Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Chiusa la stagione estiva del Teatro Verdi di Trieste. Il futuro è incerto, ma si può sperare bene per i prossimi mesi.

Proprio mentre stavo scrivendo la recensione, è arrivato un comunicato stampa del teatro che recita così:

La programmazione della prossima Stagione concertistica 2020 è in via di definizione e verrà presentata in ogni dettaglio alla riapertura del Teatro. L’inaugurazione avverrà domenica 13 settembre 2020, con un grande concerto lirico sinfonico.

Insomma, non perdiamo la speranza!


Col concerto di ieri sera – è prevista una replica oggi, 7 agosto – si è conclusa la stagione estiva del Teatro Verdi di Trieste.
Dieci serate di ottimo livello, improntate a una popolare ma non banale scelta dei programmi, che hanno impegnato, a vari livelli, orchestra e coro della fondazione triestina. Di questi tempi è diventato un tormentone, ma bisogna specificarlo, tutti i concerti si sono svolti nell’osservanza delle norme governative mirate al contenimento della diffusione del Covid-19.
Norme stringenti, forse anche ridondanti visto quello che accade in altri settori della quotidianità, che hanno – a mio parere – un po’ mortificato l’impegno del management del teatro, la professionalità degli interpreti e l’impatto emotivo sul risicato pubblico presente.
Per chi ama il teatro e la musica, vedere una sala sostanzialmente vuota non è un bello spettacolo. Intendo dire che non vorrei che l’imposto distanziamento sociale diventasse il cavallo di Troia di un tutt’altro che desiderabile distanziamento culturale dall’Arte e dalla bellezza.
Di là di queste preoccupate divagazioni, veniamo alla cronaca.
È stato Wagner, con l’Ouverture da Die Meistersinger von Nürnberg, ad aprire la serata.
È notoriamente una pagina musicale impegnativa, di grandiosa bellezza, che nella rilassata e puntuale interpretazione di Paolo Longo ha forse risentito di una disposizione orchestrale non ottimale – dovuta appunto alle prefate norme – che ha creato qualche disomogeneità tra i piani sonori, in particolare tra i fiati e gli archi. Ma, per restare in tema, la mia è forse solo un’acribia di un dimesso Beckmesser.
Si è proseguito con la ricchissima tavolozza di colori della Prima Suite op. 46 di Edvard Grieg, cesellata con grande proprietà di linguaggio e con la consueta pacatezza da Paolo Longo, che ha fatto del crescendo finale un gioiello di cui l’Orchestra del Verdi può andare fiera.
Ravel e il suo mondo fiabesco e onirico della suite Ma mère l’oye ci ha accompagnato con delicatezza al tumultuoso e notissimo Modest Musorgskij di Una notte sul Monte Calvo, in cui le percussioni hanno dettato l’agenda di un’atmosfera sabbatica screziata di humor nero.
Il Coro ha dimostrato una volta di più capacità tecniche e compattezza nella straziante Patria oppressa dal Macbeth di Verdi e poi, nelle impegnative Danze Polovesiane dal Principe Igor di Borodin, si è amalgamato alla perfezione con la sfavillante orchestra.
Bella serata, in cui si è avuta ulteriore conferma delle capacità artistiche del direttore Paolo Longo, della preparazione del Coro, guidato da Francesca Tosi, e della flessibilità dell’Orchestra del Verdi, che si destreggia con abilità tra pagine musicali affatto diverse.
Ora bisogna pensare al futuro, incerto, al quale si guarda con una certa preoccupazione. Speriamo che i prossimi mesi siano meno condizionati da problematiche extramusicali perché – e scusatemi l’uscita che può sembrare retorica – la musica e la cultura sono vaccini universali.

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4 risposte a “Chiusa la stagione estiva del Teatro Verdi di Trieste. Il futuro è incerto, ma si può sperare bene per i prossimi mesi.

  1. Furio Petrossi 7 agosto 2020 alle 5:26 PM

    Off topic? Ero al concerto dei “Musici di Guccini”, con l’immancabile “Flaco” alla chitarra, al Castello di Udine. Un posto sì e uno no… il pubblico quasi non sapeva come comportarsi: alla tradizionale freddezza friulana si aggiungeva un certo imbarazzo, tanto che se non fosse stato per una signora davanti a me e per me – con il mio mestiere di loggionista – non ci sarebbe stato neppure il “bis” già preventivato. Dopo i saluti, in tanti pronti per andarsene come pecorelle.
    Introiti ovviamente per lo meno dimezzati, se non di più, per gli organizzatori.
    Qualcosa – se continua così – è cambiato, spero provvisoriamente.
    Su OperVision.eu hanno tentato di creare una “digital opera” con interpreti ripresi separatamente a distanza, perché anche i cantanti spesso devono stare lontani, anche gli orchestrali, gli artisti, il coro, devono tenere le distanze di sicurezza.
    Speriamo nella ricostruzione, non un ritorno al passato, per un po’, ma in un modo per sentirsi vicini per creare un’atmosfera partecipata e coinvolgente.

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  2. Amfortas 7 agosto 2020 alle 7:00 PM

    Ciao Furio 😀
    Ieri anche Stefano Furini, che gestisce da buon primo violino i bis, ha dovuto rinunciare per manifesta fiacchezza di applausi. Va detto però che eravamo davvero pochi. Il futuro a breve termine non sarà positivo, perché non ci sono le condizioni per una ripresa, troppe incertezze. Redo che sapremo qualcosa di più a partire dal prossimo febbraio.
    Ciao e grazie, Paolo

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  3. giuliano 7 agosto 2020 alle 7:31 PM

    direi che Wagner sarà quello più a rischio, nella prossima stagione, per via del numero degli orchestrali. Uno dei ricordi più curiosi dei miei primi anni da spettatore è proprio questo, passare da un Vivaldi a un Wagner o a un Berlioz è davvero uno shock, se non ci hai mai pensato prima: il golfo mistico strapieno, e la sera prima semivuoto.
    E’ un ricordo che torna d’attualità, con le norme odierne (speriamo che passi presto)
    Ricordo anche uno Stabat Mater di Pergolesi nel chiostro di Santa Maria delle Grazie, non avevo pensato a un organico così piccolo… (ma all’epoca ero ancora molto sprovveduto).

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  4. Amfortas 7 agosto 2020 alle 8:10 PM

    Ciao Giuliano, ottima considerazione. Si parlava con amici che la contingenza potrebbe essere “positiva” per una riscoperta di repertori meno impegnativi come numero di interpreti e, appunto, schieramento orchestrale. C’è un problema e cioè che non so quanto certi compositori siano conosciuti dai dirigenti dei teatri…e mi fermo qui!
    Ciao e grazue, Paolo

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