Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Il recensore recensito: ovvero come rovinarsi una reputazione in poche ore.

Vi sarete accorti, credo, che la mia presenza su questo blog si è piuttosto rarefatta negli ultimi mesi. Il motivo di tale semidiserzione è che stavo preparando il debutto del mio primo lavoro teatrale in musica.

Senza troppi clamori, come peraltro avevo desiderato sin dall’inizio, la mia prima opera lirica (ma non certo la mia prima farsa) ha debuttato la settimana scorsa qui a Trieste, al Filodrammatico.
Il pubblico, piuttosto numeroso, ha apprezzato lo spettacolo in modo quasi incondizionato. La critica ufficiale un po’ meno, ma l’avevo messo in conto.
Qui di seguito alcune recensioni di colleghi apparse sui più disparati organi d’informazione, perlopiù di area germanica.
 
Amfortas (al secolo Paolo Bullo) è il vero figlio del suo tempo, e a noi dispiace che uno dei nostri più grandi artisti e certamente uno dei più geniali pittori di suoni si sia fatto sedurre da un soggetto perverso come il Così Fon Tutte di Philips Rowenta. Ma il consenso generale con cui lo ha ripagato il pubblico di Trieste è la prova inconfutabile che egli ha saputo ben valutare il livello culturale e il gusto artistico della sua epoca.
 
Allgemeine Musik Zcitung, A.Kleffel
 
 
La più pesante provocazione ai nervi, il Così Fon Tutte di Paolo Bullo tratto dal dramma di Philips Rowenta, arde di grandi estasi e passioni: certo è un mondo senz’anima. Poiché il soggetto non permetteva la realizzazione della principale facoltà della Musica, cioè l’espressione della vita interiore, alla musica, voce dell’anima, non è rimasto che l’uso del lato sensuale ed eccitante dei suoi effetti.
L’opera non gioverà allo sviluppo dell’arte drammatico-musicale, e va considerata a sé, audace esperimento di un coraggioso intenditore.
 
Das Blaubuch, W.Kienzi
 
Con una partecipazione senza precedenti e con immenso scalpore Paolo Bullo ha presentato il suo Così Fon Tutte al Teatro Filodrammatico di Trieste. A Trieste, non Roma dove forse la cornice di pubblico sarebbe stata più consona alla solennità dell’evento. Poiché, per quanto sia lodevole che anche le altre grandi città italiane affermino la propria autonomia artistica con tanta solerzia, è altrettanto vergognoso che Roma non sia stata capace di offrire al più interessante compositore contemporaneo la prima della sua opera.
Annunciato ovunque da settimane, assai favorito dall’involontaria pubblicità della censura, l’evento si è compiuto con tutte le formalità di un successo esteriore.
 
Kunstwart, R.Batka
 
Erano anni e anni che un’opera non creava tanta febbrile agitazione – e non solo negli animi musicali – già dall’annuncio della sua uscita, come la trasposizione in musica del Così Fon Tutte di Philip Rowenta da parte di Paolo Bullo. La prima si è rivelata un’occasione specialissima e, come si dice oggi, è stato subito “evento”.
Questa parola gode di grande e sempre crescente popolarità forse per il suo retrogusto commerciale, perché comunque la si usi, a proposito di un’opera d’Arte o di un artista, assicura subito eccellenti guadagni.
 
Zeitschrift der Internationalen Musikgesellschaft, E.Reuss
 
Che Paolo Bullo abbia abboccato all’amo disgustoso dell’atto unico rowentiano è un indizio preoccupante, e si accoda anche troppo con l’ultima produzione del Compositore, per la quale vale il detto “Qui proficit in literis et deficit in moribus, plus deficit quam proficit”, con la differenza che qui literae significano perizia musicale e i mores gusto artistico.
 
Die Grenzboten, Editoriale anonimo
 
Il nostro collaboratore Paolo Bullo ha sfidato il convenzionale pubblico triestino mettendo in musica un testo ardito come il Così Fon Tutte di Philips Rowenta.

Nonostante si sia presentato alla conferenza stampa di presentazione in condizioni psicologiche e fisiche penose, come ben testimonia la foto qui sotto,
Paolo 1
Paolo Bullo non ha saputo destare pietà nelle frange più facinorose e conservatrici dell’intellighenzia culturale triestina, che l’hanno picchiato a sangue subito dopo la fine dello spettacolo.

Hanno fatto bene.
 
OperaClick, La Redazione
 
La decisione di aprire la stagione del Filodrammatico di Trieste con il Così Fon Tutte di Paolo Bullo è il più fedele ed esemplare specchio dei tempi che corrono nel teatro d'opera.
Il Filodrammatico è sempre stato un teatro esemplare, almeno nei suoi primi cinquant'anni di vita, per organizzazione, ricchezza di proposte, abilità ed avvedutezza di gestione.
Non per nulla il manager più significativo nella storia del teatro, era un ingegnere e non mi risulta avesse studi musicali, se non hobbistici, benché figlio di impresario teatrale.

Oggi, invece, i divi passano da un forfait all'altro, inanellano cancellazione per l'assunzione di ruoli impossibili o per tentarne degli altri inadeguati.
Imperano i compositori che rappresentano una Kultura fittizia, vero e proprio verminaio in cui i registi spendaccioni dissipano le già esangui casse dei teatri italiani.
Come sempre siccome la storia non si fa con le chiacchiere, saranno i fatti ovvero le poche riprese che avrà quest’opera insulsa a smentirmi, come mi auguro. A darmi ragione, come son certo.

Anche perché io trovo almeno singolare , se non addirittura sospetto, che la stesura di un’opera che parla d’asciugacapelli sia stata finanziata da una ditta che li produce e porta lo stesso nome dell’Autore, Philips Rowenta, del dramma teatrale.
Possiamo contare, e non ne sentivamo la mancanza, su di un nuovo mostro.

Domenico Donzelli, Il Corriere della Grisi
 
 
Certo, non sono solo critiche positive ma io sono dell’opinione che any press is good press.
Quindi va bene, anzi benissimo così.
Nei prossimi giorni scriverò qualcosa della trama e di come sono distribuite le parti nella compagnia artistica.
Un saluto a tutti.

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione e breve divagazione iniziale.

Ogni tanto, senza particolari ansie da prestazione, do un’occhiata alle statistiche del blog e da qualche giorno ho notato una notevole flessione del numero di visite.

Siccome la questione m’interessa sino a un certo punto-scrivo da solo, quando ho voglia e/o tempo e l’argomento musica lirica non è poi così popolare- non ne faccio un dramma, però mi sono incuriosito e così ho scoperto che questa piattaforma che si noma Splinder ha litigato (non chiedetemi di spiegarlo in termini tecnici, grazie) con Sua Maestà Google e quindi i post sono meno “visibili”.
Me ne farò una ragione. Per certo non implementerò una chat nel blog per aumentare a dismisura le visite, come mi fu suggerito un paio di anni fa. Mi manca solo di dover stare attento a ciò che si dice in una chat, non luogo dove notoriamente l’internauta offre il peggio di se stesso!
Intanto ieri, presso il Ridotto del Verdi, il grande Franco Serpa ha tenuto una magnifica prolusione alla Salome che esordirà sabato nel teatro triestino.
Il Professor Serpa ha molte qualità ma le sue conferenze colpiscono soprattutto perché sono rigorose dal punto di vista culturale e allo stesso tempo divulgative pur conservando un tono scabro e asciutto, senza concessioni alla vulgata nazionalpopolare che trionfa ovunque.
Sala piena come non succedeva da tempo, bisogna dirlo.
Ho imparato molte cose, a cominciare proprio dal nome Sálome che si pronuncia così in tedesco e in inglese, mentre in francese e italiano dovrebbe suonare come Salomé e sarebbe pure più corretto rispetto alle origini greche e latine del nome.
Ho scoperto che Giovanni il Battista (Jochanaan) è l’unico Santo di cui la Chiesa celebra la nascita e non la morte o il martirio.
E poi mi sono rinfrescato la memoria sulle vicende della famiglia degli Erode, che sono davvero inquietanti.
Erode il Grande, quello della strage degli innocenti, ne è il capostipite ma anche la discendenza perlopiù incestuosa, tra cui appunto Erode Antipa che compare nell’opera di Strauss, brilla per ferocia.
E in questo senso non scherza neppure la donna di casa, Herodias.
Insomma Salome, la nostra fanciullina tutto pepe, non è vissuta certo in un ambiente familiare rassicurante, chiaro che poi quando ne ha la possibilità se ne esce con richieste stravaganti tipo “voglio baciare la testa di un Santo morto”, no (strasmile)?
Inoltre, nel finale dell’opera di Strauss Salome è uccisa dagli uomini di Erode, mentre sembra che in realtà non sia andata così e che la ragazzina si sia poi sposata un paio di volte e abbia avuto anche numerosi figli.
Chissà se ha avuto anche figlie? No, perché sono sicuro che Daland trarrebbe conforto dal sapere che le discendenti di colei che “superava per lascivia tutte le prostitute” sono tra noi (strasmile).
Oggi una recita di Salome non porta certo turbamenti nel pubblico, come avvenne ai tempi del debutto (1905) quando l’opera destò scandalo, peraltro annunciato, al Metropolitan di New York e addirittura proibita a Vienna.
Questo lavoro di Strauss mi ha sempre colpito per una circostanza, che sono felice aver ritrovata evidenziata nel libretto di sala dallo stesso Serpa: le passioni amorose, per quanto malate, non sono mai ricambiate.
Narraboth ama Salome, Erode brama la figliastra Salome, Salome stessa desidera Jochanaan. Tutti s’infilano in un vicolo cieco, in un labirinto dei sensi dai quali non escono.
L’unica a uscire trionfatrice è la musica di Strauss.

Avanti al centro contro gli opposti estremismi, come diceva Guccini.

Superior stabat ministerQuesti gli artisti protagonisti del simpatico flash mob andato in onda nella trasmissione Zelig:

Falstaff Alessandro Corbelli
Alice Federica Giansanti
Fenton Danilo Formaggia Mirko Guadagnini
Quickly Romina Tomasoni
Ford Carlo Morini
Nannetta Gemma Bertagnolli
Meg Alessandra Palomba Gabriella Sborgi
Pistola Federico Sacchi
Cajus Enea Scala
Bardolfo Patrizio Saudelli

Al pianoforte Damiano Cerutti
Maestro concertatore Alessandro Carnelli

Alla Scala di Milano, dopo la recita di Tosca del 22 febbraio, accolta dal pubblico con esito complessivamente favorevole e un po’ di fischi a mio parere esagerati (ho sentito la registrazione, grazie a un amico presente), c’è stato un fuori programma anche nelle immediate vicinanze del teatro.

Si sono scontrati verbalmente due gruppi di melomani e, per poco, non si sono messi le mani addosso.
Il motivo del contendere non è stato la resa artistica intrinseca dello spettacolo, va detto subito.
C’era molto malumore da parecchio tempo tra due opposte fazioni di spettatori. Alcuni ritengono che le contestazioni siano troppo frequenti nel teatro milanese e che l’immagine dell’ex tempio della lirica ne esca ulteriormente danneggiata.
Qualche addetto ai lavori, sottovoce, sostiene che artisti piuttosto famosi e anche qualcuno piuttosto bravo (strasmile) siano riluttanti a esibirsi alla Scala, avvantaggiando palcoscenici meno impegnativi dal punto di vista emozionale.
Sull’argomento ci sarebbe da dire (ed è stato detto) molto, ma a me preme puntualizzare solo una cosa.
Ho letto sia sulla stampa sia in alcuni siti che questo incontro-scontro tra “tifosi” è da considerarsi come segno di vitalità e autentica passione per la lirica, perché rinnova i fasti (?) delle liti tra i sostenitori della Callas e quelli della Tebaldi, per esempio.
Ecco, io credo che da rimpiangere siano la Callas e la Tebaldi (e pure loro sino a un certo punto, perché mica possiamo passare la vita a rimpiangere il passato), non quelli che si menavano per strada o altre prelibatezze del genere.
Vero?
Quindi assegno un posto di platea ai due schieramenti nell'immaginario teatro dei nuovi mostri.
Qui l’opinione di Daland sulla vicenda.
Poi, passando ad altra e ben più importante questione, quella dei folli tagli alla cultura e al FUS, segnalo l’iniziativa dei Cantori Professionisti d’Italia, che ieri si sono simpaticamente esibiti nella seguitissima trasmissione Zelig di Mediaset.
Cliccare qui per vedere il breve video.
Ricordate inoltre di firmare e di diffondere la petizione di cui ho già parlato un mese fa.
Buon fine settimana a tutti!
 

Recensione semiseria di Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: gli Ufo sono tra noi, e non è bello.

La novità è che con questo post comincia una collaborazione con Francesco Vittorino, che è l'autore di questo blog. Chiaro che io ne avrò solo vantaggi, speriamo che sia così anche per lui!
La vignetta è amara, ma il sorriso e il divertimento sono sempre un po' così, vero?
Samson et Dalila

Bah, io direi che si può cominciare a parlare di Samson et Dalila con un po’ di polemica, tanto per ravvivare gli animi e non farci mancare qualche commento astioso (strasmile).
Partitura Samson

Una regia, quella di Michal Znaniecki, stravagante, inutile e credo pure piuttosto costosa perché a un certo punto c’era tanta di quella gente e talmente tanti oggetti in scena che sembrava di stare alla Fiera di San Nicolò, che i triestini conoscono bene. Mancava solo, che ne so, quello che fa l’hamburger più grande del mondo e lo zucchero filato.
Filato come se la sono filata molti spettatori già alla fine del primo atto, ma non certo perché lo spettacolo non era di loro gradimento. Semplicemente perché vengono a teatro solo per stare quella mezz’ora nel foyer, a parlar male l’uno dell’altro appena si gira la schiena.
Il pubblico delle prime è così ovunque e io lo dico chiaro, questi registi e questo pubblico non servono all’opera, anzi fanno solo danno. Che se ne stiano a casa, l’uno a coltivare il proprio narcisismo e l’altro a guardare il Festival di Sanremo. Almeno non vedrò poveri cantanti salire perigliosissime scale antincendio e non sentirò perle di saggezza tipo quest’opera non ha senso, non c’è un momento per riposarsi ed è tutto un rumore di fondo dell’orchestra.
Bene.
Dicevo della regia, che è incorsa nel peggior reato possibile: procurata distonia tra musica e azione scenica.
In sostanza abbiamo visto gli UFO mentre si narra una vicenda biblica, tutta sacralità, raccoglimento e cori quasi gregoriani.
Samson et Dalila foto di scena
Alcuni momenti imperdibili: le ballerine che entrano in scena a guisa di zombie nel videoclip Thrillers di Michael Jackson, il Gran Sacerdote di Dagon vestito da albero di Natale con le lucine intorno al collo, lo stesso Sacerdote che ci mette un quarto d’ora a strangolare il veillard hébreu che nel frattempo si dimena come una biscia, gente che fa disegni dal significato oscuro un po’ dove gli pare, e tutti i Filistei (gli Ufo, appunto) con un mega copricapo che procura una tragedia ecologica in testa (strasmile).
Potrei andare avanti, ma credo che possa bastare.
Scene di Tiziano Sarti, costumi di Isabelle Comte, coreografia di Aline Nari, luci di Bogumil Palewicz, il tutto coordinato dalla povera assistente di regia, Eleonora Gravagnola. Incolpevole quest’ultima, perché chi riprende uno spettacolo di altri sostanzialmente si limita ad adattare l’allestimento al palcoscenico.
Aggiungo solo che il buon regista avrebbe bisogno di uno psicologo (magari bravo, sarebbe meglio) perché la scena è o del tutto spoglia oppure, per riparare a un irrefrenabile attacco di horror vacui, strapiena. Allo stesso tempo però riesce a rendere ancora più statica una vicenda che già di suo non è il massimo dell’ipercinesi.
Meglio la parte strettamente musicale.
Fatti subito gli omaggi e gli inchini del caso all’Orchestra e al Coro del Verdi (teniamoci stretti questi artisti, altroché epurazioni…) passo al direttore, Boris Brott.
Una lettura corretta ma un po’ piatta, quella del maestro canadese. Sono mancati un po’ di passione e sentimento, un po’ di languore, ma almeno, anche nel baccanale, non ho sentito clangori e l’accompagnamento ai cantanti è stato attento e meticoloso, anche se sempre freddino.
Insomma una sufficienza se la merita.
Ian Storey- Samson foto Parenzan
Ian Storey era nei panni ipertricotici e poi ipovedenti e scarsicriniti di Samson e non ha demeritato, anche se la voce è bruttina e la sensazione di sforzo costante. La parte è di scrittura centrale e quindi adatta all’artista che declama con una certa cura di fraseggio e belle intenzioni interpretative.
Un po’ debole la sortita (Arrêtez, ô mes frères) che richiederebbe un accento più imperioso ma buona poi la resa nel duetto, con addirittura qualche bella mezza voce, nella scena della macina e nel finale concluso con un acuto sicuro e penetrante.
Si aggiunga un’imponente figura che indubbiamente s’attaglia al personaggio e una discreta recitazione.
Avevo dubbi sul rendimento di Elena Bocharova, la Dalila di questa produzione, dopo averla sentita nel Requiem di Verdi pochi giorni fa. In realtà il mezzosoprano, pur senza strabiliare, ha cantato in modo discreto.
Certo, il timbro è anonimo e qualche acuto esce schiacciato, ma il volume nel registro centrale è buono e la parte gravita appunto in quella zona.Storey (Samson) Bocharova (Dalila)- foto Prenzan
Nei due momenti in cui l’artista è più esposta (le melodie sono celeberrime o dovrebbero esserlo, meglio dire), l’aria Printemps qui commence e il duetto del secondo atto con Samson che comprende il lungo inciso Mon coeur s’ouvre à ta voix, se la cava egregiamente, grazie a una buona gestione della respirazione che le consente di legare le lunghe frasi melodiche di Saint Saëns.
A completare una discreta prova artistica, da sottolineare una recitazione appropriata, senza atteggiamenti da vaiassa che ogni tanto affliggono questa parte.
Claudio Sgura (poraccio, costretto a cantare in quelle condizioni… se lo vedo gli chiedo come ci si sente), in una parte che non prevede certo grosse finezze psicologiche, ha impersonato bene il Gran sacerdote di Dagon facendo sfoggio di una voce importante come volume e robusta come fibra. Interessanti gli autorevoli accenti nel duetto del secondo atto con Dalila e la beffarda ironia dello scherno a Samson nel terzo atto.
Corretto Alessandro Spina, voce più da baritono che da basso, nella breve ma impegnativa parte di Abimélech.
Vocalmente bravo e incisivo dal punto di vista della recitazione il basso Alessandro Svab nei panni del veillard hébreu.
Routinari gli interventi di Alessandro De Angelis (Premier Philistin), Dario Giorgelè (Deuxième Philistin) e Federico Lepre (Messager).
Samson applausi Il pubblico, già non numerosissimo prima delle defezioni in corso d’opera, ha accolto con applausi che definirei di circostanza tutta la compagnia artistica che, a mio parere, meritava un po’ di calore in più.
Si sono sentite un paio di contestazioni, rumorose ma abbastanza isolate, per la regia.
Infine segnalo che opportunamente la serata è stata dedicata alla memoria del musicista triestino Giampaolo Coral, scomparso nei giorni scorsi.
Il prossimo appuntamento al Verdi di Trieste è con la Salome di Strauss, tra meno di un mese.
Un saluto a tutti!

P.S.
Le foto tratte dal sito del Verdi sono a cura dello Studio Parenzan, le altre sono di ex Ripley!

Recensione piuttosto seria della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi a Trieste.

La recensione della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi manda in archivio, diciamo così, quest’altro post.
Chissà, forse non è un caso. Comunque, quello che segue è dedicato a mio padre.

Presso la Sala de Banfield Tripcovich, il Teatro Verdi di Trieste ha rischiato l’organizzazione del Requiem di Verdi-rischiato perché non disponeva di una compagnia di canto di primissimo piano- e ha vinto almeno parzialmente la scommessa.
Innanzitutto rilevo come i prezzi fossero realmente popolari (da 10 a 25 euro, davvero una cifra ragionevole), circostanza che ha favorito un’ottima affluenza di pubblico-la sala era praticamente esaurita-e inoltre finalmente ho visto tanti giovani in teatro e non posso che esserne felice.
La genesi del lavoro è complessa, ma basterà ricordare che il Requiem fu eseguito per la prima volta il 22 maggio 1874 a Milano, primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, di cui Verdi era un grande ammiratore.Rovaris1s
Sul podio di un’Orchestra del Verdi in grandissimo spolvero sia per compattezza sia per il suono bellissimo, c’era il M° Corrado Rovaris, che ha diretto con mano felice e ispirata una partitura difficile, in cui è fondamentale più del solito-se possibile-trovare equilibrio tra le masse orchestrali, il coro e i solisti.
L’obiettivo è stato raggiunto, seppure con qualche distinguo dovuto a un’evidente disparità di attuale valore artistico tra i solisti.
E prima che me ne scordi, sottolineo subito la magnifica prova del Coro, che ha contribuito in modo fondamentale alla riuscita della serata, dimostrando tra l’altro di saper cantare piano e con dolcezza e non solo forte o fortissimo, come talvolta ho sentito affermare da qualche inutile parolaio.
Un plauso quindi anche a Alessandro Zuppardo, che dirige la compagine triestina.
Ma veniamo ai solisti.
DongwonShin1s
Il tenore Dongwon Shin era evidentemente non all’altezza della situazione non tanto perché qualche nota è uscita sporca, ma piuttosto perché la sua organizzazione vocale non gli ha consentito il rispetto dei segni d’espressione previsti. I tentativi di cantare con dolcezza sono approdati solo a un falsetto abbastanza fastidioso, del tutto inappropriato alla parte. Per assurdo, l’Ingemisco cantato tutto forte e con gli acuti ghermiti sui si bemolle, è stato il momento in cui l’artista coreano è riuscito a mascherare in qualche modo il suo disagio.
Lim1s
Buona la prestazione del giovane basso Simon Lim, che ha palesato voce potente anche se un po’ carente di armonici e timbro gradevole, oltre che pronuncia discreta e dizione scandita. Il suo Confutatis maledictis ha lasciato il segno per proprietà d’accento.
Bocharova1s
Non straordinaria la prova di Elena Bocharova, che mi ha convinto pienamente (forse perché ha goduto della mia momentanea e dissimulata emozione, smile) nel Recordare.
La voce sembra salire con relativa facilità agli acuti mentre nei gravi l’artista abusa del registro di petto, col risultato che qualche suono esce piuttosto sgradevole e orchesco.Moore1s
Per quanto riguarda Latonia Moore, che dire. Prestazione ottima e abbondante (smile).
Il soprano americano, ben noto a Trieste anche per la quasi contemporanea bellissima prestazione quale Lucrezia Contarini nei Due Foscari (ma fu anche brillante Elvira nell’Ernani, in alternanza a Sondra Radvanovsky), è una di quelle artiste che vorrei vedere (e sentire) su palcoscenici più prestigiosi, dove spesso invece si esibiscono, per motivi arcani, soprani di livello ben più modesto.
Voce di colore affascinante, acuti facili e una prima ottava bella incisiva e sonora, come non è dato spesso d’apprezzare. Magnifico, nell’ambito di una prova maiuscola, il Libera me.
Pubblico, come dicevo numerosissimo, in visibilio, che ha tributato un trionfo a tutti con ripetute chiamate al proscenio.
L’appuntamento è ora con il Samson et Dalila, il 18 febbraio. Speriamo bene!
 

Requiem di Giuseppe Verdi a Trieste.

Anche il Teatro Verdi di Trieste, al pari degli altri teatri italiani, è in grosse difficoltà economiche. Praticamente ci sono soldi, e quindi una programmazione certa, sino a giugno.

Certa si fa per dire, perché io m’attendo qualche sorpresa sgradita nella stagione in corso, anche se spero di sbagliarmi.
Di sicuro ci sono ancora problemi con i cast, come dimostra l’inopinata sostituzione di Luciana D’Intino con Elena Bocharova nel prossimo Samson et Dalila che debutterà il 18 febbraio.
Nel frattempo venerdì prossimo 4 febbraio, presso la Sala de Banfield Tripcovich, potrò assistere al Requiem di Giuseppe Verdi.
Sul podio dell’Orchestra del Verdi il M° Corrado Rovaris e i solisti Latonia Moore (soprano), Elena Bocharova (mezzosoprano), Dongwon Shin (tenore) e Simon Lim (basso). Oltre ovviamente al Coro del Verdi.
Mi consento un piccolo inciso personale.
Mio padre, recentemente scomparso, considerava questa Messa di Requiem come una delle composizioni più emozionanti e il capolavoro in assoluto di Giuseppe Verdi.
Certo, papà aveva nelle orecchie altri interpreti, però credo che non sarà facile per me trattenere la commozione.
 
 
 

Recensione semiseria di I due Foscari al Teatro Verdi di Trieste.

Diciamo che per disintossicarmi dagli effetti nefasti della urla di Josè Cura alla Scala (tremori, vertigini, secchezza alle fauci ma meno di Cura stesso), anzi, per riconciliarmi con la mia musica preferita, una serata normale in teatro mi ci voleva.
Preludio Foscari

Cominciamo dal meteo, perché il freddo rigido e la bora furiosa hanno fatto sì che molti abbonati dei palchi e della platea abbiano preferito il tepore del salotto di casa. Trieste è una città di anziani e l’età media in teatro sfiora il secolo, c’è gente che recitava nella parte del vecchio fuorilegge cattivo nella serie Bonanza (strasmile).
Almeno spero che sia questo il motivo della scarsa affluenza in teatro di ieri sera, perché se i numerosi vuoti in sala fossero dovuti a disinteresse sarebbe davvero una catastrofe.
Renato Palumbo era sul podio di un’orchestra del Verdi in buona serata e ha concertato e diretto con grande efficacia.
Questo Verdi che sta tra gli anni di galera e i fasti delle opere successive è difficile da eseguire, perché l’effetto banda è sempre dietro…la partitura.
Palumbo invece ha scelto una direzione vigorosa ma asciutta, attentissima e quasi paterna nei confronti dei cantanti, trovando allo stesso tempo un bellissimo colore orchestrale nei momenti più lirici e malinconici dell’opera, in particolare nelle arie del tenore e del baritono. Una prova di rilievo e, ci tengo a sottolinearlo perché mi preme molto in questi tempi tristissimi di sospetti e dietrologia spinta, io non sono mai stato tenero con lui come si può facilmente verificare dalle recensioni degli anni scorsi.
Dopo qualche prestazione interlocutoria, ha brillato anche il Coro agli ordini di Alessandro Zuppardo.
Stefano Secco
Magnifica la prova di Stefano Secco, un tenore relativamente giovane e poco pubblicizzato che sta facendo da qualche anno una bellissima carriera.
Voce non strabordante ma educata, solare e omogenea in tutto il registro, Secco è riuscito nella non facile impresa di dare un’identità precisa al figlio del Doge, che come ho già detto è un mollaccione che piagnucola sempre. Nell’interpretazione di ieri sera invece, il personaggio aveva una sua malinconica dignità virile espressa tramite un canto sorvegliato, ricco d’intense mezzevoci e più corposi slanci giovanili (ora, lo vedo anch’io che slancio giovanile corposo fa pensare a una cosa brutta, ma non è quello che intendo io, strasmile).
Direi che è stata la migliore prestazione tenorile che ho sentito a Trieste negli ultimi anni, a meno che non mi dimentichi di qualcuno, anche perché il colore della voce era molto adatto alla parte, il fraseggio esemplare e la recitazione sobria e coinvolgente. Bravo!
Siri-Salsi
Maria Josè Siri è più bella della Marianna Barbieri-Nini ed è già una cosa (smile). A parte gli scherzi, il soprano si è dimostrato complessivamente all’altezza della situazione in una parte molto difficile.
La voce non è bellissima, risulta leggermente chioccia e acidula, ma il volume è discreto (negli intensi concertati si sentiva bene) e l’accento giusto, da classica eroina verdiana di quegli anni.
Qualche problema nelle agilità di forza, non troppo fluide ma efficaci, e saltuariamente negli acuti un po’ gridati, ma nulla di particolare. Debole invece la prima ottava. In compenso, senza facilitarsi le cose, esegue le puntature all'acuto e i trilli previsti dalla partitura.
Il personaggio però esce bene nella sua energia vitale tutta tesa a salvare il marito dalle accuse ingiuste del Consiglio dei Dieci, molto buona per esempio l’invettiva o patrizi tremate.
Bravo pure Luca Salsi, giovane baritono in ascesa, che si è cimentato in una parte (a Trieste poi, dove Piero Cappuccilli diede tre prove memorabili qualche lustro fa) di grande difficoltà anche psicologica.
Il Doge, lacerato prima dalla ragion di stato che gl’impone di condannare il figlio all’esilio e poi beffato dai Dieci che ne pretendono le dimissioni, vive di sentimenti contrastanti.
Ebbene il Francesco Foscari di Salsi è autorevole ma non autoritario, così come il lato privato, quello di padre, è restituito con toni dolenti ma non piagnucolosi.
Nel terzo atto la prestazione di Salsi è stata davvero coinvolgente e se non fossi un duro mi sarei commosso anch’io (ho piangiucchiato in realtà, ma non mi sono lasciato andare a scene isteriche, strasmile).
Alexander Vinogradov interpreta un Loredano giustamente cattivo e monolitico, con una voce di basso dagli accentuati riflessi tenorili.
Tra i comprimari non straordinario il Barbarigo di Saverio Bambi, di normale amministrazione le prove di Asude Karayavuz e Ivo Federico (rispettivamente Pisana e Servo del Doge) e meritevole di segnalazione il Fante di Dax Velenich.
Due parole sull’allestimento.
Festa
La regia di Joseph Franconi Lee punta a sottolineare il contrasto tra pubblico e privato ed è, come si suol dire, tradizionale, ma possiede una certa personalità che non la rende scontata.
I personaggi sono sovrastati dalle scenografie di William Orlandi, semplici ma efficaci, che rappresentano di volta in volta le stanze del palazzo ducale o il tetro carcere, mentre la Serenissima è sempre sullo sfondo, lontana nella sua inutile bellezza.
Anche i costumi, firmati ancora da William Orlandi, si collocano nel segno della tradizione. Bella, come impatto visivo, la scena della festa popolare che apre il terzo atto, in cui si può apprezzare anche il breve intermezzo coreutico coordinato da Marta Ferri.
Apprezzabile l’impianto luci di Nino Napoletano.
Applausi Foscari.
Il pubblico ha apprezzato e applaudito a scena aperta gli artisti dopo le arie più famose.
Alle uscite singole trionfo per Stefano Secco e Luca Salsi, successo per Maria Josè Siri e tutta la compagnia artistica, con notevoli punte d’entusiasmo, meritate, per il direttore Renato Palumbo.
Bene, se ce la faccio vado a sentire anche il secondo cast, in ogni caso ogni aggiornamento è gradito.
Buona domenica a tutti.
P.S.
Le foto dello spettacolo tratte dal sito del Verdi di Trieste sono di Fabio Parenzan e qui si possono vedere tutte.

Petizione “a una sola voce”.

Nota bene IMPORTANTE per il popolo di Facebook: NON BASTA CLICCARE SU "mi piace"! Occorre cliccare su "firma", inserire nome e cognome e mail, e poi rispondere alla mail automatica per confermare che siete voi! Solo così la firma viene conteggiata!
Comunicatelo anche ai vostri contatti.
Grazie 

Alfonso Antoniozzi l'ha pensata e scritta, noi dobbiamo solo firmare.
È importante, vi prego di investire un minuto della vostra giornata.
Cliccate sul banner!
Grazie,
Paolo

http://www.firmiamo.it/flash/180150black.swf

Statuto della petizione
 

Signor Presidente,

sentiamo l'urgenza di una Sua parola.

In questi drammatici giorni, in cui quotidianamente ma senza clamore ci viene data notizia della chiusura di uno dei nostri teatri, templi di memoria, custodi di civiltà ed officine di creatività, i cantanti lirici italiani hanno unito le voci per richiamare l'attenzione sulla gravità di questo fatto.

Noi cantanti lirici portiamo addosso il dono della voce, lo coltiviamo con costante impegno, sacrificio, studio, degno lavoro. Il suo valore va al di là del mercato che muove: è tradizione, sapienza, passione, bellezza, poesia, identità, cultura dentro di noi; un bene che sempre più frequentemente esportiamo all'estero dove viene riconosciuto ed apprezzato.

Spesso lontani dalle nostre famiglie e dal nostro Paese, constatiamo con amarezza che i media italiani, nelle poche occasioni in cui si occupano del teatro lirico, ripetutamente distillano accuse velenose, talvolta volgari.

Ci siamo finalmente uniti per rispondere alle accuse che ci vengono rivolte, e ogni giorno crescono tra noi scambi, adesioni, apporti di pensiero, ipotesi per un futuro sostenibile dell'opera.

Noi per primi vorremmo ridiscutere il sistema produttivo in evidente crisi dei teatri d'opera, ma non vorremmo mai vedere azzerato il valore del bene prezioso che l'opera lirica rappresenta per la nostra Nazione.

In questo momento vorremmo la Sua voce, opposta a coloro che ci definiscono improduttivi, superflui, parassiti.

Vorremmo sentire da Lei, signor Presidente, che anche l'opera lirica, nata nella nostra terra, voce della nostra Patria nel momento in cui questa nasceva, è parte irrinunciabile del patrimonio culturale italiano.

Le nostre voci, per la prima volta unite in coro, si fondono con quelle della moltitudine dei lavoratori, in particolare dello spettacolo e del mondo della cultura, e con quelle di chi la ama e la sostiene; siamo convinti, signor Presidente, che a difesa delle nostre radici culturali debbano schierarsi tutte le Istituzioni politiche della Nazione, senza rinvii né riserve, appassionatamente.

Concerto di fine anno al Teatro Verdi di Trieste: un uomo solo al comando.

Beh, il disgraziatissimo 2010 è finito, e davvero è stato il caso di festeggiare, nella sfera privata per allontanarlo definitivamente e anche in quella pubblica.
Artificio 1

Il Concerto di fine anno al Teatro Verdi di Trieste ha dovuto sopportare l'ennesima sostituzione last minute di uno dei protagonisti, in questo caso l'indisposta Mariella Devia.
Al suo posto, brillantissima, elegantissima, giovanissima (non è la pubblicità per un'acqua minerale, l'artista in questione si merita tutti i superlativi del mondo, strasmile) Daniela Mazzucato, alla quale dedico anch'io uno scoppio d'entusiasmo!
Daniela è una di quegli artisti che sono persone straordinarie prima ancora che cantanti di rilievo, vale la pena ricordarlo ancora.
Artificio 2

Nelle arie di Mozart, Massenet e Lehar ha fornito l'ennesima dimostrazione di classe e, per chi ha orecchie per sentire, la spiegazione di perché a quasi quarant'anni dall'esordio la voce è ancora fresca e giovanile: una tecnica esemplare.
Poi, dal momento che non è pensabile un concerto di questo tipo senza il Brindisi dalla Traviata, ecco che è apparso a sorpresa sul palco il tenore Max René Cosotti, suo compagno nella vita.
Vederli cantare insieme così affiatati è stato un valore aggiunto alla serata.
Daniela Mazzucato e Max René Cosotti.
L'Orchestra del Teatro Verdi, diretta con perizia dal M° Giuseppe Marotta, si è presentata in un'ottima serata nella quale ha affrontato musiche di Johann Strauss Jr e Josef Strauss, Rossini e Cajkovskij.
Scontata, ma attesa dal pubblico la Marcia Radetzky di Strauss Sr.
Pubblico numeroso e festante, com'è giusto che sia in un'occasione così lieta.
Il sovrintendente Calenda, dopo un brevissimo discorso nel quale ha ricordato anche Armando Zimolo, già sovrintendente del Verdi qualche anno fa e scomparso recentemente, si è accomodato nel suo palco vicino al proscenio.
Era solo. Mi ha ricordato la famosa frase del giornalista sportiva Mauro Ferretti, riferita a Fausto Coppi: un uomo solo al comando. Ma credo sia solo suggestione, forse non è solo e forse non è neppure al comando.
Non ho visto, ma può essere un problema mio che tendo a rimuovere immagini nefaste, politici in sala.
Persino i due carabinieri in alta uniforme davanti all'entrata del teatro mi sono sembrati un po'intristiti.
Temo che dovrò riparlare di cose fastidiose piuttosto spesso, nel 2011.
Però, almeno a livello personale e cioé di Paolo Bullo, l'oretta abbondante passata in teatro mi è servita.
Non per dimenticare, ma per ricordare.
Auguri per l'anno nuovo a tutti.

Auguri semiseri e regalo serissimo.

Ci risiamo, presto è di nuovo Natale e come da recente consuetudine,

ho fatto il mio personalissimo albero.
Un albero, quest'anno, più piccolino degli anni scorsi, perché per questioni logistiche diciamo così, ho limitato le mie trasferte teatrali.

Albero Natale 2010

Insomma, bisogna accontentarsi!
E quindi auguri a tutti coloro che passano di qui per piacevole abitudine e a quelli che passano per caso , perché è grazie a tutti voi che se digitando recensione walküre scala su google (solo per fare un esempio) i miei post compaiono ai primi posti, circostanza che mina la stabilità molecolare della bile di molti (strasmile).
Soprattutto auguri a chi, passando da queste parti, s'indigna perché da questi pulpiti si osa parlare di lirica senza essere serioso e catacombale nei toni e catastrofista nei contenuti.
Anzi, a quest'ultima categoria, i miei auguri più sentiti.
Direi quindi che anche quest'anno vi meritate un regalo e per la polemica popolazione melomane ho pensato a qualcosa di trasversale, che mette d'accordo tutti: una selezione di duetti tra Maria Callas e Giuseppe Di Stefano.
Auguri a tutti!

SCARICATELA DA QUI!

Questa la tracklist:

LUCIA DI LAMMERMOOR
Berlin 29th Sep 1955

I PURITANI
Mexico City 29th May 1952

RIGOLETTO
Mexico City 17th June 1952

LA TRAVIATA
Mexico City 3rd June 1952

UN BALLO IN MASCHERA
La Scala 7th December 1957

TOSCA
Mexico City 28th June 1952

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