Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Ernani al Comunale di Bologna: approfondimento, seconda parte.

La mia trasferta a Bologna per questo Ernani, del quale peraltro non ho ancora letto una sola recensione positiva, è in forse.
La mia colonna vertebrale è come una faglia sismica, ogni tanto ha bisogno di rilasciare energia e ieri mattina c’è stata la…scossa. Ne consegue che sono dolorante e quindi il viaggio potrebbe essere difficile da affrontare, deciderò last minute.

Continuo però nella pubblicazione della seconda parte dell’approfondimento, potrà sempre tornare utile in futuro.

Credo sia interessante notare come in quest’opera la concezione drammaturgica verdiana sia scoperta, rivelata.
I protagonisti sono subito connotati caratterialmente al loro primo apparire in scena. A seguire una breve analisi.
Ernani è il capo di una banda di delinquenti, ma appare subito evidente che è lì per caso, che può vantare un’estrazione sociale diversa.
Mentre i suoi scherani giocano e bevono, Ernani invoca al proscenio il suo amore, Elvira, in una classica “cabaletta a sé”. Sostiene che Elvira è “come rugiada al cespite” che non è linguaggio di un rozzo bandito ma, soprattutto, dichiara che se non avrà il suo amore “morirà d’affanno”.
Un bandito vero non si sognerebbe mai di morire per amore di una donna, di donne ne ha quante vuole e non desidera legami duraturi.
Ernani è un giovane innamorato, di solidi principi, nobile, disperato e pronto a tutto: il tenore verdiano per antonomasia.
Allo stesso modo, Elvira assume i contorni paradigmatici dell’eroina. Ella può contare su di un ottimo matrimonio d’interesse, ma orgogliosamente non ne vuole sapere; al cuor non si comanda, Elvira è innamorata di un altro. È sola, triste nel suo rifugio dorato e lo dice nell’aria di sortita ( “Ernani, Ernani involami…”), per lei “antri e lande inospiti” saranno “nuovo Eden di delizie”.
È il soprano drammatico verdiano, romantico e disposto all’estremo sacrificio pur di coronare il suo sogno d’amore.
Don Carlo è un Re, un potente, un politico.
Il suo ingresso in scena è in incognito, e già quest’entrata dà la misura se non di una doppiezza morale, almeno del compromesso che accompagna “la ragion di stato”.
È un uomo intelligente, Don Carlo, sprezzante ed ironico, che si rifiuta anch’egli di accettare che Elvira gli preferisca un altro, ma non reagisce in modo avventato; sceglie d’essere tagliente: “ E un masnadiero fai superbo del tuo cor?”- dice ad Elvira.
Solo quando s’accorge della determinazione della ragazza ricorre alla forza e la porta via con sé, avvalendosi dell’impunità che il potere gli accredita.
Con il cugino Silva è ancora più crudele, e ricorre alla forza ed all’ironia insieme; schiera i suoi armigeri e lo prende anche in giro: “Vedi come il buon vegliardo or del cor l’ira depone”.
Poi però, una volta eletto imperatore, torna alla “ragion di stato” e, con consumata freddezza, prende una decisione squisitamente politica: il perdono offre sempre un buon ritorno d’immagine.
La voce di baritono, in una tessitura piuttosto alta, è l’ideale per rappresentare la discrasia tra gli slanci possessivi dell’uomo e la ragione dello statista.
Silva è forse il personaggio meno approfondito e variegato, dal punto di vista psicologico ma, nonostante questo, il suo incipit nell’opera lo descrive perfettamente. In quel “che mai vegg’io…” c’è il rancore soffocato dell’uomo tradito nell’onore, l’offesa al suo lignaggio, il disonore della sua casa.
È un uomo anziano, che crede di poter rinascere attraverso l’amore per una giovane donna: è ferito, vede nel giovane e vigoroso Ernani lo spettro della sua inadeguatezza sessuale. Quando si definisce “anziano” Silva, bisogna ricordare che siamo a metà del 1800 e che da dati storici Carlo aveva poco meno di vent’anni, come peraltro Ernani. Quindi Silva poteva essere poco più che quarantenne.
Un uomo così è pericoloso e monolitico nelle sue determinazioni, vuole solo una cieca vendetta; la sua è un’ossessione, sa che non potrà mai avere Elvira e quindi di non poter essere felice: allora che non lo sia neppure lei, ed il suo rivale muoia.
La voce di basso, dalle tipiche inflessioni tetre e cavernose, è la più adatta a descrivere questi sentimenti rancorosi ed autopunitivi.
Verdi ha la straordinaria capacità di inquadrare psicologicamente tutti i protagonisti dipanando una successione incalzante d’azioni e colpi di scena, senza che la tensione narrativa s’allenti.
La vicenda di Ernani, quindi, si sviluppa in due fasi: nella prima e nella seconda parte sono approfonditi i caratteri dei personaggi, che però sono in qualche modo già individuati dalle rispettive arie di sortita.
Con la terza parte, invece, appare un afflato più ampio, in cui i conflitti individuali lasciano posto, o almeno si confondono, con scenari storici più ampi.
Il linguaggio musicale di Verdi cambia in ragione di questo percorso, raggiungendo l’apice della magniloquenza nello straordinario coro “Si ridesti il Leon di Castiglia”, dalla valenza politica deflagrante nella Venezia di quei tempi.
Credo sia indispensabile segnalare l’importanza del Coro, che in più occasioni riscatta il ruolo di provenienza greca di commentatore esterno, e diventa quasi protagonista.
Vale la pena soffermarsi sulla provenienza storica di due cabalette rispettivamente per il basso ed il tenore, la prima ( “Infin che brando vindice” ) discretamente frequentata anche in tempi moderni, e l’altra che si può considerare quasi una rarità ( “Odi il voto” ).
Qui sotto Pavarotti nella cabaletta di Ernani, incisa in studio con Claudio Abbado nel 1975.

La cabaletta di Silva è piuttosto difficile da collocare temporalmente in modo preciso: l’anno è il 1844, ma non c’è certezza se fu eseguita la prima volta a Vienna o a Milano.
In ogni caso, i motivi di queste aggiunte sono invece chiari.
La parte di Silva era prevista per un basso non di prima grandezza, un comprimario di lusso, ma, quando il grande Ignazio Marini fu scritturato per le recite viennesi e scaligere, pretese ed ottenne un’aria doppia e fu aggiunta appunto la cabaletta. Detto per inciso, di questo pezzo è ancora discussa la certa paternità verdiana.
Il percorso è abbastanza simile per l’aria per il tenore. Rossini in persona chiese a Verdi un pezzo per il celebre Nicola Ivanoff, all’esordio a Parma nel ruolo del titolo, sempre nel 1844.
Un’ultima considerazione.
Ernani, alla fine, è l’opera che lanciò Verdi quale grande compositore europeo e lo fece uscire definitivamente dagli angusti territori lombardo veneti, tanto che fu il suo primo lavoro ad essere tradotto in inglese, per esempio.
Ampliando un po’ il discorso, si può affermare che con Ernani Verdi si affaccia, a soli trent’anni, alla cultura europea e ne diventa uno dei protagonisti indiscussi.

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4 risposte a “Ernani al Comunale di Bologna: approfondimento, seconda parte.

  1. Lorenzo1988 18 maggio 2011 alle 9:30 pm

    Ho visto ieri sera una recita con il primo cast: ammetto che la mia esperienza con Verdi non vanta cast strepitosi e prime leggendarie (nato troppo tardi??), ma quella di ieri è stata una serata che mi è piaciuta molto. La regia è tradizionale, ma considerata la rarità con cui oggi si ambienta una qualsiasi opera nel suo contesto storico, la cosa mi ha piacevolmente sorpreso. Non troppo minimale, né troppo abbondante. …e la tomba di Carlo non era affatto brutta! 😉 Certo, le mosse dei cantanti erano molto tradizionali, senza particolari slanci, la recitazione un pò piattina… fatta eccezione per Furlanetto! Il modo in cui si è trasformato in appena due battute da nobile orgoglioso ed anziano in vecchio innamorato e frustrato di fronte al suo re che gli ruba la promessa sposa è stato stupefacente! Il tutto senza cose particolarmente appariscenti… semplicemente si è sentito! A livello vocale poi, non ne parliamo! Si è librato almeno di otto spanne sopra il resto del cast! Una voce pulita, sicura, forte!! Veramente, è il primo vero basso verdiano che ho sentito dal vivo! La Theodossiou non era in serata, acuti tremolanti e regolarmente soffocati dall’orchestra: un vero peccato, quest’estate l’avevo sentita nei Lombardi alla Prima Crociata dello Sferisterio e la sua voce era stata la più “grossa” del cast! Il tenore aveva una voce bellissima, anche se -per quel poco che posso capirne- temo che la tecnica non sia del tutto calibrata: non appena la voce saliva, si stimbrava… aggiungo che qualche dinamica, qualche variazione dal “fortissimo” avrebbe contribuito a rendere più verisimile il personaggio! 😉 Riguardo il Don Carlo, la voce non era bellissima: mi dava l’idea che fosse bloccata sulla gola (tecnicamente non so quale fosse il problema!), tranne in alcuni momenti in cui riusciva ad uscire e appariva più pulita… una signora austriaca con cui ho parlato fuori del teatro mi ha detto di aver avuto la stessa impressione!

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    • amfortas 18 maggio 2011 alle 10:52 pm

      Lorenzo, grazie della tua testimonianza.
      Mi hanno riferito di una buona prova del tenore Aronica, che conosco bene anche nella parte di Ernani. È un buon tenore che purtroppo ha avuto recentemente parecchi problemi personali che ne hanno limitato il rendimento.
      Furlanetto è un grande artista, e non aggiungo altro.
      Peccato che io proprio non ce la faccia ad affrontare il viaggio a Bologna.
      Ciao!

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      • Brenno Bertolini 21 agosto 2012 alle 5:01 pm

        Stanotte abbiamo visto la trasmissione dell’opera fortunatamente con Aronica che ha assicurato alcune recite. Mi è piaciuto molto perchè ha cantato il ruolo non alla Del Monaco ma alla Guasco ((penso)cioè con stile donizettiano, grande cura del fraseggio, vocalità morbida e controllata. Se penso a Giordani da New York di mesi fa posso dire che Aronica in confronto era Gigli o Pertile. Al posto di De felice, c’era il baritono Iverardi previsto nel secondo cast. voce di grana grossolana, ma il cantante ha delle intenzioni e fraseggia bene. ha saputo usare anche una discreta mezza voce. Anche lui del tutto superiore al deterioratissimo Horostowski che abbiamo sentito dal metropolitan. Deludente, noiosa come la direzione, la Teodossiou che abusa di pianissimi ed è inconsistente nel registro medio. Furlanetto. sempre notevole nel bene e nel male. Insomma credevo peggio. Certo che Bartoletti ci avrebbe dato una direzione meno soporifera.

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  2. amfortas 23 agosto 2012 alle 8:47 am

    Brenno, ciao e grazie della testimonianza. Io appunto non ce la feci a vedere questo Ernani, però Aronica è un tenore che stimo, peccato solo che abbia passato molti guai che ne hanno minato la continuità, gli auguro di riprendersi definitivamente.
    Scusa il ritardo della risposta ma sono ancora fuori Trieste, alla prossima!

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