Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

L’elisir d’amore al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione su Nemorino.

Nell’Elisir chi ha una collocazione drammaturgica davvero singolare è proprio Nemorino, tanto che si può affermare che a lui si deve la definizione di questo lavoro di Donizetti come opera di mezzo carattere.

Apostrofato nel testo di volta in volta come idiota, mezzo pazzo, buffone, malaccorto, scimunito (neanche parlassero di me! Smile) e altre delicatezze potrebbe sembrare un tipo buffo, mentre invece ha un lato drammatico molto accentuato al contrario, per esempio, della sua amata Adina, che pare essere una parente piuttosto stretta della Norina del Don Pasquale.
Spesso Nemorino, più che cantare, pensa ad alta voce, come nel caso della sortita Quanto è bella, quanto è cara. Esprime sentimenti semplici, sempre moralmente nobili.
È un sempliciotto non un buffo, tanto che si fa infinocchiare subito dalle cazzate del ciarlatano Dulcamara, che fa il suo ingresso in scena addirittura annunciato dal Coro, che lo sopravvaluta un pochino (Certo, egli è un gran personaggio, un barone, un marchese in viaggio!)
Dulcamara sì che è il classico buffo i cui tratti derivano direttamente dai personaggi rossiniani, e infatti s’esprime assai spesso col sillabato che è il linguaggio buffo per antonomasia.
Dulcamara è, per coloro che amano trovare la modernità nell’opera, il personaggio più attuale, non ci sono dubbi in proposito.
Ha il rimedio giusto per qualsiasi guaio, perché certi disagi sono presenti sempre, oggi come allora, a tutte le latitudini. Vediamo qualche sua prodezza (smile).
 

  1. Guaritore universale (io spazzo gli spedali)
  2. Calo della libido (un uom, settuagenario e valetudinario, nonno di dieci bamboli ancora diventò)
  3. Chirurgo plastico ante litteram (O voi matrone rigide, ringiovanir bramate?)

 
Insomma, chi non ha mai conosciuto o almeno visto in televisione il Dulcamara di turno? Vogliamo parlare di politica?
No, non vogliamo!
L’ antagonista di Nemorino è Belcore, altro trombone ma in senso diverso da Dulcamara (che forse non è intelligente, ma certamente è almeno furbo), più rozzo e un po’ sguaiato, che si presenta a sua volta in modo molto sobrio (smile), con una fanfara (Come Paride vezzoso). Infatti è un firmaiolo, un militare.

Quindi proprio con il linguaggio Donizetti differenzia i due caratteri: umile, intimo, raccolto, per Nemorino e invece magniloquente, artificioso, volgarotto Belcore.
Adina, che oltre ad essere una furbetta frivola è anche intelligente e colta (sa leggere e intrattiene i paesani raccontando la storia di Tristano e Isotta) sceglierà Nemorino.
E veniamo infine all’aria più famosa, Una furtiva lagrima, così celebre da identificare l’opera stessa e da essere diventata imprescindibile in ogni concerto tenorile che si rispetti.
La moglie del librettista Romani, quella Ernesta Branca non troppo affidabile che ho già citato nel post precedente, racconta:
 
Tutto procedette rapidamente e pienamente d’accordo fra Poeta(Romani) e Maestro (Donizetti), fino alla scena ottava dell’atto secondo; ma qui Donizetti volle introdurre una romanza per tenore, a fine di usufruire una musica da camera, che conservava nel portafogli, della quale era innamorato. Donizetti aveva di  sì strane passioncelle; talvolta odiava la propria musica, e talvolta l’adorava. Romani in sulle prime ricusò dicendo: «Credilo, una romanza in quel posto raffredda la situazione! Che c’entra quel semplicione villano, che viene lì a fare una piagnucolata patetica, quando tutto deve essere festività e gaiezza?». Ma tuttavia Donizetti insisté tanto finché ebbe la poesia.
 
Ammesso che sia andata così, in realtà la collocazione della romanza è fondamentale proprio per definire il carattere di Nemorino di quel patetismo che lo differenzia da tanti altri personaggi coevi.
E basterebbe questa considerazione per bollare come inappropriate moltissime interpretazioni muscolari di questo pezzo, errore nel quale sono incappati anche nomi notissimi.
Inoltre introducendo un’altra aria solistica il tenore pareggia il conto col soprano, che ne ha due.
E poi, sempre ricordando che Nemorino è una parte patetica, intima, si noti come i versi siano brevi e semplici, proprio nello stile del personaggio che si lascia guidare dal cuore e non dalla ragione.
Grazie alla sua quasi infantile innocenza [e, direi io che sono cattivo, anche grazie al fatto che gli muore uno zio che gli lascia una fortuna (smile)], il nostro Nemorino conquista la bella del villaggio.
Beh, non possiamo che essere contenti per lui, accidenti!
A questo punto è indispensabile allegare un ascolto, direi.
La scelta è difficile, ma voglio proporvi un esempio pertinente come stile e quasi impeccabile per tutto il resto.
Signori (ma anche signore, volendo), ecco a voi Tito Schipa.

 
 

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2 risposte a “L’elisir d’amore al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione su Nemorino.

  1. utente anonimo 11 marzo 2010 alle 10:44 pm

    da Giuliano:
    dove le hai prese tutte queste notizie su Felice Romani e la consorte? Mi interessa molto…
    Di Schipa, è bellissimo anche quell'attacco di "Adina, quest'oggi no". L'avrò ascoltato duecento volte, ogni volta mi emoziona come la prima.
    Ma Schipa era di un altro pianeta.

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  2. amfortas 11 marzo 2010 alle 11:22 pm

    Giuliano, da un vecchio programma di sala della Fenice di Venezia.
    Sul sito del teatro ci sono molti programmi online che contengono anche la bibliografia 🙂
    Ciao!

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