in alcune stupefacenti interpretazioni di arie verdiane.

LO POTETE SCARICARE DA QUI.
 

Insomma, visto che tempo per passare nei vostri blog non ne avrò di certo, faccio da questi pulpiti i miei auguri a tutti voi!

Ecco qui la tracklist (Opera, titolo dell’aria, data della recita, direttore d’orchestra)
 

Macbeth (La lettera e Ambizioso Spirto)
La Scala 7 Dicembre 1952
Victor De Sabata
 
Il Trovatore (D’amor sull’ali rosee)
Atene 5 Agosto 1957
Antonino Votto
 
La Traviata (È strano è strano…sempre libera…Addio del passato)
Mexico City 3 Giugno 1952
Umberto Mugnai
 
Un Ballo in Maschera (Ecco l’orrido campo; Morrò ma prima in grazia)
La Scala 7 Dicembre 1957
Gianandrea Gavazzeni
 
La Forza del Destino (Pace mio Dio…)
Atene 5 Agosto 1957
Antonino Votto
 
Aida (Ritorna vincitor! O cieli azzurri)
Mexico City 30th May 1950
Guido Picco
 
Don Carlo (Tu che le vanità)
Amburgo 16 marzo 1962
Georges Pretre

Intervista a Erwin Schrott, l’Escamillo della Carmen alla Scala di Milano.

Daland è stato alla Scala ieri sera, credo sia importante leggere anche la sua opinione sulla Carmen.


Proseguono le recite della Carmen alla Scala di Milano, e un paio di giorni fa è andata in onda su SkyClassica la prima replica della serata inaugurale di Sant’Ambrogio, ma alla registrazione manca un pezzo:

i fischi alla regista Emma Dante sono scomparsi. Sono rimaste, invece, le disapprovazioni a Adriana Damato, il soprano che interpreta Micaela.
Mi sembra veramente una brutta azione.
In primis perché, a torto o a ragione, i fischi alla Dante ci sono stati, clamorosi (qui la mia recensione) e si sono ripetuti seppur in tono minore nelle recite successive, e poi perché non si capisce come mai la Damato debba avere un trattamento diverso dalla regista, per non parlare della pura e semplice mistificazione della realtà di stile orwelliano.
Forse alla Scala, dove tutti i dirigenti pensano ancora di essere alla guida del più prestigioso teatro del mondo, mentre non è più così da decenni, qualcuno dovrebbe farsi un esame di coscienza.
Bene, detto questo, ho pensato che avrebbe potuto essere interessante riproporre qui l’intervista che ho fatto al basso baritono Erwin Schrott per OperaClick, qualche giorno prima della prima.
Ah sì, tra l’altro ora OperaClick è come Nadia Cartocci, su Facebook (strasmile).

Erwin Schrott torna alla Scala di Milano con la Carmen che quest’anno apre la stagione operistica.

Il cantante uruguaiano, al contrario di molte altre star della lirica, s’esibisce abbastanza spesso in Italia. Pur essendo ancora giovane, ha già cantato a Firenze, Napoli, Torino, Parma, Roma, insomma è un artista affezionato al nostro paese.
OperaClick non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di fare quattro chiacchiere col prossimo Escamillo scaligero. Ne è uscita un’intervista a tutto campo, nella quale il basso baritono fa anche sfoggio di un ottimo senso dell’umorismo che ci rivela qualcosa anche del suo lato umano, oltre che professionale.

 

M° Schrott come e quando si è accorto che la musica lirica, il canto, avrebbe potuto diventare la sua professione? 
La prima volta che ho cantato davanti a un pubblico che non fosse solo la mia famiglia avevo otto anni, è stata la prima volta che ho messo piede su un palcoscenico d’opera e ancora me lo ricordo. Ma la realizzazione che cantare sarebbe diventata la mia professione è venuta successivamente, di sicuro non a otto anni! Quando ne parlavo con i miei amici e dicevo “voglio fare il cantante d’opera” ricevevo come risposta delle sonore risate, forse perché pensavano che per un uruguaiano diventare cantante lirico non fosse una cosa molto comune, ma un po’ per testardaggine, ma soprattutto per amore della musica, mi sono messo a studiare costantemente e seriamente per realizzare il mio sogno. In ogni caso provenire da una famiglia molto unita in cui la musica, non solo l’opera, ma tutta la musica, è sempre stata presente mi ha aiutato moltissimo.
C’è stato qualcuno o qualcosa che l’ha convinto ad avvicinarsi all’opera?
Mi sono convinto da solo. Lo faccio principalmente perché mi piace, non lo vedo tanto come un mestiere, ma come la fortuna di poter vivere facendo qualcosa che mi piace. Anche il sostegno della mia famiglia, degli amici, delle persone a me care è il carburante che mi aiuta ad andare avanti. Ovviamente, oltre che per me stesso, canto per il pubblico, e quello dell’opera è giustamente molto esigente, perciò quando a loro piaccio è una gratificazione in più oltre alla gratificazione che mi dà la musica – e non parlo solo di quando la faccio io, ma anche di quando l’ascolto – ancora oggi se sento la voce della Callas mi vengono i brividi, ed è una sensazione bellissima.
Le reazioni del pubblico e della critica hanno avuto un peso nella scelta del suo repertorio?
Più che la critica ha principalmente influito l’autocritica. Ho studiato e continuo a studiare molte opere che mi piacciono ma che poi ho deciso di accantonare, per una serie di motivi: perché non penso di essere all’altezza o di non esserlo ancora, perché in un primo momento credevo che la mia voce potesse essere adatta a quella determinata opera e invece poi mi accorgo che non lo è… Ci sono numerosi motivi. Per ora ho, in fin dei conti, un repertorio abbastanza esclusivo, circoscritto, ma oltre al fatto di scegliere attentamente le opere da interpretare, è limitato anche perché scelgo di tenere un po’ di tempo per me: non posso cantare sempre, tutti i giorni, ho la necessità di passare del tempo con la mia famiglia, o semplicemente di riposare. Parallelamente a queste considerazioni personali, poi, c’è il fattore pubblico: come dicevo prima non canto solo per me stesso, quando sono sul palcoscenico canto soprattutto per il pubblico, persone che pagano un biglietto e giustamente poi desiderano vedere uno spettacolo che li soddisfi, che li faccia fantasticare, viaggiare in un mondo diverso da quello reale per tre ore, e non me la sento di deluderli. L’opera che interpreto deve innanzitutto piacere a me, dal punto di vista musicale, da quello drammaturgico, da qualsiasi punto di vista, perché se non è così, se c’è qualcosa che non mi convince poi non riesco a rendere al massimo, e il pubblico se ne accorge e rimane deluso. Ho un grande rispetto anche per i critici e per il loro lavoro. Senza dubbio sono generalmente persone molto colte che hanno visto e studiato un’infinità di opere, ma spesso dimenticano che c’è una prima volta per tutti, che il debutto in nuovo ruolo non è solo una questione di studio ma anche emozionale. Leggo spesso quello che hanno da dire, alcuni li conosco di persona e mi dicono direttamente ciò che pensano, e specialmente in questi casi considero importante e utile la loro opinione. Avere immediatamente un riscontro critico, positivo o negativo che sia, è anche un modo per affrontare la questione con un atteggiamento meno distaccato. Sono comunque sempre aperto a ricevere critiche e impressioni dalle persone, è anche quello un metodo per imparare e migliorare sempre.

C’è un personaggio che ama in modo particolare, che ritiene più vicino alla sua sensibilità?
In genere tutti i ruoli per cui il basso-baritono a un certo punto uccide il tenore! Purtroppo però molto più spesso capita che il basso-baritono alla fine muoia, mannaggia… Scherzi a parte, nonostante abbia cantato moltissime volte il ruolo di Don Giovanni, sento invece molto più vicino a me quello di Leporello: è più caratteristico, più divertente e dà anche la possibilità di spaziare vocalmente, perché Leporello nel giro di tre ore sperimenta tante e tali emozioni, belle e brutte, che è impossibile essere monotoni. Poi mi piacerebbe interpretare ruoli verdiani, per esempio Attila, vorrei anche affrontare Boris, e i grandi ruoli drammatici wagneriani – Wotan! -, ma bisogna dare tempo al tempo.
Con quale personaggio ha debuttato? Come è andata?
Ho debuttato con Roucher nell’Andrea Chenier, è stata un’esperienza molto, molto emozionante, mi è sembrato come se la mia anima guardasse dall’alto il mio corpo sul palcoscenico.
 
Quali sono state le parti più difficili da imparare o che le hanno creato comunque problemi ?
Difficili lo sono un po’ tutte, nel senso che è semplice imparare un ruolo a memoria, un po’ più complicato è applicare una tecnica soddisfacente, ma la cosa più ostica è rendere interpretativamente senza perdere la tecnica, anzi, possibilmente non facendola trasparire , tentare di far sembrare tutto molto naturale. Sembra un po’ un controsenso, perché nel mondo reale la gente non parla per recitativi accompagnati né si mette a cantare quello che ha da dire, però è così che funziona… in effetti è una cosa abbastanza complicata, non del genere di difficoltà della fisica quantistica, certo, ma comunque complicata. Però, se non fosse una cosa difficoltosa, sarei il primo ad annoiarmi, quindi mi va benissimo così.
Tra gli appassionati c’è un grande dibattito sulle regie, spesso giudicate insensate o perlomeno poco rispettose del libretto e anche dei cantanti. Lei si è mai trovato in difficoltà, da questo punto di vista?
In difficoltà per questo mai, forse perché penso che non si può sempre mettere in scena la stessa opera. Ovviamente il gusto delle persone non è il medesimo, quindi si incontrerà sempre qualcuno che pensa che una produzione sia troppo di avanguardia o troppo tradizionale o troppo qualche altra cosa, così come io stesso a volte posso pensare che una regia sia poco indicata per un’opera. È naturale che non a tutti piaccia la stessa cosa, però credo anche che se nessuno apportasse mai elementi di novità l’Opera diventerebbe rapidamente un’arte impolverata e noiosa che ben poche persone avrebbero voglia di seguire.
Lei ha una voce importante e voluminosa. Qualcuno sostiene che oggi il pubblico e la critica non siano più abituati a queste caratteristiche, è d’accordo?
È una bella domanda! A volte sembra che tutto ciò che importi sia il volume, la dimensione della voce, ma la realtà è che non è veramente quello che conta. Ci sono voci grosse e belle, piccole e ugualmente belle, l’importante è sapere usare al meglio quella che uno si ritrova, che sappia cantare, recitare, scandire, perché, per esempio, una voce grossa ci mette pochissimo a diventare “grossa e brutta”. Ogni voce può essere bella, ogni voce è un dono, l’importante è saper utilizzare questo dono. E il pubblico questo lo sa, non è una questione di essere abituati o meno a delle caratteristiche vocali, sono ancora convinto che il pubblico sappia distinguere un buon cantante da uno pessimo. E lo stesso, ovviamente, vale per la critica.
Le recite sono sempre un’incognita, gli aneddoti divertenti basati su imprevisti accaduti sul palcoscenico sono molti. A lei è mai capitato qualche fatto curioso ed inaspettato?
Sì proprio nell’ultimo Mosè a Zurigo: Faraone, Michele Pertusi, doveva sparare a una della sue guardie ma al momento di fare fuoco la pistola non ha funzionato. E allora c’era questo faraone perplesso con la pistola che avrà fatto click senza sparare almeno venti volte, ma niente, il colpo proprio non partiva! Sul palco ci veniva anche un po’ da ridere, e credo venisse da ridere al pubblico stesso. Però il soldato a un certo punto è morto ugualmente – immagino sia stato un altro miracolo di Mosè…
C’è qualche cantante storico, ovviamente tra i bassi, che ammira in modo particolare?
Con il rischio di sembrare banale, e anche se non è un basso, ma non importa: la Callas, la Callas e poi anche la Callas. Tra i bassi e baritoni Siepi, Kipnis, Ghiaurov, Van Dam, Nucci, Souzay… ci sono moltissimi artisti che ammiro profondamente, ma la lista sarebbe lunghissima.
All’estero che immagine si ha dell’Italia, dal punto di vista della programmazione teatrale?
Non quella di una volta, purtroppo. E’ un peccato perché l’Italia è veramente la patria dell’opera, e vedere la sua creatura così spesso mortificata dalla burocrazia è abbastanza avvilente. Ci sono spettacoli bellissimi che vanno in cartellone solo per poche repliche, ed è un vero peccato, perché è stressante per gli artisti ma soprattutto deleterio per il pubblico, che materialmente non può, non riesce a seguire gli spettacoli – penso per esempio a come i biglietti spesso a prezzo altissimo taglino fuori la parte giovane degli appassionati-, che magari sarebbe anche interessata ad andare a teatro, ma non può. Così si ha sempre l’impressione che l’opera sia una cosa da vecchi, ma io so benissimo che non è così, perché quando gliene viene data la possibilità, i giovani riempiono i teatri, anche per l’opera, l’ho visto con i miei occhi. I tagli alla cultura non aiutano, ma anche la gestione interna di alcuni teatri è molto discutibile. A volte sembra come se, già ferita gravemente, l’opera si auto-infliggesse altre ferite per mano dei teatri stessi. Tutto questo è molto melodrammatico, certo, però sarebbe bene che il melodramma rimanesse sui palcoscenici e non diventasse vita reale. 
Ha ancora tempo e voglia di andare a teatro a sentire un’opera per il piacere di farlo?
Spesso vado a teatro, al teatro di prosa specialmente, oppure a Broadway con mia figlia a vedere i musical. Poi vedo concerti di jazz, rock, bossa nova, flamenco, tango. All’opera vado quando voglio andare a sentire un collega a cui sono affezionato e che mi fa piacere ascoltare. 
Io amo moltissimo Wagner. Ha mai pensato d’affrontare questo compositore?
Sì, sicuramente, come ho detto anche a me piace moltissimo, ma non sono molto sicuro che a Wagner piacerebbe sentire me in questo momento. Credo che la mia voce non sia ancora pronta, probabilmente lo sarà tra una decina di anni, forse prima, forse dopo… in questo momento, però, di sicuro non lo è ancora. Però, ripeto, è assolutamente un compositore che voglio affrontare.
Qual è il suo rapporto con Internet?
E’ un ottimo rapporto, specialmente per quanto riguarda la comunicazione con le persone a me care che però, per ovvi motivi, non possono essere sempre vicine a me, per cui tramite Messenger e Skype riesco a rimanere in contatto in modo continuo. Poi ovviamente è un ottimo modo per tenersi informati, ormai i giornali li leggo quasi solo via internet. Mi piace molto l’idea della comunicazione dal basso, del citizen journalism, quello per cui con internet anche chi non avrebbe non tanto il coraggio quanto la forza, la possibilità materiale di far sentire la propria voce localmente riesce invece a farlo attraverso il web, e a livello planetario, perché con internet la comunicazione è a lunghissimo raggio. 
In Uruguay qual è la situazione della musica lirica?
L’opera è sempre opera, ovunque nel mondo, e non morirà mai, e in Uruguay abbiamo delle ottime scuole di musica. Ma la situazione economica a livello mondiale affligge anche il teatro, per cui quelli più ricchi se la cavano più facilmente, quelli più poveri sono più in difficoltà, come in qualsiasi altro campo. In Uruguay la musica è molto sentita, è parte integrante della vita della gente. In questo momento, però, più che all’opera si pensa a come uscire dalla crisi, oggettivamente. L’opera sarà ancora lì quando tutto questo sarà passato.

Un’ultima domanda legata all’attualità di questa Carmen e al prossimo Don Giovanni.

Nella novella di Mérimée da cui è tratta la Carmen di Bizet, il personaggio di Escamillo non ha il rilievo che assume invece nell’opera, è un semplice picador e non il tombeur de femme unico rivale di Don José.
Visto che lei tra qualche mese tornerà alla Scala per il Don Giovanni, trova che ci sia qualche vicinanza psicologica tra i due personaggi? E tra Carmen e Don Giovanni?
A dire il vero non vedo somiglianze: Don Giovanni è fondamentalmente un uomo annoiato ed egoista. Escamillo non è cattivo e di sicuro non si annoia mai, trovo che sia soprattutto molto vanitoso. Gli piace essere al centro dell’attenzione, ma è in fondo un tipo abbastanza piatto, tutta apparenza, che però non farebbe deliberatamente del male agli altri, di sicuro non per divertimento come invece fa Don Giovanni. Forse l’unica somiglianza tra i due è l’essere superficiali, ma la loro superficialità si estrinseca in modi diversi: per Escamillo nella sua vanità, per Don Giovanni nella sua arroganza.
Tra Carmen e Don Giovanni vedo invece qualche affinità, entrambi usano la seduzione come arma. Ma Carmen ama e vuole essere riamata, mentre Giovanni lo fa per aumentare il numero delle sue conquiste, non gli importa nulla di queste, in lui manca completamente il rispetto per qualsiasi essere umano, probabilmente anche per se stesso.
Inoltre entrambi muoiono tragicamente alla fine dell’opera. Carmen muore per amore della sua libertà, lei è uno spirito libero ma è guidata dall’amore; Don Giovanni invece muore per punizione, la sua morte è conseguenza delle sue azioni.
Bene, a questo punto non mi resta che farle un grosso in bocca al lupo per l’ormai imminente prima di Carmen!
 
Crepi, un saluto agli amici di Operaclick!
 
 
                                                               

Il musical Chicago al Politeama Rossetti e il balletto La Fanciulla di neve al Verdi di Trieste: considerazioni semiserie.

Dopo la vera e propria sbornia scaligera in occasione della Carmen,

documentata anche dalle statistiche delle chiavi di ricerca (Carmen in tutte le salse), e la clamorosa esternazione di Zeffirelli nella polemica con Daniela Dessì e Fabio Armiliato (anche qui, nelle chiavi di ricerca Zeffirelli per tutti i gusti), si torna alla presunta normalità.
Tra venerdì sera e domenica pomeriggio sono andato a teatro altre due volte, e mi spiace di aver dovuto trascurare un’altra manifestazione organizzata dall’Accademia Lirica di Santa Croce, che venerdì 11 alla Sala Tripcovich-de Banfield ha proposto una serata intitolata “Canzoni di Natale”. Purtroppo si svolgeva in contemporanea con il musical Chicago al Politeama Rossetti, per il quale avevo i biglietti in tasca da mesi.
Spero di poter essere presente alla prossima manifestazione dell’Accademia, perché il lavoro di Alessandro Svab è assolutamente meritevole di stima e visibilità.
Dunque, il Rossetti ha ospitato, in esclusiva nazionale, il celeberrimo musical di John Kander, Bob Fosse e Fred Ebb, dal quale è stato tratto anche l’omonimo film (mi pare sia il terzo, ma non ne sono sicuro) con un cast di all star cinematografiche.
L’allestimento giunto a Trieste è quello originale, che si può vedere a Londra e New York, adattato alle esigenze del palcoscenico locale.
Lo spettacolo è stato godibilissimo ma, a parere mio, ha sofferto un po’ di mancanza di personalità e carisma nei protagonisti, con l’unica eccezione dello spettacolare Gary Wilmot nei panni di Billy Flynn, l’avvocato che toglie dai guai le due donne assassine Roxie e Velma.
Immagino che non sia notissimo, ma la trama è ricavata da una storia vera, accaduta negli anni del proibizionismo proprio a Chicago.
Le due ragazze sono state interpretate da Miriam Elwell-Sutton (Roxie) e Twinnie-Lee Moore (Velma): entrambe bravissime, sia chiaro, perché cantano e ballano dal vivo come indemoniate per due ore.
Però manca ad entrambe un po’ di…peperoncino, diciamo, anche se non nego che difficilmente

mi sarei potuto scordare di Catherine Zeta-Jones.
Magnifici senza se e senza ma, invece, tutti gli undici musicisti dell’orchestrina jazz e la ventina di ballerini impegnati nello spettacolo.
Allestimento elegantissimo, bisogna sottolinearlo, poiché visto l’argomento sarebbe stato facile (e spiacevole) qualche scivolata di cattivo gusto.
Complimenti quindi a tutto lo staff artistico, al quale il pubblico che affollava il teatro ha tributato un trionfo assoluto.
Ieri pomeriggio poi sono stato al Verdi per vedere la recita domenicale del balletto “La fanciulla di neve”,

tratto dalla fiaba omonima di Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij con la musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Lo spettacolo è del Teatro Stanislavskij di Mosca e, come dire, la provenienza è garanzia di qualità.
Da quelle parti, come ho già avuto modo di rilevare in occasione dell’Oneghin di marzo, il livello di professionalità degli artisti è sempre eccellente.
Figuriamoci poi l’effetto che ha fatto su di me, che abitualmente mi muovo con l’agilità di un dugongo ubriaco, vedere questi splendidi ballerini e ballerine danzare con tanta grazia e abilità e senza farsi male, lo dico da profano di questa forma d’arte e soprattutto da recente infortunato per uno stiramento al polpaccio, che mi sono procurato nell’ardito tentativo di alzarmi dalla sedia (smile).
La trama della vicenda è davvero esilissima e fragile come un fiocco di neve (che sta scendendo qui a Trieste al momento in cui scrivo questo post), ma le scenografie, pur nella loro semplicità tradizionale, rendono lo spettacolo gradevolissimo.
Bellissima la scena in cui la Fanciulla, scappata dalla Terra del Gelo, riesce a farsi accettare dagli impauriti abitanti del villaggio, che la vedono così diversa.
Molto buona la prova dell’Orchestra del Verdi, affidata per l’occasione alla guida di Vladimir Basiladze.
Alla recita alla quale ho assistito io la prima ballerina era Natal’ja Ledovskaja.
Anche al Verdi successo pieno e teatro esaurito.
Insomma, dopo tante polemiche e livori, due belle serate a teatro ci volevano proprio.
Approfitto dell’occasione per ringraziare tutti coloro (tanti, ma tanti davvero) che qui sul blog, in privato e su OperaClick, mi hanno ringraziato per la questione Dessì-Zeffirelli-Teatro dell’Opera di Roma.
La possibilità di farsi rimborsare i biglietti è una bella vittoria per gli spettatori e potrebbe costituire un precedente esemplare.
Buona settimana a tutti.
 
 

Zeffirelli: ovvero la scena della pazzia.

Su OperaClick un altro mio piccolo intervento e una breve dichiarazione di Daniela Dessì.

Questa volta non è necessario che io aggiunga nulla, perché sono senza parole.
C’è però anche una buona notizia, in tutto questo, e sta in una frase del comunicato stampa del Teatro dell’Opera di Roma:

"Gli spettatori che intendessero chiedere il rimborso del biglietto acquistato potranno rivolgersi alla Biglietteria del Teatro nei consueti orari di apertura."

E pensare che c’è chi ha colpevolmente sottovalutato l’editoriale di OperaClick che sollevava la questione.

Dal Corriere della Sera:

ROMA – Lo Zeffirelli furioso, contro tutti, giornalisti ed artisti noti ed apprezzati. Conferenza stampa movimentata quella che si è svolta al Teatro dell’Opera per presentare «La Traviata» di Verdi, dal 18 dicembre al Teatro Costanzi, ultimo spettacolo della stagione. Le star sul palco dovevano essere Daniela Dessì e il marito Fabio Armiliato, ma è arrivato il forfait «per un insieme di circostanze legate alle scelte compiute nelle regie degli allestimenti». Anzi, la Dessì ha declinato anche la prossima regia di Zeffirelli, il Falstaff.

Daniela Dessì' (Ansa)
Daniela Dessì’ (Ansa)

 

INSULTA GIORNALISTA E DIFENDE BERLUSCONI – Già prima del giudizio sulla Dessì, Zeffirelli aveva scaldato l’atmosfera con insulti pesanti, a una giornalista Livia Bidoli, del sito di recensioni http://www.GothicNetwork.org, che ora minaccia una denuncia. Il regista raccontava di una Traviata all’Opera di Amburgo, con la festa di Violetta ambientata in una casa di prostitute che, dietro una parete trasparente, si vedono fare il bidet, e ha concluso: «del resto sono puttane, hanno bisogno di lavarsi, sono lì per fare cose, un po’ alla Marrazzo». A questo nome la giornalista ha replicato con indignata violenza che lo stesso vale per Berlusconi, che non è ammissibile continuare a dire queste cose, che bisogna farla finita. A Zeffirelli, che gli chiedeva chi lei fosse, la donna ha risposto di essere della stampa e di aver partecipato alla manifestazione di sabato “No B-Day”. Lui allora si è scaldato ancor di più: «Lei sta insultando un suo amico e una persona di valore». La risposta arriva: «Non cominciamo con questa storia – dice la giornalista – , allora anche come il caso Berlusconi, che ha un casino a casa sua. Stiamo in piena crisi di governo e c’è chi si fa i casini». A questo punto il regista ha perso la pazienza ed è passato agli insulti: «Questo è un teatro serio, vada via mascalzona, cretina, lei è una stronza, vada a fare in culo, lei non ha cittadinanza qui, non si deve permettere, Berlusconi è un amico mio è un uomo straordinario».

«LA DESSìI’ E’ UNA SIGNORA BEN PIAZZATA» – La rottura è chiara e Zeffirelli prima la imputa a ragioni vocali. «La Dessì non fa Falstaff? Beh mi spiace – commenta Zeffirelli – Quanto alla Traviata immagino sia per prudenza. Lei che ha avuto una gran carriera forse nello stato in cui è ora sente un confronto rischioso con il pubblico». Non è d’accordo Gianluigi Gelmetti, il direttore d’orchestra: «Sul fatto vocale non sono d’accordo. La Dessì ha una forma vocale eccellente. E come uomo devo ammettere che mi piace. Un appuntamento con la Dessi io lo prenderei». Ci vuole una seconda domanda a Zeffirelli per far emergere le vere motivazioni dell’esclusione: «La Dessì è magnifica per fare Alice ma non più Violetta, non è più vicina alla mia concezione di Violetta -dice Zeffirelli – ho visto le Violette di questa produzione, molto vicine alla mia idea di Violetta, che non è certo una signora ben piazzata con un marito che la cura sempre. Mi piace pensare ad una Traviata giovane, una cosa di ragazzi. Questa è forse la più bella Traviata che ho fatto, anche di più di quella che feci con la Callas, mi emoziono nel vedere questi due ragazzi con una vera credibilità. Il mio giudizio alla Dessi non è all’artista ma al fatto che non mi dia la Violetta che ho nel cuore».

Recensione della Carmen di Bizet alla Scala di Milano: ovviamente semiseria.

E Carmen fu.
Un’apertura della Scala che sul web ha scatenato preventivamente emozioni forti, spesso polemiche a distanza tra blog e siti: in troppi sono convinti di detenere il Verbo Assoluto del Sapere Operistico.
Io detesto le certezze, sono sempre pieno di dubbi. Mi piacciono le contraddizioni e quando non capisco qualcosa credo sempre di essere io il problema, e mi sforzo di considerare anche il punto di vista degli altri.
La percezione dell’Arte è soggettiva, l’opera lirica è una cosa viva, ridurla a cadavere da sezionare sul tavolo delle autopsie è il peggior servizio che le si possa fare.
Una circostanza è accertata dai numeri: c’è stato tantissimo interesse per questa Carmen.
Questo modesto blog, che di solito è sulle 150 visite al giorno, ne ha raccolte quasi 500.
 
Premetto che la mia recensione semiseria si basa sulla visione dello spettacolo sul canale satellitare Sky Classica.
Allora, abbiamo visto e sentito la Carmen con i dialoghi parlati, intanto.
E qui la mia prima osservazione è che tutti gli artisti sono andati abbondantemente in overacting: Micaela bamboleggiante più che mai, soprattutto all’inizio. Carmen in qualche occasione è sembrata la caricatura del puttanone da iconografia dei film con Bombolo, Kaufmann troppo impaurito e spaesato, sembrava un verginello, ma si è riscattato nel finale, fornendo una buona prova di recitazione.
Schrott, povero, conciato com’era secondo la più bieca tradizione da toreador e alle prese con un personaggio che non consente troppe sfaccettature, ha fatto il…bullo (strasmile).
Memorabile il cappello da torero, sembrava una via di mezzo tra un’acconciatura di Patricia Petibon

e le orecchie di Topolino(ultrasmile).
La regia di Emma Dante è sembrata mettere troppa carne al fuoco.
A me non piacciono i palcoscenici eccessivamente pieni di tutto, se non è strettamente necessario. Paura dell’horror vacui, si chiama.
Forse la Natura rifugge il vuoto, ma il teatro è rappresentazione, si può scegliere di non affollare le scene all’inverosimile.
Inutili, all’inizio, i vecchietti con la bocca aperta che si sventolavano per il caldo: l’effetto era quello di vedere una sala di rianimazione geriatrica (strasmile).
Spesso banali e fastidiose le coreografie, perché distraevano dalla musica, con tutte quelle donne che si agitavano come tarantolate.
Insomma, se la Dante voleva sottolineare il lato drammatico dell’opera, e questo risulta dalle dichiarazioni della vigilia, ci è riuscita solo in parte.
Carina (non di più), l’idea della trasformazione di Micaela nella madre sul letto di morte.
I costumi, sempre di Emma Dante, erano inoffensivi.
Nel complesso la regia non mi ha entusiasmato, ma riconosco alla Dante almeno il tentativo di allestire qualcosa di originale.
 
Lo scenografo Richard Peduzzi mi pare si sia limitato al compitino, riciclando spesso idee di suoi allestimenti passati.
 
La concertazione di Daniel Barenboim a me è piaciuta moltissimo, lui sì che ha centrato l’obiettivo della tragicità della vicenda.
In qualche occasione forse un po’ lenta, la direzione, ma attentissima ai particolari.
Magnifica l’ouverture, bellissimo l’accompagnamento alle arie più famose, dall’habanera alla romanza del fiore. Eccellente la scena delle carte, con l’orchestra che suonava una vera e propria marcia funebre, presaga degli avvenimenti successivi. Emozionante il finale.
 
Anita Rachvelishvili, mezzosoprano sconosciuto sino a pochi giorni fa, se l’è cavata bene, considerato anche che doveva essere emozionatissima. La voce è omogenea in tutto il registro e non l’ho mai sentita forzare. Gli acuti sicuri e, almeno a quanto mi è sembrato, il volume dev’essere considerevole.
Credo sia un talento naturale, ora speriamo che dopo il successo di questa sera stia con i piedi per terra e non si sfianchi in poco tempo, accumulando impegni a sproposito.
Unica pecca, come ho detto all’inizio, una recitazione qualche volta sopra le righe, ma la sua Carmen mi ha convinto, pur senza entusiasmarmi.
 
Jonas Kaufmann ha cantato benissimo, per me è stato di gran lunga il migliore della serata.
Bravissimo nella romanza del fiore e sempre alla ricerca di sfumature che non facciano di Don José una belva assetata di sangue. Nel finale era affaticato ma la sua prestazione è stata d’assoluto rilievo.
Credo che Don José sia la parte che gli riesce meglio e considerando che è ancora relativamente giovane, spero che affini ulteriormente la sua visione del personaggio.
 
Erwin Schrott, secondo me, non era in serata felicissima anche se non è incorso in errori particolari, ho sentito qualche slittamento d’intonazione (occasionalmente calava un po’, come si dice in gergo).
La romanza Toreador è stata affrontata con ottimi risultati e buon gusto, nonostante la regia lo condannasse ad atteggiamenti abbastanza stucchevoli.
 
Adriana Damato, Micaela, ha cantato male. Voce senescente, gestioni dei fiati discutibilissima, linea di canto accidentata e acuti al limite dell’urlo in più d’un’occasione.
Non si capisce come lo staff della Scala non abbia trovato una cantante migliore, in questa parte ce ne sono davvero tante di gran lunga superiori al soprano di questa sera.
 
Difficilissimo valutare l’Orchestra da un ascolto televisivo, però mi è sembrato che la prova sia stata assai buona, e anche il Coro ha fornito una prestazione positiva.
I ruoli minori o comprimari non erano di livello straordinario, specialmente nelle parti maschili (il Morales abbastanza vociferante di Mathias Hausmann).
Buone invece mi sono parse Frasquita e Mercédès, interpretate rispettivamente da Michèle Losier e Adriana Kucerova.
Il pubblico ha apprezzato lo spettacolo ma all’uscita dei cantanti ha manifestato chiaramente il suo dissenso per la Damato e soprattutto per la regia di Emma Dante.
Non è stata la contestazione di pochi scalmanati, erano in tanti a buare. Io ritengo che buare questa regia sia assolutamente eccessivo.
Successo di cortesia per Schrott e trionfo per la Rachvelishvili e Kaufmann. Molto apprezzato anche Daniel Barenboim, che ha “costretto” la Dante, piccatissima e terrea in volto per i fischi, a rimanere sul palco.
Tutto questo in my humble opinion, obiouvsly.
Aggiungo che mi è garbata assai la regia televisiva, con l’unica eccezione di un paio d’inquadrature insensate.
Buona settimana a tutti.
 

Carmen di Bizet alla Scala di Milano: a poche ore dalla prima, ancora un paio di considerazioni semiserie.

Scrivere qualcosa che non sia scontato e/o banale sulla Carmen di Bizet, che aprirà lunedì prossimo la stagione operistica alla Scala di Milano, non è facile.
Sarebbe facile invece prendere i sacri testi e avviare un mesto lavoro di copia e incolla, e anche questo si è già visto in giro troppe volte.
L’opera è popolarissima o perlomeno la vicenda è piuttosto conosciuta, se non nota a tutti.
Ci posso provare, però, magari cominciando col riportare fedelmente (beh, nella traduzione italiana) un passo della novella di Prosper Mérimée dalla quale Henri Meilhac e Ludovic Halévy trassero ispirazione per il libretto. Ho scritto trassero ispirazione non a caso, come vedremo più avanti.
 
“Alzai lo sguardo e la vidi. Era venerdì e non lo dimenticherò mai. All’inizio non mi piacque e tornai al mio lavoro, ma lei secondo il costume delle donne e dei gatti, che non vengono quando si chiamano e vengono quando non si chiamano, mi si parò davanti e mi rivolse la parola.” (Don José)
 
Poi ecco un breve passo dall’arcinota habanera, sempre tradotto in italiano, dal libretto dell’opera.
 
 
“Se tu non mi ami, io ti amo-se io ti amo…bada a te!” (Carmen)
 
Opera di contraddizioni, di antagonismi, di furori, d’incomprensioni.
Una composizione che ha rischiato il lieto fine e probabilmente, in questo caso, si sarebbe assicurata l’oblio, confusa tra la melassa  indistinta delle opere note solo ai musicologi più agguerriti.
Sì, perché i dirigenti del Teatro dell’Opéra Comique di Parigi, avrebbero preferito un finale rosa invece che rosso sangue, tanto da consigliare agli spettatori di lasciare a casa madri e figli: uno spettacolo a luci rosse, XXX rated, per quei tempi.
Le cronache dell’epoca (esagerando un po’) parlano di un fiasco alla prima, il 3 marzo 1875. Eppure in qualche modo lo spettacolo dovette colpire il pubblico se appena qualche mese dopo, il 3 giugno, i funerali di Georges Bizet, inopinatamente scomparso, furono seguiti da una marea di persone.
Il musicista francese aveva riscosso un discreto successo solo con Les Pêcheurs de perles (I pescatori di perle), gli altri suoi lavori erano passati quasi inosservati.
Opera di tradimenti.
Il più clamoroso e forse meno noto al pubblico quello di Nietzsche, che di fronte alla concretezza della drammaturgia di Carmen abiurò il suo amore per la musica di un tale che si chiamava Richard Wagner, compositore nebuloso e che non aveva certo il dono della sintesi (strasmile).
Opera di folli rincorse.
Nei primi due atti Carmen “corre dietro” a Don José, negli ultimi due ad inseguire è proprio il soldato contrabbandiere.
I librettisti fecero un lavoro incredibile, come ho detto all’inizio, tanto da trasformare un umile picador (questo è nel testo originale) nel torero Escamillo: un’icona del machismo, un Don Giovanni senza tormenti interiori. Una botta e via, se due meglio, altrimenti c’è un’altra donna pronta che aspetta da qualche parte.
L’antagonista di Don José.
Anche Carmen, personaggio forte, aveva bisogno di un contraltare e allora ecco che i due (librettisti) s’inventano Micaela (non esiste nella novella), che è tutt’altro che una biondina scipita. Micaela è una doppia sfida per Don José, perché è da sposare e soprattutto, perché è la sua connessione (in)conscia con la madre lontana.
Questo tratto archetipo della moglie-madre sembra sia sottolineato nella regia di Emma Dante e mi fornisce l’occasione di fare un piccolo inciso.
Mai come quest’anno l’opera che inaugura la Scala è stata oggetto di speculazione sul web e non solo, visto che io, ad esempio, ho già sentito la registrazione di una delle prove generali.
Inoltre, c’è stato il “fattaccio” della defezione imprevista del tenore Jonas Kaufmann alla recita dedicata agli under 30, che ci ha riportato, seppur per motivi diversi, all’atmosfera dell’anno scorso, quando Giuseppe Filianoti fu protestato alla vigilia della prima in favore di Stuart Neill.
Per l’occasione scrissi, o meglio non scrissi questo.
Sembra che Kaufmann ce la faccia per lunedì, ma un doppio in bocca al lupo è d’obbligo!
Torniamo a qualche altra considerazione sulla nostra gitana.
Carmen è un personaggio da “Fuori orario” di Scorsese, che ti catapulta in un mondo che non conoscevi ma che ti attrae.
Anche lei ricorda Don Giovanni, o forse, meglio, il mito di Don Giovanni: fa la vita che le piace, senza pentimenti, sino alle estreme conseguenze. Una donna doppiamente diversa, zingara e libera.
Poi, certo, un musicologo serio o un critico decente parlerebbe degli interventi dei filologi: Oeser, Guirod, Didion, analogie con lo singspiel tedesco ma da questi pulpiti si ammanisce roba semiseria, mica cultura.
Io la penso così, sulla questione recitativi o dialoghi parlati: recitativi, perché i cantanti sono spesso pessimi attori. Spero che gli artisti cantino bene, se la prima alla Scala sarà un successo il motivo consisterà in questo ed eclisserà anche la concertazione, qualsiasi sia, di Daniel Barenboim.
Passerà in secondo piano anche la già discussa regia di Emma Dante, in cui vedo il pericolo che per evitare uno stucchevole folklorismo spagnoleggiante cada nella rappresentazione della sicilianità da esportazione e cartolina illustrata. Sarebbe peggio ancora.
Voglio dire, un compositore che fu costretto dalle bizze della diva di turno (Célestine Galli-Marié) a riscrivere un’aria 13 volte, non meriterebbe tale affronto (strasmile).
Direi che a questo punto siamo tutti pronti a vedere e sentire questa bellissima opera, i riferimenti in tal senso sono nel post precedente. Non mancherà ovviamente RADIO3.
 
Pure la recensione semiseria arriverà, però mi preme molto sottolineare che a Fidenza, dopo l’appello che potete trovare qui e che è stato raccolto dalle migliori menti del Paese (strasmile), qualcosa si muove in senso positivo.
Sicuramente il merito non è solo della mobilitazione e delle firme, ma è anche certo che si è trattato di un’iniziativa positiva.
A presto, quindi.
 

Recensione semiseria di Tancredi al Teatro Regio di Torino.

 
Dopo un viaggio di ritorno almeno accidentato, sotto la pioggia battente da Milano a Trieste, m’accingo a scrivere le mie impressioni sul Tancredi al Regio di Torino.
Avevo letto qualcosa in Rete e, se le prestazioni dei cantanti erano valutate in modo diverso, sull’inadeguatezza del direttore Kristjan Järvi c’era unanimità nel considerarlo insufficiente o addirittura calamitoso.
Beh, calamitoso forse no, almeno a quanto ho sentito ieri sera, ma insufficiente sì.
Mi vengono in mente due aggettivi per la direzione: piatta e schizofrenica.
Accelerazioni insensate, che hanno danneggiato qualche volta i cantanti e totale assenza di calore e pathos nel suono orchestrale. L’ho quasi maledetto, questo Maestro, per la totale assenza di poesia nell’entrata di Tancredi, uno dei momenti più alti della musica di Rossini.
 

Viola per Tancredi Torino.

E basta.
Poi c’è l’equivoco che riguarda la regia, che non c’era. Voglio dire, ieri sera Yannis Kokkos ha confermato di avere idee (poi, possono piacere o meno) come scenografo e costumista, ma essere registi vorrebbe dire anche far interagire i personaggi in maniera coerente con la drammaturgia dell’opera, e ciò non è stato, visto che quasi sempre i protagonisti cantavano più o meno impalati al proscenio.
Peccato, perché con un lavoro più mirato sui cantanti lo spettacolo sarebbe stato ancora migliore.
Sicuramente il regista ha lavorato sul Coro, i cui movimenti però sono sembrati spesso insensati e criptici.
Quindi, chissà, magari è stato un bene che si sia disinteressato dei cantanti (strasmile).
Bellissime alcune intuizioni, come l’emozionante finale, in cui Tancredi si presenta trafitto come nell’iconografia, sterminata credo, del martirio di San Sebastiano.
Buona anche l’idea (anche se non freschissima, ormai un po’ abusata) dei doppi dei personaggi, a guisa di pupi siciliani.
Complessivamente l’allestimento è elegante e di buon gusto, che mica è poco di questi tempi.
Detto che l’Orchestra e il Coro del Regio sono sembrati in gran spolvero, vengo ai solisti.
 
Antonino Siragusa era all’esordio quale Argirio e ha confermato di essere un artista in continua evoluzione.
La voce si è molto irrobustita senza che gli acuti, sempre facili, abbiano perduto di lucentezza e penetrazione. Forse la difficoltà delle arie gli ha tolto un po’ di concentrazione nei recitativi, episodicamente tirati via.
Contrariamente alle mie aspettative il tenore mi è sembrato più convincente nel patetico finale che nei momenti più barricaderi ed infuocati. Prestazione molto buona, comunque, in una parte davvero difficile.
 
Daniela Barcellona ha riproposto quel Tancredi che è uno (forse IL) dei suoi cavalli di battaglia.
La bellezza della voce è nota, così come la cura del fraseggio, il gusto sempre appropriato e la recitazione convincente.
Come già nella recente Messa da Requiem di Verdi, il contralto triestino ha dimostrato di essere sicura in alto e timbratissima nel registro grave, senza che si sentano fastidiosi salti o imbarazzi nella linea di canto.
Inoltre colpisce sempre la presenza scenica e la sobrietà del porgere, insomma una fuoriclasse assoluta che ha dimostrato una volta di più d’aver superato il momento di leggera crisi di un paio d’anni fa.
Finale di rara intensità emotiva.
Brava Daniela, più che mai! Applausi a scena aperta dopo “Di tanti palpiti” e dopo il duetto (unico, tagliato l’altro) con Amenaide.
 
Dopo un inizio cauto ma comunque positivo (nelle recite precedenti era stata annunciata indisposta), Patrizia Ciofi ha cantato un secondo atto magnifico, nel quale ha strappato un enorme applauso a scena aperta dopo la grande scena del secondo atto “Di mia vita infelice …No che il morir non è…”.
Amenaide è, a mio parere, un personaggio che le si addice particolarmente, perché il soprano ha un grande temperamento drammatico che sul palco è un atout formidabile.
Va segnalata solo qualche asprezza negli acuti e una prima ottava non sempre perfettamente a fuoco.
 
Il basso Simone Del Savio impersonava Orbazzano e mi ha deluso molto, non tanto dal lato vocale, la prestazione si può valutare corretta, ma soprattutto per la mancanza di un accento pertinente: insomma, piatto e noiosetto.
Di buon livello le parti minori. Discreta Paola Gardina quale Roggiero e molto brava Annunziata Vestri nei panni di Isaura, pure lei applaudita a scena aperta.
Spettacolo nel complesso molto riuscito e serata divertente ed appagante, sono contento nonostante la trasferta sia stata faticosa e assai dispendiosa (argh!).
Ex Ripley ha apprezzato pure lei, insieme al pubblico di Torino che affollava il teatro.
Un’unica nota negativa. Ancora una volta qui a Torino buona parte degli spettatori è scappata da teatro non appena è calato il sipario, neanche fossero dal medico alla fine di una visita.
Mah!
Pur economicamente acciaccato, non ho potuto resistere al richiamo della cioccolateria Gobino.
Ecchecavolo (smile).
 
 

Carmen di Bizet alla Scala di Milano: un primo sguardo trasversale e semiserio.

Update velocissimo: stasera alla recita prevista per gli under 30, non canta Jonas Kaufmann, indisposto.

Daland ha il raro dono di essere rigoroso e divulgativo. Quindi il suo (il quarto) post sulla Carmen va segnalato.

Giuro che prima di lunedì 7 dicembre scriverò un post quasi serio sulla Carmen, intanto però vorrei dare uno sguardo più scherzoso, aggiungendo qualche filmato anche sorprendente e un paio di indirizzi web interessanti.
Anche perché le discussioni in Rete stanno virando pericolosamente verso la guerra di religione.
Intanto, se l’opera andrà male potrete, dopo esservi disperati, portare un fiore virtuale sulla tomba del compositore, Georges Bizet.
Basta passare da queste parti.
Poi, domani sera Fabio Fazio (che mi è sempre stato sulle palle, peraltro, ma ultimamente si è occupato in maniera abbastanza seria di lirica) dedica una puntata alla prima scaligera.
Un paio di considerazioni banali, poi.
Il successo planetario dell’opera giustifica che un po’ tutti abbiano cercato di lucrarci, con risultati altalenanti.
I risultati più ragguardevoli si sono raggiunti nel cinema.
Tra l’altro, qui potete trovare un elenco dei cinema (sono parecchi!) in cui la Carmen della Scala sarà trasmessa in diretta e in alta definizione. L’opera si vedrà anche su Sky Classica e sul canale satellitare gratuito ARTE.
I film che vedono Carmen come protagonista sono decine,  probabilmente da questo punto di vista è una bella gara con la Violetta della Traviata.
Ne cito almeno qualcuno di quelli che mi ricordo di aver visto e che sono, almeno a mio parere, sempre di buona qualità.
 
Gli amori di Carmen di Charles Vidor con Rita Hayworth e Glenn Ford.
 
Carmen Jones di Otto Preminger con Dorothy Landridge e Harry Belafonte.

 

U-Carmen di Mark Dornford-May, con Pauline Melafane.
 

 

 

Carmen di Cecil de Mille, con la diva del Metropolitan Geraldine Farrar.

 

Carmen Story di Carlos Saura con Laura del Sol.
Carlos Saura si cimentò anche in una Carmen a Firenze: ne parlai, male, in questo post.

Le immagini più affascinanti però, le devo alla ricerca di Loredana Lipperini, che proprio nel libretto di sala della Carmen di cui sopra, mi fece scoprire questi tesori dal film Gypsy Blood di Ernst Lubitsch, con Harry Liedtke (Don José) e Pola Negri (Carmen).
Qui un estratto da Youtube, ma ce ne sono altri interessantissimi che consiglio soprattutto a chi ama il cinema, muto, in questo caso.
 

 

 
 
E soprattutto, questo meraviglioso cartoon, sempre scovato grazie alla Lipperini.

con il quale chiudo degnamente questo mio primo post, assai poco serio, sulla Carmen di Bizet (strasmile).

 
 
 
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