Dopo il brillante esito del Barbiere rossiniano, nella seconda serata della doppia inaugurazione del Teatro Verdi di Trieste è stato il turno delle Nozze di Figaro di Mozart, che hanno saputo appassionare il folto pubblico. Il vero fil rouge tra i due spettacoli non è stato tanto il comune riferimento a Beaumarchais – pur centrale, naturalmente – quanto un elemento meno immediato: la continuità garantita dalla concertazione e direzione di Enrico Calesso (folgoranti le sue note musicali nel libretto di sala) e dalla regia di Pier Luigi Pizzi.
Lo stile neoclassico minimalista delle scenografie – riuscita anche la scena del giardino – e un lavoro di regia più centrato rispetto al Barbiere hanno reso lo spettacolo scorrevole. Allo stesso modo, la direzione di Calesso ha saputo guidare la transizione tra la brillantezza immediata di Rossini e la profonda leggerezza di Mozart.
Nelle Nozze di Figaro, il direttore diventa narratore: bilancia voci e orchestra, guida i grandi ensemble con precisione e sottolinea comicità e sfumature emotive, trasformando la partitura in un racconto teatrale vivo e coinvolgente. L’Orchestra del Verdi ha risposto con una performance brillante e calibrata: gli archi, morbidi e incisivi, hanno delineato i motivi principali, mentre i fiati hanno dialogato sapientemente con le voci, esaltando le sfumature comiche e i momenti di tensione drammatica. I legni hanno impreziosito le arie più intime, e percussioni e ottoni hanno sostenuto con precisione i concertati, rendendo ogni finale d’insieme vibrante e chiaro.
Bene anche il Coro, che ha creato l’indispensabile contesto sociale e scenico, con la sezione femminile in particolare rilievo. Impagabile, come sempre peraltro, il lavoro di Adele D’Aronzo al clavicembalo.
Note molto positive anche per la compagnia di canto, che ha contribuito in maniera decisiva al successo dello spettacolo. Paola Gardina, nello strepitoso ruolo di Cherubino, ha mostrato una padronanza scenica e vocale esemplare: la sua agilità, la freschezza e la perfetta comprensione del ruolo en travesti l’hanno resa interprete ideale di questo personaggio giovane e impetuoso.
Bravo Simone Alberghini, un Figaro di grande esperienza e voce morbida, capace di coniugare sicurezza vocale e smalto scenico. Carolina Lippo, nei panni di Susanna, ha saputo combinare grazia e ironia, dando vita a un personaggio disinvolto, mobile e brioso. Le doti attoriali hanno rafforzato una prestazione vocale di qualità.
Giorgio Caoduro ha cesellato il personaggio del Conte con una voce timbrata e di bel colore. La sua interpretazione ne ha messo in luce tanto la protervia quanto le fragilità nascoste sotto l’apparenza autoritaria, rendendolo complesso e credibile. Al debutto nel ruolo della Contessa, Ekaterina Bakanova ha colpito per ricchezza espressiva. La sua voce lirica, calda e ben proiettata, ne ha reso palpabile l’amara malinconia, conferendole una grande intensità emotiva.
Andrea Concetti ha realizzato un Don Bartolo elegante e misurato, valorizzandolo senza scadere mai nella caricatura. Andrea Galli ha brillato nell’insidioso ruolo di Don Basilio, riuscendo a trasmettere la perfidia del personaggio con ironia e finezza.
Molto convincente Anna Maria Chiuri nella parte della navigatissima Marcellina, che ha saputo alternare con equilibrio comicità e dolcezza. Veronica Prando, giovane e talentuosa Barbarina, ha arricchito le scene con una presenza fresca e brillante, perfetta per il ruolo che richiede innocenza e vivacità.
Nei panni dello scorbutico Antonio, lo spiritosissimo William Corrò ne ha reso divertente e autentico il carattere rude; e bravo anche Pietro Picone quale Don Curzio, parte piccola ma interpretato con precisione scenica e vocalità adeguata.
Il pubblico, attento e coinvolto, ha premiato lo spettacolo con applausi meritatissimi per tutta la compagnia artistica, con ovazioni particolarmente calorose per Paola Gardina.
Quest’anno il Teatro Verdi di Trieste ha scelto di aprire la stagione lirica con una doppia inaugurazione in due serate diverse: Il Barbiere di Siviglia e Le Nozze di Figaro, affidando gli allestimenti alle mani leggendarie di Pier Luigi Pizzi che firma in toto entrambi gli spettacoli. In ambedue le opere sul podio Enrico Calesso, recentemente riconfermato Direttore Musicale quando – dopo un’attesa estenuante e fastidiosa – è stato finalmente rinnovato l’incarico di Sovrintendente a Giuliano Polo. Ieri la prima del Barbiere, quindi, con lo spirito di Beaumarchais ad aleggiare nel foyer del teatro. Ho trovato qualche incongruenza nella regia di Pizzi il quale, come sempre o quasi, propone un allestimento neoclassico ispirato da un minimalismo elegante e pulito innervato da geometrie nette e quasi monocromatico: il bianco predomina nella struttura architettonica, i costumi dei protagonisti sono quasi sempre neri o scuri, solo Rosina e Berta spiccano con abiti di colore più acceso. Nelle note di regia lo stesso Pizzi afferma di voler cercare la purezza ideale ed espressiva e sicuramente l’impatto visivo conferma la scelta, ma a sciupare – dal mio punto di vista – questo tempo sospeso ci sono alcune incoerenze nella recitazione dei cantanti. In un contesto così severo ho trovato inutile la gestualità rap di Don Bartolo per esempio, che mi è sembrata più una strizzatina d’occhio al pubblico per veicolare una modernità di Rossini che non ha bisogno di essere sottolineata con tanto di gesto apotropaico finale. Inoltre, buona parte degli interpreti è sembrata goffa nell’accennare qua e là movimenti di ballo, circostanza che ha appesantito alcune scene già statiche. Può essere che ieri sera fossi in modalità Beckmesser, ma queste piccole imperfezioni hanno nuociuto alla scorrevolezza di uno spettacolo esemplare per tutto il resto.
Enrico Calesso, una volta di più, si conferma direttore e concertatore di gran livello. Credo che la crescita artistica evidente della compagine orchestrale locale sia in gran parte suo merito e, considerato che ormai la “prima” è l’ultima “generale” nelle prossime recite andrà ancora meglio. Già dalla Sinfonia iniziale si è respirata l’aria rarefatta dell’Arte di Rossini, che ha nel “crescendo” il suo paradigma e nella pulsazione ritmica l’intimità più raffinata. I professori d’orchestra ci mettono tutto il loro magistero: il fagotto, l’oboe, il clarinetto, il corno e ovviamente gli archi sono stati magnifici. E poi le dinamiche, che Calesso cesella magistralmente al pari dell’attento accompagnamento ai cantanti. Qualche piccola caduta di tensione mi è sembrato di cogliere nelle agogiche, che avrei voluto più briose in un paio di occasioni e più contenute nello spettacolare concertato del finale primo. Ottimo il rendimento di tutta la compagnia di canto e del Coro maschile. Dinamico, solido e mobilissimo nel fraseggio, Alessandro Luongo ha caratterizzato di energia esplosiva il suo Figaro con una voce timbrata e facile agli acuti. Forte del bellissimo timbro vellutato da contralto, Annalisa Stroppa ha dato vita a una Rosina credibile e affascinante, spigliata nella recitazione e convincente nel canto. Marco Ciaponi è in continua crescita professionale e l’ha confermato anche nei panni – scomodissimi- del Conte d’Almaviva: acuti e sovracuti sicuri, dizione chiara, voce leggera ma corposa.Bravissimo anche Marco Filippo Romano, a proprio agio in una parte in cui è facile lasciarsi andare a gigionerie inutili: il suo è stato un Don Bartolo all’insegna della migliore tradizione del basso buffo, sillabato compreso. Abramo Rosalen è stato un efficace Don Basilio avvolto in un’aura da flâneur cialtronesco e insinuante pronto ad approfittare delle circostanze a proprio vantaggio. Anna Maria Chiuri ha convinto con l’interpretazione di una comicamente disincantata Berta, che nella sua “aria di sorbetto” ci racconta la propria disillusione. Bene anche William Corrò, in affannato servizio del Conte e Armando Badia, spigoloso ufficiale sempre costretto a miti consigli. Bravissimo e divertente Armando De Ceccon quale Ambrogio, sempre vittima incolpevole delle altrui macchinazioni. Teatro esaurito, credo, e pubblico soddisfatto che ha apprezzato tutta la compagnia artistica e omaggiato con un vero e proprio trionfo Pier Luigi Pizzi.
Le Nozze di Figaro (1786) di Wolfgang Amadeus Mozart, su libretto di Lorenzo Da Ponte, rappresenta uno dei vertici assoluti del teatro musicale di ogni tempo. L’opera, ispirata alla commedia di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais – già considerata audace e controversa per la sua critica sociale “pre-rivoluzionaria” – fonde con straordinaria naturalezza brillante comicità e profonda introspezione psicologica, creando un equilibrio raro tra leggerezza e intensità emotiva.
La vicenda, ambientata in Spagna, esplora con finezza le tensioni tra aristocrazia e borghesia emergente, affrontando temi universali come amore, gelosia, inganno e perdono. Al centro della trama vi sono Figaro, servo del Conte d’Almaviva, e la sua promessa sposa Susanna, cameriera della Contessa. Attraverso una rete di equivoci, lettere rubate e travestimenti, i personaggi svelano desideri e fragilità che rendono l’opera sorprendentemente moderna.
Dal punto di vista musicale, Le Nozze di Figaro testimonia la maestria di Mozart nell’intrecciare arie, duetti e grandi numeri d’assieme. I concertati – particolarmente frequenti nei momenti culminanti di ciascun atto – consentono al compositore di fondere azioni simultanee e diversi stati d’animo in un unico flusso drammatico. Ne risulta una straordinaria vitalità teatrale, in cui voci e orchestra dialogano senza sosta.
L’orchestrazione, elegante e trasparente, impiega un organico classico: archi, fiati (flauti, oboi, clarinetti, fagotti), corni, trombe, timpani e basso continuo. Ogni sezione contribuisce a caratterizzare le situazioni sceniche: i pizzicati degli archi accompagnano le trame più leggere, mentre i fiati interagiscono con le voci creando colori raffinati e spesso allusivi allo stato emotivo dei personaggi.
Figaro e Susanna incarnano l’intelligenza pratica e l’astuzia popolare; il Conte rappresenta l’autorità nobiliare in crisi, mentre la Contessa è un ritratto di nobiltà ferita ma capace di profonda umanità. La figura di Cherubino, simbolo della passione giovanile e del desiderio inafferrabile, aggiunge ulteriore vivacità e freschezza al racconto.
Oltre alla sua verve comica, Le Nozze di Figaro è un’opera profondamente umanista: Mozart e Da Ponte restituiscono con sensibilità la complessità delle relazioni umane e la possibilità di redenzione. Non sorprende che l’opera continui ancora oggi a incantare il pubblico di tutto il mondo, grazie alla sua bellezza musicale, alla ricchezza orchestrale e alla sofisticazione dei grandi numeri d’assieme.
Trama sintetica
La storia si svolge nel castello del Conte d’Almaviva nell’arco di una sola giornata ricca di colpi di scena. Figaro e Susanna stanno per sposarsi, ma scoprono che il Conte desidera sedurre Susanna approfittando del suo potere. Per impedirglielo, Figaro, Susanna e la Contessa elaborano una serie di inganni che coinvolgono anche Cherubino, giovane paggio incline ai turbamenti amorosi. Tra travestimenti, equivoci e lettere compromettenti, la verità viene alla fine svelata. Smascherato, il Conte chiede perdono alla Contessa, che lo accetta. L’opera si conclude con la riconciliazione generale e con le nozze finalmente celebrate.
Quando, il 20 febbraio 1816, il Teatro Argentina di Roma ospitò la prima rappresentazione de Il Barbiere di Siviglia, l’opera di Gioachino Rossini suscitò una reazione mista, tra l’entusiasmo di una parte del pubblico e l’ironia critica di alcuni osservatori. Oggi, tuttavia, essa è universalmente riconosciuta come uno dei capolavori assoluti del teatro musicale italiano, simbolo del genio comico e melodico di Rossini e del suo perfetto equilibrio tra brillantezza scenica e raffinata costruzione musicale.
L’opera trae spunto dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, già nota al pubblico europeo per la sua satira sociale e per l’acutezza dei caratteri. La vicenda ruota attorno al giovane Conte d’Almaviva, innamorato della bella Rosina, e al suo fidato alleato Figaro, il barbiere astuto e intraprendente. Il loro obiettivo: conquistare Rosina eludendo le rigide e spesso comiche strategie del dottor Bartolo, custode della giovane e simbolo di un’autorità ostinata e oppressiva. Attraverso travestimenti, inganni e stratagemmi, l’opera non si limita a generare risate: offre una sottile riflessione sul potere, sull’ingegno individuale e sulla mobilità sociale, anticipando temi che saranno centrali nell’opera comica europea del XIX secolo.
Dal punto di vista musicale, Il Barbiere di Siviglia rappresenta l’apice del belcanto rossiniano. Rossini sfrutta magistralmente la voce come strumento espressivo e teatrale: la cavatina di Rosina, “Una voce poco fa”, alterna virtuosismi tecnici a profondità psicologica, delineando un personaggio al contempo forte e sensibile; il celeberrimo “Largo al factotum” di Figaro è un inno all’energia e all’arguzia, con un ritmo trascinante e una scrittura orchestrale che accompagna e amplifica la presenza scenica del cantante. Anche la struttura orchestrale, brillante e ricca di colori, serve l’intreccio drammaturgico, creando un dialogo continuo tra musica e azione scenica che, al tempo, era innovativo e di grande impatto sul pubblico.
Storicamente, l’opera segna un punto di svolta nel repertorio comico italiano. Rossini, ancora giovane, dimostra un controllo straordinario del ritmo, della teatralità e del carattere musicale, elementi che influenzeranno compositori successivi come Donizetti e Bellini. L’ironia, la leggerezza apparente e la brillantezza melodica celano una profonda capacità di analisi psicologica dei personaggi e una raffinata comprensione dei meccanismi teatrali, rendendo ogni rappresentazione una esperienza sia emotiva sia intellettuale.
In definitiva, Il Barbiere di Siviglia non è solo una commedia musicale: è un’opera in cui la genialità di Rossini si manifesta nella capacità di coniugare virtuosismo vocale, comicità sofisticata e incisività drammatica. Ancora oggi, il suo fascino permane intatto, confermando che la leggerezza, quando è sostenuta da genio e arte, può raggiungere vette di eternità culturale.
Le 10 cose da sapere
L’opera debuttò al Teatro Argentina di Roma il 20 febbraio 1816: fu un fiasco clamoroso.
Il titolo originale è Almaviva o sia L’inutil precauzione.
Il lavoro è tratto da una commedia scritta da Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, da cui il compositore Giovanni Paisiello aveva già tratto, nel 1787, il suo Barbiere di Siviglia che ebbe un successo straordinario.
La presunta rivalità tra Paisiello e Rossini spinse a scrivere nel libretto di Cesare Sterbini il seguente Avvertimento pubblico, una mostruosa excusatio non petita che chissà, forse incendiò ancora di più gli animi:La commedia del signor Beaumarchais intitolata Il barbiere di Siviglia, o sia L’inutile precauzione si presenta in Roma ridotta a dramma comico col titolo di Almaviva, o sia l’inutile precauzione all’oggetto di pienamente convincere il pubblico de’ sentimenti di rispetto e venerazione che animano l’autore della musica del presente dramma verso il tanto celebre Paisiello che ha già trattato questo soggetto sotto il primitivo suo titolo. Chiamato ad assumere il medesimo difficile incarico il signor maestro Gioachino Rossini, onde non incorrere nella taccia d’una temeraria rivalità coll’immortale autore che lo ha preceduto, ha espressamente richiesto che Il barbiere di Siviglia fosse di nuovo interamente versificato, e che vi fossero aggiunte parecchie nuove situazioni di pezzi musicali, che eran d’altronde reclamate dal moderno gusto teatrale cotanto cangiato dall’epoca in cui scrisse la sua musica il rinomato Paisiello. Qualche altra differenza fra la tessitura del presente dramma, e quella della commedia francese sopraccitata fu prodotta dalla necessità d’introdurre nel soggetto medesimo i cori, sì perché voluti dal moderno uso, sì perché indispensabili all’effetto musicale in un teatro di una ragguardevole ampiezza. Di ciò si fa inteso il cortese pubblico anche a discarico dell’autore del nuovo dramma, il quale senza il concorso di sì imponenti circostanze non avrebbe osato introdurre il più piccolo cangiamento nella produzione francese già consagrata dagli applausi teatrali di tutta l’Europa.
L’aneddotica del fiasco della prima è ricca e spumeggiante e va dal tenore Manuel Garcia che rompe una corda della chitarra mentre canta l’aria di entrata, all’interprete di Basilio che scivola, si rompe il naso e continua a cantare sanguinante, a un gatto nero che salta sul palco e molesta i cantanti (strasmile).
La famosa Ouverture in realtà fu scritta per Aureliano in Palmira, sempre di Rossini, nel 1813. Nel Barbiere ci sono altri autoimprestiti (prassi normale a quei tempi): da Elisabetta, Regina d’Inghilterra e da Sigismondo.
La parte di Rosina è scritta originariamente per contralto. La prima interprete fu Gertrude Righetti-Giorgi, che fu anche la prima Angelina, protagonista di La Cenerentola.
Al Teatro Verdi di Trieste l’opera debuttò nel 1817, mentre l’ultimo allestimento risale al 2021.
Nel 2024 Il barbiere di Siviglia è stata la nona opera più rappresentata al mondo.
Hanno detto: