Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del Don Giovanni di Mozart alla Fenice di Venezia.

Ora nell’orrida Venezia (ah, che soddisfazione riproporre quest’espressione anche qui su WP! Smile) si sono inventati il people mover, come se già la città non fosse abbastanza brutta di suo. Un incredibile accrocchio cigolante che porta l’incauto pellegrino melomane dal Tronchetto a Piazzale Roma sorvolando su rotaie sopraelevate il porto.DSCN2498
Ieri, nonostante ci fossero in città (quasi) più turisti che pantegane, su codesto ripugnante baccello di plastica e plexiglas eravamo solo io e i miei compagni di sventura. Costo del biglietto un euro. Mi sa che anche per il people mover bisognerà chiedere presto l’aiuto finanziario dello Stato, come per le fondazioni liriche (smile).
Certo, da lassù la vista dei sacchetti di plastica multicolore che galleggiano sulla superficie del mare (?) è impagabile, va detto. Forse di più fascinoso ormai c’è solo disputarsi a colpi di karate un piatto di spaghetti alle vongole vietnamite con gli ipersviluppati piccioni veneziani.
Ma passo subito alle cose meno serie, e cioè questo Don Giovanni alla Fenice.
So bene che i miei lettori – sorprendentemente numerosi, grazie – non hanno bisogno di una dotta disquisizione su quest’opera di Mozart, né tantomeno che io annoi tutti con improbabili dissertazioni sul burlador ecc ecc.
Però, questo lo devo scrivere, quando si parla del Don Giovanni bisognerebbe ricordare che ci si accosta a una delle vette del genio umano e, mia considerazione personale, il regista Damiano Michieletto deve aver tenuto bene in mente questo semplice concetto.
Allestimento tradizionale, quindi, rispettoso dello splendido libretto dapontiano ma illuminato da alcune intuizioni davvero magnifiche, magari non proprio inedite, ma che propongono comunque il regista in quel ristretto novero di artisti per i quali vale la pena alzare il culo (scusate l’espressione tecnica) e muoversi da casa. Anche se, come vedremo, la compagnia di canto – qui il secondo cast – non è di livello straordinario.
Don Giovanni vive quasi in simbiosi con la sua abitazione, nelle cui stanze si sviluppa tutta la vicenda. Potremmo dire che il palazzo è una delle incarnazioni del libertino, un uomo che muta stati d’animo a velocità della luce allo stesso modo in cui, vorticosamente, ruotano gli ambienti della sua casa. In queste stanze, come marionette prive di volontà perché esistono solo in funzione dei capricci del gran burattinaio burlador, si muovono gli altri personaggi. Personaggi che suggeriscono tutti i vizi e le paure (meglio, le somatizzazioni) di Don Giovanni stesso: la dissolutezza, il sadomasochismo, la paranoia, le allucinazioni, il panico, la paura della morte. E altro, difficile da sintetizzare sino a quando il cerchio non si chiude nel finale, che non svelo perché va visto.
Banchetto...
Davvero memorabile nella sua selvaggia semplicità la trasformazione della famosa cena in un’orgia sfrenata, scena che pur prevedendo abbondanti nudità non ha assolutamente nulla di volgare o peggio ancora di manierato, didascalico, stolidamente illustrativo.
L’idea di Michieletto è realizzata in modo straordinario dalle scene imponenti e allo stesso tempo claustrofobiche di Paolo Fantin, dai costumi semplici ma bellissimi di Carla Teti e dalle livide luci di Fabio Barettin.
Antonello Manacorda
Alla riuscita dello spettacolo ha contribuito in modo essenziale la splendida direzione, asciutta, nervosa, drammatica, di Antonello Manacorda, che già dalla Sinfonia ha mostrato gesto sicuro e preciso. Una lettura, lo scrivo per l’ennesima volta, che ha il gran merito di essere complementare con la regia, dalla quale ogni svenevolezza è bandita. Allo stesso tempo il direttore ottiene – da un’Orchestra della Fenice in serata di grazia – sonorità appropriate anche nell’accompagnamento dei cantanti sia nelle arie più elegiache sia nei concertati.
Simone Alberghini
Simone Alberghini è stato, di gran lunga, il più convincente tra i cantanti. Voce non debordante ma adatta alla parte, fraseggio curatissimo nei recitativi, dizione impeccabile. Molto bravo nella serenata, nel lascivo duetto con Zerlina, nel disperato finale. Inoltre, prestazione attoriale di assoluto rilievo. Questo Don Giovanni predatore, devastato e devastatore, me lo ricorderò a lungo.
Simone Del Savio non ha oggi la personalità artistica per affrontare una parte esposta come quella di Leporello, né può contare su doti vocali rilevanti. Il catalogo è scivolato via moscio e nei concertati la voce spariva spesso. Una prestazione interlocutoria, fiacca sotto ogni punto di vista.
Mario Zeffiri e Elena Monti
Mario Zeffiri ha sofferto molto, già dall’incipit, l’aria Dalla sua pace, in cui si sono sentiti notevoli cali d’intonazione. La voce però è bella e ha una buona proiezione, nonostante tenda episodicamente ad andare indietro. Con queste premesse ho atteso la grande aria del secondo atto (Il mio tesoro intanto) con molta agitazione ma, voilà, il tenore ha tirato fuori dal cilindro una bellissima prestazione che, sinceramente, non mi sarei aspettato. Nel complesso un Don Ottavio discreto, insomma.
Elena Monti mi è parsa a disagio per tutta la sera, credo che Donna Anna sia una parte che, al momento, le vada larghissima. Nel primo atto Or sai chi l’onore è stato affrontato con il giusto accento ma la voce è sembrata piccolina e spesso fissa, gli acuti ghermiti; peggio nel secondo atto, le agilità del rondò finale non sono state un bel sentire. In generale la linea di canto sembra piuttosto accidentata e lo sforzo per salire agli acuti è palese. Buona la presenza scenica, ma non è bastata (non potrà mai, stiamo parlando di canto) a riscattare una prestazione insufficiente.
Simone Alberghini e Maria Pia Piscitelli
Dal punto di vista vocale un po’ meglio, ma non molto, mi è sembrata Maria Pia Piscitelli nei panni di Donna Elvira, che può vantare una voce di bel colore e di discreto volume. Anche lei, come Mario Zeffiri, è cresciuta nel secondo atto quando ha cantato discretamente l’aria Mi tradì quell’alma ingrata. Grazie a una recitazione convincente, la caratterizzazione complessiva della nevrotica Elvira si può definire riuscita.
Dopo un inizio stentato, ha convinto invece Caterina Di Tonno, Zerlina provocante e civettuola il giusto, alla quale la regia di Michieletto aggiunge una non consueta, e ben realizzata dall’artista, dimensione drammatica.
Si sono disimpegnati bene, infine, William Corrò (Masetto) e Abramo Rosolen (Il Commendatore).
Bene anche il Coro della Fenice, nei brevi momenti in cui è stato impegnato.
Infine mi fa piacere segnalare che tutti i cantanti impegnati si sono distinti per buongusto artistico e impegno attoriale.Applausi
Il pubblico – teatro esaurito o quasi – ha apprezzato pienamente lo spettacolo. Applausi convinti per tutti e trionfo meritatissimo per Simone Alberghini e il direttore Antonello Manacorda.
Chi può non si perda questo Don Giovanni che va ancora in scena, alternando i due cast, sino al 2 ottobre.

Qui tutte le foto che ho scattato ieri, sono parecchie.

Un saluto a tutti.

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23 risposte a “Recensione semiseria del Don Giovanni di Mozart alla Fenice di Venezia.

  1. giuliano 26 settembre 2011 alle 4:43 pm

    ah, ecco! ti immaginavo già depilato e pronto all’anestesia, e invece sei in giro, molto efficiente e anche di buon umore a quanto vedo
    🙂

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  2. amfortas 26 settembre 2011 alle 5:03 pm

    Giuliano, mi sa che il tetro scenario che hai vaticinato è solo sospeso…di rider finirò pria dell’aurora, tanto per restare in tema Don Giovanni! 🙂 Appuntamento col neurochirugo giovedì prossimo, e poi vedremo.
    Ciao!

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  3. Alucard4686 26 settembre 2011 alle 8:08 pm

    Bella recensione e le tue introduzioni mi fanno sempre morire !!! Ahah.
    L’allestimento sembra, anche dalle foto, molto interessante. Sarei dovuto andare a vedere questo DG, ma una serie di sfighe me l’ha impedito. Peccato.
    P:S: Non capivo la cosa sul burlador, ma per fortuna esiste Google 😀 Miserere.

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  4. amfortas 27 settembre 2011 alle 8:07 am

    Alucard, non vedevo l’ora di riparlare di Venezia, nell’altro blog era un classico 🙂
    Non sapevi del burlador? Pentiti, scellerato!
    Ciao!

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  5. margot 27 settembre 2011 alle 12:41 pm

    Oh ecco finalmente degli aggiornamenti su “l’orrida Venezia”. Dirò al mio incauto pellegrino di questo nuovo aggeggio; considerato che è sopraelevato, non vedrà l’ora di salirci per la prossima biennale.

    La stanziale Margot 🙂

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  6. mamikazen 27 settembre 2011 alle 12:53 pm

    Che bello, hai mosso il c**o e hai avuto soddisfazione, in questi tempi di magra è un miracolo!!!!
    Sono contentissima per Michieletto, i Rossini suoi che ho visto erano uno più bello dell’altro, per me riesce a dire cose nuove senza ammazzare musica e drammaturgia, ma portando alla luce tante sfumature che arricchiscono il godimento, soprattuto nel melomane che quella certa opera magari l’ha già vista ducento volte…
    E poi mi sembra veramente bravo a valorizzare la vena d’attore/attrice che c’è in certi nostri cantanti, tipo secondo me la Barcellona l’anno scorso nel suo Sigismondo meritava l’Oscar.
    In bocca al lupo per giovedì.

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    • amfortas 27 settembre 2011 alle 1:16 pm

      mami, tu sei una di quelle persone alle quali devo chiedere scusa per la mia latitanza, quindi il tuo intervento mi fa doppiamente piacere 🙂
      Ho visto molti spettacoli di Michieletto e mi hanno convinto quasi tutti, ma al di là di questo trovo che sia un regista che abbia idee e non solo un ego smisurato. Può contare anche su di un ottimo team, scenografo in primis.
      Del Sigismondo ho parlato proprio ieri con la Barcellona, che ho intervistato per OC. Per la pubblicazione prevedo tempi lunghini, causa appunto schiena (mia), ma abbi fede.
      Ciao e grazie!

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  7. IRIS 27 settembre 2011 alle 1:06 pm

    Comunque….hai scattato un bel po’ di fotografie, d’accordo…….ma nessuna al futurista mezzo di trasporto! Mi hai lasciato per poco nello sconforto perche’ per fortuna esistono i motori di ricerca per immagini. Comunque un euro…..meglio del salasso che mi hanno fatto l’ultima volta che andai a Venezia e presi il traghetto per recarmi alla Fenice.
    P.S. Sono stremata, vengo da sei ore di coda per avere i biglietti del Teatro Grande di Brescia, ora quel sant’uomo di mio marito mi ha dato il cambio. Roba da non credere, la domanda che c’e’ e la scarsa offerta, almeno nella mia citta’.
    Ciao (sono contanta di sentirti un po’ meglio)
    IRIS

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  8. amfortas 27 settembre 2011 alle 1:28 pm

    IRIS, non mi sono rifiutato d’immortalare l’orrido people mover, è che sono stato preso dalla Sindrome di Stendhal ed ero paralizzato per l’emozione. Mi succede spesso, a Venezia. Una volta sono rimasto senza parole per un mese, dopo aver visto la Ricciarelli che malediceva un croupier al Lido. Son cose che lasciano segni indelebili.
    Madonna del Giglio-Piazzale Roma sul vaporetto costicchia, ma l’emozione di vedere live i gondolieri che fanno gestacci alle spalle dei turisti che trasportano?
    Brescia ha una bella stagione, a Trieste c’è pure la fila, ma per trovare Calenda.
    Ciao 🙂

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  9. Stefano 28 settembre 2011 alle 7:18 pm

    Michieletto fece una regia al nostro festival dell’operetta qualche anno fa. Credo fosse il suo debutto in un teatro d’opera dopo il successo del Rof… Insomma lo ha ‘battezzato’ trieste… Dovresti esserne fieri!

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  10. amfortas 28 settembre 2011 alle 7:33 pm

    Stefano, vero. Michieletto curò la regia del Paese del Sorriso per il Festival del’operetta del 2008. Forse non fu un allestimento del tutto riuscito, ma comunque di buon valore.
    Credo che il debutto operistico di Michieletto sia stato a Vicenza, con L’italiana in Algeri, ma potrei sbagliarmi.
    Ciao e grazie.

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  11. Stefano 28 settembre 2011 alle 8:09 pm

    Intendevo il debutto presso una fondazione lirica…l’allrstimento vicentino fu una versione semiscenica, se non ricordo male…

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  12. mamikazen 29 settembre 2011 alle 1:44 pm

    e quello che gli fa le luci? (sì, vabbè, lighting designer, occhèi) la gazza ladra, quando entra in scena nel secondo atto il coro in mezzo all’acqua e alle candele e io ho detto “chepalle, l’acqua e le candele, banale” poi invece con quelle luci lì era un roba fuor dal va’ (come diciamo qui a cignocittà, che sarebbe a dire fuori dal mondo, il vallato era un fosso che delimitava il centro città) da quant’era bello.

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  13. amfortas 29 settembre 2011 alle 4:51 pm

    mami, hai perfettamente ragione, anche Fabio Barettin contribuisce in modo fondamentale alla riuscita dello spettacolo, con quelle sciabolate di luce molto carseniane, se mi passi il neologismo. La scala di seta è un altro capolavoro!
    Grazie anche per la spiegazione semantica frasale :-), ciao!

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  14. principessasulpisello 2 ottobre 2011 alle 7:49 am

    Concordo su Venezia e sulla grandezza dell’opera! Baci

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  15. amfortas 2 ottobre 2011 alle 9:20 am

    Marina, un salutone a te che sei sempre un esempio per tutti noi, come dico da quando ti conosco 🙂

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  16. Enrico 5 ottobre 2011 alle 5:37 am

    Ciao Amfortas,

    dato che si parla del “Don Giovanni”, una curiosità….non è che l’anno prossimo il “Don Giovanni” all’Arena di Verona (prima volta nella storia dell’Arena mi pare) vedrà Domingo nei panni del burlador???
    Mi viene questo sospetto, considerato il luogo e l’eccezionalità dell’opera per l’Arena.
    Comunque credo che Domingo, prima di chiudere la carriera (se mai dovesse decidersi a chiuderla) interpreterà Don Giovanni.
    Saluti,

    Enrico

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  17. amfortas 5 ottobre 2011 alle 8:13 am

    Enrico, non te lo saprei dire, ma l’ipotesi non è fantascientifica. E poi sai, il grande Topone ha grande esperienza nella parte anzi nelle parti, perché nella vita fuori dal palcoscenico è sempre stato attivo sia come Don Giovanni sia come Burlador 🙂
    Ripensandoci, addirittura si potrebbe dire che abbia già interpretato la sua versione del burlador anche sul palcoscenico, soprattutto nella grande farsa del Rigoletto televisivo!
    Ciao e grazie!

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  18. Susanna 19 ottobre 2011 alle 12:15 am

    Ho ascoltato il primo cast, sicuramente meglio rispetto a quello descritto in questo post, ma altrettanto sicuramente lontano anni luce dai mostri sacri che hanno fatto la storia di quest’opera mozzafiato. La regia aveva il merito di avere un’idea forte, ma alcune soluzioni (come il mimare atti sessuali) avrebbero dovuto non essere così spesso ripetute, perchè, in questa insistenza, perdevano la loro forza.
    Oltre alle due opere alla Fenice, di Michieletto ho visto il “Ratto del Serraglio”, e anche quello aveva l’enorme difetto di caricare intuizioni fino all’eccesso, impedendo di goderle perchè esaperate in maniera surreale. Escludendo il suicidio della contessa delle Nozze, che rimane secondo me il culmine del non-sense e di un’infantile autoreferenzialità, la peggiore regia rimane quella del “Ratto”, con una stomachevole roulette russa su “Martern aller Arten” e lo stupro di Blonde da parte di Osmin. Il sesso e la violenza come motori fondamentali di tutto ciò che è umano vanno benissimo (anche perchè è la verità), ma usati così, tanto per provocare, hanno l’effetto contrario di risultare tanto noiosi quanto aridi.

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    • amfortas 19 ottobre 2011 alle 8:41 am

      Susanna, leggendo questo tuo secondo commento mi pare di capire che Michieletto non ti sia particolarmente simpatico :-). Per me il suo Don Giovanni è magnifico, non ci trovo nulla di autocompiaciuto o autoreferenziale, anzi. Soprattutto i suoi allestimenti – ne ho visti molti – non sono mai gratuitamente volgari. Insomma il sesso e la violenza sono spesso usati a sproposito, specie il primo, ma proprio non associo a Michieletto l’idea di provocazione sterile.
      Quanto ai mostri sacri, se alcuni li considerano sacri, ci sarà un motivo. Però qui si aprirebbe un argomento davvero difficile da trattare in poche righe.
      Ciao e grazie del contributo.

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