Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Categorie: cinema

Tosca di Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: una lettura (un po’) fuori dagli schemi.

Ok, sto sempre qui a dire che bisognerebbe inserire in cartellone qualche titolo meno scontato, che non sia di strettissimo repertorio, però Tosca è sempre Tosca.
In attesa della conferenza stampa di presentazione della prossima stagione che si svolgerà mercoledì 7 giugno – ripresa poi per tutto il pubblico il giorno successivo, al Teatro Verdi – ho pensato che qualche notizia su quest’opera di Puccini dovevo pur scriverla (perdonate la costruzione sintattica accidentata, strasmile).

Sarah Bernhardt, qui in un’immagine di uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi: Félix Nadar

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Piange il telefono, a teatro e sul grande schermo.

L’opera di Francis Poulenc nasce come atto unico tratto da un testo di prosa di Jean Cocteau che fu tanto entusiasta del risultato da rivolgersi così al compositore: “You have fixed, once and for all, the way to speak my text”.
La trama è scarna, scabra, secca e inequivocabile.anna-magnani Leggi il resto dell’articolo

Il Re pastore di Mozart al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione semiseria prima della prima di venerdì 24 ottobre.

Qualche tempo fa, su Twitter (a proposito, chi mi ama… mi segua! @Amfortas) girava uno di quei memo o giochi sciocchini tipici dei social network. Si chiedeva: Qual è l’attore cinematografico che ha interpretato meglio il ruolo di Dio? Io risposi Tom Hulce e ovviamente la capirono giusto quei quattro amici che, come me, s’intestardiscono ad ascoltare musica lirica o sinfonica.

Tom Hulce nel film Amadeus

Tom Hulce nel film Amadeus

Ve lo dico così, tanto perché capiate quale sia la mia opinione su Mozart.
Perciò non aspettatevi da me che ribadisca l’opinione di molti sul Re Pastore, e cioè che sarebbe una specie di operina cascame della produzione del salisburghese. Sempre Mozart è, voglio dire. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria di Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima.

Trieste, Un ballo in maschera, 9 gennaio 2014

Bello tornare al Teatro Verdi di Trieste per l’apertura della stagione lirica 2014 e ancora più soddisfacente notare che i segni del tempo non lasciano solchi solo sul mio bel sembiante.
Le prime teatrali, come si sa, sono anche occasioni mondane (in senso buono, smile) in occasione delle quali, soprattutto le signore a dire il vero, sfoggiano gioielli e vestiti straordinari, quasi sempre improntati a quella delicata sobrietà che caratterizza anche le loro esistenze. Qual è il problema, direte voi? Beh, che con la crisi qualche volta anche le signore perbene sono costrette a indossare abiti, pur lussuosi, di qualche anno prima. Nel frattempo la situazione è cambiata e perciò quel vestitino firmato che cadeva bene l’anno scorso ora cade e basta, oppure stringe facendo scattare il temuto effetto insaccato. L’osservatore attento, quale sono io – che, diciamolo, la mia porca figura la faccio sempre anche come bullo in maschera (strasmile) – è particolarmente attratto da quei personaggi (uomini e donne) che non si rendono conto che il tempo passa, accidenti. Per alcune di queste persone, peraltro, la valutazione estetica è simile a quella che si dà agli acuti dei cantanti: poca o tanta roba ma comunque mal sostenuta (smile). Ma è tempo di passare alla parte meno seria, e cioè agli esiti artistici di questa prima. Leggi il resto dell’articolo

Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: primo sguardo sbilenco.

Speravo di scrivere ancora un post in occasione del Macbeth ma, purtroppo, non ce la faccio.
In compenso ecco qui le interviste ai protagonisti, che ho raccolto per OperaClick: ebbene sì, ho chiesto alla Theodossiou se pensava di avere una voce brutta a sufficienza per cantare la Lady. Insapettatamente, non mi ha insultato (smile)!
Un saluto a tutti.

Direi che in prossimità del Macbeth di Giuseppe Verdi che debutterà venerdì 8 marzo al Teatro Verdi di Trieste – e premetto che festeggiare le donne con un personaggio come Lady Macbeth è stato un colpo di genio (strasmile) – si può cominciare a dare il solito sguardo sbilenco a questo straordinario capolavoro che io amo particolarmente. Leggi il resto dell’articolo

Recensione seria di Der Kaiser von Atlantis di Viktor Ullmann.

Leggo sul nostro quotidiano, Il Piccolo, che è confermata la prevista “replica” di questo spettacolo e invito tutti coloro che hanno tempo e voglia a partecipare. L’ingresso è libero.
L’appuntamento è per martedì 2 ottobre alle ore 21.00 alla Risiera di San Sabba.

Succede che ogni tanto anche nella devastata Trieste si organizzi qualche manifestazione interessante, magari fuori dai consueti circuiti che veicolano quella robaccia che si chiama cultura. Leggi il resto dell’articolo

Il Don Giovanni di Mozart in diretta (?) al cinema dal Metropolitan di New York: Egoiste!

Segnalo quest’altra recensione semiseria, a cura di Aspasia.

Questo ve lo ricordate?

Lo spot m’è venuto in mente quando ho visto la scena qui sotto:

Insomma, ieri dopo aver rischiato di finire a Fiume Veneto o addirittura a Pradamano (smile), ho scoperto che il Don Giovanni dal Metropolitan di New York potevo vederlo anche a Trieste, in una sala del circuito Cinecity alle Torri d’Europa, che è un centro commerciale orrendo, lo dico per i non triestini.
Una proiezione clandestina, assolutamente non pubblicizzata, che rientra in questa – a mio parere benemerita – iniziativa.
Ingresso 15 euro, presenti in sala direi un paio di dozzine di persone, a occhio. Leggi il resto dell’articolo

Salome di Richard Strauss al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione semiseria e carnascialesca.

Siccome di Salome (la storia di una quasi coppia di fatto di nuovi mostri, strasmile) ho già scritto molto l’anno scorso, quando vidi l’opera di Strauss prima a Bologna– tra l’altro l’allestimento è lo stesso delle recite triestine, trattandosi di una coproduzione- e poi a Firenze, ho pensato di dare un taglio diverso dal solito ai post di presentazione, prendetelo come uno scherzo di Carnevale ok?

Per questa prima puntata mi sono ispirato a un articolo di Loredana Lipperini che si trovava nel libretto di sala a Firenze.
Uno sguardo trasversale, quindi, che indaga la figura e la storia di Salome da alcuni tra i tanti punti di vista non strettamente operistici.
Ecco allora alcune immagini di Auprey Beardsley che accompagnarono la pubblicazione del lavoro di Oscar Wilde, nel 1893.

Salome e Jochanaan:
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La danza dei sette veli:
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Il bacio di Salome a Jochanaan:

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Ovviamente anche il cinema e la televisione, killer conclamati del teatro d’opera,  si sono appropriati della vicenda di Salome ed ecco un paio di esempi.

La danza dei sette veli di Alla Nazimova nel film del 1923 diretto da Charles Bryant:

 Il bacio di Maria Kouba a Jochanaan nel film per la televisione del 1960:
 

Non possono mancare i mattatori a vario titolo, come l’incredibile Carmelo Bene nel suo film Salome:

La non meno incredibile e fantasmagorica versione di Ken Russell:

E per finire e tornare più propriamente alla lirica, la straordinaria Montserrat Caballé nel 1957, quando debuttò la parte di Salome a Basilea all'età di 23 anni.

Insomma, ho scritto un post che non leggerà nessuno, me ne rendo conto. Ci vuole troppo tempo per tutta 'sta roba.
Intanto buona settimana a tutti, in attesa della prolusione di Franco Serpa che si svolgerà dopodomani (mercoledì) alle ore 18.

Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione, questa volta piuttosto seria.

Allora, dopo ben ventisette anni torna a Trieste il Samson et Dalila di Camille Saint Saëns.

Questa lunga assenza mi ha fatto pensare che quest’opera non ha avuto vita troppo facile sin dagli inizi, come prova il fatto che la gestazione fu lunga (il compositore cominciò a idearla intorno al 1860) e travagliata poiché l’idea iniziale era di scrivere un oratorio e non un’opera lirica.
La provenienza oratoriale rimane rilevante nell’uso del coro, peraltro, che segna quasi tutto il primo atto, nel quale il tenore protagonista ricorda molto da vicino alcuni “colleghi” wagneriani per il canto declamato (in particolare Lohengrin e Tannhäuser).
Molto wagneriano anche il lungo duetto del secondo atto tra i due protagonisti, nel quale s’inserisce una delle arie più famose-e più belle, a parer mio- del repertorio mezzosopranile e cioè Mon coeur s’ouvre à ta voix.

C’è poi, come accennato nel post precedente, l’appartenenza dell’opera a un filone che si potrebbe definire generalmente esotico e che fu di gran moda nella seconda metà dell’ottocento.
Un esotismo ingenuo, da cartolina illustrata (addirittura comica pare l'ambientazione nel video postato qui sopra!), in cui sembra che basti evocare un paio di palme e qualche casco di banane per centrare un’atmosfera lontana o, in questo caso, una presunta cultura barbarica.
Operazione questa alla quale non sono sfuggiti tanti altri compositori coevi in Francia-si pensi a Bizet, Delibes, Massenet e a titoli come Thaïs, Les Pêcheurs de perles, Lakmé- e anche in Italia dall’Iris di Mascagni sino, per certi versi, alla Turandot di Puccini.
Quello che è diverso e in qualche modo estraneo all’Occidente viene considerato corrotto, peccaminoso, pruriginoso. L’Oriente è visto come un luogo di perdizione in cui l’uomo non riesce a dominare il suo lato animalesco e ingovernabile. Insomma un po’ come nei film western in cui ci sono “i nostri” e i selvaggi indiani.
Questa rappresentazione ferina del diverso fu poi assai utile alla politica e al colonialismo o meglio a giustificarne le nefandezze, quelle sì davvero diaboliche. Una specie d’esportazione coatta della democrazia ante litteram, della quale siamo ancora prigionieri.

Siamo tutti un po' John Wayne, qui in Occidente (smile).
Nella fattispecie a essere “diversi” sono i Filistei: la seduttrice Dalila, Abimelech, il Gran Sacerdote di Dagon.
Da un lato quindi abbiamo le melodie rassicuranti e l’aspetto nobile, sofferto e ieratico di Sansone e degli Ebrei, dall’altro le musiche sinuose e sensuali che appartengono a Dalila, quando non addirittura i tratti quasi demoniaci degli altri ministri del culto, non a caso affidati alle voci gravi maschili, come da tradizione musicale soprattutto francese.
Dalila, infatti, quando deve sedurre Sansone gli si rivolge con un linguaggio (leggi una melodia) rassicurante, del tutto diverso da quella “di conversazione” che adopera nei dialoghi con i suoi simili.
Insomma un’opera piuttosto mobile ed eterogenea, in cui gli unici momenti di stanchezza compositiva-a mio parere- si ravvisano nel Baccanale che comunque è uno dei pezzi più famosi dell’opera.
Ovviamente, per la consueta regola del nemo propheta in patria, la fatica di Saint Saëns raggiunse il successo prima all’estero: il debutto avvenne nel 1877 in Germania grazie agli auspici nientemeno che di Liszt, e poi appena nel 1890 in Francia.

A Saint Saëns va quindi il merito d’aver saputo coesistere con un certo equilibrio tutte queste pulsioni artistiche diverse in un lavoro che è per certi aspetti veramente tradizionale e allo stesso momento piuttosto all’avanguardia per i tempi.
Il compositore francese, a dimostrazione del fatto che sapeva e voleva guardare avanti, fu uno dei primi a scrivere musica per il cinema (1908, L’assassinat du Duc de Guise).
Si potrebbe dire che non si rese conto di collaborare col nemico, perché proprio il cinema è storicamente in cima alla classifica dei serial killer che hanno cercato, per ora senza riuscirci, di trucidare l’opera lirica (strasmile).
Alla prossima, buona settimana a tutti.

Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: prima incursione più semiseria del solito.

Il terzo titolo della stagione operistica del Teatro Verdi di Trieste è Samson et Dalila, di Camille Saint Saëns.

Già so che questo post piacerà (spero!) al mio amico Giuliano.
Un po’ in anticipo, la prima è il 18 febbraio, lancio il mio primo sguardo semiserio su questa coppia di fatto (ma anche di fatti, volendo, smile), che risulterà questa volta un po’ sguincio perché approfondendo l’argomento come fa (o dovrebbe fare) il bravo critico musicale mi ha incuriosito molto il rilievo che ha avuto la figura di Sansone (ma anche Dalida) negli spettacoli più popolari.
Così magari accontento anche alcuni miei lettori storici che si lamentano di non poter intervenire (smile).
Negli anni in cui Saint Saëns componeva l’opera, siamo nella seconda metà dell’ottocento e il lavoro esordì nel 1877, uno dei divertimenti più in voga tra il popolo era il circo.
Tigri, leoni, esotismi vari, si succedevano nelle tournée delle compagnie circensi più famose tra le quali spiccava quella di Phineas Taylor Barnum (The greatest show on Earth lo definiva egli stesso, con impagabile modestia, smile).
Ebbene nell’ambito di questi spettacoli non mancava quasi mai il numero “Sansone e i Filistei”, in cui il forzuto di turno tirava giù qualche tempio, qualche casa e, immagino io, visto che non credo che la sicurezza sul lavoro fosse una priorità, anche qualche bestemmia (strasmile).
Quindi se da una parte, quella del teatro lirico-frequentato dalla borghesia-, la figura di Sansone risultava drammatica e ieratica allo stesso tempo, come vedremo nei prossimi post, dall’altra-il circo, dove il pubblico era più autenticamente popolare- si assisteva a una specie di smitizzazione, per non dire ridicolizzazione, di questa nobile figura.
Peraltro, questo Sansone è davvero uno che si presta alle prese in giro, diciamolo (smile).
Qualche decennio più tardi, ad affiancare e poi superare il circo nelle preferenze del pubblico arrivò il cinema.
Ovviamente il soggetto biblico di Sansone e Dalila non poteva passare inosservato e quindi si spiega il fiorire di molti film, in Italia e non solo, sulla vicenda.
Anzi, con il primo Sansone interpretato da Luciano AlbertiniLuciano Albertini nel 1918 (famoso per un film dell’anno precedente, La spirale della morte, che doveva il titolo a un numero che l’attore acrobata eseguiva appunto in circo) si dà quasi il via a un genere, quello del forzuto più o meno mitologico: Ursus, Maciste, Ercole ecc ecc.
Pensate che solo il nostro Albertini interpretò, nell’ordine:

  1. Sansone contro i Filistei (1918)
  2. Sansone muto o Il mistero delle vetrerie (1919)
  3. Sansone e la ladra d’atleti (1919)
  4. Sansone e i rettili umani (1920)
  5. Sansone burlone (1920)
  6. Sansone l’acrobata del Kolossal (1920)

 
Speriamo che il regista del Samson et Dalila che s’allestisce a Trieste, Michal Znaniecki, non proponga un audace mix di questi film (strasmile)!
 
La prima Dalila sul grande schermo fu invece Maria Korda maria_kordaaccanto al Sansone di Alfredo Boccolini, già prestigioso interprete di Galaor contro Galaor (smile!).
Per concludere questa divertita e limitata carrellata cinematografica non si possono dimenticare i più celebrati Sansone e Dalila dello schermo, quelli che immagino siano impressi a fuoco nell’immaginario collettivo della maggioranza di tutti noi piccini, e cioè Victor Mature e Hedy Lamarr.
I due grandi divi hollywoodiani, in questo film (Samson and Delilah) agli ordini del regista Cecil Blount De Mille furono il bersaglio di una battuta di Groucho Marx, che disse testualmente:
 
 
È l’unico film che abbia visto dove le tette del protagonista sono più grandi di quelle della star.

Mature-Lamarr

 
Una sentenza, ma bisogna dire che il buon Victor Mature appare leggermente in sovrappeso, nel film…
Un saluto a tutti (strasmile).

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