Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: gennaio 2009

I Racconti di Hoffmann a Torino, poi la Lucia di Lammermoor a Firenze.

Fine settimana impegnativo ma molto stimolante, anche all’insegna del mantenimento dell’unico buon proposito per l’anno nuovo: lavorare di meno, divertirmi di più.
 
 
Domani sarò al Teatro Regio di Torino, per vedere una delle mie opere preferite, Les Contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach.
Purtroppo ho pochissimo tempo e quindi non ce la faccio a scrivere una presentazione dell’opera, neanche semiseria (le versioni semiserie, peraltro, richiedono molto più impegno di quelle seriose).
Opera incompiuta, perché Offenbach morì mentre la stava finendo: dedalo inestricabile di edizioni, quindi, tanto che al momento non so quale sarà allestita nel capoluogo piemontese.
Il tratto distintivo di questo lavoro, ispirato ad alcuni racconti di E.T.A. Hoffmann (qui potete scaricarne uno, proprio quello della bambola meccanica), è un kitsch sublime: diavoli, nani, poeti, bambole meccaniche, incantesimi, umorismo e presagi funesti.
Un delirio.
Tre donne. Olympia, Antonia, Giulietta, che sono, forse, solo la rappresentazione fantastica di tre aspetti di una quarta e più reale ragazza, Stella.
Quattro diavolacci in uno, Lindorf, Coppélius, Dr.Miracle, Dapertutto: Alfonso Antoniozzi, un uomo intelligente e polemico (memorabili le sue tirate sugli argomenti più disparati, leggete anche che non sta bene ma non la prende male, auguri!) prima ancora che un grande cantante dal spiccato talento interpretativo.
Insomma, credo che non m’annoierò!
Ho scelto per voi, tra i tanti possibili ascolti e interpreti, Natalie Dessay, una delle poche cantanti contemporanee che si possono già definire storiche, di riferimento, nel ruolo dell’inquietante Olympia.
 
 
Poi, sabato pomeriggio sarò al Comunale di Firenze e, se ce la faccio, alla sera vedo il secondo cast della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, perché non mi posso accontentare di vedere il primo domenica pomeriggio [son messo male, lo so, peraltro pensate come sarà contenta ex-Ripley, che m’accompagna in questo tour de force! (strasmile)].
La Lucia è una di quelle opere che non possono prescindere da interpreti eccellenti, è Belcanto puro.
Speriamo bene, anche perché già mi girano un po’ perché l’annunciata (non si sa con quali criteri, peraltro, ma transeat) Elena Mosuc, una fuoriclasse, non ci sarà.
Quante volte avete sentito parlare di scena della pazzia? (mai, lo so, ma fate finta, suvvia!)
Ecco, qui c’è forse la più famosa pazza del melodramma.
Una ragazza che vuole vincere la ragion di stato familiare, che le impone un marito brutto e scemo, mentre lei è innamorata di uno scemo, ma bello.
Sceglie la soluzione più facile, uccide lo sposo e muore di dolore, e per simpatia il suo amato Edgardo si suicida.
Un’opera che ci fa guardare al futuro con ragionevole ottimismo, diciamo. (smile)
Anche qui la Dessay, con le stesse motivazioni precedenti.
 
 
Detto questo, chiamo Bob, ché me ne sono colpevolmente dimenticato, e vi prometto recensioni semiserie a nastro per la prossima settimana (forse anche prima, chissà…)
 
 
 
 
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Ecce homo.

Il 27 gennaio 1756 nasceva tale Mozart, il 27 gennaio 1901 moriva tale Verdi.
Due geni, al di là di ogni dubbio.
Oggi ricorre la giornata della memoria.
 
Dice la Costituzione:
 
“ La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”
 
La più grande tragedia dell’umanità, al di là di ogni dubbio.
 

Recensione semiseria di Aida a Trieste: i meriti del padre non ricadono sulla figlia.

Sì, troppi impegni, tanto da dimenticare il bellissimo lavoro di Giorgia, che su OperaClick traduce in inglese le mie recensioni.

Grazie Giò!

Allora, intanto saluto con deferenza il post sulla polemica Ughi-Allevi, che con la pubblicazione di questa recensione semiseria passa nell’oblio delle pagine successive, un non luogo popolato da chissà quali mostri.

Merita un omaggio particolare quello scritto, perché ha fatto conoscere il mio blog a molte persone (200 e passa commenti per i due post che si occupano dell’argomento, una follia) che inspiegabilmente tornano a farmi visita.
R.I.P.
 
 
 

Aida Primo violino.

Poi, forse qualche osservatore attento si chiederà come mai abbia scattato la foto della partitura del primo violino dell’Aida e non, come faccio quasi sempre, di quella per l’orchestra intera.
La risposta è semplice: la partitura per orchestra non c’era. Il direttore Nello Santi, alla clamorosa età di 176 anni (un po’ di meno, ma arrìvacce!), ha diretto a memoria!
Proprio il glorioso Maestro è stato il protagonista indiscusso di questa Aida allestita al Verdi di Trieste, nel bene e nel male, ma ne parlerò più avanti.
Solite note sul pubblico della prima, ormai quasi scontate: nonagenarie vestite come ragazzine, una decina di zombie dall’identità sessuale incerta, qualche tentativo goffo di dissimulare amori clandestini ma in realtà palesi ed acclarati come il populismo di Berlusconi o la confusione mentale permanente della Gelmini e io che alla tenera età di 53 anni e mezzo faccio da mascotte. (smile)
Nello Santi ha diretto la sua Aida come un papà amoroso guida la figliola all’altare, e infatti il soprano Adriana Marfisi è proprio la figlia di Santi, solo che manzonianamente mi trovo costretto ad affermare che questo matrimonio non si doveva fare. ( veniva bene anche la Marfisi ha Santi in Paradiso, ma non potevo cacciarci dentro la battuta colta…ultrasmile)
La Marfisi, che l’anno scorso mi piacque molto come Iris, con la giovane innamorata etiope proprio non c’entra nulla. Non ha la voce, che è di rara bruttezza come colore e timbro, ma soprattutto non ha alcuna affinità con la vocalità sopranile verdiana, che richiede purezza di timbro, tre ottave serie di estensione e non solo centri discreti. Inoltre sono indispensabili fraseggio accurato, linea di canto pulita e non accidentata come una ferrata sul Monte Cristallo e accento pertinente e appropriato. Non bastano neanche una generica correttezza scenica e una recitazione da oratorio.
E’ Aida, cavolo, anche il melomane meno scafato e senza pregiudizi come me pretende pietà, rispetto, amore per Verdi.
Tra l’altro, al di là del parere del recensore del quotidiano della mia città (che si esibisce in un triplo salto carpiato nel non commentare chiaramente la prova del soprano, un miracolo di equilibrismo, davvero), a giudicare dai commenti già nel post precedente (per non parlare dei messaggi privati…dove gli spettatori si sono sentiti, come dire, più liberi di esprimere senza troppe mediazioni la loro opinione) sembra proprio che la Marfisi non sia piaciuta a nessuno.
Però, l’ Amfortas fai giustizia di un commento è troppo, stiamo parlando di musica lirica, manteniamo il senso delle proporzioni ed evitiamo di coprirci di ridicolo.
Walter Fraccaro avrebbe dovuto impersonare Radamés, il condottiero idiota che potrebbe sistemarsi per tutta la vita con la figlia del Re e invece sbava dietro a una schiava, ma non stava bene e al suo posto ha cantato il tenore coreano Sung Kyu Park, inizialmente previsto nel secondo cast.
Insomma. La parte è molto difficile e il valoroso Park ha una voce molto bella, però più da lirico che da lirico spinto, ma almeno non mi fa ripetere la battuta trita e ritrita del drammatico tenore.
La famosa Celeste Aida, la cui collocazione all’inizio dell’opera è la dimostrazione evidente che Verdi odiava anche i tenori e non solo i soprano, è stata cantata sufficientemente bene, chiusa con un si bemolle squillante e sicuro. Certo, poi per tutta l’opera Park ha lottato con gli acuti, forzando in modo evidente la voce che tendeva ad andargli indietro e cantando di gola, che non è propriamente il modo migliore per programmarsi il futuro. Peraltro io non sono né suo padre né il suo agente, e quindi mi limito a notare che anche la prima ottava non è proprio sonora e timbrata, ecco, ma nonostante questo è arrivato onorevolmente alla fine.
Il mezzosoprano Mariana Pentcheva era nei panni, pure questi scomodissimi, di Amneris ed è risultata di gran lunga la migliore della serata. Voce importante, la sua. Acuti un po’tirati, gravi cavernosi ma efficaci, ottima presenza scenica, recitazione sobria. E poi era sempre ben vestita, mica come quella schiava che è stata tutta l’opera con un sacco di juta addosso.
Piccolo inciso sulla regia di Hugo De Ana, che firmava anche i costumi e le scenografie. Spettacolo gradevole, di buon gusto, senza eccessi. Qualche piccola caduta di stile c’è stata, come ad esempio una pubblicità neppure troppo occulta dei pannoloni Regina, dai quali si srotolavano a caso un po’ tutti i protagonisti. Anche qualche incongruenza con il libretto ( Amneris dice che s’avanza Aida e la stessa arriva ore dopo) e un paio di passaggi incomprensibili. Ad un certo punto, tutto il Coro (come sono bravi, non finirò mai di sottolinearlo) si è messo a guardare a Est e poi, senza motivo apparente, a Ovest. Sicuramente avrà un senso, più tardi leggo il programma di sala e magari vi ragguaglio.
Dicevo di Mariana Pentcheva, l’unica voce che ha passato l’orchestra nel concertato che precede la Marcia Trionfale a chiusura del secondo atto.
Il baritono Paolo Rumetz ha delineato un Amonasro finalmente civile e non un pazzo assatanato di sangue, ed è già gran merito. Certo, come ha giustamente detto Andrea Merli, l’impiccione viaggiatore della Barcaccia (che ha ripreso le trasmissioni da una settimana su RADIO3, ore 13.00, a proposito ciao a Enrico, Michele e Andrea), se non fosse stato vestito da Amneris dei poveri sarebbe risultato più autorevole, ma mica possiamo pretendere tutto, no?
Discreto il Ramfis di Gregor Rozicky e molto sacrificato dalla regia il Re di Alessandro Svab, costretto a cantare sempre in fondo al palcoscenico. Il basso triestino non ha mai fatto del volume la sua arma migliore e quindi la voce spesso arrivava a stento in nona fila di platea. Però, non è certo colpa sua, lo ribadisco.
Serataccia per il tenore Gianluca Bocchino (Messaggero), in una parte davvero ingrata, corta e molto molto difficile. Corretto il soprano Elisabetta Martorana (sacerdotessa).
Nello Santi oltre alla figlia (strasmile) ha imposto alla compagnia di canto e all’Orchestra del Verdi (magnifica, compatta, precisa) una visione dell’opera condivisibile, privilegiando il lato lirico della partitura senza che quello drammatico ne risenta.
Nessun clangore, anzi, profusione di sfumature cromatiche e grande attenzione al lato notturno, romantico del lavoro verdiano.
Una prestazione impeccabile, che mi ha fatto riscoprire alcune meraviglie di Aida, opera che merita sempre un riascolto consapevole.
Il pubblico, parte del quale si è perso l’inizio perché l’opera è cominciata un’ora prima del solito e leggere i giornali pare brutto, ha applaudito tutti, manifestando, giustamente, particolare gradimento per la bravissima Mariana Pentcheva.
Ancora due o tre chiose semiserie.
La claque della Marfisi, peraltro molto sparuta, ha fatto il suo mestiere che è quello di gridare brava ad cazzum, però ieri ha sfiorato l’indecenza, anzi l’ha raggiunta proprio.
Nelle coreografie, abbastanza belle e a cura di Leda Lojodice, è riapparso il ballerino grande obeso già notato a suo tempo nei Pescatori di Perle. Ma porca miseria, mettetelo a dieta no?
Poi, segnalo che ex-Ripley, presente con me in teatro, mi ha pregato di non esser troppo duro con la stessa Adriana Marfisi in sede di recensione ufficiale su OperaClick adducendo questa motivazione: “Dai Paolo, umanamente mi faceva pena”.
Questo a conferma che le donne riescono a essere perfide anche quando vogliono far credere di difendere la categoria. (strasmile)
Però questa volta non l’ho ascoltata, perché ci sono occasioni e sedi in cui bisogna essere seri e non semiseri.
Detto questo, buona settimana a tutti.
 

Aida quasi in contemporanea a Trieste e Roma.

Domani sera secondo appuntamento con l’opera lirica a Trieste.
Per una strana coincidenza il titolo è lo stesso che ha aperto ieri la stagione del Teatro dell’Opera di Roma, e cioè Aida di Giuseppe Verdi.
A questo punto il neofita potrebbe pensare che Aida sia un’opera di facile esecuzione, visto che si rappresenta così, da Roma a Trieste e probabilmente anche dal Manzanarre al Reno, ma non è vero, anzi!
Aida è un’opera popolare (o almeno dovrebbe esserlo), che è cosa diversa.
Negli stadi si inneggia alla squadra del cuore sulle note della Marcia Trionfale che chiude il secondo atto, anche se con ogni probabilità chi festeggia cantando non lo sa, perché la musica lirica ormai, tristemente, si è trasformata da fenomeno di massa ad argomento di nicchia, ma transeat.
La realtà è che Aida ha perso anche altre caratteristiche che invece Verdi pretendeva e questa circostanza è, parlando un po’ più seriamente del solito, molto più preoccupante.
Aida ai giorni nostri è eseguita troppo spesso privilegiando il lato spettacolare, sia dal lato registico (vi prego, leggete qui e fatevi quattro risate) sia dal lato strettamente musicale.
E allora ecco direzioni musicali ridondanti e retoriche, Radamés inferociti e infoiati, Aide turgide e morbose, Amneris sempre con gli occhi fuori dalle orbite, Amonasri negracci e beceri, trenini di elefanti veri e cacche puzzolenti in scena: una baracconata, insomma, come quella che ho imortalato qui sotto. 

Ecco la famigliola di elefanti volanti!

Aida è invece, essenzialmente, un lavoro intimista e lirico, poetico, che contempla anche un’esteriorità spettacolare che però non può essere paradigmatica e fine a se stessa.
A riprova di tutto ciò la testimonianza, rimasta anonima, di uno spettatore della generale al debutto di Aida alla Scala di Milano, nel 1872.
L’anonimo riferisce che Verdi, rimasto sconvolto dal casino che c’era sul palco (Via quelle ballerine, c’è troppo movimento!) intervenne personalmente per fare ordine, con grande scorno di Giovanni Casati, allora direttore della Scuola di Ballo scaligera.
Per me (ma evidentemente anche per Verdi, ed è leggermente più importante) non c’è nulla di più fastidioso di vedere rappresentata non un’opera lirica, ma l’ego smisurato e spesso distorto del regista, o del direttore.
Non va bene un Radamés mollaccione e smidollato, innamorato perso, ma va ancora peggio se c’è un Toni Dallara tamarro, praticamente un Alagna (strasmile)
Ieri a Roma, a giudicare dalle cronache, il regista l’ha fatta fuori dal vasino ed è stato contestato.
A Trieste è molto difficile che si contesti, anche perché metà degli spettatori delle prime è in stato preagonico da almeno un secolo.
Per fortuna ci sono io che abbasso la media, sia come età (avoja) sia come quoziente intellettivo.
Aspettatevi quindi, nei prossimi giorni, un’altra recensione semiseria.
È una promessa e una minaccia allo stesso tempo! (smile)
 

Recensione semiseria dei Lombardi alla Prima Crociata al Regio di Parma.

Parma, una città dalla quale è sempre difficile andare via, mi ha regalato un bellissimo fine settimana all’insegna di Giuseppe Verdi. (ci sono parecchie foto, se ci cliccate sopra le vedete meglio: chi le volesse usare, citi la fonte, grazie!)

Partitura

I Lombardi alla Prima Crociata è un’opera di difficile e rara rappresentazione, però in questo caso il cast scritturato si è rivelato all’altezza sotto ogni punto di vista.
Note positive subito, dal lato regia e scenografia.
Lamberto Puggelli sembra quasi prendere ispirazione per il suo spettacolo dalle parole di Giselda, che esclama No, Dio nol vuole riferendosi alla guerra in generale e in particolare a un conflitto scatenato per fanatismo religioso. (risegnalo che di guerra si parla anche qui)
Ed allora ecco le proiezioni di immagini di battaglia, sino al celeberrimo Guernica, quasi a suggello della follia dell’uomo rappresentata da un altro uomo folle e visionario.
Le scene di Paolo Bregni sono scabre, ma funzionali ad uno spettacolo che fa della sobrietà e del buon gusto l’unica bandiera da sventolare con orgoglio.
Tradizionali e belli i costumi di Santuzza Calì, magnifiche le luci di Andrea Borelli, con riferimento particolare alla fine dell’opera, quando si intravede sullo sfondo Gerusalemme inondata dalla luce.
Molto centrata la direzione di Roberto Callegari, che è riuscito a stemperare la partitura da eccessive sonorità e clangori, nell’ambito di una visione intimista e cameristica assai problematica da rendere nel primo Verdi (alcune pagine sono francamente piuttosto stucchevoli e ripetitive).

Roberto Callegari

Cavolo, sembro un critico vero, mi sa che non mi leggerà più nessuno (strasmile).
E dire che ho sfidato le arcigne maschere (ragazze bellissime, sulle quali esercito un fascino irresistibile) del Regio ostentando la mia macchina fotografica!
Vabbè, andiamo avanti.
Coro impegnatissimo e sempre all’altezza della situazione: stupendo il famoso O Signore dal tetto natio, preceduto dall’impeccabile assolo del primo violino Michelangelo Mazza, che a Parma ha quasi più ammiratrici di me. (avoja, piace pure a me che dovrei essere etero)

Primo violino

Michele Pertusi si è confermato artista di classe, cantando e interpretando bene il problematico ruolo di Pagano, eremita per autopunizione e condottiero per vocazione.
Si sa che la voce del basso parmigiano non ha un volume straordinario, ma in questa circostanza anche le note gravi sono parse sonore e timbrate e gli acuti sicuri e precisi.

Michele Pertusi

Nella recita pomeridiana di domenica alla quale ho assistito, il ruolo di Giselda è stato interpretato da Silvia Dalla Benetta, soprano in grande ascesa professionale. La titolare del ruolo è Dimitra Theodossiou.
La parte è molto ostica e immagino non sia facile dover mostrare il proprio valore in una sola occasione, senza possibilità d’appello. Dalla Benetta ha cominciato cauta nell’aria di sortita ma poi durante lo spettacolo è andata in crescendo: la voce è piccolina ma ben proiettata e gli acuti facili e penetranti.
Le agilità di forza, vero e proprio incubo per i soprani verdiani, sono risultate talora imprecise ma nel complesso gli applausi a scena aperta e l’ovazione finale del pubblico del Regio (mica pizza e fichi eh?) hanno reso giustizia all’impegno dell’artista. Ottimo l’accento e buona l’interpretazione e la presenza scenica, mentre la dizione mi è parsa perfettibile.

Silvia Dalla Benetta

Per il giovane ma già affermatissimo tenore Francesco Meli, ma anche per me che ho avuto la fortuna di sentirlo, è stata una serata magica, tanto che io, che proprio non sono tipo da facili entusiasmi (oh, se cliccate sul tag recensioni ve ne rederete conto!), non esito a definire di riferimento assoluto la sua prestazione.
Canta con gioia e trasmette altrettanta felicità, basterebbe questo.
Peraltro, seppur in modo semiserio, questo blog tratta di musica lirica, e perciò vale la pena sottolineare la straordinaria musicalità, l’accento pertinente, la voce ammaliante, la dizione perfetta e la pertinenza storica ( dal lato musicale, Oronte sembra un tenore donizettiano) della sua interpretazione.
Io ho criticato Meli anche duramente in passato, e quindi mi sembra giusto, oggi, rendergli pubblico merito dei suoi enormi progressi.

Francesco Meli

Bravo anche Roberto De Biasio (Arvino) in una parte ingrata perché spesso deve cantare sul Coro o sull’ordito orchestrale severo dei concertati.
Discreti tutti gli altri coprotagonisti, anche se da Roberto Tagliavini (Pirro) m’aspettavo una prova più convincente.
Citazione di merito quindi per i soprano Cristina Giannelli (Viclinda) e Daniela Pini (Sofia), per il basso Jansons Valdis (Acciano) e per il tenore Gregory Bonfatti (Priore).
Ottima la prova dell’Orchestra del Regio, che se esiste un suono verdiano, beh, questo gli appartiene per meriti conseguiti sul campo.
Trionfo per tutti, con scene di delirio per Dalla Benetta e Meli.

Applausi

Tortelli in quantità industriale, mangiati sul posto e portati in omaggio agli amici grazie alla cortesia della mia amica e collega di OperaClick Patrizia Monteverdi, dopocena di risate folli, in cui l’altra amica Sveva (una pianista che lavora con i migliori nomi della lirica) mi ha aperto un mondo sconosciuto, quello delle sue scomposte reazioni ormonali ai suoni ingolati e brutti. (per non parlar del cane, ultrastrasmile!)
Mi spiace che il poco tempo a disposizione non mi ha permesso di conoscere di persona la dolcissima Sgnapis (sigh), ma sarà sicuramente per la prossima volta!
Ora, devo assolutamente trovare il tempo per scrivere qualcosa in quest’altro bellissimo posto, dove peraltro se la cavano benissimo anche senza di me.
Buona settimana a tutti.
 
 

I Lombardi alla Prima Crociata al Regio di Parma: piccola presentazione semiseria.

Prima trasferta dell’anno a Parma, per I Lombardi alla Prima Crociata di Giuseppe Verdi, opera che apre la striminzita stagione del Regio.
La prima si è già consumata martedì scorso, ed ha ricevuto un ottimo riscontro di pubblico e critica.
Io sarò alla recita pomeridiana di domenica prossima e prima d’annoiarvi con la mia consueta recensione semiseria nei primi giorni della prossima settimana, volevo scrivere due parole di presentazione su quest’opera giovanile di Verdi.
Come spesso succedeva a quei tempi, uno dei primi problemi che dovettero affrontare Verdi e il suo librettista, Temistocle Solera, fu la censura. Tutte le vicende che vedevano il popolo italiano unito contro lo straniero, ambientate in qualsiasi epoca, erano viste con sospetto. (ricordo che il lavoro esordì nel 1843)
Poi ovviamente c’era la Chiesa, che non ha mai brillato per larghezza di vedute e lungimiranza nei confronti dell’Arte, e fu proprio l’Arcivescovo di Milano a protestare perché gli erano giunte notizie che il lavoro manipolasse a fin di spettacolo la liturgia: una processione sul palcoscenico? Orrore!
Il tutto poi finì in una bolla di sapone, perché Verdi era ammanicato con il capo della polizia che soffriva di uno stato avanzato di melomania. (smile)
Unica eccezione, l’incipit modificato in una preghiera che oggi suona come Salve, Maria invece di Ave Maria, poca cosa. ( e poi mi sbaglio o esiste una preghiera che si chiama Salve Regina? Boh!)
Successo strepitoso alla prima alla Scala di Milano, il 1° febbraio 1843, con l’eccezione dei soliti critici francesi dalla puzza sotto al naso. (strasmile)
L’opera, ricavata da un poema di Tommaso Grossi, ha una trama molto incasinata, complicata ancor di più dalle solite esigenze di brevità e fuoco di Verdi, per cui ne esce un drammone pieno di incongruenze.
Come spesso succede nel primo Verdi il soprano sostiene un ruolo molto pesante, sospeso tra pagine di vero e proprio belcanto d’ascendenza belliniana ad altre che necessitano di temperamento e vigore.
Verdi scrisse la parte per Erminia Frezzolini, che poi creò pure il personaggio di Giovanna d’Arco.
Sarà interessante sentire come se la cava il soprano Silvia Dalla Benetta, una cantante che sta cambiando repertorio, nei panni di Giselda, un personaggio ideale di transizione verso il lirico pieno.
Canta molto anche il basso in questo lavoro, alle prese con un personaggio molto ambiguo, Pagano, santo e assassino, eremita e populista allo stesso tempo: lo interpreta Michele Pertusi, un cantante di grande raffinatezza stilistica e sicuro rendimento, forse un po’ troppo leggero per il ruolo.
E il tenore, direte voi? (forse)
Il tenore si chiama Oronte ed ha una parte molto singolare, tanto che si può affermare con certezza che il neofita non vi riconoscerebbe gli stilemi del classico tenore verdiano: e dire che l’Ernani era alle porte.
Anche in questo caso, è evidente all’ascoltatore smaliziato la sicura ispirazione dal belcanto donizettiano e belliniano del ruolo.
In questa produzione, infatti, Oronte è affidato a Francesco Meli (la più bella voce tenorile del momento, a mio e non solo mio parere)che di solito è impegnato in altri repertori: Mozart, Donizetti, Rossini.
Eppure, anche se tra gli appassionati è già noto l’ottimo risultato della prima, io sono convinto che sia proprio un ruolo che fa per lui.
Vedremo e sentiremo.
Molto impegnato anche il coro, con una pagina musicale tra le più belle, O Signore, dal tetto natio.
Insomma, considerate poi le solite abbuffate di prosciutto e tortelli, e capirete facilmente che non troverò il tempo per annoiarmi, anche perché a Parma ci saranno molti amici di OperaClick.
L’edizione discografica di riferimento dei Lombardi è un live del 1969, protagonisti una splendida Renata Scotto e un insuperabile e giovane Luciano Pavarotti, oltre che Ruggero Raimondi nei panni di Pagano.
Vi allego proprio l’ascolto del grandissimo Luciano accompagnato al pianoforte da James Levine, nella pagina forse più famosa dell’opera, La mia letizia infondere.
Parto.
A presto e buon fine settimana a tutti. (c’è una novità in ballo, ma non ne parlo per scaramanzia…aspettate e…forse…leggerete!)
 
 

Giacomo Puccini: tutti gli uomini del deficiente, o anche i nuovi vecchi mostri.

Sollecitato più volte da gabrilu ad esprimere qualcosa di semiserio sulla visione pucciniana del maschio, dopo che ho scritto già delle donne, eccomi qui, pronto a dedicarvi le mie stupidaggini.
Mi limito ai personaggi principali, ovviamente, altrimenti non la finiamo più.
Allora Edgar, nell’opera omonima, è un rintronato che s’innamora di una che è evidentemente zoccola, però ha la scusante di stare con la più pallosa delle donne: la promessa sposa sdolcinata in servizio permanente effettivo, che già all’inizio dell’opera gli rompe le palle mentre dorme parlandogli di alberi e fiori.
Ora, la prospettiva di una vita dedicata al giardinaggio assieme a una tipa così dolce che ti si caria un dente ogni volta che apre bocca, può essere devastante per chiunque, quindi io lo giustifico in qualche modo.
Des Grieux, uno studente che ha un nome che sembra uno starnuto onomatopeico (Degriè! Salute!), non ha proprio attenuanti.
Studente, senza un soldo ok, ma gli studenti sono così di solito altrimenti sono dalle Orsoline, dalle Dimesse o al CEPU.
Si può immaginare che nell’ambiente potesse folleggiare senza troppi problemi no? Ci sono brune e bionde ovunque, intorno.
Eppure no, arriva ‘sta Manon slavata e ne resta folgorato perché gli dice che è destinata al convento dal papà cattivo.
Ma, dico, il papà avrà avuto i suoi motivi no? Forse pensava che era meglio rinchiuderla per sempre, ché non faccia danni in giro! E lasciala andare visto che tra l’altro neanche il fratello sembra proprio uno stinco di santo e ha il vizio del gioco.
La famiglia ha una tara genetica, stanne lontano, deficiente. Nulla, pure il mozzo gli tocca fare, per accompagnarla oltreoceano e alla fine baciarla fredda. (margie, sei la mia più grande fonte d’ispirazione)
Bella soddisfazione.
Geronte è il solito vecchio idiota che ormai spara un colpo all’anno e pretende di tenersi una ragazzina mezza ninfomane, quindi non ci perdo neanche tempo.
Rodolfo è un Des Grieux che almeno mostra rari bagliori di lucidità mentale: fa finta di non trovare la chiave che Mimì ha perso apposta, e poi le racconta la solita storia: che scrive, che è poeta, che è un idealista bla bla bla… insomma riesce a portarsela a letto per sua fortuna, è il fascino dello scrittore, dicono.
Poi però sbrocca e s’innamora sul serio e non ne fa più una giusta: litiga con l’amico Marcello che se la spassa con Musetta, sa che Mimì non sta benissimo ed invece di approfittarne si affeziona ancora di più.
Insomma merita di soffrire, altro che storie!
Inoltre non si rassegna e la chiama urlando quando lei è evidentemente morta, dopo che aveva già dato segni di squilibrio confondendo l’alba col tramonto. Magari era pure necrofilo, che ne so.
Ma si può?
Mario Cavaradossi è un bullo (strasmile), un voglio ma non posso che vuole fare la rivoluzione dipingendo biondone altolocate nelle chiese.
Arriva Angelotti e invece di denunciarlo subito s’inventa di essere patriota; sta con una diva capricciosa e rompiballe come poche e invece di lasciarla a Scarpia, altro idiota che potrebbe scopare tutto quello che si muove e si perde dietro una subrettina da quattro soldi, si fa torturare dai suoi sgherri, uno dei quali si chiama Spoletta.
Come se non bastasse si presenta davanti al plotone esecuzione e rifiuta la benda, convinto che gli sparino per finta, quindi avrà pure visto le pallottole che gli arrivano addosso: sarà morto di paura più che altro, forse pure perdendo il controllo dello sfintere anale. In testa dovevi mettertela la spoletta, caro Mario, e poi tirarla.
Pinkerton è il primo esempio di turista sessuale e quindi è indifendibile. Se ne va dagli USA in Giappone per fare il porco con le minorenni e quindi è lui che dovrebbe morire, non la povera Cio Cio San.
Pure il console Sharpless, un potentato satiro ubriacone, che si mette a disquisire di ornitologia (ma per favore…) meritava di lasciarci la pelle.
Invece l’unica pena per Pinkerton, per quanto terribile, è che si sposa e sarà infelice per sempre, perché per me Kate è una di quelle donne che fanno finire male i matrimoni, restando fedeli tutta la vita.
Dick Johnson viveva tranquillo con l’eredità del padre, che gli aveva lasciato una gang di tagliagole pronta a tutto per lui, quindi aveva davanti a sé una vita serena e agiata. Poteva passare di villaggio in villaggio e scoparsi le varie Nina Migueltorena del luogo, ogni porto una miniera e una donna, ogni donna una cava, direi se fossi volgare.
Invece che fa, lo scellerato? (che tra l’altro doveva essere ancora confuso in merito alla sua identità sessuale, perché entra in scena dicendo Chi c’è, per farmi i ricci?)
Ruba un bel po’ d’oro e poi si pente, perché una finta semplice una volta si era rifiutata di andare con lui a raccogliere le more e gli aveva chiesto la mano intendendo il braccio. (e qui, come dire, è meglio che taccia, perché è il tipico caso di pulsione sessuale inibita alla meta)
Poi, come già ho detto nel post precedente, ma come ti passa per la testa di andare a vivere con una che bara alle carte e gira armata?
Sembra che la famosa battuta di Mae West (hai in tasca una pistola o sei solo contento di vedermi?) l’abbia pronunciata Minnie, per prima.
Nella Rondine gli uomini sono davvero deficienti, uno peggio dell’altro.
A partire da Ruggero, ovviamente, che non trova di meglio, pure lui, d’innamorarsi di una mantenuta in crisi esistenziale.
Ma anche Rambaldo che la mantiene non è furbissimo, con quello che spende potrebbe cambiarne una al giorno e invece s’incaponisce con Magda, che almeno ha l’onestà di esordire dicendo che in casa sua l’anormale è la regola, e ci sono buone possibilità che visto il nome, appunto, l’anormale sia Rambaldo.
Non parliamo poi di Prunier un artista che porta un nome che potrebbe andare bene per un lassativo, e in effetti come poeta fa proprio cagare. (infatti Magda lo piglia per il culo e lo presenta così: Il poeta Prunier, gloria della Nazione,degna le nostre orecchie di una nuova canzone, neanche fosse Apicella)
Inoltre questo Prunier millanta amori aristocratici e perde la testa per una cameriera con mal riposte ambizioni artistiche, Lisette, la porta all’esordio sul palcoscenico e li riempiono di fischi e gatti morti, ché le gatte morte in quest’opera sono tutte occupate.
Nel Tabarro ci sono Michele, marito di Giorgetta, e Luigi il suo amante.
Il primo sfrutta sul lavoro il secondo che ovviamente gli scopa la moglie con furore rivoluzionario, teorizza cioè la scopata al posto della molotov per abbattere il sistema.
Il sistema, nella persona di Michele, gli taglia la gola nella migliore tradizione dei dittatori ed espone il cadavere avvolto in un cappotto, in modo che Giorgetta lo veda bello caldo come piaceva a lei.
Tutto nella norma, solo che Michele si dimentica di buttare nel fiume pure Giorgetta, che l’avrebbe meritato ampiamente.
Poi c’è Calaf della Turandot.
Madonna che idiota!
Avrebbe la brava e onesta Liù che sbava per lui e cambia pure il pannolone al papà incontinente del Principe Ignoto, ma niente, si mette in testa di farsi una frigida acclarata che fa sedute spiritiche, tanto che tutti la chiamano Prinicipessa di gelo e lei invoca di essere posseduta dallo spirito dell’antenata Lou-Ling.
Cioè, renditi conto di come si prospetta la prima notte di nozze no? E se questa comincia a girare la testa di 360 gradi e vomitare roba verde che fai? Chiami l’esorcista o un terapista di coppia?
Si può essere più scemi?
Dopo che ha risposto a domande assurde tipo Su straniero, il gelo che dà foco cos’è? (una figura retorica avrei risposto io, domanda non facile, così buttavo là una litote, tanto per far vedere che non sono proprio sprovveduto in materia) vince il frigorifero ed è tutto contento.
Meno male che c’è Gianni Schicchi, accidenti, che si prende gioco di tutti e alza un po’ il livello intellettuale dell’universo maschile pucciniano, gli concedo volentieri l’attenuante!
Buona settimana a tutti (strasmile)
 
 

Recensione semiseria dei Puritani di Bellini a Bologna.

In diretta su RADIO3, dal Teatro Comunale di Bologna, ho appena finito di ascoltare I Puritani di Vincenzo Bellini, e quasi in diretta scrivo questa recensione semiseria, vista la grande partecipazione con la quale mi seguite voi tutti.
Immediata la premessa: una recensione seria non si fa in base ad un ascolto radiofonico, evidentemente.
In particolare la particolare microfonazione scelta dalla RAI tende a mettere in primo piano le voci, relegando ad esempio il Coro (ma pure l’orchestra) a un lontano mormorio, quasi fosse fuori scena.
Ribadisco quindi che le opere devono essere ascoltate in teatro.
Detto questo, credo di poter affermare che si sia trattato di un’ottima recita.
Juan Diego Flórez, al suo debutto in Italia nell’allucinante ruolo di Arturo, che aveva affrontato già due volte all’estero, si è confermato un grande tenore.
Sicuramente, ma questo non ne scalfisce la prova, il ruolo è al limite delle sue possibilità, non tanto per la tessitura che ha dominato seppure con qualche leggerissima perdita di lucentezza negli acuti, quanto perché non ha la varietà d’accento indispensabile per una parte così complessa.
Peraltro l’interprete ideale sarebbe stato un incrocio tra la musicalità e il peso vocale di Pavarotti, l’eleganza di Kraus, la sfrontatezza negli acuti di Lauri Volpi e la tecnica di Gedda, un mostro.
Dopo la prima aria, A te o cara, un paio (forse tre, dai) di dementi hanno buato.
Semplicemente la prova che chi va a teatro prevenuto ascolta ciò che vuole sentire e cioè vedere confermato il proprio pregiudizio.
Questa edizione vedeva la riapertura di alcuni tagli di tradizione, in particolare il terzetto che chiude il primo atto, che è stato forse il momento più debole della serata e non per colpa, a mio avviso, dei cantanti, quanto per la direzione d’orchestra disomogenea di Michele Mariotti.
Il giovane direttore ha imposto tempi molto lenti, che richiedono ai cantanti fatiche immani e fiati lunghissimi in un’opera già piena di difficoltà.
In altre occasioni, ad esempio la stretta che chiude il secondo atto (il duetto dei colonnelli) i tempi sono apparsi troppo serrati ed è balenata qualche suggestione bandistica. (oddio è una stretta, appunto, ma insomma…)
Però ciò che proprio non ho gradito è stata la circostanza che tutta la parte elegiaca, lirica, notturna e malinconica della partitura è apparsa sacrificata a favore di una lettura troppo sbilanciata sul lato drammatico. Non ho sentito quella musica soave per cui Bellini è famoso.
Flórez magnifico all’inizio del terzo atto, davvero esemplare.
Sorprendente la prestazione del soprano Nino Machaidze nei panni di Elvira, anche se qualche acuto (l’ultimo l’ha sporcato) ogni tanto è uscito un po’ ghermito. La giovane artista non è certo una tragedienne e di conseguenza anche a lei è mancato qualche volta l’accento giusto.
Però è stata al di sopra di ogni aspettativa (almeno mia); magnifico il duetto finale con Arturo, ad esempio, e convincente la scena della pazzia, che nei lavori della prima metà del 1800 non manca quasi mai.
Note meno positive per il resto del cast.
Il basso Ildebrando D’Arcangelo (Sir Giorgio) ha una voce molto bella, però ieri sera ho avvertito un vibrato largo piuttosto fastidioso e qualche attacco incerto. Inoltre l’accento era più consono a un Escamillo arrapato e testosteronico che a un aristocratico notabile.
Dopo un inizio molto difficoltoso nella cavatina, in cui si sono palesati problemi d’intonazione, il baritono Gabriele Viviani  (Sir Riccardo)si è ripreso abbastanza bene ma anche per lui l’accento non era quello che pretenderebbe la parte.
Buono il suo rendimento nel duetto che chiude il secondo atto, il famosissimo Suoni la tromba.
Insufficienti Ugo Gagliardo ( Gualtiero Valton) e Gianluca Floris (Sir Bruno Robertson) e discreta Nadia Pirazzini quale Enrichetta di Francia.
Il Coro, per quello che la trasmissione radio ha consentito di appurare, mi è sembrato in ottima serata, così come pure l’orchestra, seppure con i limiti derivati da una direzione almeno perfettibile.
Successo trionfale decretato dal pubblico bolognese e trionfo, meritatissimo, per Juan Diego Flórez.
Sono previste altre due repliche mi pare, credo che il rendimento complessivo di tutti, con i necessari aggiustamenti, migliorerà.
Buonanotte (smile)

I Puritani al Comunale di Bologna.

Domani sera alle 20.30, in diretta su RADIO3 dal Teatro Comunale di Bologna, si possono ascoltare I Puritani di Vincenzo Bellini.
Teatro ovviamente straesaurito.
Come ormai è tradizione consolidata e un po’ grottesca, ma è giusto che sia così, perché per le passioni forti si può anche esagerare ed uscire dal grigio understatement quotidiano, le polemiche tra gli appassionati infuriano prima della prima. (smile)
Motivo principale del contendere, e se qualcuno sostiene il contrario è in malafede, non è tanto l’occasione di rivedere l’ultima opera scritta da Bellini, quanto il fatto che nei panni di Arturo, ruolo tenorile concepito per Giovanni Battista Rubini, ci sia il tenore peruviano Juan Diego Flórez, che da sempre suscita con le sue interpretazioni reazioni contrastanti.
La parte è veramente terribile, fitta com’è di acuti e sovracuti e soprattutto di tessitura altissima.
L’opinione della maggioranza è che se Juan Diego possiede gli strumenti per arrivare lassù in alto, forse può avere difficoltà a trovare il giusto accento e l’indispensabile ampiezza di fiati per risolvere al meglio questo personaggio.
Io, come sempre, preferisco non sbilanciarmi in previsioni in alcun senso, e mi limiterò ad ascoltare.
Poi, se ho tempo e voglia scriverò le mie impressioni qui sul blog, opinioni che saranno forzatamente parziali perché come ho detto e scritto un milione di volte solo l’ascolto in teatro può essere davvero probante.
Da notare che tutto il cast deve essere di grande livello, perché se è vero che il ruolo tenorile fu pensato per Rubini, la parte del soprano, Elvira, fu creata da Giulia Grisi con il contorno spettacolare di altri artisti mitici quali Antonio Tamburini (Riccardo, baritono) e Luigi Lablache ( Giorgio, basso).
A dirigere il giovane, e da me molto apprezzato recentemente, Michele Mariotti.
Allora, a domani, di seguito la locandina dello spettacolo.
 
I PURITANI
Melodramma serio in tre atti di Carlo Pepoli
musica di Vincenzo Bellini
 
 
Elvira, Nino Machaidze
Lord Arturo Talbo, Juan Diego Florez
Sir Riccardo Forth, Gabriele Viviani
Sir Giorgio, Ildebrando D’Arcangelo
Lord Gualtiero Valton, Ugo Guagliardo
Sir Bruno Robertson, Gianluca Floris
Enrichetta di Francia, Nadia Pirazzini
 
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
direttore, Michele Mariotti
maestro del coro, Paolo Vero
regia, scene, costumi e luci: Pier’Alli

Giacomo Puccini, le sue donne e Anna Tatangelo.

Nel 2008 si è celebrato un po’ovunque e in vario modo il 150° anniversario della nascita di Giacomo Puccini, uno dei più grandi spacciatori d’amore, come lo definì qualcuno che ora non ricordo.
Mi sembra giusto quindi, visto che non mi sono mai soffermato troppo su questa ricorrenza, cominciare il nuovo anno da blogger con un piccolo omaggio al compositore lucchese poiché mi sento in debito nei suoi confronti.
L’occasione me la fornisce un bell’articolo di Nicola Salmoiraghi sul mensile L’Opera .(piccolo inciso polemico: io cito le fonti dalle quali traggo ispirazione, sempre, e chi vuol capire capisca)
Ora, questo blog è letto da tante persone, addetti ai lavori, cantanti e così via ( le mie caselle di posta e di messaggi privati sono intasate di mail d’insulti come quella di Babbo Natale ai primi di dicembre, cioè le sue non d’insulti, spero, è che mi sono incasinato con la consecutio e non riesco a uscire vivo da questa parentesi), ma io vorrei rivolgermi ai lettori che amo di più, coloro verso i quali esercito la mia costante e meritoria (?) opera di divulgazione semiseria, nella malcelata speranza di redimere qualcuno dall’ascolto delle porcate che canta, che ne so, Anna Tatangelo. (non me ne voglia nessuno, per favore, sto scherzando. Però vi prego cliccate sul nome della tipa e ditemi se in fondo al suo sito web di primo acchito non leggete anche voi Visita il nuovo fanculo di Anna Tatangelo)
Allora, con questo spirito e il sorriso sulle labbra, analizziamo psicologicamente ed armati di sulfureo spirito toscano queste famose eroine di Puccini, e vediamo come si comportano nella vita. Scrivo nella vita non a caso, perché sono sempre tra noi, l’altro giorno giuro che ho visto Mimì in farmacia mentre chiedeva uno sciroppo per la tosse.
La prima di queste ragazze, in ordine di apparizione (o composizione, se preferite) si chiama Anna ed è la protagonista di Le Villi.
Non c’è molto dire su di lei, se non che rompe le palle al fidanzato anche da morta. Le Villi sono strane creature che sarebbero state benissimo in uno dei romanzi dei nostri scrittori più misconosciuti e sottovalutati: Tommaso Landolfi. (il romanzo, bellissimo, è La pietra lunare)
Poi ci sono altre due tipe assurde nel lavoro successivo del Maestro, quell’Edgar che si contende assieme a poche altre il prestigioso titolo di Peggior opera mai scritta, e che recentemente è stato riproposto a Torre del Lago.
Puccini (e i suoi librettisti, lo sottintendo sempre)qui proprio non voleva lavorare di fantasia neanche per i nomi, infatti come chiama le due ragazze? Fidelia e Tigrana.
Secondo voi, quale delle due è la buona?
Tu, maschio italico (ma anche no, diciamo maschio in generale) che mi leggi, saresti tranquillo con una che ha un nome simile a una brutta Opel?
Peraltro, vogliamo parlare di Fidelia? Solo il nome mi fa l’effetto del lorazepam, con conseguente picchiata della libido.
Andiamo avanti e passiamo a Manon (Lescaut), che più che il nome di una donna sembra un invito a diventare ciechi.
Cioè questa s’invaghisce dello studente Des Grieux, lo circuisce e se lo scopa, poi siccome lo scellerato è pieno di soldi come può esserlo di tolleranza verso i gay l’onorevole La Russa, si trova un vecchio ricco, brutto, calvo, bavoso e rompicoglioni e lo lascia.(a parte il ricco è il mio ritratto, lo so e lo dico per prevenire la battuta di margie)
Poi, non contenta e annoiata, si riprende il giovane deficiente e va a morire di sete in un deserto americano.
Sarà mica normale?
Poi c’è Mimì, altra bona, ma rosta come si direbbe qui a Trieste.
Fa finta di perdere le chiavi di casa, sa di stare male e fa diventare matto quello sfigato di Rodolfo, che viveva benissimo con i suoi compagnoni in una soffitta di Parigi, andando di fiore in fiore, e non erano di plastica, mi sa.
Inoltre lo fa litigare col suo migliore amico, e poi muore.
Ecchecazzo.
Per non parlare di Musetta, altra disgraziata, che fa ammattire tutti gli uomini che ha intorno, però si fa mantenere anche lei da un vecchio trombone fino a quando le gira bene.
Certo, ha il cuore d’oro…come no!
Tosca, un monumento alla capacità di combinare solo casini in qualsiasi circostanza.
Egocentrica come nessuna, non vittima di Scarpia: è una Diva, tutti la vogliono tutti la cercano, è gelosa, minaccia di fare gli occhi neri alla Attavanti, fa i capricci col suo bel Mario Cavaradossi, provoca Scarpia, lo uccide e lo deride, vuole insegnare al pittore sfigato come morire per finta mentre quello schiatta davvero e poi, non contenta, non è che se ne va fuori dalle palle e basta, no, si butta pure giù da Castel Sant’Angelo tanto per mantenere un profilo basso, che se arriva in testa a qualcuno fa pure altri danni.
Cio Cio San, Madama Butterfly, è roba da manicomio.
Litiga con la famiglia, si fa mettere incinta da un ragazzone americano idiota, rompe le scatole a Suzuky, va in giro per i moli a cantare e vedere navi che non ci sono e poi si uccide, così l’americano, che è già condannato per chissà quanti anni al matrimonio, deve convivere con la moglie e col rimorso.
Un genio del male, una psicopatica.
Una delle peggiori è Minnie della Fanciulla del West, che vuol far credere di essere intonsa dopo che ha passato tutta la vita in un’osteria frequentata da minatori ubriachi.
Certo, perché se uno pensa ad un esempio di vita morigerata e scevra dai piaceri del sesso non può fare a meno di pensare ad un’ostessa che bara a carte e gira con la pistola, vero?
Quel finto mascalzone di Dick Johnson dove aveva la testa? Non era meglio che continuasse a frequentare Nina Migueltorena, che almeno quella non se la tirava tanto?
Dice: “Ma vissero felici e contenti, sono gli unici!”
Ho capito, ma chi ti sei portato in casa, Dick?
Arriviamo a Magda della Rondine, la Traviata dei poveri, perché questa folleggia per Parigi, si fa mantenere da un banchiere che si chiama Rambaldo e quindi bellissimo non doveva essere, ha una brevissima crisi di coscienza, giusto il tempo di rovinare la vita per sempre a un contadinotto che vuole tanto tanto bene alla mamma e poi torna a casa a smignottare, limpida e bianca al par di neve alpina.
Sembra la storia di una di quelle signore un po’ agée che se ne vanno in clinica a rifarsi la verginità e la riperdono già nella toilette dell’aereo, tornando a casa.
Bel sogno, Doretta, meco…me complimento!
Giorgetta del Tabarro con la scusa che fa un lavoro che ‘n le garba (si dice così?) e ha un marito dropout e segaiolo si trova un amante, ovviamente sfigato.
Risultato? Il marito s’incattivisce e uccide il povero disgraziato.
Complimenti anche a te che sostieni che conosci una musica sola, quella che fa ballare.
Coi lupi, ti farei ballare io, quelli della Roma che sono i peggio.
Angelica (anche qui, Puccini, che fantasia eh?) è una suora che la dava via come non fosse sua fino a che resta incinta e finalmente la rinchiudono in convento, dove pasticcia con la marijuana e comincia ad avere visioni.
La Zia Principessa, una virago fuori di testa e inacidita, ogni tanto va a trovarla per dirle che il frutto del peccato della ex vergine sta bene e questa che fa? Si uccide e spera che il signore la perdoni.
Doveva essere roba forte quella che preparava in convento.
Infine Turandot, ‘sta sfigata taglia teste che si diverte a fare gli indovinelli come Gerry Scotti ed è pure così poco piena di sé da ritenersi un premio adeguato.
Pretende, la megalomane, che nessun dorma a Pechino perché uno che non si è neanche presentato ha vinto il premio.
Nel frattempo, così, tanto per cambiare, fa uccidere la povera Liù che faceva da badante all’anziano papà dell’Innominato e si sudava la pagnotta come poche.
Una vicenda così assurda che persino Puccini non ha saputo mettere la parola fine.
(strasmile)
Bene, questo mio excursus semiserio tra le donne protagoniste delle opere di Puccini si chiude qui.
Spero di avervi strappato una risata, anche di sguincio.
Cominciare l’anno nuovo ridendo porta bene, mi piace pensare che il Maestro, gran burlone come un po’ tutti i toscani, avrebbe non voglio dire approvato, ma almeno letto con benevolenza questo mio post.
Ancora auguri a tutti, di cuore (che poi sarà l’unica frase che leggerà la stragrande maggioranza dei passanti, lo so benissimo!)
 
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