Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: settembre 2010

Chiusura per il Carlo Felice (?) e apertura per il Festival Verdi al Teatro Regio di Parma.

Parte domani, con Il trovatore, il Festival Verdi a Parma.

La programmazione prevede, oltre a questo primo titolo, anche l’Attila (nel Teatro di Busseto) e I vespri siciliani.
Programmazione striminzita, come appare evidente: tre titoli sono pochini. Peraltro bisogna ricordare, per l’ennesima volta, la situazione drammatica in cui versano i teatri italiani, causata dalla contingenza economica e peggiorata dai tagli governativi al FUS.
A questo proposito segnalo la particolare condizione del Teatro Carlo Felice di Genova, che rischia la chiusura. Ripeto, la chiusura.
Come dicono giustamente i lavoratori del teatro, alcuni dei quali hanno intrapreso lo sciopero della fame, chiudere un teatro è un lutto nazionale.
Qui potete vedere alcune foto delle manifestazioni dei giorni scorsi, che ricordano molto quelle che scattai io qualche mese fa davanti al Teatro Verdi di Trieste.

Striscioni 3

Pazzesco.
L'ho già scritto non so quante volte, ma sembra proprio che prevalgano le logiche mercantili anche per la Cultura.
Eppure, sembra che la maggioranza non la pensi così…
Qui, per chi ha voglia di partecipare, c'è un sondaggio.

Intanto, anche le piazze virtuali deputate alle discussioni sulla lirica assomigliano sempre più a quelle trasmissioni televisive in cui si urla e ci s'insulta. Che sia un passo avanti? Che il futuro sia una specie di globalizzazione di stampo televisivo?
Io sono ben felice di starmene fuori!
C'è anche qualche notizia positiva: lunedì scorso è ripresa, su RADIO3, la trasmissione La Barcaccia.
Speriamo che almeno Stinchelli&Suozzo riescano a strapparci una risata, magari a denti stretti.
Un saluto a tutti e un grazie a tutti coloro che mi hanno scritto in privato.

Maria Callas, poche parole.

Per un poveretto come me è difficile trovare le parole giuste per ricordare Maria Callas, oggi che è il 33° anniversario della sua scomparsa.

Chissà poi se avrebbe voluto essere ricordata da me, la povera Callas: tenderei ad escluderlo.
Quindi, diciamo per manifesta incapacità, m’astengo volentieri da ingrossare il fiume di parole che da sempre tracima in queste occasioni e riporto qui una frase della sua insegnante di canto, Elvira de Hidalgo, che descrive il primo incontro con la quindicenne Sofia Anna Maria Cecilia Kalageropoulos, non ancora Maria Callas.
 
Senza una parola di preavviso Maria si mise a cantare. Dirlo adesso può far sorridere perché si sa che è Maria Callas, ma io lo scoprivo allora, in quell’attimo.
Di colpo mi sentii all’erta, in tensione.
Quella voce, io, segretamente, la aspettavo, anzi la cercavo da anni.
Era come essere giunti ad un appuntamento. Chiusi gli occhi.
Era una violenta, eccessiva cascata di suoni, ancora incontrollati, ma drammatici ed emozionanti.
 
E chiudo con la bellissima, a mio parere, considerazione che fa Leonardo Bragaglia nella prefazione dell’ultima versione del suo libro Maria Callas, l’Arte dello stupore.
 
Davvero singolare il destino di Maria Callas. Osannata dal suo pubblico, posta sull’altare dalla critica più qualificata e qualificante, stimata dai massimi Direttori d’Orchestra e dai più celebri Registi, verrà poi offesa dai ciarlatani dei rotocalchi e pennivendoli!
Noi tutti, melomani e musicologi, teatranti e semplici spettatori, ne rimaniamo letteralmente sconcertati, amareggiati. Offesi noi stessi.

Adoro questa foto, perché ci vedo tanta umanità e poca retorica.

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Alcuni consigli per cantare in modo corretto.

Dunque, si diceva dei consigli elargiti agli artisti per cantare meglio o più correttamente.
Vi avverto che è roba forte, io quando ho letto queste cose, tanti anni fa, ho rischiato di restarci per le risate.

Intanto, sottolinea il Traité des maladies de la voix, a cura di Colombat de l’Isére (1834), bisogna astenersi dalle pratiche sessuali il giorno della recita (ma anche quello prima, direi io) perché organi destinati alla riproduzione e vocali sono strettamente connessi e quindi se si stancano i primi ne risentono anche i secondi.
Quindi, se sentite un tenore che latra invece di cantare sappiate che ha commesso atti impuri da poco tempo e, probabilmente, il responsabile è il soprano che è stonata come una campana e cala sugli acuti che gli sta accanto. O forse il baritono che muggisce sullo sfondo, ché l’omosessualità (maschile e femminile eh?) nel mondo dell’opera è molto diffusa.
Vabbè.

Il famoso baritono De Luca sosteneva che per emettere un acuto come dio comanda bisognasse attorcigliarsi il cervello e la gola: pensare alla vocale “U” con la gola in posizione della “A”.
Io ho provato e ho rischiato di soffocare, non so voi.
Sembra che un tempo esistessero due macchine straordinarie, una per la messa di voce e una per gli acuti.
Allora, intanto cos’è una messa di voce?
Dicesi così un suono attaccato piano e poi rinforzato, per poi smorzarlo nuovamente. Mi viene in mente Mariella Devia, che di queste prodezze è docente.

Per eseguire la messa di voce bisogna possedere un ombrello: l’artista lo aprirà lentamente al momento dell’attacco e poi lo chiuderà quando smorza il suono. Potenza della suggestione, vero?
I manicomi non ci sono più, però, se ci fossero, credo ci starebbe bene uno/a tipo/a che bramisce aprendo e chiudendo un ombrello, tra quello che conta i sassolini del viale e l’altro che si mette e leva la camicia che non ha per tutto il giorno.
Ma sentite cos’era la macchina per gli acuti, e qui cito testualmente Rodolfo Celletti:
 
Immaginate le pedane, con l’asta verticale, che servono a misurare l’altezza di uomini, bambini, donne e militari. Nella macchina in questione, l’asta verticale che partiva dalla pedana era un po’ più grossa di quella, centimetrata, dei misuratori di altezza e terminava con una tavoletta rettangolare alla quale l’allievo, una volta salito sulla pedana, doveva accostare la nuca. Era inoltre tenuto-l’allievo- a stringere nel pugno la leva, in tutto e per tutto simile al freno a mano di un’automobile e collegata alla tavoletta da una serie di funicelle. Giunto all’acuto il cantante fulmineamente tirava a sé la leva e altrettanto fulmineamente la tavoletta s’inclinava e, premendo sulla nuca del soggetto, lo costringeva ad abbassare lievemente il capo.
Bastava questo per ottenere acuti formidabili!
 
Io ho la sensazione che se avessi provato un simile marchingegno sarei riuscito ad evirarmi, ovvio poi che avrei esibito acuti facilissimi.
 
Poi, per cantare bene, si dice, la bocca deve restare sempre della stessa forma e non variare troppo l’apertura: per spiegarci, come una chitarra. Non è che il buco della chitarra cambia dimensione mentre si suona, sempre uguale rimane, no?
Questo è un consiglio molto utile per certi mezzosoprani che tendono a rendere cavernosi i suoni, perché nelle note gravi tendono ad ingobbirsi, gonfiare il collo e spalancare o chiudere la bocca, trasformandosi inconsciamente in sosia di Regan, la bambina indemoniata dell’Esorcista, con l’unica differenza che i suoni che escono sono più agghiaccianti e spaventosi.
Allora, ecco la macchina per tenere la bocca aperta, che è più che altro un infame trucco: un turacciolo di sughero con una cordicella inserita o annodata in qualche modo.

S’inserisce il tappo tra i denti della cantante, che così vocalizza a bocca aperta sempre nello stesso modo, altrimenti se apre troppo le fauci il sughero la soffoca o se le chiude lo mastica. La cordicella, appunto, serviva per non chiamare il 118 in caso d’ingestione involontaria del tappo.
Ora, io sono certo che voi pensiate che io stia scherzando, ma non è così.
Questo era il sistema di un famoso sopranista, Baldassarre Ferri, e persino la recentemente scomparsa Giulietta Simionato sosteneva di aver usato questo metodo.
Insomma, se vedete qualche soprano che in piena estate e col solleone gira con l’ombrello, sputa un po’ ovunque pezzi di sughero e ulula come un lupo affamato, non pensate che sia pazza, si sta solo esercitando.
I veri nuovi mostri sono gli insegnanti di canto, diciamolo una volta per tutte!
Buon fine settimana a tutti (ultrastrasmile).
 

Plácido Domingo: una mina vagante?

Dopo il terribile Rigoletto dello scorso weekend, checché ne dicano alcuni, tale resta, terribile, forse a qualche neofita è passato per la testa di chiedersi: Ma cos’è tutto questo casino tra tenore e baritono?
Allora ho pensato, una volta riconsultati i sacri testi, che noi melomani ci scambiamo nelle notti buie in un’atmosfera gotica da tregenda, di andare alle origini del Canto e della classificazioni delle voci, o meglio, dei registri vocali.
Allora è fondamentale ricordare che le donne non potevano esibirsi in pubblico perché erano considerate, nell’ipotesi più favorevole, meretrices honestae.

Non da tutti erano appellate così, ma dalla Chiesa sì, e contava molto perché era in chiesa che si cominciò a cantare e Mulieres in ecclesiis taceant, ammoniva San Paolo.
La Chiesa è sempre troppo avanti, come si può capire.
Quindi nelle composizioni musicali polifoniche le voci bianche erano ragazzi, i famosi pueri cantores, oppure uomini che imitavano il timbro femminile, i falsettisti artificiali. Poi, nel Cinquecento, non ci si accontentò più di quest’ultimi e si volle un prodotto originale, il castrato, che, povero, era chiamato, ironia della sorte,  il falsettista “naturale”. Naturale ‘sti cazzi, mi verrebbe da dire.
Era comunque la voce più acuta, il Cantus.
Dopo di lui, a scendere, il Medius Cantus (poi mezzosoprano) o Altus. Poi c’erano ancora il Contratenor Altus (contralto o contraltista), che anche in questo caso poteva essere un castrato.
Nelle composizioni a tre voci il Tenor è la parte più grave, e aveva la funzione di sostegno armonico delle voci più acute.
Se le voci impegnate erano quattro entrava in gioco il Contratenor Bassus e in questo caso la disposizione dall’alto era la seguente: Superius o soprano, Altus o contralto, Tenor o tenore, Bassus o basso.
Addirittura se le voci diventavano cinque entrava in gioco il Quintus o Vagans, uno che cantava un po’ qua e un po’ là, senza regole particolari. Nel caso però trovasse posto tra il Tenor e il Bassus, la mina vagante si trasformava in Baritonus o Baritonans: il baritono.

Chi è arrivato sino a qui sappia che ho cercato di semplificare (strasmile). Giuro!
Che cosa si deduce da tutta questa solfa?
Che il nostro amico Domingo è una mina vagante? Certo, anche (smile).
Soprattutto che ‘sto vezzo di cantare da baritono invece che da tenore non è nulla di nuovo. Nihil sub sole novum.
Ora, non che m’aspetti che canti da castrato in futuro, porello, ma potrebbe cantare da basso per esempio, e anche questo è già stato fatto.
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Il tenore Ramón Vinay cantò la parte di Otello (tenore nell’opera omonima di Verdi), quella di Jago (sempre nell’Otello verdiano) e addirittura il Grande Inquisitore nel Don Carlos, che sarebbe da basso profondo.
Tra l’altro la prestazione piuttosto modesta, a voler essere munifici, di tutto il cast del Rigoletto nei luoghi e nelle ore, forse sarebbe potuta essere evitata se gli artisti avessero seguito i consigli dei loro colleghi d’un tempo.
Per esempio si sa che Enrico Caruso, accanito fumatore, dopo essersi sparato quella quarantina di paglie, si mondava la voce con una pozione magica composta da acqua salata, whisky e un pezzetto di mela.
Queste piccoli rimedi dei cantanti di una volta, che stanno un po’ tra la superstizione e la leggenda metropolitana, potevano avere anche risvolti tragicamente comici.
Si narra che Adelina Patti, soprano di straordinaria fama e attiva sino ai primissimi anni del Novecento, usasse come tisana per migliorare la voce un infuso di gambi di ciliegie.
Purtroppo però l’intruglio era anche un potentissimo diuretico e il Direttore del Teatro dell’opera di Budapest, Adelina_Patti_Margueritequando ricevette l’avviso di preparare in camerino vasi due travisò miseramente e fece trovare due splendidi vasi di fiori al posto di due pitali: una tragedia, tanto che ci si chiede cosa ci fosse sotto la crinolina, nella famosa foto qui a destra (strasmile).
Ma sull'argomento "consigli ai cantanti" ci torno, per vostra sfiga.
Alla prossima.

Il Rigoletto su RAI1 da Mantova minuto per minuto: recensione semiseria del terzo atto e sipario, finalmente.

Oggi quand’è finito il secondo atto del Rigoletto ero fortemente tentato di non seguire la trasmissione questa sera. Voglio dire, il livello artistico è stato tale che mi sentivo sfiduciato e anche tradito.
Forse è l’atteggiamento sbagliato, non so.

Poi la passione mi ha spinto a vedere anche l'ultima parte, com'è giusto che sia.
Capite però che io non posso consolarmi col mantra sì però c’era la lirica in prima serata, mica sono così di bocca buona eh?
Si voleva fare divulgazione?
Obiettivo mancato, perché i dati d’ascolto sono modesti e comprendono tutti i melomani che, a naso, sono quota parte maggioritaria della percentuale di share. Senza lo zoccolo duro degli appassionati, quale sarebbe stata la percentuale d’ascolto? Inoltre, proprio tra chi ne capisce almeno un po’, non ho ancora trovato una sola persona contenta di ciò che ha visto e sentito. Quindi, bersaglio mancato anche in questo senso, perché il livello artistico era ben al di sotto di qualsiasi spettacolo teatrale di provincia.
Cosa dicono le persone normali? Boh, non so, non ne conosco (smile).
Fatta questa velenosa premessa, se qualcuno ha gradito lo spettacolo ne sono ben contento, ma sappia almeno che l’opera lirica è tutt’altra cosa e non occorre certo risalire ai primi anni del Novecento per sentire un Rigoletto decente.
Bene, il terzo e ultimo atto si apre con un piccolo preludio che introduce Rigoletto e Gilda che stanno sulla sponda del Mincio, nei pressi c’è la casa di Sparafucile, il killer che ha almeno un pregio: una sorella gnocca.
rigoletto maddalena
In questo momento il tenore intona la famosa canzone La donna è mobile , ricca di suggestioni protofemministe, e poi cerca di sedurre (non che ci voglia tanto, Maddalena è zoccola di mestiere) cantando Bella figlia dell’amore la sorella di Sparafucile.
Prima però c’è il famoso quartetto, in cui ognuno dovrebbe esprimere atteggiamenti ben precisi: disperazione Gilda, rabbia repressa Rigoletto, sensualità Maddalena e un’incontenibile erezione il Duca.
Grigolo è passabile, ma non di più. Preoccupatissimo per l'acuto finale della sua aria lo spara disperato. Il suo cantare come un seduttore di balera non lo sopporto, non è l'accento giusto.
Domingo sembra rauco.
Novikova stona nel quartetto.
Nino Surguladze è bella.
Raimondi parla in una lingua sconosciuta che prevede un uso diverso dal consueto delle vocali.
Il duetto tra Maddalena e Sparafucile è comico: dovrebbero essere fratello e sorella ma è dura, Raimondi mostra 100 anni e la Surguladze 20. La Nino però non canta male e non sbraca come temevo.
sparafucile-rigolettoDomingo nel finale, per ricercare un minimo di rotondità di suono, si appoggia sulle consonanti in modo inverecondo.
E poi, e questo non lo capisco proprio, pasticcia di brutto col testo.
Preoccupatissimo, il pathos del dramma finale gli sfugge completamente.
La Novikova è sempre uguale a se stessa, anche nella scena della morte. Senza infamia ma lontanissima dalla lode, anche piccolina. Calicchia le ultime note.
Sipario, finalmente, anzi Carosello, visto che siamo in televisione.
Ora è il momento, credo, delle polemiche.
Intanto buona settimana a tutti.

Rigoletto a Mantova su RAI1: la recensione semiseria minuto per minuto del secondo atto.

I dati d'ascolto della serata di ieri, in cui è andato in onda il primo atto sono stati questi: 2.659.000 telespettatori, share 14,59%.
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Per me sono estremamente deludenti, visto lo strombazzamento mediatico (con tanto d'introduzione del Capo dello Stato!) e la presenza carismatica di Placido Domingo.

Sì, perché dal numero degli spettatori dobbiamo levare i melomani per capire quanto pubblico generalista ha visto la trasmissione, e facendo così credo che saremmo a livello di prefisso telefonico.
Chissà che succederà oggi, visto che alle 14.00 solo i somari come me stanno davanti alla televisione (smile).
Lo scopriremo soltanto vivendo e quindi ingobbiamoci queruli a vedere questo secondo atto.
Il secondo atto del Rigoletto è uno dei capolavori di Verdi e dopo l'agitata introduzione orchestrale entra il Duca col recitativo Ella mi fu rapita e poi con il cantabile Parmi veder le lagrime.
Un momento psicologico importante, perché il tenore deve acclarare che Gilda non è più solo un'avventura (non sarààààààààà un'avventuraaaa) ma che per lei prova un affetto sincero.
Oggi invece abbiamo sentito, prima di tutto ciò, qualche verso di aniimali da cortile, e mi sfugge il senso di questa cosa.
Il buon Vittorio Grigolo ha sempre un tono un po' troppo confidenziale, da cantante da pianobar, però se la cava meglio di ieri, specialmente nel recitativo. Recitazione orrenda, però, e pochissimo vigore nella cabaletta Possente amor mi chiama, nella quale omette il re bemolle 4 di tradizione.
La regia televisiva è qualcosa di orribile e questi primissimi piani hanno davvero rotto le palle, per usare un gergo molto tecnico.
Poi, nella terza scena, ritorna Rigoletto con i famosi la rà la rà, mentre nel frattempo i cortigiani lo prendono per il culo.
Una scena tra le più drammatiche che prelude all'esplosione Io vo' mia figlia e al successivo Cortigiani vil razza dannata, rabbiosissimo, e al commovente tentativo di ricomprarsi umiliandosi la fiducia degli stessi.
Domingo qui è in parte dal punto di vista scenico, ma gigioneggia di brutto. Apre i suoni alla grande, e l'effetto non è bello, per niente. Mehta stacca tempi letargici. Non dico nulla del paggio…
Nel Cortigiani Domingo è davvero stremato e pasticcia con il testo, come ha fatto spesso anche ieri. Orribile l'unico acuto, che a memoria mi pare sia un sol, ma non ne sono certo. E cala pure.
La V e VI sesta scena sono dedicate al duetto tra Rigoletto e Gilda, che racconta al padre (Tutte le feste al tempio) come è stata ingannata.
Domingo, mi spiace tanto scriverlo, mi fa pena quando a un certo punto ingrossa la voce per trovare un minimo di spessore vocale. Mehta continua con dei tempi da marcia funebre.
La Novikova ci mette molto impegno, ma i tempi lentissimi non la aiutano, anzi. Che devo scrivere, è corretta ma insipida, non sa di nulla.
Fulminea la VII scena, con la terribile apparizione di Monterone (ancora bravo Gianfranco Montresor), che maledice Rigoletto ispirandogli il desiderio di rivalersi sul seduttore della figlia (Sì, vendetta, tremenda vendetta)
Domingo è in condizioni pietose, non ha rispetto di se stesso né degli spettatori.
La Novikova becca il mi bemolle di tradizione in chiusura, e io a questo punto non so neanche se guarderò il terzo atto stasera, perché è stato uno spettacolo terribile.

Tutto il Rigoletto nei luoghi e nelle ore minuto per minuto. Placido Domingo, un nuovo baritono. O quasi.

Preceduta da un inutile e autoreferenziale pistolotto didascalico moraleggiante di Giorgio Napolitano (siamo sempre il paese che taglia i fondi ai teatri eh?), è partita la trasmissione del Rigoletto di Giuseppe Verdi, che aveva la sua unica attrazione nella presenza di Placido Domingo nella parte baritonale di Rigoletto.

Il bellissimo Preludio, dominato dal tema della maledizione (che sarà poi ripreso proprio dal protagonista: Quel vecchio maledivami) ci ha introdotto subito nell'atmosfera cupa della trama.
Subito brutta l'entrata di Vittorio Grigolo, nella parte del Duca. Incerta anche l'esecuzione della ballata Questa o quella. Fastidiosissimi, almeno per me, i continui primi piani, ma siamo, appunto, in televisone.
Entra Domingo e mi pare che più che cantare, almeno per il momento, reciti.
Bravo Giorgio Caoduro come Marullo.
M'accorgo che non ci sono i sottotitoli. Mi pare una scelta scellerata, visto che l'intento è anche divulgativo.
Stentoreo, ma non censurabile se non per qualche incertezza d'intonazione, il Monterone di Gianfranco Montresor.
Raimondi è ormai la caricatura di se stesso, però ha sicuramente un futuro come killer: il suo Sparafucile è perfetto, peccato che canti.
Domingo conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, che è un grande artista (belle alcune frasi, Ma in altr'uom qui mi cangio, per esempio) ma che proprio come baritono non ci può stare. Conferma anche che è anziano, perché spesso è stremato e sembra in preda ad un attacco di dispnea.
Julia Novikova canta una Gilda banalissima e non ha alcuna personalità.
Orrendo, ma proprio orribile, Vittorio Grigolo nel bellissimo duetto con Gilda: sembra un cantante da pianobar e non un tenore, per non parlare della recitazione da telenovela brasiliana anni 80.
La Novikova nel Caro nome fa un compitino che potrebbe andare bene per una studentessa di conservatorio, se non fosse pure stonacchiante.
I costumi, tradizionali, erano di una tristezza infinita.
M'intristisco anch'io e me ne vado egagro e fiero delle mie adenoidi.

Rigoletto a Mantova, da domani su RAI1: siete (siamo…) pronti?

Beh, ormai ci siamo! Manca meno di un giorno all’evento.
Domani su RAI1 va in onda questo Rigoletto di Giuseppe Verdi che ha già fatto tanto discutere gli appassionati.

Intanto un paio di foto, tratte dal sito di Enrico Stinchelli che le ha avute in anteprima.
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Gli appuntamenti sono per domani alle 20.30 e poi domenica alle 14.00 e alle 23.15.
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Prevedo polemiche inenarrabili ma spero in un buon indice d'ascolto e, per il momento, faccio un gran in bocca al lupo a tutti e spero di non dover usare la tag nuovi mostri!

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