Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: maggio 2008

Recensione semiseria di Tosca alla Fenice di Venezia.

L’ennesima Tosca può riservare ancora emozioni? Risposta scontata: sì, e pure belle forti.
Ieri alla Fenice di Venezia ho visto e sentito la Tosca di Puccini secondo la visione di Robert Carsen, regista che mi piace molto, in un allestimento un po’ controverso, sicuramente non geniale, ma comunque molto intrigante. Ci sono alcune incongruenze col libretto ma, almeno a mio avviso, nulla che possa far gridare allo scandalo.
Ma andiamo per ordine.
Intanto Meg-pentolino mi ha avvisato che la sua prima del Falstaff a Cagliari sarebbe andata in scena solo col pianoforte, per un improvviso sciopero dell’orchestra.
Sono soddisfazioni, Marina…ma transeat.
Io e ex-Ripley abbiamo rigiocato la carta del treno, lasciando a casa l’automobile, complice una favorevole coincidenza d’orari. Ed è già una cosa, no?
Come sempre l’orrida Venezia era strapiena di turisti e quindi occhi aperti! Le priorità per raggiungere indenni la Fenice sono state:
1)      Non farsi troncare le gambe dai trolley impazziti lanciati come carrelli da supermercato, che disegnavano traiettorie assolutamente imprevedibili.
2)      Non essere gettati a mare (si fa per dire, ovvio) dal vaporetto, perché gli invasori barbari normalmente si scordano di portare sulle spalle uno zainetto grande come un monolocale.
3)      Riuscire a non perdere del tutto la vista a causa dei continui flash delle fotocamere.
4)      Evitare di beccarsi una denuncia per molestie sessuali da una ragazzina svedese che mi premeva il culo sulla mano. (non sto scherzando, ho rischiato di essere terminato da ex-Ripley, che pensava fossi salito sul vaporetto in versione maniaco)
 
Ecco, poi siamo arrivati a teatro.
Era la Tosca numero 79 di Daniela Dessì

Tosca alla Fenice, 30.05.08

 e sinceramente credo che oggi sia la miglior Floria possibile, sotto ogni punto di vista. Il soprano genovese ha raggiunto una maturità artistica invidiabile, che le consente di dominare la partitura pucciniana senza alcuna sbavatura.
Accento pertinente, fraseggio curatissimo, recitazione ammirevole, linea di canto omogenea, voce sempre timbrata in tutto il registro: il Do della lama, temutissimo perché giunge quasi alla fine dell’opera e molto scomodo per la collocazione, è stato una folgore. Però non è certo da una nota che si valuta la prestazione di un artista e quindi io, se dovessi proprio estrapolare dal contesto generale un momento da ricordare indicherei quel “giura”che precede il duetto del primo atto, con relativo buffetto sulla spalla di Cavaradossi, che mi ha restituito una Tosca giovane ed innamorata, lontana anni luce da certe interpretazioni che ritraggono la Diva come fosse un Otello pazzo di gelosia. Dopo il Vissi d’Arte ho temuto che la Fenice venisse giù per gli applausi, il bis ci stava tutto. Magnifica anche nei terribili momenti del secondo atto, quando Scarpia sembra vincerla psicologicamente col ricatto.
Una prestazione da ricordare.
Fabio Armiliato,

Tosca alla Fenice, 30.05.08

 nei panni di Cavaradossi, è stato pure bravissimo. Ha cominciato prudentemente, senza voler strafare, nell’aria “Recondita Armonia” , e da lì la sua prestazione è andata in crescendo sino alla fine dell’opera. Ho apprezzato moltissimo la continua ricerca di sfumature e colori diversi, la dizione, il fraseggio e la recitazione sempre misurata. In uno dei momenti più noti dell’opera lirica in generale, la romanza “E lucean le stelle”, la sua prova è stata commovente e giustamente sottolineata da un uragano d’applausi.
Nell’ambito di una prestazione d’assoluto rilievo, mi ricorderò della splendida riuscita dell’andante “O dolci mani mansuete e pure”, cantato a fior di labbra con un’espressività davvero ragguardevole. Tra l’altro Armiliato ha sfoderato pure acuti molto sicuri e penetranti ( La vita mi costasse, Vittoria!”), per la gioia dei cultori di questa forma d’atletismo vocale.
Armiliato e Dessì sono una coppia anche nella vita privata, come forse non tutti i lettori di questo blog sanno, e sul palcoscenico il loro affiatamento personale fornisce un notevole valore aggiunto alla prova artistica.
Il baritono Carlo Guelfi, che vestiva i panni scomodissimi di Scarpia, non mi ha convinto del tutto anche se l’ho sentito in ripresa rispetto alle ultime prestazioni. La voce è molto chiara, e spesso il suo canto sfocia nel parlato.
Certo la presenza scenica è notevole ed il personaggio dell’autoritario barone esce discretamente, alla fine; spesso però la voce è sfocata, secca, mentre il volume rimane abbastanza buono. Per fortuna, come spesso succede ai cantanti non troppo in forma che affrontano questo ruolo, non ha pigiato sul pedale degli effettacci plateali ed anzi si è mantenuto abbastanza sobrio nella recitazione.
Piuttosto affaticato Alessandro Spina, Angelotti, mentre ottima è stata la prova di Roberto Abbondanza quale Sagrestano.
Routine modesta per gli altri: Iorio Zennaro (Spoletta), Franco Boscolo (Sciarrone) e Giuseppe Nicodemo ( Carceriere). Qualche problema d’intonazione per il piccolo Michelangelo D’Adamo, giovanissimo pastore, ma vogliamo concedere che l’emozione può giocare qualche brutto scherzo ad un ragazzino?
Il direttore Daniele Callegari non ha danneggiato nessuno, ma non me la sento certo di esaltarne la prova: si è limitato ad una lettura molto scolastica e qualche volta un po’ chiassosa di una partitura che offre spunti d’approfondimento psicologico molto appetibili.
Buona l’orchestra e bravi gli artisti del Coro nella spettacolare scena del Te Deum.
Le scenografie ed i costumi di Anthony Ward e le luci (molto belle) di Davy Cunningham sono funzionali alla regia di Robert Carsen, un po’ datata certo, ma che comunque evidenzia cura nei particolari ed attenzione ai movimenti dei protagonisti. Solo il primo atto non mi è piaciuto, perché la mancanza di una chiesa riconoscibile non evocava il contrasto di oppressione religiosa dei sentimenti forti dei protagonisti.
Successo trionfale per tutti, con punte di clamorosa e meritata approvazione per Daniela Dessì e Fabio Armiliato.
A stento io ed ex-Ripley siamo riusciti a mangiare un terribile panino in un bar nei pressi della stazione ferroviaria: per fortuna, appunto, eravamo di fretta e ci siamo limitati al sandwich, altrimenti credo che avremmo contribuito a sporcare ulteriormente i già appiccicosi sedili del treno che ci ha riportati, in piena notte, a Trieste.
P.S
Ho scattato, forte della posizione favorevole in teatro, 64 foto: quelle pubblicate sono le uniche decenti.
Un fenomeno eh?
 

More solito, mirabilia and stuff like that: Bondi Scissorhands.

E vai!

"Il Governo ha tagliato i fondi al Festival Puccini, sparito il milione e mezzo dell’ emendamento Caprili alla finanziaria.
Una mazzata colossale a pochi giorni dall’ inaugurazione del nuovo teatro lirico mette seriamente a rischio il Festival Puccini. Ieri pomeriggio sono arrivati gli allegati dei decreti e delle decisioni prese dal Governo Berlusconi al consiglio dei ministri convocato a Napoli e tra i vari tagli di spesa della finanziaria 2008 è sparito anche il finanziamento straordinario di un milione e mezzo di Euro per il Pucciniano di questa Estate. E’ un emergenza che rischia di mettere in ginocchio l’ Ente Lirico ma anche i conti del Comune di Viareggio, che già si contorce in ristrettezze di bilancio a causa dello squilibrio registrato dalle verifiche avviate dalla nuova Giunta di centrodestra. La conferma al taglio mortale per il Festival Puccini è venuto dall’ onorevole Andrea Marcucci del PD, ex sottosegretario ai beni culturali che tanto s’ era adoperato per il finanziamento dei festeggiamenti del 150° anniversario della nascita di Puccini."

Fonte: Art. Beppe Nelli “La Nazione”

Paragoni azzardati.

Oltre al Verdi di Trieste, per ovvie questioni logistiche, frequento spesso la Fenice nell’orrida Venezia.
Quindi domani vedrò la Tosca di Puccini, nell’allestimento un po’datato di Robert Carsen.
Daniela Dessì sarà Tosca, uno dei personaggi in cui il soprano dà il meglio di se stessa, Fabio Armiliato interpreterà per l’ennesima volta Cavaradossi e Carlo Guelfi impersonerà Scarpia.
Ovviamente riferirò dell’esito della recita, probabilmente sabato.
L’altra sera, invece, ho sentito su RADIO3 il concerto celebrativo in onore del debutto genovese di Maria Callas, che si è tenuto appunto al teatro Carlo Felice di Genova, protagonista il soprano Dimitra Theodossiou.
Non entro nel merito del risultato artistico della serata, perché immagino che gli appassionati già si saranno fatti la loro idea: mi limito ad un sintetico “così così”.
Mi disturba, e probabilmente non sono il solo, il fatto che troppo spesso la Dimitra sia in qualche modo paragonata alla Callas, credo solo per la circostanza che è di nazionalità greca.
Soprattutto, non capisco perché la Theodossiou si ostini ad accettare ed avallare questo paragone: non le conviene, come a me non converrebbe mai propormi come contiguo di Dostoevskij, nonostante sia uscito questo libro, che comprende un altro mio racconto. (oh, me l’ero scordato accidenti, c’è pure Bea nell’antologia)
 

Trieste, ma non solo.

Ho scritto questo pezzo un paio di giorni fa, un po’infastidito dagli eventi e dalla continua noncuranza di chi, a vari livelli, ci governa.
Ve lo propongo come spunto di riflessione.
In attesa del Rotocalco, che dovrebbe uscire domani, e di cui linkerò qui il mio contributo.
Mercoledì 21 maggio la Sala Tripcovich, a Trieste, è stata intitolata a Raffaello de Banfield, scomparso qualche mese fa. Fu proprio il musicista triestino ad individuare questo sito, che era in rovina trattandosi di una stazione per autocorriere dismessa, ed a contribuire poi finanziariamente ai lavori che trasformarono il rospo in principe, vale a dire da un luogo degradato e socialmente inutile a un non luogo dove l’immaginazione e l’Arte sono state di casa per cinque anni: tanto durò la ristrutturazione del Teatro Verdi, dal 1992 al 1997. Ovviamente anche dopo questa data, la struttura ha continuato ad ospitare iniziative musicali e culturali in senso più ampio.
La decisione di mantenere la destinazione culturale del sito è stata presa ieri in consiglio comunale, ma sembra sia una specie di definizione sub judice, nel senso che la sala rimane a disposizione a tempo indeterminato per le attività del Verdi ma sino al 2010, quando prenderà il via un progetto di recupero di una zona adiacente. Insomma pare un compromesso, una specie di non decisione presa per accontentare momentaneamente qualcuno strizzando l’occhio a qualche interlocutore nascosto nell’ombra.
Ora, a prescindere dall’interesse particolare che riveste per i triestini questo argomento, forse è il caso di esprimere qualche opinione di respiro più ampio.
Io, in linea generale, se dovessi scegliere tra abbattere un polo culturale che funziona o sostituirlo con qualcosa che risponde solo a logiche mercantili non avrei mai alcun dubbio.
Voglio dire, possibile che non si capisca a nessuna latitudine che la cultura, e non mi riferisco solo alla musica lirica, dovrebbe avere una corsia preferenziale nei programmi di chi ci governa a qualsiasi livello, dall’amministratore di condomini al Presidente del Consiglio?
Eppure dovrebbe essere evidente a chiunque che una buona amministrazione pubblica non può prescindere dalla cultura in senso lato: un cinema, un teatro, una sala da concerto, un circolo bocciofilo, sono tutti elementi d’aggregazione indispensabili in uno scenario collettivo che lamenta nella perdita delle radici culturali il motivo principale di decadenza. Semmai, laddove questi spazi esistono, andrebbero potenziati e resi più fruibili e duttili, non certo sostituiti con un parcheggio o con un centro commerciale e, lo ripeto, non mi riferisco a Trieste in particolare.
Se si vuole garantire, o perlomeno programmare con qualche possibilità di successo, la sopravvivenza di una comunità, è necessario sostenerne la coesione a tutti i livelli, integrando i piani economici a medio e lungo termine alla memoria storica del territorio, che è costituita da canzoni popolari, da poesie, da leggende metropolitane e, perché no, di Arte in generale.
In questo modo, come afferma felicemente Claudio Magris, si evita ogni asfittica endogamia che i circoli chiusi, frequentati da persone che hanno in comune solo un interesse, anche meritorio, non possono prevedere perché per loro natura elitari ed esclusivi.
Favorire la comunicazione intellettuale tra persone d’estrazione sociale diversa, fare tesoro delle peculiarità soggettive e considerarle una risorsa, e non un ostacolo, significa arricchire potenzialmente ognuno di noi.
Tra il momentaneo silenzio di uno spazio culturale polifunzionale e il clangore di un parcheggio, io scelgo il silenzio. Quando quello stesso spazio si riempie di musica o di parole, posso esercitare il diritto alla sospensione della realtà che è insito in ogni forma d’Arte, che nutre la mia immaginazione e la mia creatività, ed affrontare il domani con un sorriso di speranza sulle labbra.
 

Anta-Gonista.

Dopo tre mesi sono rientrato a casa mia.
Voglio dire, non è che dormissi sotto i ponti, ma mi ero trasferito in un altro appartamento perché ho restaurato un po’ quello storico, dove vivo da 28 anni.
Per 28 anni dietro queste ante, entrando in cucina a destra,

L'anta giusta.

si celava il cestino della spazzatura, che ora, per motivi imperscrutabili, ex-Ripley ha spostato qui dietro, a sinistra, sempre entrando.

L'anta sbagliata.

Secondo voi, per quanto tempo ancora, con il portacenere o la cartaccia in mano o altro, aprirò l’anta sbagliata, sacramenterò, e mi dirigerò dalla parte giusta?
Tenete presente che ho già fatto discreti miglioramenti: i primi giorni dopo il rientro vuotavo tutto, per la gioia appunto di ex-Ripley, nel luogo sbagliato.
Particolare inquietante: ho notato, poco fa, dei fili elettrici di pavloviana memoria attaccati all’anta sbagliata.
 

Recensione triste del secondo cast del Devereux a Trieste: Amfortas porta sfiga?

Nella mio ipotetico cast per un Roberto Devereux, mi sono scordato di ricordare un’altra potenziale Elisabetta: Sondra Radvanovsky.
Mi sa che al Verdi di Trieste m’impediranno di entrare, la prossima volta.
Non certo per i miei giudizi sugli spettacoli [almeno spero (strasmile)], ma perché potrebbero considerare la possibilità che porto sfiga, come ha sostenuto proditoriamente il felicissimo neo campione d’Italia Bob in un recente commento.
Ieri alla pomeridiana del Devereux,
che vedeva schierato un mix dei due cast, dopo la rinuncia già avvenuta alla prima del baritono Roberto Servile per indisposizione si è ripetuto l’inconveniente.
Questa volta a dare forfait dopo il primo atto è stato il tenore Roberto Aronica, colpito da una laringotracheite di origine allergica.
C’è da dire che Aronica è apparso subito in difficoltà attaccando male la prima nota, e che amici presenti in teatro nei giorni scorsi mi avevano informato di una sua forma vocale problematica, dovuta evidentemente ai prodromi della malattia.
Resta il fatto che il suo approccio al personaggio non mi è sembrato pertinente, tutto sbilanciato com’era sul canto stentoreo, che con Donizetti non c’entra molto.
Al suo posto ha cantato Roberto De Biasio, che se l’è cavata abbastanza bene, dimostrando una buona disposizione per lo stile donizettiano. In concreto la sua apparizione si è limitata all’interpretazione di un recitativo ed un’aria, ma il suo approccio era corretto. De Biasio ha cercato, con successo, di sfumare il canto per esprimere i diversi stati d’animo del suo personaggio; la voce è gradevole, virile, anche se qualche tensione negli acuti potrebbe essere segnale di problemi nella cosiddetta zona di passaggio.
Roberto Servile, dopo che alla prima appunto era stato costretto al ritiro, ha confermato di non attraversare un buon momento artistico. La sua interpretazione del Duca di Nottingham è stata molto scadente sia dal lato vocale sia dal punto di vista interpretativo.
La voce è usurata, senescente, il timbro sgradevole, l’accento inappropriato, l’intonazione sempre a rischio. Fastidiosissimi inoltre alcuni vezzi attoriali, che si richiamano ad una gestualità obsoleta, da cantante degli anni ’50. Molto puerili i tentativi platealmente forzati di strappare applausi tenendo a lungo le note che chiudono i suoi interventi, applausi che sono arrivati timidi e non molto convinti solo da parte del pubblico più annoiato ed ingenuo.
Francesca Provvisionato era nei panni di Sara ed ha cantato decentemente, ma nulla di più, anche se devo riconoscere che almeno era cosciente del testo, di ciò che stava dicendo. Gli acuti erano leggermente gridati e la voce secca e piuttosto povera di armonici, ma ben proiettata in teatro.
Note dolenti per Darina Takova, che era nei panni scomodissimi della Regina Elisabetta.
Assolutamente inaccettabile che, in un ruolo così ricco di sentimenti contrastanti, l’artista abbia improntato la sua interpretazione alla genericità più piatta ed uniforme, tanto da farmi pensare che non sapesse cosa stava dicendo.
La voce è molto piccola, ma questo non è mai un problema se le intenzioni interpretative sono azzeccate: in questo caso invece non ho sentito né visto nulla che mi ricordasse una donna innamorata né tantomeno una Regina in ambasce politiche e amorose.
A tutto ciò bisogna aggiungere che la Takova governa ancora qualche nota acuta, peraltro non certo irreprensibile, ma anche che le due ottave basse sono ridotte ad un flebile parlato inespressivo.
La presenza scenica è inesistente, anzi, la sua entrata ancheggiante trasmetteva assai poca regalità.
Molto buona la direzione del Maestro Bruno Campanella.
In sostanza, questo Roberto Devereux triestino si può considerare una grande occasione perduta di far apprezzare il Donizetti più tragico.
By the way, magnifica la resa vocale di qualche attrezzista durante un cambio di scena, che ha sacramentato con voce virile ed emissione perfetta. (ultrasmile)
Rivolgo una prece a Santa Daniela Dessì, e spero che mantenga il proposito d’affrontare questo ruolo in teatro.
Se c’è qualche direttore artistico in linea, prenda nota; basterebbe allestire uno spettacolo con un regista civile ed aggiungere a Santa Daniela un bel baritono tipo Roberto Frontali o Giorgio Caoduro per la parte del Duca di Nottingham, un mezzosoprano tosto come Kate Aldrich o la stessa Laura Polverelli per il ruolo di Sara e un tenore avvezzo al gusto belcantista: diciamo Francesco Meli in primis, ma anche José Bros, che ha già cantato questo ruolo.
Come seconda Elisabetta ci mettiamo una Dimitra Theodossiou, sperando che mantenga lo stato di forma attuale.
Una bazzecola (strasmile).
Ieri intanto ricorreva il 97° anniversario della scomparsa di tale Gustav Mahler: volevo scrivere qualcosa ma Daland, meritoriamente, mi ha preceduto.
Grazie a lui e buona settimana a tutti.
 
 
 

Parlare di musica, la scelta definitiva.

Dopo i due post precedenti, sono stato tacciato di razzismo nei confronti dei palestinesi prima e dei croati poi. Succede, ne ho sentite di peggio.
Domenica pomeriggio faccio un altro tentativo con il contrastato Devereux allestito a Trieste.
Mi aspetta un mix dei due cast, in quanto la defezione di Eva Mei ha un po’ scompaginato la distribuzione delle due compagnie di canto.
Dovrei vedere Darina Takova come Elisabetta e Francesca Provvisionato nei panni di Sara, mentre ancora Roberto Aronica sarà il Conte di Essex e Roberto Servile il Duca di Nottingham.
Speriamo bene, riferirò anche qui, probabilmente lunedì.
Due parole su Bologna, che ho trovato devastata dopo la mia ultima visita in occasione della Norma di Bellini.
Dico solo che per la prima volta ho chiesto ad ex-Ripley di camminare un paio di metri davanti a me, in modo che potessi fare non so cosa in caso d’aggressione, probabilmente per prendermi una coltellata, non so.
E questo alle 14, in pieno giorno, sotto i portici di Via dell’Indipendenza, che è diventata una specie di girone infernale. Mancavo da Bologna da quattro anni, non tantissimo, eppure questa città meravigliosa, che ricordavo piena di studenti e pulita, è cambiata completamente.
Drogati, puttane, sporcizia ovunque, bar e pasticcerie infrequentabili, una roba da rivalutare la tristemente nota Stazione Termini di Roma, ecco.
Dopo aver visto Bologna ho capito perché questa destra volgare ed impresentabile ha stravinto le elezioni. La paura è una brutta bestia, le questioni economiche c’entrano fino ad un certo punto.
Ecco, dare alle persone la sensazione che la sicurezza sia prerogativa della destra è stato uno sbaglio terribile.
Meglio, molto meglio parlare di musica.
Buon fine settimana a tutti.
 

Paese che vai, usanze che trovi.

Insomma, lo scorso fine settimana avrei voluto godermi di nuovo questo panorama.
 

Tramonto Rovigno 6.08.06

In realtà, non mi sono goduto nulla, anzi, mi sono pure inferocito.
La Croazia, lo ripeto da tempo, nonostante sia probabile l’entrata in Europa nel 2010, non è ancora un Paese nel quale ci sia una parvenza di certezza del diritto.
Dovevo rinnovare il permesso di navigazione per il mio barchino, perciò mi sono recato alla Capitaneria di Porto di Umago (Umag).
Nell’ufficio preposto ci sono una dipendente civile ed un sottufficiale della Capitaneria.
Presento le scartoffie (vecchio permesso, patente nautica, assicurazione ecc ecc), tutto sembra in ordine, anzi la signorina è pure gentile e non è obbligatorio sorridere.
Ad un certo punto, il solerte sottufficiale, evidentemente infastidito dalla mia presenza, mi chiede: “Dov’è la barca?”
Io: “A Rovigno.”
Lui: “Allora va a Rovigno, a fare il permesso di navigazione!”
Dal momento che ho esperienza vastissima di questo genere di malcostume, particolarmente pervicace nei confronti degli italiani, trattengo a stento mia moglie, che stava per fare dell’ufficio un locale all’aperto (proseguire nella lettura, grazie), e me ne vado.
Il giorno dopo, a Rovigno (Rovinj), io ed ex-Ripley decidiamo di andare a fare colazione in un bar, con un caffè ed una brioche.
Ho dovuto girare cinque esercizi prima di trovarne uno nel quale si sono degnati di servirmi in piedi (solo il caffé, peraltro), senza che fossi obbligato a sedermi al tavolo e quindi pagare di più, evidentemente.
Da notare, che essendo io capace di leggere e non ipovedente, non ho notato alcun avviso che mi avvertisse che il servizio al banco non fosse previsto.
Bene.
Vado in Capitaneria a Rovigno, dove in tre minuti mi hanno rinnovato il permesso che mi serviva.
Nonostante avessi scongiurato ex-Ripley di tacere, lei ha posto ugualmente la domanda fatidica:
“Scusi, come mai ieri a Umago non ci hanno voluto far sbrigare la pratica?”
Questa la risposta dell’imbarazzatissima impiegata:
“Non so che dire, non avranno avuto voglia, davvero non lo so.”
Secondo voi, è peggio la parte burocratica di questo aneddoto o quella aromatica?
io ci sto pensando.

Nacqui all’affanno.

 

 

Oggi lo Stato d’Israele compie sessant’anni. Auguri.

La mia è una scelta a favore di questo popolo, senza se e senza ma.

Almeno una persona apprezzerà questo mio post, che non è contro nessuno, ma vuole essere a favore di tutti.

 

 

Un ricordo appassionato di Leyla Gencer.

Volevo spendere qualche parola in occasione della scomparsa di Leyla Gencer, nella speranza di non accendere polemiche inutili e strumentali.
In che senso si può dire che, nell’indifferenza generale ancora una volta, si è spenta una cantante storica?
La risposta è facile, ed è molto simile a quella che diedi a suo tempo su questo blog ad una domanda su Maria Callas: ha reinventato, risuscitato alcuni personaggi operistici. Vale per la Elisabetta I del Roberto Devereux, ovviamente, ma anche per molti altri, anche meno noti.
Però questo mio ricordo non vuole in alcun modo essere una sterile lista di titoli, perché semplicemente, lo dico a voce alta, con la scomparsa di Leyla Gencer se ne va un piccolo pezzo di quella magia che si chiama teatro, un non luogo dove si può essere tutti e nessuno, e vale per chi sta sul palco ovviamente ma, soprattutto, per chi è seduto in loggione o in platea.
In teatro si alimenta la nostra immaginazione, che è uno strumento per sfuggire alla realtà tristissima che ci circonda.
Non ho mai avuto la fortuna di sentire questa grande artista dal vivo, purtroppo, ma mi basta, non posso fare diversamente, ascoltare i suoi dischi. Le incisioni che ci restano sono proprio come lei: rare, fosche, di qualità sonora problematica molto spesso. Per non parlare dei suoi compagni di recite, qualche volta addirittura imbarazzanti dal punto di vista tecnico.
La tecnica è troppo spesso considerata l’unico metro di misura possibile per valutare un cantante.
Ricordo lo scempio che hanno fatto delle sue prestazioni due celeberrimi esponenti (apprezzabili per molti versi, sia chiaro) della critica musicale: Rodolfo Celletti e Elvio Giudici.
Bene, proprio pensando a quelle parole, mi è piacevole pensare che Leyla Gencer se ne sia andata così, con un ultimo gioioso, teatrale, colpo di glottide.
E mi sta bene anche che, come ho detto in apertura di questo post, sia scomparsa nell’indifferenza generale dei media: solo tra gli appassionati veri, pochi, era nota ed amata, ed immagino che tutti l’abbiano ricordata degnamente, magari in modo più meritevole di me, in silenzio.
Sarebbe sacrilego pensare che la notizia della sua morte sia infilata così, come la classica foglia di fico che copre vere vergogne, tra un vaneggiamento e l’altro dei protagonisti delle notizie eiaculate dalla televisione.
Basta così.
 
 
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