Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

I peccati capitali, la donna e la musica lirica. Un’immagine agghiacciante.

Per necessità drammaturgiche, diciamo così, credo che il peccato più frequentato dai personaggi della lirica sia l’ira, spesso innescata dalla gelosia e dalla superbia (il testo successivo contiene immagini forti, io ve lo dico).
Paradigmatici in questo senso i lavori verdiani ispirati dalle tragedie di Shakespeare, Otello e Macbeth.
Sono numerosissime inoltre in tutta la storia del melodramma le scene d’invettiva, di furore, davvero si potrebbero fare tantissimi esempi.
Qualche decennio più tardi, nel 1933 a Parigi, fu rappresentata un’opera-balletto di Kurt Weill su libretto di Bertolt Brecht, che s’intitola proprio Die sieben Todsünden (I sette peccati capitali) che offre una chiave di lettura molto particolare ed originale di queste nostre debolezze.
Dal punto di vista storico è l’ultima testimonianza di collaborazione artistica tra Weill e Brecht ma, alla luce delle contraddizioni della società odierna, forse può essere interessante analizzarla un po’ più a fondo.
Entrambi gli artisti erano mossi dal desiderio di strappare l’opera d’arte dal suo isolamento snobistico, inserendola nel contesto sociale come forza provocatrice delle coscienze; insomma trasformare il teatro da puro divertimento ad occasione di analisi e critica sociale, attraverso lo strumento dello straniamento, così definito da Brecht:
 
“Fatti e persone della vita di ogni giorno, del nostro ambiente più immediato, hanno per noi qualcosa di naturale, appunto perché usuale: lo straniarli serve a renderli inusitati. La tecnica della diffidenza di fronte ai fatti consueti, ovvi, mai posti in dubbio, è una meditata conquista della scienza e non vi è ragione perché l’arte non adotti quest’atteggiamento utile quant’altri mai.”
 
Così Brecht fornisce una versione singolare della dottrina cristiana, che definisce il peccato come libera e volontaria trasgressione della Legge di Dio, che priva della grazia e destina alla dannazione.
In questo modo, adottando il termine in un significato diverso da quello originario, considera peccato, in un’ottica molto critica che nasconde dietro l’apparente accettazione un netto rifiuto, tutto ciò che favorendo l’esercizio dei sentimenti ostacola il successo economico.
Il comportamento moralmente virtuoso è visto come un vezzo, un inutile capriccio.
Sembra che i settant’anni che ci separano da questo lavoro siano passati per niente, le logiche mercantili ci divorano ovunque e in ogni momento della giornata.
La parabola del lavoro si svolge attraverso una serie di scene in cui viene raccontata la storia di una ragazza, Anna, che da un borgo della Louisiana la famiglia spedisce in giro per le metropoli americane in cerca di fortuna; unica raccomandazione non violare mai i sette peccati capitali.
In una sorta di patologia schizofrenica, Anna ha due personalità, e l’identità utilitaristica reprime in continuazione quella ideale che vorrebbe perseguire le naturali inclinazioni artistiche.
Peraltro, non si tratta di un imperativo morale, bensì utilitario: i sette peccati sono visti sotto il profilo degli ideali della piccola borghesia, cioè come ostacoli alla riuscita pratica nella vita.
Pertanto sono da evitare l’accidia e l’ira perché chi s’abbandona alla pigrizia ed alla indignazione non può pensare d’arrivare in alto. Non si deve cedere ai piaceri della gola, perché una brava ballerina deve mantenere sempre la linea, né invidiare chi si trastulla nei sentimenti leali che non arrecano alcun profitto. L’avarizia e la superbia sono peccati quando chi ha goduto di certi favori non è pronto a ricambiare allo stesso modo. Ancora, da reprimere è l’amore disinteressato, ludico, perché la donna che vuole guadagnare e farsi strada nella vita deve concedere le sue grazie solo al miglior offerente.
La ragazza sale a malincuore il suo calvario, rinunciando così all’amore, alla maternità, alla sua gioia pura per la danza: tornerà a casa ricca, ma la sua gioventù è ormai perduta, gli ideali sacrificati sull’altare del dio danaro.
Quindi, se nel teatro post romantico il pubblico s’abbandonava passivo e acritico, complice la musica e l’immedesimazione nei personaggi, nel teatro di Brecht lo stesso pubblico doveva essere stimolato alla riflessione critica sulla società.
I caratteri, i personaggi, si mutavano da soggetti ammaliatori ma passivi, a oggetto di giudizio.
Sul versante musicale, se possibile ancora più affascinante da indagare, Weill ottiene l’effetto di straniamento inserendo accanto a romanze di tipica ispirazione ottocentesca ritmi di jazz e canzoni popolari, così simili ai classici Lieder nell’ispirazione.
Ultimo doppio salto mortale destabilizzante, in un’epoca che ormai aveva superato da molto i cantanti en travesti, l’utilizzo di un coro di sole quattro persone, nel quale un basso esegue il ruolo della madre di Anna.
Ci sarebbe da dire ancora moltissimo su questo lavoro, ma credo che questo mio sintetico scritto possa offrire già buoni spunti di riflessione.
Si pensi alla continua mercificazione del corpo della donna
ad ogni latitudine raggiunta dalla globalizzazione oppure, forse più tristemente, alla capitolazione del furore (l’ira?) ideale in favore di una pax sociale più rassicurante e comoda.
Forse, quando si cerca di divulgare l’opera attraverso lo specchietto delle allodole di una modernità piuttosto stucchevole, varrebbe la pena d’insistere di più su temi che non siano troppo legati ai buoni sentimenti, o a teoriche reazioni di pancia, viscerali, ma approfondire il discorso esaltando quei lavori, e ce ne sono molti, che hanno una valenza sociale più ampia e meno di facciata.
Mi si potrà obiettare, forse a ragione, che Die sieben Todsünden non è musica lirica in senso stretto, ma io preferirei che nella programmazione dei nostri disastrati teatri d’opera ci fosse una maggior attenzione per l’opera contemporanea. Molto meglio una tornata di recite di un titolo desueto come questo che l’ennesima Bohème magari con un cast raccogliticcio e/o inadatto.
Voglio dire, tanto i vari Brunetta
continueranno a sparare stronzate a nastro.
Vi siete ripresi? Ecco ora potete, possiamo, andare a morire ammazzati serenamente.
Bene, chiudo.
Questo Ballet chanté è stato meritoriamente allestito a Trieste nella stagione 2007/2008, protagonista una splendida Daniela Mazzucato che si alternava a Miriam Tola.
Buona settimana a tutti.
 
 
 
 
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23 risposte a “I peccati capitali, la donna e la musica lirica. Un’immagine agghiacciante.

  1. utente anonimo 21 settembre 2009 alle 8:54 pm

    da Giuliano:
    “Cruda, funesta smania
    tu m’hai destato in petto…”
    Benvenuto Brecht! e anche Weill, in quest’epoca piena di Mackie Messer.
    E’ ora che si torni a parlare di Brecht, per troppo tempo tenuto nascosto dall’ideologia dominante.
    (perché poi Brecht parla di noi, uomini e di donne, basta conoscerlo e leggerlo e cercare di capire)
    🙂
    PS: però un’altra foto così e ti scomunico!!! (meno male che hai avvertito: c’era un Brunetta che faceva il critico cinematografico, preferisco pensare a lui)

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  2. utente anonimo 21 settembre 2009 alle 8:55 pm

    da Giuliano:
    e una foto della Mazzucato, quella non la metti??
    (che ne siamo tutti innamorati!)

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  3. gabrilu 21 settembre 2009 alle 9:46 pm

    So di di dire una cosa molto impopolare, ma Weill mi è sempre piaciuto molto più di Brecht, che non mi ha mai convinta del tutto e che se oggi è caduto abbastanza nel dimenticatoio non credo sia perchè “tenuto nascosto dall’ideologia dominante”, ma perchè, al contrario, ai tempi è stato molto sopravvalutato.
    Troppo didascalico, retorico e… “sentenziante”.
    “I sette peccati capitali” è bellissimo. L’ho visto anche interpretato da una Ute Lemper in splendida forma.

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  4. utente anonimo 22 settembre 2009 alle 7:44 am

    @Gabrilu – posso? – Oh, finalmente qualcuno che ha il coraggio di ridimensionare un “mostro sacro”! Grazie..

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  5. utente anonimo 22 settembre 2009 alle 9:43 am

    Come al solito, ho dimenticato di firmarmi: qui sopra al n°4 ero
    A.Im.

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  6. amfortas 22 settembre 2009 alle 9:59 am

    Risposta cumulativa.
    Io credo che Brecht, come altri artisti eccellenti, abbia sofferto negli anni quei piccoli uomini che ne hanno seguito le orme senza averne la genialità. I brechtiani che per decenni hanno ridotto tutto a stucchevole dramma borghese, anche dove non se ne sentiva la necessità, finendo per svilire l’ispirazione originaria.
    Ma è solo la mia opinione, evidentemente.
    Nel contesto del post m’interessava sottolineare come sia più produttivo “riscoprire” qualche lavoro ormai desueto che riproporre per l’ennesima volta (e male!) opere “popolari”.
    E, insisto, vale anche per molti altri autori e compositori contemporanei.
    Ora, non vorrei sbagliare, ma mi pare che nello statuto delle fondazioni liriche la proposta di opere nuove o contemporanee sia contemplata. Magari se trovo il tempo do una controllata.
    Ciao a tutti voi 🙂

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  7. gabrilu 22 settembre 2009 alle 10:26 am

    Amfortas, il tuo messaggio di fondo era chiaro e su quello sono d’accordo.
    Nel particolare, poi, ripeto che secondo me “I sette peccati capitali” è molto bello.
    Sull’uso del corpo delle donne (da parte di tanti uomini ma anche da parte di troppe donne) ci sarebbe sin troppo da dire, perciò dico niente.
    Ciao 🙂

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  8. daland 22 settembre 2009 alle 10:55 am

    Acc… un’acqua di colonia che fa crescere le tette agli uomini?

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  9. utente anonimo 22 settembre 2009 alle 12:31 pm

    da Giuliano:
    qui va ricordato che Brecht si è rifatto spesso a cose già esistenti, spesso dei capolavori: “The beggar’s opera” di John Gay, che è del tempo in cui Haendel e l’opera italiana trionfavano a Londra.
    Idem per “Il cerchio di gesso del Caucaso”, e altro ancora.
    Sarebbe bello leggere Gay e poi leggere Brecht, io l’ho fatto tanti anni fa ed è istruttivo.
    Non voglio imporre niente a nessuno, ma io ho imparato a tenere in pochissimo conto i luoghi comuni, in musica come in letteratura e così via.
    Per esempio, Auguste Renoir è diversissimo da Monet: perché tutti e due insieme negli Impressionisti?
    E leggere Brecht dimenticandosi dei luoghi comuni è cosa piacevolissima, a partire da quel “Tutto è cominciato dalle navi” che è all’inizio del Galileo (di Brecht: purtroppo non musicato da Weill…) e che ogni volta che lo rileggo mi apre il cuore.

    In definitiva, concordo in pieno con Amfortas: questo è solo un “a parte” che ho messo io, il post riguarda il fatto che ci sono capolavori che non sono presenti nei cartelloni dei teatri. Anche nei teatri vale ormai la legge dell’Auditel e dell’Audience: Aida e Boheme tirano e allora si fanno solo Aida e Boheme, non importa come.
    E poi capita come è successo a me, di sentire gli spettatori di teatro lamentarsi per Offenbach, perché “I racconti di Hoffmann” è troppo difficile… (ma quando mai??)

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  10. utente anonimo 22 settembre 2009 alle 12:48 pm

    I Racconti di Hoffmann è una delizia onirica, e lo dico senza conoscerla appieno.
    Mi indicheresti, per favore, le versioni che, nel tempo, giudichi più riuscite?
    Grazie.
    A.Im

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  11. amfortas 22 settembre 2009 alle 1:12 pm

    gabrilu, sì meglio non addentrarci troppo in quel discorso, perché è un vero terreno minato.
    Hai visto la Lemper? Beata te!
    Daland, su google avevo solo l’imbarazzo della scelta per le immagini…alcune erano molto più imbarazzanti di quella postata…
    Ciao!
    Giuliano, seguirò il tuo consiglio per Gay, di cui conosco pochissimo.
    Anch’io detesto le generalizzazioni, spesso fonte d’equivoci mostruosi e insensati: l’esempio che hai fatto, per quanto sia una capra nell’argomento specifico, mi pare calzante.
    Visto che tiri in ballo Offenbach, mi viene in mente che l’ultima volta che ho sentito dal vivo l’opera, a Torino meno di un anno fa, il pubblico scemò clamorosamente durante gli intervalli. E dire che se c’è un’opera facilissima da seguire quella è proprio “I racconti”: divisione in 3 quadri, storie distinte con un minimo comune denominatore, che si vuole di più?
    Certo, leggere non voglio dire E.T.A. Hoffmann, ma almeno la trama, aiuterebbe 🙂
    A.Im., domanda impegnativa, anche perché ci sono varie versioni. Elvio Giudici stravede per un’incisione recente (Nagano, Alagna, Van Dam, Dessay e non ricordo chi) e boccia clamorosamente la mia preferita…che resta quella diretta nel 1964 da André Cluytens, non ricordo edita da quale casa discografica (Gedda, Ghiuselev, D’Angelo, de Los Angeles e Schwarzkopf).
    Dal vivo un Kraus qualsiasi 🙂
    Ciao!

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  12. gabrilu 22 settembre 2009 alle 1:57 pm

    @Giuliano, non voglio insistere. Ma dire che “Brecht si è rifatto al Tizio o al Caio” non significa nulla.
    Tutti gli artisti, in qualunque campo, si rifanno sempre a qualcuno prima di loro. Almeno per quanto riguarda il “cosa”. E’ poi il “come” che costituisce, di volta in volta, la differenza in negativo o in positivo.

    Nessuno nasce come Venere dalla spuma delle acque. E nessun artista nasce … oplà! … per partenogenesi.

    Tutti hanno riferimenti culturali che li hanno nutriti, ispirati, stimolati. Ovvio, ciascuno a seconda del tempo in cui è vissuto.

    @ Amfortas non voglio insistere nemmeno con te, ma se io parlo di Brecht parlo di Brecht, e non dei suoi squallidi epigoni imitatori…che proprio mi rifiuto di prendere in considerazione (smile)

    Ok, OK, me ne torno a cuccia.

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  13. annaritav 22 settembre 2009 alle 4:02 pm

    È un dibattito molto interessante, ammetto di conoscere poco sia Brecht che Weill e ignoravo del tutto l’esistenza di questa opera-balletto. Amfortas, avevi scritto di immagini forti, ma lo shock nel vedere Brunetta è stato grande, non ero preparata :-/

    O.T. Siamo reduci da Il viaggio a Reims ieri sera al Parco della Musica. Mi sono proprio divertita! Dirigeva Nagano, c’erano i giovani artisti dell’Opera Studio e Daniela Barcellona. Tutti davvero bravi, anche se Pino mi ha fatto venire una gran voglia di conoscere la spettacolare edizione del 1984 al ROF di Pesaro. Ne parlava estasiato e spero esista una versione video 🙂
    Salutissimi, Annarita

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  14. utente anonimo 22 settembre 2009 alle 5:08 pm

    da Giuliano:
    tornando al tuo post, e ragionando sulle donne nell’opera e sui peccati capitali, direi che Offenbach non mi è uscito per caso (il buon vecchio Freud…).
    Su Olimpia, Antonia e Giulietta, su Hoffmann e sulla sua Musa, ci sarebbe tanto da dire!

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  15. amfortas 23 settembre 2009 alle 8:09 am

    Gabrilu, i gusti non sono mai discutibili, ci mancherebbe. Anch’io, come potrai immaginare, ho delle antipatie che risultano “indigeste” ai più e in tutti i campi.
    Ciao 🙂
    Annarita, purtroppo di quel “viaggio” è dura trovare documentazione, ma ci sono alcuni spezzoni su Youtube.
    Resta uno spettacolo magnifico, anche se molto mitizzato, a mio parere. Non ho sentito ancora alcun parere sulla recita romana, ma evviva Daniela Barcellona che è qui a sx tra i miei preferiti e che risentirò presto a Parma per il Requiem di Verdi.
    Giuliano, sì, specialmente se si leggono i racconti originali dai quali è tratta l’opera!

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  16. gabrilu 23 settembre 2009 alle 1:45 pm

    @ Amfortas, il “de gustibus” è ormai un mantra cui si ricorre spesso per svariati motivi. Mi rendo conto però che non è questa la sede per addentrarsi in questo sfiziosissimo tema.

    @Annarita: io ho la VHS dell’integrale di quel Viaggio, registrata da me stessa medesima alla TV per la serie “C’era una volta la RAI”.

    Dovrò decidermi prima o poi a riversarla in DVD e a farne più copie ^__^

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  17. amfortas 23 settembre 2009 alle 2:41 pm

    Gabrilu, ecco, quella di “dubbare” la tua VHS potrebbe essere opera assai meritoria 🙂
    Ciao.

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  18. utente anonimo 24 settembre 2009 alle 8:37 am

    Ho dimenticato di ringraziarti per l’abituale cortesia ed attenzione: lo faccio oggi, e, se posso, aggiungo una piccolissima nota all’argomento
    “Viaggio a Reims”.
    Nel 2004 fu rappresentato a Genova,
    nella versione curata da Dario Fo, ed ebbi l’occasione di chiedere le sue impressioni a Lele Luzzati, che l’aveva visto ed ascoltato al Carlo Felice: ricordo che la sua risposta,
    amabile come sempre, fu “Sì.. bella..
    Io però ho preferito quella di Ronconi..”..
    Non ricordo se abbia aggiunto altro, ma… questo è il mio breve ricordo.
    Buona giornata!
    A.Im.

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  19. amfortas 24 settembre 2009 alle 9:02 am

    A.Im., il tuo commento mi dà l’occasione per manifestare una delle mie antipatie verso un mostro sacro, e cioè Dario Fo, che per me di rilevante ha fatto pochino e comunque si parla di decenni fa 🙂
    Non ho visto quell’allestimento, ma altri sì, e mi hanno sempre deluso.
    In quanto a Lele Luzzati, ecco, lui sì che meriterebbe un bel post!
    Ciao.

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  20. utente anonimo 24 settembre 2009 alle 10:35 am

    E allora fallo, fallo!
    Posso perfino contribuire: in questo campo sì che sono quasi un’esperta!
    Me lo dico da sola.. non per presunzione.
    Mi piacerebbe tanto che lo facessi, davvero..
    Grazie, ciao!
    A.Im.

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  21. utente anonimo 24 settembre 2009 alle 12:35 pm

    da Giuliano:
    sto giusto ascoltando e riascoltando, in questi giorni, le canzoni di Dario Fo con Jannacci: “la luna è una lampadina”, “l’Armando”, “Ho visto un re”, “Aveva un taxi nero”…
    A Dario Fo voglio un gran bene, ogni volta che penso a lui mi torna il buon umore, anche per la bellezza delle sue lezioni su Caravaggio, sul Duomo di Modena, eccetera.
    Mai Premio Nobel fu meglio assegnato! (e peccato che non ci abbiano pensato in tempo per Eduardo…)
    Però in parte devo darti ragione: perché quando Fo mette in scena cose non sue diventa sempre prevaricante. Lo dicevano anche per il suo Ruzante, che “più che Ruzante era Dario Fo”: sempre divertente e sempre bello, ma gli è capitato anche con Rossini e con Stravinskij (Histoire du soldat).
    Purtroppo nella regia d’opera è un male molto diffuso, Fo non è certo l’unico e anzi tutto sommato lo assolverei, visti certi obbrobri che circolano.
    (anche Ronconi non scherza, quanto a sovrapporre se stesso al testo originale: ma quantomeno, con Fo e Ronconi, siamo di fronte a due persone capaci…)

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  22. amfortas 24 settembre 2009 alle 4:53 pm

    A.Im, ci penso ok? Magari in futuro 🙂
    Giuliano, sì a Fo è successo troppo spesso di essere autoreferenziale, e non è detto che un “metodo” vada bene per qualsiasi forma d’Arte. Poi, certo, ci sono gli obbrobri e allora ben venga pure Fo.
    Di Jannacci, ma soprattutto Gaber, sono innamorato, anche se purtroppo uno degli ultimi ricordi è proprio una pessima serata in televisione di loro due con Fo (c’era pure Celentano? Boh!)
    Ciao.

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  23. utente anonimo 25 settembre 2009 alle 7:25 am

    Mmmm.. bene: più ci pensi, e più bello lo scriverai!
    Grazie, ciao!
    A.Im.

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