Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Madama Butterfly alla Fenice di Venezia: memento Mariko Mori.

L’orrida Venezia questa volta mi ha deluso, tanto che non ho nulla di particolare da segnalare sui costumi e gli usi di quelle lande, che di solito colpiscono la mia immaginazione e mi scatenano una malsana creatività. Nessuna picchiata sugli umani da parte dei noti gabbiani assassini, tramezzini non voglio dire buoni ma almeno accettabili, turisti – tanti come sempre – ma meno invadenti del solito.

In un simile contesto sono sembrati quasi patetici quei tre ragazzotti americani i quali hanno ben pensato di dare una dimostrazione in sedicesimo della classica missione di pace o umanitaria, attività per la quale gli USA sono famosi nel mondo.
C’era sul vaporetto un salvagente – di quelli classici a ciambella – che anarchicamente non stava troppo saldo nella sua sede e così i giovani volenterosi hanno cercato di inculcargli la democrazia con le cattive maniere. Purtroppo il supporto ha ceduto, il salvagente si è animato di vita propria e ha reagito agli oppressori stranieri spiccando il volo e puntando direttamente al ventre obeso di uno degli yankee. Mancandolo, però. All’altezza della falstaffiana epa imperialista c’erano peraltro le teste di un gruppo di giapponesi altissimi, che sono stati inevitabilmente uccisi.
Danni collaterali, esprimeva lo sguardo stranito del portavoce dei tre Navy Seals: purtroppo è deceduto anche il salvagente. Succede (strasmile).
Inno americano a palla e cioè Star splanged banner che, come tutti sanno, è fondamentale nella vicenda della povera Butterfly. Oddio, è pure possibile che qualcuno non conosca la trama dell’opera, ma è proprio per questo che Arfonso&Giò offrono questo servizio gratuitamente.KAC-019-usa-forever-america
Una curiosità lo Star ecc dal 1889 era solo l’inno della Marina americana e fu adottato ufficialmente come inno nazionale nel 1931.
La Fenice prosegue nella sua virtuosa programmazione, che prevede la ripresa di allestimenti degli anni scorsi alternata a qualche nuova proposta.
Questa Madama Butterfly ha esordito nel giugno scorso con ottimi risultati, ma ne avevo mancata la cronaca.
Si tratta di una produzione in collaborazione con la Biennale di Venezia nel contesto della cinquantacinquesima esposizione Internazionale d’Arte ed è firmata da Àlex Rigola che si avvale delle scene e dei costumi di Mariko Mori.
Ѐ il classico esempio di regia minimalista, che lavora per sottrazione sia negli elementi scenici (del Giappone da cartolina illustrata non rimane nulla) sia nella recitazione degli artisti, che agiscono con movimenti essenziali e quasi stilizzati. Non è una cattiva idea a mio parere ma, in un’opera nella quale non succede poi molto (si fa per dire, certo), c’è il rischio che la staticità dell’impianto, che alla lunga soffre anche di una pronunciata monocromia (il bianco, solo leggermente stemperato dalle anemiche luci di Albert Faura) comunichi non voglio dire noia ma un certo assopimento dell’attenzione.Butt 1
A poco servono le coreografie, perlopiù relegate sullo sfondo, ben eseguite dai ballerini. Non mi sono sembrate particolarmente indovinate neanche le proiezioni che accompagnano uno dei momenti più alti della produzione pucciniana e cioè il coro a bocca chiusa e l’Intermezzo. Con un escamotage un po’ingenuo, il coro canta all’entrata della platea, costringendo il direttore a dividersi tra buca e…quasi foyer e, soprattutto, contribuendo alla deconcentrazione del pubblico.
Non manca movimento invece alla concertazione di Omer Meir Wellber e, anzi, se proprio c’è da muovere un appunto alla sua interpretazione è di aver esagerato talvolta nelle sonorità. La lettura del giovane direttore è però vibrante, tesissima ma ricca di colori e sfumature che ben rappresentano la drammaticità della terribile storia di Cio-Cio-San. Allo stesso tempo Wellber è anche molto attento all’accompagnamento dei cantanti e sottolinea le struggenti melodie della partitura senza cadere – lo scrivo sempre, quando sono soddisfatto di una direzione d’orchestra – nella trappola di quell’esteriore sentimentalismo che è il peggior servizio che si possa fare alla musica di Puccini e di Madama Butterfly in particolare.
Fiorenza Cedolins, che di questa parte è interprete già storica propone una Cio-Cio-San artisticamente matura e del tutto convincente. La sua Butterfly non è mai zuccherosa e manierata, neanche nel primo atto in cui spesso si sentono (e vedono!) bamboleggiamenti fuori luogo, e anzi sembra quasi presagire il destino al quale va incontro. Certo, la voce non ha più l’insolenza negli acuti di qualche anno fa ma l’intonazione è sempre perfetta, la capacità di esprimere attraverso il canto raffinata anche nei momenti più concitati. Il soprano inoltre conta su di una presenza scenica magnifica e certe screziature sombre della voce contribuiscono a risolvere perfettamente il personaggio.Butt 2
La Suzuki di Manuela Custer è in straordinario rapporto simbiotico con Cio-Cio-San perché esprime la stessa dignità umana e spirituale di fronte alle avversità, siano esse di natura economica oppure siano quelle ben più gravi di resistenza morale alla volgarità del denaro, una specie di imperialismo culturale. Perciò, al di là dell’ottima riuscita del celebre duetto dei fiori, della Custer si apprezza la civiltà artistica del porgere la frase nel canto di conversazione e la misura della recitazione, che contribuiscono a rendere una Suzuki indimenticabile.Butt3
Convincente dal lato scenico ma meno efficace da quello vocale la prestazione di Andeka Gorrotxategui, nei panni di Pinkerton. La voce sembra piuttosto in difficoltà negli acuti, raggiunti con una certa facilità ma poveri di squillo. Il tenore basco sembra non governare con sicurezza una voce piuttosto importante ed è costretto a un canto avaro di sfumature che coglie solo in parte la psicologia del personaggio.
Di buona routine, nella parte baritonale di Sharpless, l’interpretazione di Elia Fabbian che ha il suo momento migliore nel duetto-dialogo con Butterfly che prende ben tre scene nel secondo atto.
Di buon livello tutte le parti minori, tra le quali meritano una citazione almeno Iorio Zennaro quale Goro e il sorvegliato Yamadori di William Corrò.
Davvero ottime le prestazioni del Coro e dell’Orchestra della Fenice.
Teatro esaurito, pubblico come sempre cosmopolita che ha applaudito a lungo tutta la compagnia di canto. Trionfo per Fiorenza Cedolins e Manuela Custer. Segnalo per dovere di cronaca qualche isolata e inspiegabile contestazione a Wellber.

A seguire la locandina, un saluto a tutti, alla prossima!

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 17 ottobre 2013: Madama Butterfly di Giacomo Puccini

 

Cio-Cio-San Fiorenza Cedolins
Suzuki Manuela Custer
Kate Pinkerton Julie Mellor
F.B.Pinkerton Andeka Gorrotxategui
Sharpless Elia Fabbian
Goro Iorio Zennaro
Il Principe Yamadori William Corrò
Lo zio Bonzo Riccardo Ferrari
Yakusidè Bo Schunnesson
Il commissario imperiale Nicola Nalesso
L’ufficiale del registro Marco Rumori
La madre di Cio-Cio-San Misuzu Ozawa
La zia Emanuela Conti
La cugina Eleonora Marzaro
   

Maestro concertatore e Direttore Omer Meir Wellber

Regia Àlex Rigola
Scene e costumi Mariko Mori
Light designer Albert Faura
Head design Milliner by Kamo
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

 

Ballerini: Imma Asensio, Ella Lopez Gonzales, Sau-Ching Wong

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6 risposte a “Recensione semiseria di Madama Butterfly alla Fenice di Venezia: memento Mariko Mori.

  1. Valentina 20 ottobre 2013 alle 6:05 pm

    Ah ah ah! Come sempre spiritosissimo Amfortas e hai proprio ragione perchè la mia città è così, sempre più piena di gente e incasinata!!! Ti volevo chiedere lumi sulla Madama Butterfly però. Esiste una edizione critica oppure no come dice un mio amico? Ciao 🙂

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    • Amfortas 20 ottobre 2013 alle 6:08 pm

      Valentina, ciao! Mi hai beccato al volo…Un’edizione critica definitiva della Butterfly non esiste ancora, perciò ha ragione il tuo amico 😉
      Grazie per l’apprezzamento, mi fa davvero piacere, ciao.

      Mi piace

  2. stefania di feliciantonio 23 ottobre 2013 alle 8:27 pm

    E’ un gran piacere leggere le sue recensioni.. complimenti per la sua capacità di scrittura .. che apprezzo molto. Grazie…

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  3. Adone 24 ottobre 2013 alle 3:15 pm

    Ero presente la sera stessa e condivido la tua recensione trovandola anche piuttosto benevola. In queste condizioni scenografiche l’incapacità cronica di recitazione dei cantanti lirici viene maggiormente evidenziata e crea non pochi imbarazzi. I costumi, uniti alle luci potenti, non lasciano scampo agli inestetismi dei protagonisti. Ma in Fenice si può, tanto gli spettatori plaudenti sono garantiti.

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    • Amfortas 24 ottobre 2013 alle 3:55 pm

      Adone, ciao! Mi fa piacere che tu condivida nella sostanza le mie opinioni. Per quanto riguarda il capitolo recitazione dei cantanti in linea di massima dobbiamo accontentarci, perché recitare e cantare bene contemporaneamente è impossibile: sono due professioni diverse, quelle dell’attore e del cantante. In questo caso mi pare di poter dire che tramite il minimalismo applicato sia alla scenografia sia alla gestualità il risultato complessivo sia stato soddisfacente. Peraltro, nella mia ormai lunga frequentazione teatrale, mi sono imbattuto rarissime volte in artisti in grado di rendere bene sia il lato attoriale sia quello più specificamente vocale.
      Vero anche che alla Fenice il pubblico è formato perlopiù da turisti e che quindi gli applausi non manchino quasi mai, ma in questo caso mi sento di affermare che la Cedolins e la Custer, soprattutto, non abbiano beneficiato di una generosità eccessiva degli spettatori e che sarebbero state applaudite per la loro performance in qualsiasi teatro.
      Ciao e grazie, a rileggerti.

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