Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: parte il #normaproject

Norma al Teatro Verdi di Trieste, dal 29 gennaio al 6 febbraio.
No, dico, Norma, cioè uno dei monumenti della musica lirica. Profferisti un nome che il cor m’agghiaccia dice Pollione nel libretto di Felice Romani.
E Norma è, in effetti, opera da far accapponare la pelle, soprattutto per la parte da soprano della protagonista ma anche per il tenore, che si gioca tutto nell’aria e nella cabaletta iniziale cantate a freddo. O per l’interprete di Adalgisa (mezzosoprano), la cui tessitura vocale è tipicamente anfibia e galleggia tra acuti da soprano e gravi profondi.
Il basso (Oroveso) è meno impegnato ma deve essere autorevole nell’accento senza scadere in inappropriate forzature stilistiche.normats
Anche il coro ha una funzione importante e ovviamente, centrale è l’operato del direttore d’orchestra.
Insomma ci sta tutto un piccolo progetto dedicato a quest’opera di Vincenzo Bellini e io – che sono diabolico – ho ben pensato di chiamarlo #normaproject, scimmiottando mestamente il bel lavoro che fece l’ufficio stampa del teatro per l’opera che ha aperto la stagione e cioè il Don Giovanni.
Cosa prevede #normaproject? Niente di troppo diverso dalla consueta divulgazione semiseria dell’opera lirica che propino di solito ai miei happy few, solo che dividerò le mie tristi iniziative tra questo blog, La classica nota e il mio account Twitter. Pillole di Norma in random, diciamo, senza regole o scadenze temporali per arrivare tutti – me compreso – più preparati alla prima del 29 gennaio.
Ci sarà l’uso criminale del libretto, ovviamente, nel senso che abbinerò qualche immagine invereconda ai versi di Romani e so che non me lo perdonerete. Probabilmente qualche intervista ai protagonisti e altre buffonate tipo questa che scrissi qualche anno fa e che ripropongo oggi, tanto per rompere il ghiaccio.
La recensione della prima alla Scala nel 1831, alla quale – forse non lo sapevate – sono stato presente.

Sono stato a Milano, alcuni mesi fa, e in quell’occasione ho conosciuto un medium, del quale per riservatezza non farò il nome.
Alcuni amici mi avevano detto che il tipo fosse dotato di poteri straordinari così ho insistito per incontrarlo. Sembra una persona normale, eppure non lo è affatto. Per quanto possa sembrare incredibile, quest’uomo ha capacità davvero impensabili. Gli ho detto della mia passione per la lirica e di rimando ha risposto: Ti piacerebbe assistere a una serata operistica storica, nella quale si è piantato il seme del Mito?
Chi avrebbe risposto di no? Così, dopo aver fatto la richiesta di assistere al debutto di Norma, mi sono ritrovato in un lampo alla Scala di Milano, il 26 dicembre 1831, confuso tra il pubblico di platea.
Atmosfera febbrile, ricca d’aspettative e curiosità sia per la nuova opera di Vincenzo Bellini sia per la presenza nel cast di alcune star, che, ve lo anticipo, si sono rivelate una delusione clamorosa.
Ho capito perché le cronache del tempo riportano di una serata controversa, per l’esordio di Norma.
Tra Domenico Donzelli, Giuditta Pasta e Giulia Grisi non so chi è stato il peggiore, sinceramente. Una triade di nuovi mostri.
Si taccia dei comprimari che nomino solo per dovere di cronaca: Marietta Sacchi (Clotilde) e Lorenzo Lombardi (Flavio).
Passiamo subito ai protagonisti, perché son dolori forti.

Vincenzo Negrini (nato Trentanove, non so se mi spiego)

Vincenzo Negrini (nato Trentanove, non so se mi spiego)

Comincio dal basso Vincenzo Negrini (Oroveso), una specie di teppista esagitato, dai gravi gorgoglianti e cavernosi, gutturali, e acuti, si fa per dire, oscillanti e striduli.
In generale il timbro della voce ricorda da vicino quei rumori, non propriamente piacevoli, che purtroppo l’uomo emette quando si trova in ingrata posizione defecatoria.
Certo non mi sono stupito particolarmente, perché questo cantante era considerato anche a quei tempi un routinier di misero livello.
Sono rimasto allucinato dalla prestazione di Giuditta Pasta, nei panni di Norma, una pazza esagitata che ha urlato come una pescivendola, e chiedo scusa alle pescivendole, per tutta la sera.

Giuditta Pasta a 18 anni

Giuditta Pasta a 18 anni

Dov’era l’alterigia nobile della sacerdotessa druidica? Dov’era il tenero smarrimento della donna tradita?
Tutto confuso in una generale agitazione, contrabbandata per fraseggio, in cui il recitativo Sediziose voci era sovrapponibile al Teneri figli. E il tutto sempre in bilico tra una discutibilissima vociferazione e uno stentoreo parlato dalle inflessioni plebee che con Norma non c’entrano nulla.
Una vaiassa sgangherata dal punto di vista della recitazione, un soprano corto che urla belluinamente in alto e sfiata nel registro grave: peccato che a quel tempo non ci fossero le gare di rutti, perché avrebbe vinto certamente contro qualsiasi avversario.
Mai immenso timore per non essere capace di rendere simili sublimi concenti, come scrisse la presunta diva a Bellini, fu più fondato.
Una delle peggiori cantanti che abbia mai sentito, scandalosa sotto ogni punto di vista.

Giulia Grisi

Giulia Grisi

O almeno questo pensavo prima di sentire Giulia Grisi, una Adalgisa pallida, smunta, esangue, emaciata, cadaverica, cinerea, malsana, sbiadita, stentata, malconcia, scialba, smorta, slavata, misera, esile, insignificante, provata, evanescente, sparuta, spenta, scolorita.
Nonostante ciò, Giulia Grisi è riuscita a rendere il personaggio in modo volgare, grossolano e dozzinale. Una serva.
Insomma è un vero peccato che tra le mie doti non ci sia la facondia, perché solo così potrei trovare l’aggettivo giusto per definire lo sgomento, lo sdegno, che l’esibizione di questa ciarlatana mi ha procurato.
Sembrava per tutta l’opera una Giuseppina Ronzi de Beignis ante litteram (quel soprano che s’accapigliò con una collega durante le prove della Maria Stuarda di Donizetti) in piena sindrome mestruale.
Spaventoso il risultato del terzetto che chiude il primo atto, impreziosito dalla presenza sordida del tenore Domenico Donzelli, che sembrava un magnaccione ubriaco che porta a spasso il suo per fortuna contenuto parco mignotte.
E questo -ho pensato- sarebbe il famoso baritenore? Il cantante dall’estensione vocale formidabile?
A parte che già il confronto con il modestissimo tenorino che interpretava Flavio era impietoso, in quanto il comprimario ha palesato da subito uno squillo e una proiezione del suono migliore.

Un ritratto di Domenico Donzelli in posa da macho

Un ritratto di Domenico Donzelli in posa da macho

Più che altro il Donzelli m’è sembrato un baritono mollaccione e sfalsettante, dalla voce sorda e dal timbro ingrato, vuoto in basso e gracchiante negli acuti gridati e morchiosi. Avreste dovuto sentire cos’erano il do e il si bemolle della cabaletta iniziale: urlacci laceranti.
Come se non bastasse, la voce di Donzelli è affetta da quello che si chiama vibrato stretto. Ora, il vibrato stretto evoca a volte il belato, a volte il nitrito. Qui eravamo, seppur alla lontana, al nitrito.
Insomma, alla fine posso ben affermare che Domenico Donzelli, Giulia Grisi e Giuditta Pasta rientrino tra i falsi miti della prima metà del 1800.
Resta da considerare il Coro, di livello decisamente più basso di qualsiasi formazione dopolavoristica di anziani pensionati, e mi fermo qui.
Si taccia, per favore, del direttore di un’orchestra che sembrava più una banda di strapaese ingaggiata per la sagra della salsiccia.
L’unica nota positiva è venuta dal pubblico che, pur non apprezzando né punto né poco la serata sotto ogni aspetto, si è limitato a non applaudire e a qualche brusio sdegnato nei momenti più imbarazzanti dal punto di vista artistico.
Concludo dicendo che mai più approfitterò delle facoltà paranormali di alcuno per rivedere debutti operistici che sono nel mito.
Preferisco continuare a sognare che i cantanti di un tempo fossero tutti fuoriclasse e crogiolarmi in questa convinzione.

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21 risposte a “Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: parte il #normaproject

  1. LePassepartout2_ 9 gennaio 2016 alle 8:40 pm

    Ottimo articolo, complimenti

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  2. Iris 10 gennaio 2016 alle 9:27 am

    Oddio……ho un dèjà vu…… 🙂
    Irina

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  3. fausta68 10 gennaio 2016 alle 6:14 pm

    e io vorrei tornare indietro e rivedere la Norma della Callas……

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  4. margot 13 gennaio 2016 alle 9:22 am

    Ho letto, giuro. Ma soprattutto sono rimasta impressionata da Giuditta Pasta… una bellezza di altri tempi, eh? :S

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  5. Pasquale 13 gennaio 2016 alle 6:22 pm

    Visto che sei stato al teatro alla prima assoluta,ma e vero che a quei tempi in teatro facevano di tutto,e l’ascolto era ….solo un contorno

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    • Amfortas 13 gennaio 2016 alle 6:28 pm

      Pasquale, ciao, certo che è vero. Lo sai no che a Parigi tenevano aperto un teatro quasi solo perché così potevano esibirsi le ballerine che erano le amanti di personaggi importanti (esagero, ma non tanto)? E poi anche oggi in teatro, mica si pratica la castità.
      Ciao e grazie.

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  6. CASSANDRO 17 gennaio 2016 alle 10:13 am

    Ed io che pensavo di avere scritto solo per fantasia che “in teatro non sempre si pratica la castità”, anche fra gli attori:

    A P P L A U S I ( Lui, Lei, Lui )

    — “Sono convinto che se recitassimo
    . . . che so?. . . Ionesco, Shakespeare, Pirandello,
    la gente incanterei. . . ”
    — “Ed io?. . . ”
    — “Al massimo,
    tu forse. . . forse, no. . . ”
    — “Ahò. . . a bello!. . .

    lo sai che mi fai ridere. . . Insieme,
    tu incanti ed io no?!. . . E le persone
    ad applaudire te?. . . E che, son sceme?!
    Sbaglio, o questa è pura presunzione?

    Ma scherzi, di’?!. . . A una battuta a testa
    farei il pieno della simpatia.
    A te andrebbe solo ciò che resta,
    sempre che sia di scena uscita via.

    Ti straccerei. . . Basterebbe che
    poi mi girassi spesso. . . ”
    — “Bella forza!. . .
    d’arte parlavo e no di quel che c’è
    di fuori, all’apparenza. . . Quella è scorza!”

    — “Chiamala scorza, tu!. . . Con altro nome
    il pubblico la chiama, e sono certa
    che mi si applaudirebbe, lo sai come,
    eh?. . . come la Belen. . . a scena aperta.

    Provaci tu a girarti. . . a recitare
    di spalle. . . in questo modo”
    — “Sì, domani!”
    — “Invece io lo potrei ben fare
    fra cento ‘Brava’ e mille battimani.

    Dài!. . . Fallo pure tu. . . Gìrati, dài!. . . ”
    — “Finiscila. . . ”
    — “. . . Così. . . Niente vergogna. . .
    E provaci!. . . Chissà?. . . Non si sa mai. . . ”
    — “Che non si sa?. . . Che sei una carogna?

    Si sa, si sa! E poi questo lo so
    . . . e pure tu lo sai, ci scommetto! . . .
    che sfrutteresti bene il tuo pò-pò,
    che Ofelia la faresti. . . alla Fumetto.

    Quel povero Amleto al primo atto
    impazzirebbe nel vedere a sera
    Ofelia come te. . . che non di scatto
    ma lenta toglie calze e giarrettiera!

    Altro che assalirla e di getto
    gridarle: ‘Via, vattene in convento!’
    piuttosto le direbbe: ‘Andiamo a letto
    . . . l’ammazzo dopo il re. . . or non mi sento’ ”

    — “E sbaglierebbe, sai?!. . . Vuoi metter tu
    Ofelia, che invece di annegarsi
    scuote Amleto e lo tira su,
    togliendogli quei dubbi sul da farsi.

    Convincerlo che è meglio l’amor vero
    che andare in giro ad ammazzare re,
    parlare con i teschi al cimitero,
    e dubitar su ciò che è. . . e non è.

    E dirgli infine: ‘o me o Fortebraccio!
    Nel primo caso non avrai storia,
    però sapessi in che cielo ti caccio!
    . . . in quello che fa perder la memoria,

    che per te poi non sarebbe un male,
    chè di ricordi qui tieni una barca
    e vuoi punire tutti. . . E’ sleale
    togliere il marcio solo in Danimarca!'”

    — “L’ho detto che il teatro si fa farsa
    con una come te in grado di
    far di Amleto quasi una comparsa
    e della casta Ofelia una. . . così.

    Se Shakespeare tornasse in questo mondo
    ti prenderebbe a calci nel sedere. . .
    — “E no!. . . Questo bel ‘coso’ tondo tondo
    per altro è fatto. . . E certo, per piacere,

    per completare l’arte. . . Perchè venga
    lo stesso applauso a te un auspicio
    t’invito a fare, quello che tu ottenga
    pure a teatro, sì. . . la par condicio.

    Se no, cavoli tuoi!. . . Applausi a me
    mentre che per invidia bevi assenzio
    fra l’indifferenza, e sai perchè? . . .
    perchè dopo di me. . . ‘il resto è silenzio!’ ”

    (Cassandro)

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    • Amfortas 17 gennaio 2016 alle 7:50 pm

      CASSANDRO, ciao! Certo che a te l’ispirazione non viene meno mai 🙂
      Mi hai ricordato una scena esilarante di Birdman di Iñárritu, quando la povera Naomi Watts si trova assalita sotto le coperte da Edward Norton. Tutto bene, se non fosse che erano…sul palco e col sold out, durante uno spettacolo di prosa!
      Ciao e grazie!

      Mi piace

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