Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del Corsaro di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: le due facce di Gianluigi Gelmetti.

Recensione di Angelo Foletto su Repubblica

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Recensione di Enrico Girardi sul Corriere della Sera (che forse fa un po’ di confusione tra gigli e alabarde…)

Bene, dopo tutte le mie inutili chiacchiere dei giorni scorsi sulla genesi dell’opera e sulle peculiarità dei primi interpreti, è giunto il momento di scrivere qualcosa di concreto su questo Corsaro al Teatro Verdi di Trieste e cioè la cronaca della prima di venerdì scorso.

Il Sindaco Roberto Cosolini e alcuni giovani prima dell'inizio dello spettacolo

Il Sindaco Roberto Cosolini, il Sovrintendente Claudio Orazi e alcuni giovani prima dell’inizio dello spettacolo

Già in occasione della presentazione della stagione operistica mi ero chiesto come mai Gianluigi Gelmetti, esimio direttore d’orchestra, avesse avuto voglia di cimentarsi anche nella regia. Ebbene, dopo la prima, finalmente c’è la risposta a questa domanda: voleva farci vedere tanti Diabolik vestiti da paralume e convincerci che erano una ciurma di corsari (strasmile). Ovviamente sto a scherza’, come direbbe il romanissimo direttore, ma vi posso assicurare che quando ho visto l’entrata dei corsari all’inizio dell’opera mi sono messo a ridere. Trattandosi della serata di gala, inoltre, molte signore prese da spavento hanno stretto forte i gioielli, mentre altre avrebbero potuto agevolmente, viste le mise che indossavano, passare inosservate nel pittoresco harem di Seid, il Pascià nemico del Corsaro (ristrasmile).

In primo piano i Diabolik vestiti da paralume.

La scena iniziale

Gelmetti fa il Verdi, in realtà, perché inserisce la flebile trama dell’opera in un contesto più ampio, che è quello della guerra in generale e dei contrasti tra Occidente e Oriente, dovuti soprattutto alle insanabili divergenze religiose. Verdi amava illustrare le vicende private sullo sfondo di quelle storiche: si pensi ai Due Foscari, ad Aida, a Otello.
Quindi, nessuno scandalo. Solo che per concretizzare questa sua idea tutt’altro che peregrina butta in scena tanta, troppa roba, sia dal lato puramente intellettuale sia fisicamente riempiendo il palcoscenico di comparse, proiezioni, citazioni letterarie, stupri, sgozzamenti, amori mercenari, simboli e varie & eventuali.
Peccato perché le idee, anche quelle più curiose, di Gelmetti, sono state ben realizzate dalle ampie scene di Pier Paolo Bisleri, dai variopinti e fantasiosi costumi di Giuseppe Palella, dalle spettacolari luci di Jurai Salieri. Molto suggestivi e cromaticamente affascinanti anche i dipinti di Franco Fortunato.

Mihaela marcu e Luciano Ganci

Mihaela Marcu e Luciano Ganci

È di tutt’altro livello la prova di Gelmetti in veste di direttore il quale, se è vero che fa qualche taglietto alla partitura e lo dichiara apertamente in un’intervista allegata al libretto di sala (tra l’altro, finalmente piuttosto interessante ed esaustivo) è anche vero che conduce una magnifica Orchestra del Verdi a una grande prova che si manifesta già nelle note del tumultuoso ma asciutto Preludio.
Gelmetti riesce a trovare il giusto equilibrio tra le parti più liriche e quelle più tipicamente connotate dalla baldanza degli anni di galera verdiani e non è impresa da poco, perché nelle strette e nei concertati il pericolo del clangore e della ricerca del volume fine a se stesso è sempre dietro l’angolo. Un plauso particolare vada agli archi dell’orchestra triestina.
Inoltre, il direttore accompagna con grande discrezione – ma anche con ferrea disciplina – i cantanti. Perfetti anche i tempi degli interventi del Coro, intensamente impegnato anche dal punto di vista scenico.
L’ho scritto tante volte: l’Orchestra e il Coro del Verdi sono beni preziosissimi.
I cantanti. Direi uomini vs donne 2-0, ma vediamo meglio.

Luciano Ganci e Paoletta Marrocu

Luciano Ganci e Paoletta Marrocu

Luciano Ganci è un tenore che ha grandi potenzialità e la prova di questa sera lo conferma.
La voce è virile, ben timbrata, di buon volume e di colore schiettamente mediterraneo. La parte di Corrado è centrale con qualche sbalzo ai primi acuti ma necessita di una buona tecnica di respirazione, altrimenti non si porta a casa perché – solo per fare un esempio banale – il gioiello dell’aria del terzo atto (Eccomi prigioniero) diventerebbe uno scoglio insormontabile senza un legato di qualità. La dizione è buona e l’accento assolutamente pertinente così come il fraseggio appare attento. Quando Ganci riuscirà a gestire meglio le mezzevoci, che ora suonano un po’ strozzate, come se l’artista fosse timoroso di affrontarle, credo che il rendimento complessivo farà un notevole salto di qualità. Comunque nel complesso, anche per la disinvolta presenza scenica e la misura nella gestualità, il tenore è stato protagonista di una buona prestazione.
Bravo anche Albero Gazale, alle prese con un personaggio dal carattere forte ma piuttosto monolitico di cui però ha saputo evidenziare l’unico momento di riflessione, e cioè il recitativo e l’aria “Cento leggiadre vergini”. Autorevole, anche se in difetto di un po’ di volume, l’entrata “O prodi miei sorgete”. Interpretazione baldanzosa, quella del baritono, psicologicamente centrata anche negli aspri duetti con Corrado e Gulnara e impreziosita dalla grande padronanza del palcoscenico.
Ha pure cantato a petto nudo, che volete di più (strasmile)?

Alberto Gazale

Alberto Gazale

La giovane Mihaela Marcu era Medora e, ahimè, non ha cantato a petto nudo (smile) ma ha mostrato un paio di gambe tali che ho temuto per l’incolumità delle coronarie di qualche vecchio signore seduto nelle prime file (strasmile). Immagine per niente tetra, vi posso assicurare.
Inevitabile quindi il riferimento all’aria più famosa dell’opera, “Non so le tetre immagini”, nel quale il soprano non ha convinto troppo. Già nel recitativo si è notato come la pronuncia e la dizione siano rivedibili ma, soprattutto, che la prima ottava è evanescente. Nell’aria poi, a fronte di qualche nota calante, la Marcu ha trovato qualche buon filato in pianissimo. Gelmetti – nella sua veste di regista – ha voluto connotare questo personaggio angelicato di un carattere un po’ più determinato, ma l’indicazione si è manifestata solo con un’espressione truce in volto che ha lasciato perplessi. Un po’ meglio, ma non tanto, è risultato il finale, probabilmente più per merito della musica che dell’interprete.

Paoletta Marrocu (a sinistra)

Paoletta Marrocu (a sinistra)

Paoletta Marrocu era nei panni della scomodissima Gulnara e il suo inizio è stato piuttosto problematico, con salite agli acuti vicine al grido e agilità meccaniche e difficoltose. Certo, l’interprete si è fatta valere nell’accento e anche nella presenza scenica, com’è ovvio attendersi da un’artista della sua esperienza. Più centrato, decisamente, il duetto del carcere con Corrado e anche quello precedente con Seid, ma nel complesso – anche per una gestualità, non so quanto imposta, piuttosto marcata – il personaggio non mi è sembrato risolto.
Hanno positivamente contribuito allo spettacolo Michail Ryssov (Giovanni), Romina Boscolo (Eunuco) e Alessandro De Angelis (schiavo).Scena del carcere
Il pubblico della prima, serata di gala e quindi accanto agli spettatori tradizionali si sono notate le presenze di politici e personalità varie, ha accolto bene questo Corsaro.
Insolitamente numerosi i giovani presenti in teatro, come parzialmente documentato dall’immagine in apertura. L’orecchio attento ha colto qualche entusiasmo di troppo dovuto a sordidi claquer (smile), ma tutto sommato il gradimento è risultato spontaneo e Luciano Ganci ha raccolto un rilevante successo personale.
Dal loggione è piovuta una quintalata di fiori e su uno di questi il povero Ganci è scivolato, si è inferocito, gli ha dato un calcio e ha rischiato di uccidere un professore d’orchestra in buca. Chissà, forse è stato solo un anticipo di La fleur que tu m’avais jetée, visto che il prossimo spettacolo a Trieste sarà proprio la Carmen di Bizet.
In sala c’erano molti critici di testate importanti, dalla Repubblica al Corriere della Sera ed è un’ottima notizia: la visibilità conta molto, soprattutto di questi tempi.

Un saluto a tutti, alla prossima!

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20 risposte a “Recensione semiseria del Corsaro di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: le due facce di Gianluigi Gelmetti.

  1. Silvano Giuseppe Bernasconi 13 gennaio 2013 alle 11:42 am

    …meravigliose le immagini…pur non avendo avuto la fortuna di presenziare a questa Prima e a parte l’impatto iniziale dei corsari che tu descrivi con tuta forse un po’ shocking…sono rimasto ben impressionato dalla stupenda scenografia che, nel moderno, rimanda all’antico splendore che possiamo immaginare sfoggiasse la Prima Verdiana…de “IL CORSARO”…(L’opera debuttò proprio a Trieste al Teatro Grande il 25 ottobre 1848 ma al soggetto di Byron si ispirava già nel 1844 l’omonima Ouverture di Berlioz anticipandone lo slancio orientaleggiante…e cesellando il nome di B.A.C.H. nel bel mezzo della prima pagina tra le note della furoreggiante ascesa dei violini)
    Soprattutto mi ha colpito il carattere essenziale delle ambientazioni sceniche e proiettate che dimostrano con poetici accenni e rimandi come si può far uso delle tecniche digitali con gusto appropriato e raffinato…a dispetto di forzature post-moderne che, nel tentativo di attualizzare l’Opera per renderla più fruibile agli scopi del marketing, stravolgono il contesto e ribaltano, spesso banalmente il senso in un non-senso smisurato e fastidiosamente fuorviante…
    Forse troppi gli interventi, le comparse i doppi sensi…ma a quanto mi è dato di intuire le intenzioni erano quelle di rendere possibile un paragone con la realtà attuale…forse non come costante opprimente…
    Sembrano belle anche le luci che valorizzano i blu dei costumi femminili o le stupende torri lignee che, con la loro imponenza espressiva rendono minuscolo il trono…
    Grazie a te per le anticipazioni, la critica, i commenti fioriti…scivolone (del buon Luciano Ganci nel bel ruolo di Corrado) a parte…ah ah ah !
    Si G B (Silvano Giuseppe Bernasconi)

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    • Amfortas 13 gennaio 2013 alle 12:39 pm

      Silvano, ciao.
      Il testo di Byron, come sai, è del 1814 e Pacini ne trasse un’opera già nel 1831. Se non mi sbaglio, ora non ho tempo per documenatarmi, da Byron fu tratta un’altra opera sempre intitolata il Corsaro, ancora prima di Pacini. Del debutto dell’opera e di alcune caratteristiche degli interpreti ho scritto già nei post precedenti 🙂
      Grazie dell’intervento, quando saranno disponibili metterò qui anche le recensioni dei colleghi.
      Ciao e buona domenica.

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  2. Furio 13 gennaio 2013 alle 8:18 pm

    Alla pomeridiana della domenica – in loggione – le mezze voci di Corrado e Medora sono venite fuori più sicure e delicate.

    Non hai citato i maschietti (stranamente) presenti nell’harem, ragazzi che immagino abbiano reso felici le numerose diversamente giovani spettatrici.

    Bella messa in scena: ben fatto!

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  3. Giuseppe Palella 14 gennaio 2013 alle 12:12 pm

    è sempre un piacere leggervi…anche questa volta non ci siam conosciuti di persona..un grande saluto.Giuseppe

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  4. alucard4686 14 gennaio 2013 alle 1:49 pm

    Anche io ero presente alla prima e devo dire che non sono rimasto entusiasta. L’opera ha sì qualche bel momento musicale, ma nel complesso non mi è parso un capolavoro. Non mi ero documentato sulla trama e devo dire che l’assenza di sopratitoli (ho letto che era dovuta a problemi tecnici) e la regia, non mi hanno aiutato a comprendere e seguire bene l’opera.
    Non mi sento di dare un giudizio sul Gelmetti direttore perché conoscevo poco dell’opera, però ho apprezzato molto i punti d’insieme che facilmente avrebbero potuto sconfinare nel bandistico e l’inizio della scena della prigione.
    La regia non mi ha convinto molto, i tanti cambi di scena mi confondevano poi non poco e quando ho visto entrare i vari diabolik ho temuto il peggio. Alcune scene però erano molto belle. I ragazzini al mio fianco hanno apprezzato in particolare le scene lesbo.
    I cantanti. Sulla Marcu abbiamo già discusso altrove e dirò solo che riflettendoci mi trovo d’accordo su quello che hai detto qui (e altrove).
    Aggiungo solo che forse l’idea di Gelmetti di una Medora un po’ più di carattere non mi è piaciuta, ma forse perché l’idea che sia un personaggio, come dici tu, angelicato, è troppo radicata in me.
    Ganci mi ha convinto abbastanza, bella voce, sonora ha davvero potenziale e poi un tenore con tutte le note a posto ormai è quasi una rarità.
    Gazale non mi è piaciuto nel primo atto, mi pareva gonfiasse abbastanza i suoni, l’ho preferito e trovato più a suo agio nel secondo.
    La Marrocu. Nelle prime frasi mi ha sconvolto positivamente perché mi è davvero arrivata una valanga di suono, ma poi purtroppo è stato tutto un sali e scendi. Il timbro mi ricorda la Theodossiou e anche certi acuti (smile). Quando saliva era quasi sempre stridula e urlacchiante.
    Tuttavia gli anni di esperienza sul palcoscenico mi pare che l’abbiano aiutata nella parte attoriale.
    P.S. Come ti ho già detto ho intravisto te e consorte, quando ritiravi i biglietti, ma mi seccava importunarvi. Ho pure incrociato lo sguardo di tua moglie, che non avevo riconosciuto (non so se magari mi ha riconosciuto), e mi scuso se ha pensato che sia maleducato !
    Ciaooo

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    • Amfortas 14 gennaio 2013 alle 8:33 pm

      Alu, ciao, mi hanno detto che i sopratitoli dovrebbero essere ripristinati già dalla prossima recita e anzi, se qualcuno potrà darmene conferma, meglio. Gelmetti ha diretto molto bene, fidati. Queste sono opere davvero difficili perché si può cadere facilmente nell’effetto banda, come dici tu.
      I ragazzini che sprizzavano testosterone saranno stato uno spettacolo nello spettacolo, immagino, si potrebbe proporre a Gelmetti di metterli nell’harem 🙂
      Sui cantanti siamo d’accordo con i distinguo che ti ho manifestato in altra sede. La Dimitra ha meno volume della Paoletta, però.
      Mia moglie non ti ha visto quindi non preoccuparti, solo la prossima volta fatti vedere perché a me fa piacere salutarti, dico davvero.
      Ciao e grazie per l’intervento, a presto!

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  5. daland 14 gennaio 2013 alle 8:56 pm

    Enrico Girardi dev’essere proprio un pacifista (mettete dei fiori nei vostri cannoni…) Però quella vostra alabarda senza scure effettivamente è un’arma troppo… effeminata (smile!)
    Gelmetti regista non è una novità (di lui vidi un innocuo Tristan a Genova): certo oggi il connubio fra le due professionalità è cosa rara, e anche in passato non era troppo consueta (Karajan da giovane escluso).
    Fa sempre piacere sentire di successi di pubblico, in questi tempi grami.
    Ciao!

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    • Amfortas 15 gennaio 2013 alle 9:16 am

      daland, sai che non so che dire sull’equivoco giglio/alabarda? Boh. Gelmetti ha allestito anche qualcosa di Mozart, mi pare, ma non ne sono certo. Io lo preferisco come direttore perché a memoria – l’ho ascoltato parecchie volte in teatro – mi ha quasi sempre convinto, soprattutto negli ultimi anni nei quali mi pare abbia un po’ attenuato la sua impetuosità. Fa eccezione, mi pare di ricordare, una sua Forza a Parma.
      Il pubblico ha risposto bene, ma decisamente gli ultimi due spettacoli qui al Verdi (Barbiere e appunto Corsaro) sono stati di buon livello complessivo.
      Ciao e grazie!

      Mi piace

  6. Roberto 17 gennaio 2013 alle 10:23 am

    buongiorno
    da semplice abbonato devo dire che lo spettacolo complessivamente mi è piaciuto. Il sovraintendente sta facendo un ottimo lavoro ad ampio spettro. Non ho capito il significato della donna in bianco con sedia che apre e chiude l’ opera e quello delle 3 danzatrici che si tolgono gli abiti di scena e ballano in jeans. Due miei amici, molto più intelligenti di me, non hanno saputo darmi una spiegazione. Qualcuno può illuminarmi?
    grazie e saluti
    Roberto

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    • Amfortas 17 gennaio 2013 alle 1:10 pm

      Roberto, non essendo io intelligente, vedo dura la possibilità di darti una risposta esaustiva. In ogni caso la figura biancovestita – a leggere le note di regia sul libretto di sala – è stata definita da Gelmetti come un simbolo dell’inesorabilità. Una specie di sorte o destino, quindi, che accompagna tutti i protagonisti alla loro triste sorte. E qui almeno abbiamo la spiegazione del regista.
      Le tre danzatrici: ti riferisci, credo, a quelle che poi sono picchiate dagli scherani del Pascià. In questo caso di devi accontentare della mia versione e cioè che sono simboli dell’attuale violenza che si fa ancora oggi, spesso, alle donne, da parte degli integralisti dell’Islam. Il jeans le differenziava dalle altre donne dell’harem, che erano vestite di veli come ci si può tradizionalmente aspettare. Se ti ho convinto, dimmi se ho vinto qualcosa.
      Se non ti convince, mettimi pure nel novero dei tuoi conoscenti virtuali meno intelligenti 🙂
      Ciao e grazie!

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