Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Tristan und Isolde alla Fenice di Venezia.

Comincio con una notizia di stretta attualità: oggi alle 18 presso le Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia, Elvio Giudici con la sordida complicità di Alberto Mattioli presenta il suo ultimo libro, di cui ho parlato qui. In bocca al lupo!
Dicevo, nel post precedente, che il Teatro La Fenice ha organizzato questo impegnativo dittico composto da Otello di Verdi e Tristan und Isolde di Richard Wagner.
Dunque, in un’orrida Venezia stranamente meno affollata del solito (probabilmente perché per l’ennesima volta mi sono perso per arrivare alla Fenice e ho percorso calli sconosciute anche a GoogleMaps, strasmile) ieri ho assistito al capolavoro wagneriano.
Viola di Tristan
Molti studiosi nel corso degli anni hanno cercato punti di contatto tra i due compositori e spesso si è parlato di una certa “ispirazione” che Verdi avrebbe tratto dal collega tedesco. Supposizioni che in realtà lo stesso Verdi smentisce seccamente in una lettera in cui dice:

Imitando Wagner, commettiamo un delitto musicale, e facciamo opera inutile, anzi dannosa.

D’altro canto è anche vero che Otello è l’opera più sospetta, in questo senso, sia per la mancanza dei cosiddetti numeri chiusi sia per il nome del librettista, Arrigo Boito, che fu tenace sostenitore della diffusione della musica wagneriana in Italia.
Il fatto è che Tristan und Isolde, dopo la prima del 10 giugno 1865, segna una pietra miliare dell’evoluzione musicale e di conseguenza tutti, anche i più grandi, sono debitori di qualcosa al genio di Richard Wagner e Verdi non fa eccezione, ma nella stessa misura in cui entrambi, per esempio, si sono ispirati artisticamente a Rossini.
Tristan und Isolde è un’opera la cui essenza è la bipolarità: buio e luce, Eros e Thanatos, visibile e invisibile.
Elementi e archetipi che nell’opera convivono e si compenetrano in una palese dimensione esteriore, rappresentata dall’azione scenica dei protagonisti e una sottesa dimensione interiore fatta di non detto, dell’immensità del mare, dell’attesa. L’incantesimo, la magia del filtro d’amore, fa emergere dal buio i sentimenti inconsci dei protagonisti, che ne sono spaventati e attratti sino alla distruzione.
Il regista Paul Curran firma un allestimento che è sostanzialmente irrisolto ma che forse meriterebbe una riflessione più attenta di quanto sia lecito in una recensione.
Tristan und Isolde è praticamente privo di azione scenica, perché a ben pensare succede poco o nulla ed è difficile (e pericoloso!) inventarsi interpretazioni immaginifiche: si rischia il ridicolo ed è successo spesso negli ultimi anni in cui ho visto allestimenti che voi umani ecc ecc (smile).
Scena spoglia, quindi, che nel primo atto rappresenta in modo abbastanza tradizionale il sottocoperta di una nave, nel secondo il tetro cortile di un castello, dominato da un improbabilissimo albero che sarebbe stato meglio nel primo atto della Valchiria. Il terzo atto è più riuscito, ma non per quella poca azione che vi si svolge, bensì perché l’immagine di Tristan, accudito da Kurwenal e circondato da tutte quelle bende sporche di sangue è forte, emozionante, e dà anche allo spettatore (o almeno ha dato a me) la sensazione di una soffertissima catastrofe imminente.
Sono poche le interazioni tra i vari personaggi e qualche volta si sente la mancanza di una vicinanza fisica più stretta, soprattutto tra i due amanti: quando ciò avviene, peraltro, l’effetto è involontariamente comico – i due che strisciano per terra per avvicinarsi, folgorati dall’effetto del filtro d’amore – e si rimpiange subito la sana staticità precedente (strasmile).
Mai come in questa occasione l’espressione “funzionali allo spettacolo” mi è sembrata più opportuna, riferita ai costumi di Robert Innes Hopkins, mentre le scene – sempre dello stesso Hopkins e con l’eccezione del secondo atto – mi sono sembrate ben realizzate.
La direzione di Myung-Whun Chung è stata soddisfacente nel complesso – magnifico il Preludio, diretto a memoria, e il terzo atto – ma piuttosto asettica e anche leggermente clangorosa in alcuni momenti, soprattutto nel primo atto in cui il direttore mi sembra abbia ecceduto in un edonismo autocompiaciuto che non ha giovato ai cantanti. Meglio nel secondo atto, incentrato sul lunghissimo duettone tra i due amanti, che però mancava di quella sensualità che si sarebbe potuta ottenere con un fraseggio orchestrale più sfumato e vario. Certo, stiamo parlando di un’esecuzione che s’attesta comunque a livelli artistici di rilievo, non vorrei essere frainteso.
Tra i protagonisti emerge Ian Storey che si è reso capace di una prova che non esito a definire di riferimento. Il suo Tristan ha una statura artistica gigantesca e davvero poco importa se la voce non è “bella” e se l’emissione è poco ortodossa secondo i canoni del Garcia. La cura del fraseggio, la recitazione, l’accento e l’immedesimazione quasi stanislavskiana nella parte gli hanno consentito di rendere il personaggio non solo credibile ma straordinariamente vivo dal punto di vista teatrale.
Duetto II atto
Meno convincente il soprano Brigitte Pinter che ha cantato un magnifico primo atto in cui ha evidenziato l’orgoglio ferito e la determinazione di Isolde con sferzanti salite agli acuti e accento nobile e appropriato. Nel prosieguo però non ha saputo esprimere del tutto lo slancio amoroso, l’eccitazione febbrile dell’innamoramento e, soprattutto, ha cantato un Mild und leise – al quale è arrivata palesemente affaticata – piatto, freddo, emotivamente gelido.
Eccellente l’accorata e partecipe Brangäne di Tuija Knihtilä, che ha sfoggiato una vocalità esuberante ma controllata e adatta alla parte.
Molto buona anche la prova di Attila Jun, che ha delineato un Re Marke fiero e autorevole e allo stesso tempo dolente e umanissimo, sia nel monologo del secondo atto sia nello splendido finale.
III atto
Controversa la prova di Richard Paul Fink, non tanto per demeriti vocali quanto per la scelta registica di rendere Kurwenal un personaggio macchiettistico, soprattutto nel primo atto in cui l’artista si è fatto prendere la mano da accenti grossolani. Meglio nel finale in cui Fink è risultato più controllato nella recitazione e nel canto.
Marcello Nardis è sembrato un po’ petulante nella parte di Melot.
Di assoluto rilievo le prove di Mirko Guadagnini (Pastore), Armando Gabba (Pilota) e Gian Luca Pasolini (Giovane marinaio) che hanno contribuito alla buona riuscita dello spettacolo.
Ottima mi è sembrata l’Orchestra della Fenice e bene anche il Coro.
Per dovere di cronaca segnalo che all’inizio dell’opera si sono uditi un paio di volte dei fortissimi suoni che onomatopeicamente definirò “Scrash” di cui non sono riuscito accertare con certezza l’origine: probabilmente c’è stato un incidente tecnico a qualche microfono preposto alla registrazione dell’opera per RADIO3 oppure è andato in tilt qualcosa che controllava l’amplificazione del coro fuori scena, che sembra sia stata voluta dal direttore.
Alla fine successo calorosissimo per tutta la compagnia artistica e trionfo – meritatissimo – per Ian Storey e anche per Myung-Whun Chung.
Credo sia doveroso rendere omaggio allo staff dirigenziale della Fenice per il coraggio dimostrato nel proporre a distanza di 48 ore scarse due titoli come Otello e Tristan und Isolde e la capacità che ha avuto il personale del teatro, dall’ufficio stampa sino ai tecnici, di concretizzare il tutto con risultati assolutamente soddisfacenti.

Qui alcune foto dello spettacolo che ho scattato io.

P.S.
Era presente anche ex Ripley: nonostante i miei timori le 5 ore di teatro non l’hanno annoiata, anzi!

Un saluto a tutti, alla prossima!

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 18 novembre 2012: TRISTAN UND ISOLDE DI RICHARD WAGNER
 
Tristan Ian Storey
Koenig Marke Attila Jun
Isolde Brigitte Pinter
Kurwenal Richard Paul Fink
Melot Marcello Nardis
Brangäne Tuija Knihtila
Un pastore Mirko Guadagnini
Voce del giovane marinaio Gian Luca Pasolini
Un pilota Armando Gabba
 

Maestro concertatore e Direttore Myung-Whun Chung

Scene e costumi Robert Innes Hopkins
Luci David Jacques
Regia Paul Curran
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

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9 risposte a “Recensione semiseria di Tristan und Isolde alla Fenice di Venezia.

  1. Daniele Scarpetti 19 novembre 2012 alle 3:18 pm

    Molto chiara ed esaudiente la tua recensione Paolo – come sempre! -. Ora non mi resta che attendere che Radio Tre mandi in onda il massimo capolavoro wagneriano, sperando che – ahimé – lo “Scrash” non abbia compromesso la registrazione.

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  2. amfortas 19 novembre 2012 alle 5:07 pm

    Daniele, speriamo che la registrazione renda giustizia alla prestazione di Storey, più che altro, altrimenti sai che figura ci faccio…
    Ciao!

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  3. Giuseppe sottotetti 19 novembre 2012 alle 5:39 pm

    Capitolo interessantissimo quello dei rapporti tra Wagner e Verdi. Nei diari di Cosima Verdi è citato pochissime volte (divertente Wagner che si mette al pianoforte ad improvvisare musica nello stile del collega o che canta alla moglie un tema verdiano udito in duo sulla laguna veneziana). Se vai alla villa verdiana di Busseto noterai che la biblioteca musicale del posto ha una copia anche del Percivalle (o qualcosa di simile, il titolo dell’ultima opera di Wagner è comunque stato italianizzato) che viene riecheggiato non a caso sul “che giornataccia nera” del Falstaff. Secondo me c’è molto di Lohengrin nella finezza orchestrale di Otello, ma forse Verdi non aveva bisogno di ispirarsi ad altri, visto il capolavoro che ci ha consegnato con Falstaff.

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  4. amfortas 19 novembre 2012 alle 6:39 pm

    Giuseppe, grazie per l’intervento.
    Io credo che sia assolutamente indispensabile notare come i grandi compositori siano innanzitutto Grandi Artisti e quindi persone sensibili ai movimenti culturali in senso lato. Questa è una circostanza che si ripete spesso e che si può verificare nelle biografie: l’Artista segue una sua via interpretativa ma è curioso e aperto di natura. Verdi conosce Hugo prima di tanti altri e gli esempi simili sarebbero molti in tutte le Arti.
    Le contaminazioni sono all’ordine del giorno, nell’Arte.
    Ciao e grazie!

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  5. principessasulpisello 20 novembre 2012 alle 3:45 pm

    Verdi era troppo intelligente per imitare qualcuno, ma lo era anche per capire le novità del tempo e tradurle nel suo linguaggio musicale.

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  6. amfortas 20 novembre 2012 alle 5:07 pm

    Marina, parole sante, non ho altro da aggiungere!
    Ciao e grazie!

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  7. Narcoticum Chaconne 24 novembre 2012 alle 8:31 pm

    Non l’ho visto, ma la recensione rende bene 🙂
    Grazie.

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  8. Pingback:I Masnadieri di Giuseppe Verdi al Teatro La Fenice di Venezia: incursione semiseria in cui si indagano, tra le altre cose, i tesi rapporti tra Giuseppe Verdi e i critici della perfida Albione. E tutto questo solo per cercare di scrivere un titolo lungo a

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