Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: giugno 2010

Festival dell’Operetta a Trieste: o meglio, presunto festival. O il “musicone”?

Quest’anno il consueto sondaggio sul gradimento della stagione tra gli spettatori del Teatro Verdi di Trieste ha dato un risultato, a mio parere, abbastanza clamoroso.

Sono state “scrutinate” 862 schede (mi pare un po’ meno degli anni scorsi, ma qualche recita è saltata per gli scioperi) e il maggior gradimento è andato al Tannhäuser di Wagner, che non si rappresentava a Trieste da più di quarant’anni.
E sì che alla prima, alla quale si riferisce la mia recensione semiseria, il pubblico non era neanche così numeroso, anzi!
Ovviamente, da wagneriano, mi fa molto piacere.
Seguono la Madama Butterfly, L’elisir d’amore e il Roméo et Juliette.
Ma è tempo ormai di lasciarsi alle spalle la stagione 2009/2010 e guardare al presente e all’immediato futuro, rappresentato dal 41° Festival dell’Operetta, che a Trieste è un’istituzione imprescindibile.
Uno quando dice “festival” pensa a una serie di manifestazioni che abbiano un comune denominatore, in questo caso la nobilissima “piccola lirica”.
Ecco, nei fatti anche quest’anno è così, però davvero il programma è striminzito, ridotto ai minimi termini dalla mancanza di finanziamenti causata dai tagli governativi al FUS. Un presunto festival, diciamo.
Inoltre, e questo blog non può non sottolinearlo, perché spesso ho parlato delle difficoltà dei lavoratori del teatro, il corpo di ballo del Teatro Verdi è stato azzerato dai tagli di cui sopra.
In città ci sono state parecchie polemiche sulla questione e a me pare, senza entrare in particolari, che in questo caso il sovrintendente uscente Giorgio Zanfagnin sia stato più realista del Re, ammesso che la visione di Bondi con una corona in testa sia qualcosa che una mente onesta possa immaginare.
Comunque, il presunto festival presenta un solo titolo: La principessa della Csárdás, operetta in tre atti da un’idea di Leo Stein e Bela Janbach, musica di Imre Kálmán. Si tratta di un nuovo allestimento del Teatro Verdi di Trieste.
Non vorrei che qualcuno si scandalizzasse, ma io sono più interessato all’Hommage á Suppé del 9 luglio, per esempio, una delle manifestazioni collaterali.
Insomma, visto che da quest’anno all’Arena di Verona si canta e si suona amplificati (il che esclude per default una mia presenza, perché lirica e microfoni non vanno d’accordo) per volere dell’onnipotente regista Zeffirelli, credo che mi farò un bel ripasso di dischi storici e m’accontenterò.
E poi ci sono sempre il Festival di Bayreuth e il Rossini Opera Festival, no?

Ecco qui una spigolatura sul termine festival:

Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.

Il “Festival della canzone italiana” di Sanremo, per i puristi è senz’altro uno svarione. Anzi per qualcuno un vero e proprio obbrobrio. Nel 1933, parlando di un’altra rassegna musicale, Paolo Monelli, in un libro corrucciato (“Barbaro dominio”) ammoniva: “Finora la parola ha sempre voluto indicare una festa di carattere popolare e di cui l’elemento principale è la musica. Gli organizzatori delle feste musicali di Venezia, battezzandole ‘Festival musicale’, hanno peccato due volte, anzi tre: usando una parola straniera senza necessità, togliendola dal suo regno popolaresco e dandole un carattere di raffinatezza che non ha mai avuto e infine aggiungendo il superfluo aggettivo ‘musicale’, poiché “festival’ significa già di per sé ‘festa musicale’”. Fatto si è che in letteratura la parola è abbinata al cinema, al teatro, mai alla canzone. Però, siamo sinceri, per far contenti i puristi, ci sentiremmo di chiamare, di punto in bianco, il nostro Festival più popolare il “Musicone di Sanremo”?

Un saluto a tutti.
 
 

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Consuntivo semiserio della stagione operistica 2009/2010: premi, bocciature e altro.

Prima di assegnare i consueti award, ecco qui una bella iniziativa culturale, alla quale vale la pena di dare un po' di visibilità.

Dal 28 giugno a Capriva il laboratorio pucciniano che metterà in scena “Suor Angelica”.
Uno dei più pittoreschi angoli paesaggistici del Collio goriziano (forse più cari alle frequentazioni di Casanova e Da Ponte che non a ritiri conventuali) sarà inedito scenario di Suor Angelica dal 28 giugno al 4 luglio.  L’opera pucciniana è obiettivo di un laboratorio d’interpretazione promosso dalla associazione culturale InCanto di Capriva del Friuli affidato al M.o Tiziano Severini per la parte musicale e al regista Ivan Stefanutti per la messinscena; con la consulenza del critico Gianni Gori.
Il laboratorio pucciniano, diretto dal M.o Severini (al pianoforte, Corrado Gulin) ed al quale prendono parte una quarantina di cantanti,  avrà inizio il 28 giugno, mentre il 3 luglio, con replica il 4, avrà luogo la suggestiva mise-en-espace dell’opera pucciniana nella piccola arena del centro civico di Capriva, là dove un tempo vi era l’antico convento delle Orsoline. Manuela Marussi, presidente dell’associazione InCanto, curerà la preparazione del coro femminile.
Una decina le cantanti selezionate per le parti solistiche più importanti e provenienti da Italia, Islanda, Albania, Ukraina, Stati Uniti.

Bene, dopo le cose serie passiamo a quelle semiserie.

 
Arrivati a metà giugno, anche quest’anno è momento di bilanci per quanto riguarda la stagione operistica 2009/2010 al Teatro Verdi di Trieste. Il che significa, nel caso di questo blog, che si conferiscono i premi per le migliori e peggiori prestazioni dell’anno. Un appuntamento imperdibile per chiunque segua la musica lirica, diciamolo (sì come no…).
Nel complesso non è stata un’annata che resterà nella memoria, però qualcosa di valido si trova sempre con un po’ di buona volontà, mentre per le cose bruttine o pessime c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Intanto propongo qui di seguito le recensioni semiserie delle serate, ché magari qualcuno ha il (dis)piacere di rileggerne qualcuna: noterete che di alcune opere ho visto entrambi i cast, mentre per altre mi sono astenuto per mancanza di tempo.
Trovatore 1

Trovatore 2

Maria Stuarda 1

Maria Stuarda 2

Roméo et Juliette 1

Roméo et Juliette 2

Elisir d’amore

Tannhäuser

Madama Butterfly

Otello 
 
Bene, passiamo alle ambitissime premiazioni.
 
Migliore spettacolo: Il Trovatore che ha aperto la stagione, perché c’era un buon equilibrio tra musica del compositore e la regia di Stefano Vizioli, circostanza questa spesso trascurata, ma di fondamentale importanza per la riuscita di un allestimento operistico.
 
Peggiore spettacolo: Maria Stuarda, affossato dalla tremenda visione della vicenda del regista Denis Krief. Lo spettacolo era talmente brutto (aiutame a di' quant'era brutto!) che il San Carlo di Napoli, nonostante l’avesse coprodotto, ha rinunciato a proporlo qualche mese dopo al suo pubblico.
 
Migliore regia: vince anche quest’anno Davide Livermore per il suo lavoro nell’Elisir d’amore, battendo sul filo di lana i colleghi Stefano Vizioli e Giulio Ciabatti (per Butterfly).
Livermore è originale, spiritoso, colto e mai volgare, il suo Elisir è stato davvero piacevole. Inoltre si vede un’attenzione ai cantanti che troppo spesso latita nei teatri.
 
Peggiore regia: trionfo incontrastato di Denis Krief per la Maria Stuarda. L’immagine dei cantanti che si muovono nel suo labirinto come criceti in gabbia resteranno per sempre nella mia memoria, e non gliene sono particolarmente grato. Ancora oggi, di notte, mi sveglio urlando per gli incubi.
 
Migliore scenografia: ex aequo per Paolo Fantin (Roméo et Juliette), perché il mega giradischi a me è piaciuto tantissimo e Pier Paolo Bisleri per l’elegantissima Madama Butterfly, uno spettacolo che si potrebbe esportare ovunque.
Finale
 
Peggiore scenografia: Denis Krief, insuperabile anche come realizzatore dei suoi, di incubi.
 
Migliori costumi: Chiara Barrichello per Madama Butterfly.
 
Peggiori costumi: indovinate un po’? Denis Krief. Costumi tetri, sciatti eppure ridicoli.
 
Migliore coreografia: non pervenuta.
 
Peggiore coreografia: Tuccio Rigano, per Tannhäuser. A balletti così posso partecipare anch'io, che sono agile come un capitello corinzio, seppure più vecchio.
 
Miglior tenore: Antonino Siragusa, per la sua caratterizzazione di Nemorino nell'Elisir d'amore.
Sira Mei
 
Peggior tenore: Viktor Afanasenko, il Manrico del secondo cast del Trovatore, davvero ampiamente sotto il minimo sindacale: cantanti così dovrebbero essere protestati e basta, e poi mettono ansia agli ascoltatori: più volte avrei voluto chiamare il 118 affinché gli somministrasse l'ossigeno.
 
Miglior baritono: Claudio Sgura, Conte di Luna, secondo cast del Trovatore. Bravissimo, un artista giovane da seguire con attenzione. Segnalo anche l'inossidabile Jago di Juan Pons e il Belcore di Luca Salsi.
 
Peggior baritono: non assegnato.

Miglior basso: Carlo Cigni quale Ferrando nel Trovatore.
 
Peggior basso: Gianluca Buratto, il Talbot della Maria Stuarda. Un orco cattivo, roba da spaventare i bambini che per fortuna non vanno all'opera ma giocano a sparatutto al computer o su altre diavolerie, spronati da genitori lungimiranti che poi un giorno si meraviglieranno quando il piccolo di casa prenderà il gatto come bersaglio. Ma anche il nonno, mica è detto eh?
 
Migliore soprano: Tatiana Serjan, Leonora nel Trovatore. Quest'artista a me garba parecchio, e ogni volta che l'ho vista (spesso) mi ha dato la sensazione di essere una seria professionista.
 
Peggiore soprano: Hasmik Papian, non tanto per demeriti intrinsechi, ma per la totale mancanza di affinità con lo stile donizettiano. Infatti la prossima stagione la vedremo nella Francesca da Rimini, nella quale probabilmente figurerà meglio.
 
Migliore Direttore d’orchestra: Paolo Longo per L'elisir d'amore. Questo musicista è l'esempio di come spesso si hanno in casa (è triestino) risorse artistiche rilevanti: non ha senso spendere tanti soldi per battisolfa o peggio che vengono magari dall'estero e che millantano curricula fantasiosi.
 
Peggiore Direttore d’orchestra: Nello Santi. Mi spiace assegnare a un monumento già così carico d'onorificenze anche questo premio, ma ero così eccitato all'idea del suo Otello che non riesco a nascondere la delusione.
 
Sorpresa positiva: la mancanza di contestazioni alla regia di Damiano Michieletto per il Roméo et Juliette, io temevo che avremmo perso un centinaio d'abbonati di platea, quelli che arrivano in teatro con il dinosauro di famiglia, acquistato a una svendita prima della scomparsa di questi animali dal pianeta.
 
Sorpresa negativa: sicuramente le tante e troppe sostituzioni dell'ultimo minuto nei cast. In questo senso ho raccolto anche qualche protesta da amici che vengono da altre città d'Italia.
 
Varie ed eventuali: beh, di rilevante c'è il grande problema dei finanziamenti alle fondazioni, che ha messo a soqquadro tutti i teatri italiani.

Inaccettabile, lo scrivo per l'ennesima volta, il tentativo di far scontare la crisi finanziaria solo alle maestranze dei teatri.
Poi, ma questa è una mia idea, trovo più assurdo ancora pensare che la Cultura, in generale, si possa gestire con logiche mercantili.
Però sembra che io sia in minoranza, da questo punto di vista.

 
 

Striscioni 2

E con quest'ultima nota di speranza, auguro una buona giornata a tutti.

La stagione operistica 2010-2011 al Teatro Verdi di Trieste.

È stata presentata ieri mattina la stagione lirica e di balletto del Teatro Verdi di Trieste.

Prima di dare un veloce sguardo ai titoli e agli interpreti, credo sia giusto fare un paio di considerazioni di carattere generale.
La prima è che accontentare tutti, pubblico e critica, è impossibile, soprattutto quando la disponibilità finanziaria è ridotta al lumicino e si possono presentare, giocoforza, 7-8 titoli a stagione (più un paio di balletto, ma come sapete io non mi occupo di quella nobile Arte perché sono totalmente incompetente in materia).
Quindi bisogna ragionare tenendo ben presenti questi limiti che sono oggettivi.
D’altro canto è anche vero che una stagione operistica che non comprenda neanche un lavoro di Mozart, Wagner e Rossini (proprio per voler restare al minimo sindacale) non può che considerarsi, altrettanto oggettivamente, monca.
Però bisogna scegliere, e chi ha la responsabilità delle scelte e cioè il Sovrintendente Giorgio Zanfagnin (alla sua ultima stagione: quest’anno scade il suo mandato) deve tenere conto di molti parametri, molti dei quali sono sconosciuti al grande pubblico: i numeri del bilancio finanziario, per intenderci, solo per citare una circostanza determinante. I soldini a disposizione sono pochi e la congiuntura economica è sfavorevole per tutti e in particolare per le Fondazioni Liriche.
Sembra che in questo senso Zanfagnin abbia fatto un buon lavoro. Dico sembra perché i bilanci sono solo dei pezzi di carta che si lasciano scrivere. Una cosa è certa, il Verdi di Trieste non sarà commissariato e, magari con operazioni non proprio rispettose del pubblico (artisti annunciati ma poi…scomparsi dal cartellone, secondi cast piuttosto deboli e altro) dal punto di vista finanziario la situazione non si è aggravata.
Ma veniamo al cartellone.
Si comincia il 12 novembre 2010 con La Traviata di Giuseppe Verdi che conta sulla presenza, nientemeno, di Sua Mariellestà Mariella Devia, affiancata dal tenore emergente Stefan Pop. L’allestimento è della Fondazione dell’Arena di Verona. Dirige Andrea Battistoni.
Ancora Sua Mariellestà e Capitan Fracassa!
È chiaro che la Violetta di Mariella Devia, artista straordinaria, vale il costo del biglietto!
Il 21 gennaio, dopo la consueta sosta natalizia e il primo balletto (Romeo e Giulietta), un’altra opera di Verdi: I due Foscari. Sul podio Renato Palumbo, figura di spicco dell’attuale panorama musicale, mentre tra gli interpreti spiccano i nomi del baritono Dalibor Jenis e del soprano Maria José Siri. Si tratta, in questo caso, di un nuovo allestimento del Verdi in coproduzione con l’Opera di Bilbao.
Il 18 febbraio è la volta di Samson et Dalila, di Camille Saint Saëns, in coproduzione con Liegi, Bologna e Breslavia. Il cast è interessante: il tenore Ian Storey, il mezzosoprano Luciana D’Intino, il baritono Claudio Sgura.
Sulla carta potrebbe essere una serata interessante, Storey ha voce adatta per la parte e la D’Intino garantisce sempre un livello artistico d’eccellenza.
Il quarto appuntamento è per il 12 marzo con la Salome di Richard Strauss, nello spettacolo in coproduzione con Bologna che ho visto qualche mese fa: nel cast anche tre nomi sentiti e visti in quell’occasione e cioè il tenore Robert Brubaker, il basso baritono Mark Doss e il tenore Mark Milkhofer.
Compagnia artistica Salome Bologna.
Salome è una delle opere imprescindibili del 900 e l’allestimento di Gabriele Lavia è molto gradevole.
Si torna ancora al Verdi, dopo il secondo balletto(La Bayadère) , il 19 aprile, con la Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai: Julian Kovatchev sul podio e Hasmik Papian, Andrew Richards e Giorgio Surian tra gli interpreti principali. L’allestimento è una coproduzione tra Trieste e Zurigo.
In questo caso è forte il rimpianto per l’assenza di Fabio Armiliato e Daniela Dessì, originalmente previsti in questa produzione.
Il 17 maggio è il turno di uno strano dittico composto dal Gianni Schicchi di Giacomo Puccini e The Medium di Gian Carlo Menotti: in evidenza il baritono Luca Salsi (che rivedo assai volentieri a Trieste) e Manuela Bisceglie nello Schicchi e Tiziana Fabbricini come Madame Flora, nuovo allestimento del Verdi di Trieste.
Grande curiosità per la prestazione della Fabbricini, che amici mi dicono molto efficace in questa parte.
Chiude la stagione la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti con l’Edgardo di Celso Albelo, la Lucia di Silvia Dalla Benetta e l’Enrico Ashton di Alberto Gazale, ancora uno spettacolo nuovo in coproduzione con Verona.
In questo caso da segnalare nel secondo cast il tenore Jean Francois Borras, brillante Roméo lo scorso febbraio nell’opera di Gounod.
In generale credo che gli appassionati triestini possano essere contenti della stagione del Teatro Verdi, anche perché molti dei titoli proposti mancano da una trentina d’anni, una generazione intera d’appassionati: la Francesca da Rimini, Samson et Dalila, I due Foscari.
Certo se io fossi sovrintendente penserei ad una stagione diversa, ma per fortuna di tutti mi limito a scribacchiare senza continuità su questo blog!
Un saluto a tutti.

 

Oh de’ verd’anni miei…

Antonio Ghislanzoni è noto per aver scritto il libretto dell’Aida di Giuseppe Verdi,

ma a me è molto simpatico perché scrisse un libello intitolato “Varietà umoristiche” in cui spicca il capitolo “L’arte di far libretti”, nel quale, con una buona dose d’autoironia, descriveva i personaggi e i caratteri di un’ipotetica opera lirica.

Vi allego QUI in pdf il suo lavoro e ne stralcio una piccola parte.
 

PERSONAGGI
 

Baritono: tiranno di un paese qualunque, personaggio nervoso e atrabiliare.

Primadonna: moglie di Baritono, donna di carattere indipendente e soggetta a frequenti deliqui.

Tenore: giovane di oscuri natali, di temperamento epatico, affetto di itterizia e di idropisia cronica.

Comprimaria: damigella di confidenza di Primadonna; fanciulla tra i venti e i cinquant’anni, di indole maligna e sospettosa.

Comprimario: amico intimo di Tenore; personaggio poco influente e irresoluto.

Profondo: frate di un Ordine qualunque; zio di Primadonna, amico di Baritono, mecenate di Tenore ecc ecc uomo di solida costituzione e molta autorità, con tendenza pronunziatissima alle stonazioni.
 

CORISTI MASCHI E FEMMINE
 

Che mutano nome e condizione a comodo del poeta e del maestro, conservando sempre nel viso e nel portamento il tipo cretino.

 
 

 
La scena ha luogo in un paese non ancora conosciuto, i cui abitanti, invece di parlare, cantano o solfeggiano con accompagnamento di orchestra.
 
Epoca: a piacere del vestiarista.

Bene, proprio oggi compio 55 anni e mi rendo conto che sarei stato un corista (credo maschio) perfetto per il mitico librettista dell'Aida.
Si accettano candidature per le altre parti tra i lettori di questo blog.
Buona settimana a tutti.

 

Recensione semiseria dell’Otello al Teatro Verdi di Trieste: le attorte folgori di Nello Santi.

Di nuovo, ma non mi lamento di certo perché è indispensabile darne notizia, devo cominciare il post con la cronaca delle proteste dei lavoratori del Teatro Verdi di Trieste che, come vedete dalla foto, Orchestra in borghese

si sono presentati alla recita dell’Otello di martedì 1 giugno vestiti in borghese, mentre i loro colleghi del Coro hanno indossato la coccarda gialla che è diventata il simbolo del “malumore” (eufemismo, gli girano proprio le palle) che serpeggia nelle Fondazioni Liriche italiane.

Opera difficile, l’Otello di Giuseppe Verdi, l’ho ricordato più volte e se ne è avuta conferma in quest’occasione.
L’allestimento era firmato da Giulio Ciabatti e se è vero che lo spettacolo è complessivamente riuscito è altrettanto vero che i cambi di scena (a sipario alzato, sempre per protesta) erano eccessivamente macchinosi, tanto da costringere a ben tre intervalli che hanno fatto sì che l’opera durasse quasi quattro ore.
Inevitabile che ci sia nel pubblico e nella compagnia di canto un calo di attenzione e tensione drammaturgica.
Giulio Ciabatti sceglie una via interpretativa minimalista, scarna ma non certo dimessa , che riduce all'essenziale i movimenti scenici dei protagonisti , Coro compreso, e fa muovere i personaggi in una scenografia poderosa e monumentale, assai ben realizzata da Pier Paolo Bisleri e impreziosita dalle belle luci di Iuraj Salieri. Piuttosto dimessi i costumi di Chiara Barrichello, ma funzionali ad uno spettacolo che si concentra esclusivamente sulla terribile vicenda dei protagonisti.
Adriana Marfisi I atto
Lo spettacolo, produzione della fondazione triestina in collaborazione con il Teatro nazionale di Spalato, è gradevole, nel segno della tradizione con un tocco di modernità. Non ho notato incongruenze col libretto, tipo morti che camminano come nel recente Werther a Parma (smile).
La serata ha avuto due grandi protagonisti: il direttore Nello Santi e il baritono Juan Pons.
Cominciamo da Santi, che alla bella età di 177 anni (l’altr’anno in occasione dell’Aida ne aveva 176…si scherza Maestro!) ha diretto anche quest’opera senza partitura, a memoria.
Nel frattempo però, se la sua lucidità mentale non è certo peggiorata, deve aver subito un severo calo dell’udito. Perché, vi chiederete voi (ma anche no)? Perché il volume dell’orchestra è stato spesso così alto che ho pensato volesse uccidere qualche cantante a suon di decibel (strasmile). Considerate che, con l’unica eccezione di Juan Pons, i cantanti non avevano voci enormi oppure le avevano discrete ma ingolate e quindi con scarsa proiezione in teatro, perciò spesso si è notato il classico “effetto pesce in acquario”, bocche che si muovono e silenzio in sala. Silenzio di voci, s’intende, perché sembrava che la tempesta che principia l’opera fosse più che altro un nuovo uragano Katrina: ogni tanto riafforava con violenza inaudita. In particolare nella zuffa iniziale e nella chiusura del secondo e del terzo atto, ha grandinato forte (smile).
In altre occasioni l’accompagnamento agli artisti è stato magnifico, specialmente nel Credo di Jago, nel Dio mi potevi scagliar di Otello e nella Canzone del Salice di Desdemona. Anche nei concertati, che sono difficilissimi, le cose sono andate bene.
Insomma, una direzione, quella di Nello Santi, con molte zone d’ombra.

Walter Fraccaro era al debutto e, francamente, non è stato all’altezza della situazione. Immagino che i non melomani s’aspettino che io scriva di stecche o incidenti clamorosi, che in effetti non ci sono stati.
Il tenore, impegnato in una parte che è realmente difficilissima e che gravita in zona centrale con improvvisi sbalzi all’acuto ma anche discese in prima ottava, è sembrato lottare con il pentagramma per tutta l’opera. Il tenore si è aggrappato ai fa diesis, attorcigliato ai la, arrampicato ai si bemolle con sforzi notevolissimi. Ne è uscita un’interpretazione monocorde, sbilanciata sul forte o mezzoforte, solo di rado temperata da qualche timido tentativo d’addolcire il canto con la mezzavoce. Un Otello dimezzato, muscolare, trucibaldo, privo o quasi di ripiegamenti lirici nei passaggi più amorosi. Nel celeberrimo duetto Già nella notte densa ho sentito anche qualche problema d’intonazione. Non ho percepito quell’introversione dolorosa che è caratteristica principale del Moro, un uomo che crede d’essere tradito perché diverso (forse perché ho sul viso quest’atro tenebror– dice) o troppo vecchio per la sua compagna (forse perché discendo nella valle degli anni), solo per fare due esempi banali.
Duetto III atto
Insomma, se vuole ripresentare questa parte l’artista deve ripensarla, anche perché un Otello “alla Del Monaco” necessita di…Del Monaco, che aveva un’ampiezza di cavata e una gestione dei fiati, un volume, del tutto straordinari.

Juan Pons, invece, nonostante i problemi di salute che l’hanno afflitto negli ultimi anni, è stato un magnifico Jago. La voce è ancora salda anche se sporadicamente balla un po’, ma per esempio il Credo (con risatazza diabolica di tradizione, peccato) è riuscito benissimo, così come sono stati esemplari i duetti con Otello e Cassio. A questo proposito, da incorniciare il rilievo dato a quella piccola frase, ciò m’accora, che è il primo filo della tela diabolica in cui resterà mortalmente invischiato Otello. Inoltre il baritono conta su di una presenza scenica soggiogante e fa tesoro della lunga frequentazione con la parte, affrontata in tutti i teatri del mondo centinaia di volte.

Adriana Marfisi, Desdemona, ha una voce di timbro davvero ingrato che fa a pugni con le caratteristiche solari della sposa di Otello. Peraltro va dato atto al soprano di aver disegnato un personaggio credibile, scevro da bamboleggiamenti e manierismi, giovane e non matronale. Certo, le lunghe frasi verdiane richiederebbero un maggiore controllo dei fiati e un legato di qualità superiore, ma il fraseggio è parso intelligente e l’interprete misurata. Piuttosto debole la sua opposizione alle accuse nel duetto del terzo atto, mentre più convincente è sembrata nella Canzone del Salice e nella preghiera del quarto, anche grazie al fondamentale contributo del direttore che ha reso il sottofondo orchestrale impalpabile.
Una grande Desdemona, però è …altro.
Finale
Il Cassio di Sung Kyu Park si è distinto per la bella voce e per la musicalità, ma anche per l’inerzia interpretativa.
I comprimari Gregor Rozycki (Lodovico), Manrico Signorini (Montano) e Giovanni Palumbo (Araldo) sono stati complessivamente all’altezza, con l’unica eccezione di Gianluca Bocchino, Roderigo vocalmente sottodimensionato. Discreta la prestazione di Giovanna Lanza, Emilia.
L’Orchestra del Verdi si è disimpegnata discretamente, rispondendo con vigore alle sollecitazioni del podio e confermando una buona propensione all’esecuzione delle opere verdiane già rilevata in altre occasioni.
Da segnalare la serata non felicissima dei fiati, con particolare riferimento a qualche attacco sporco degli ottoni.
Bene il Coro, seppur costretto a cantare sempre molto forte dalle telluriche sonorità imposte dal direttore.
Teatro esaurito, ma qualche defezione per sinimento al terzo intervallo va rilevata.
Il pubblico ha tributato un sicuro successo a tutta la compagnia di canto, con qualche punta d’entusiasmo in più per Juan Pons e Nello Santi.

Nella valutazione generale della serata non si può prescindere dal ricordare l’atmosfera generale di tensione in cui si è rappresentato questo Otello, che sicuramente ha contagiato in modo negativo il rendimento degli artisti impegnati sul palcoscenico.
Questa era l'ultima opera in programma al Teatro Verdi di Trieste per quest'anno.
Il futuro si prospetta quanto mai incerto e non riesco a chiudere con un sorriso questa mia recensione semiseria.

 
 
 
 

Giuseppe Taddei non c’è più.

Purtroppo un altro grandissimo della musica lirica, forse il mio cantante preferito, il baritono Giuseppe Taddei, ha finito la sua lunga avventura sulla terra.
Sono realmente commosso e non voglio scrivere il classico coccodrillo, non m’interessa. Sappiate solo che da un paio di mesi, per motivi personali, sono piuttosto giù di corda. Ebbene nello stereo della mia automobile “girano” in continuazione solo due opere: Il Don Giovanni, in cui Taddei canta uno straordinario, insuperato e forse insuperabile, Leporello, e il Così fan tutte, in cui Peppino interpreta Guglielmo.
Addio Peppino e grazie di tutto quello che hai dato agli appassionati melomani di ogni latitudine!
Per chi volesse saperne di più:

Qui il ricordo di OperaClick
Qui il ricordo del Corriere della Grisi
 

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