Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria dell’Otello di Giuseppe Verdi alla Fenice di Venezia: Gregory Kunde su tutti.

IL PROBLEMA SU OPERACLICK *DOVREBBE* ESSERE RISOLTO. BUONA DOMENICA A TUTTI, IO SONO IN PARTENZA PER LA FENICE DOVE VEDRO’ IL TRISTAN UND ISOLDE.

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO PER GLI UTENTI DI OPERACLICK: DA QUALCHE ORA IL FORUM NON E’ ACCESSIBILE A CAUSA DELL’ELEVATO NUMERO D’ACCESSI, CHE HA MANDATO IN TILT IL SERVER. STIAMO CERCANDO DI RISOLVERE IL PROBLEMA. GRAZIE PER LA PAZIENZA.

Questa volta l’orrida Venezia non mi ha fornito particolari motivi per incrementare la mia avversione nei suoi confronti, anche le maree sono state clementi ed è già una buona notizia. Certo, ho dovuto schivare uno stormo di piccioni che volavano ad alzo zero, probabilmente perché disorientati dalla nota inversione del campo magnetico terrestre che porterà alla prossima fine del mondo, ma, insomma, nulla di speciale. Trenitalia ci ha messo del suo, invece, inferendomi il ritardo di un’ora su due scarse di tragitto, ma è la norma, ne ho approfittato per cominciare a scrivere la recensione.
Partitura Otello, Fenice Venezia
Quindi, andiamo avanti.

Con uno sforzo organizzativo e finanziario notevolissimo, il Teatro La Fenice ha deciso di festeggiare il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e Richard Wagner allestendo in un paio di giorni due opere che possono essere definite monstre: Otello e Tristan und Isolde.
La prima tappa di questo dittico titanico era appunto Otello, capolavoro del tardo Verdi nel complesso poco rappresentato soprattutto per la difficoltà di trovare un tenore in grado di reggere il terribile declamato melodico della parte, ma molto amato dagli appassionati.
Oggi l’evoluzione del gusto – finalmente – pretende che anche la parte scenografica e registica sia di rilievo e, in questo senso, l’allestimento firmato da Francesco Micheli si può definire riuscito seppure con qualche distinguo.
La trama e le implicazioni psicologiche dell’opera sono, credo, note a tutti e perciò glisso, anche per non appesantire una lettura che sarà già piuttosto impegnativa.
Una citazione letterale tratta dall’originale di Shakespeare e scritta sul velario ci fa capire subito che il regista – com’è giusto – individui in Jago il motore perverso della vicenda.
La scena è quasi incorniciata dalla mappa delle costellazioni celesti (Desdemona è nata sotto maligna stella, già la Pleiade ardente in ciel discende) ed è dominata da un cubo che dall’unico lato aperto mostra via via la camera di Desdemona, la stanza di Jago, una cappelletta. Allo stesso tempo la struttura pulsa e ruota avvicinandosi o allontanandosi dal proscenio quasi enfatizzando i sentimenti dei protagonisti. L’impianto è ben realizzato dalle scene di Edoardo Sanchi, valorizzato dalle luci di Fabio Barettin e gli eleganti costumi di Silvia Aymonino sono funzionali allo spettacolo. Suggestiva la scena della tempesta iniziale, a dispetto di una certa staticità ravvivata dal movimento di un vascello in miniatura in preda ai marosi.

Gregory Kunde e Leah Crocetto

Inaffia l’ugola! Trinca, tracanna!

Si nota un buon lavoro sui cantanti, sia nella rissa iniziale sia nei successivi monologhi e duetti e traspare solo qualche ingenuità un po’ stucchevole soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Otello: mi riferisco ai mimi che danno forma ai fantasmi che lo tormentano durante il grande monologo del terzo atto, per esempio, così com’è discutibile la scelta della “rinascita” metaforica di Otello e Desdemona alla fine dell’opera.
In generale però l’allestimento scorre dal punto di vista drammaturgico e risulta di buon gusto, nel solco di un teatro di tradizione rivisitato senza clamori particolari.
Un gradino sopra alla regia si pone la direzione di Myung-Whun Chung – sul podio di una notevolissima Orchestra della Fenice – che sceglie una lettura di grande impatto emotivo, essenziale ma allo stesso tempo prodiga di chiaroscuri e ripiegamenti, adattissima a rappresentare le ansie dei protagonisti.
Forse nel duetto del primo atto è mancato un po’ di abbandono, ma sono stati splendidi l’uragano iniziale, il difficile quartetto del secondo atto, il drammatico finale e le numerose e fondamentali pagine di canto di conversazione.

Gregory Kunde (Abbasso le spade!)

Otello era impersonato da quel grandissimo artista che è Gregory Kunde, il quale è probabilmente il primo tenore da molti anni a questa parte a esprimere qualcosa di nuovo nei panni del Moro.
In realtà si potrebbe affermare che Kunde applica alla lettera il testo della famosa disposizione scenica di Arrigo Boito, che riporto qui parzialmente:

Figura forte e leale uomo d’armi. Semplice nel portamento e nel gesto, il suo comando è imperioso, il suo giudizio è pacato. Prima si veda l’eroe, poscia l’amante…Era saggio e delira, era forte e si fiacca, era giusto e probo e delinque, era sano e lieto e geme e cade e sviene…Otello attraversa, fase per fase, le più orribili torture del cuore umano.

L’artista riesce a farci percepire attraverso un fraseggio sfumato l’abisso in cui cade il suo personaggio. La voce risponde benissimo in una parte che se è vero che è sostanzialmente centrale, presenta degli improvvisi e difficoltosi sbalzi al registro acuto, croce e delizia di generazioni di tenori e di spettatori.
Ma quello che conta è che il Moro di Kunde è lontanissimo dalla tradizione che rappresenta Otello come lo vede Jago e cioè esasperando i presunti comportamenti di un selvaggio dalle gonfie labbra, con risultati che spesso sfiorano il macchiettismo e quindi offensivi sia per il testo originario sia per la musica di Verdi.
Una prova maiuscola, quella di Kunde (che è arrivato stanco alla fine), che il pubblico ha premiato con un vero e proprio trionfo.
L’antagonista di Otello, purtroppo, non è stato allo stesso livello qualitativo e non per errate o fuorvianti intenzioni interpretative – certo, ispirate comunque al déjà vu di una tradizione un po’ logora di cui l’artista ci risparmia solo la risatazza alla fine del Credo -, ma perché la voce non ha sorretto le intenzioni di Lucio Gallo nella caratterizzazione di Jago.

Lucio Gallo e Gregory Kunde (Finale III Atto)

Troppe le difficoltà d’intonazione, eccessivi i portamenti, non episodico il ricorso al parlato. Resta solo una buona presenza scenica – attenzione, non stiamo parlando di Kenneth Branagh – ma, ahimè, si trattava dell’Otello di Giuseppe Verdi e quindi la resa vocale resta discriminante per essere convincente tout court.

La sortita di Otello (Esultate!)

Leah Crocetto al debutto nei panni di Desdemona, è stata protagonista di una recita in crescendo e ha dato il meglio nel quarto atto – nonostante un piccolo incidente -, dopo che è sembrata solo sufficiente nei primi due ma in ogni caso carente di accento ed espressività soprattutto nel secondo duetto con Otello e, in generale, nei momenti più drammatici della parte. Probabile che nelle prossime recite migliori il suo rendimento, ma nel registro grave è piuttosto fioca e certe forzature sono più adatte alla prosa che alla lirica (recentemente la sua più famosa collega e conterranea Renée Fleming, ha sbracato ancora di più, a dire il vero).
Francesco Marsiglia è stato un buon interprete dell’insidiosa parte di Cassio.

Lucio Gallo e Gregory Kunde (Chi può vietar che questa fronte prema col mio tallone?)

Tra i coprotagonisti hanno ben figurato Elisabetta Martorana (Emilia) e Matteo Ferrara (Montano). Meno convincenti sono parsi il timido Roderigo di Antonello Ceron e il poco nobile Lodovico di Mattia Denti, mentre è sembrato sufficiente Salvatore Giacalone nella piccola parte dell’Araldo.
Grande prestazione del Coro della Fenice, guidato da Claudio Marino Moretti e discreto il rendimento dei Piccoli Cantori Veneziani istruiti da Diana D’Alessio.
Teatro esaurito e grandissimo successo per tutti, con ovazioni per Gregory Kunde e Myung-Whun Chung.
Domenica pomeriggio c’è il Tristan und Isolde, che avrebbe dovuto essere trasmesso da RADIO3 ma che per motivi misteriosi è scomparso dal palinsesto.

A lunedì, quindi, un saluto a tutti.

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 16 novembre 2012: OTELLO DI GIUSEPPE VERDI

 
Otello Gregory Kunde
Jago Lucio Gallo
Desdemona Leah Crocetto
Cassio Francesco Marsiglia
Roderigo Antonello Ceron
Lodovico Mattia Denti
Montano Matteo Ferrara
Emilia Elisabetta Martorana
Un araldo Salvatore Giacalone
 

Maestro concertatore e Direttore Myung-Whun Chung

 
Scene Edoardo Sanchi
Costumi Silvia Aymonino
Luci Fabio Barettin
Regia Francesco Micheli
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Piccoli Cantori Veneziani

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10 risposte a “Recensione abbastanza seria dell’Otello di Giuseppe Verdi alla Fenice di Venezia: Gregory Kunde su tutti.

  1. Martino Badoèro 17 novembre 2012 alle 2:13 pm

    Mi sarebbe tanto piaciuto andarci, ma in questi giorni ho dei super-impegni e la Fenice costicchia un po’ 😦
    Mi fa piacere per il successo di Kunde!
    Sono anche contento e affascinato dalle foto che vedo dell’allestimento di Micheli, con cui ho collaborato in occasione di Roméo et Juliette a Verona, anche se vedo alcuni suoi “topoi” registici che ricorrono in queste due opere: le furie che tormentano i protagonisti (gli scheletri per Otello e le Erinni per Juliette, durante la grande aria del veleno) e il finale con la coppia che si allontana felicemente, nonostante la morte 😀

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  2. amfortas 17 novembre 2012 alle 6:28 pm

    Martino, ciao! Eh, lo so, i prezzi sono proibitivi e per un giovane come te è dura. Grazie di avermi ricordato il lavoro in Arena di Micheli, hai ragione! Da un certo punto di vista il finale ci può stare sai? Il fatto è che io ormai sono vecchio e incarognito e preferisco il dramma che non lascia speranza 🙂
    Ciao, mi ha fatto davvero piacere rileggerti.

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  3. Martino Badoèro 18 novembre 2012 alle 2:50 pm

    Anche, io francamente preferisco per Otello il finale più tragico, in R&J sono più “buonista” (infatti non perdono a Shakespeare di non aver concesso ai due ragazzi un ultimo incontro!). Anche se ricordo la tua poca disposizione di venire in Arena, ti consiglio di venire l’anno prossimo a vederlo (forse è l’ultimo anno che danno quest’allestimento 😦 ), è uno degli allestimenti areniani che sono proprio felice di fare (tutti gli altri sono ormai ammuffiti!).

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    • amfortas 19 novembre 2012 alle 9:23 am

      Martino, ho visto il R&J in tv, credo su SkyClassica e mi ricordo soprattutto di una bella prestazione di Stefano Secco, che è un tenore che mi piace molto. Per quanto riguarda l’Arena il motivo principale della mia avversione è il caldo assurdo, vediamo se l’anno prossimo riesco a organizzarmi così magari mi autografi una tua foto!
      Ciao 🙂

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  4. Daniele Scarpetti 18 novembre 2012 alle 10:04 pm

    Ti ringrazio, Paolo di questa tua recensione che mi permette, attraverso i tuoi occhi di vedere ciò che alla radio non è permesso – ma per fortuna che c’è Radio Tre – e sono sostanzialmente d’accordo con tutto quello che scrivi.
    Ho trovato veramente eccellente la direzione di Myung-Whun Chung e l’esecuzione dell’orchestra e, sorpresa veramente piacevole, è stato constatare che Gregory Kunde, se l’è cavata veramente bene con Otello, considerando che sua voce lo presta più a ruoli rossiniani. Ci sono stati alcuni momenti nel primo atto che ho temuto un attimo ma poi le cose sono andate via veramente bene.
    Quanto al finale, ho saputo dalla tua recensione della resurrezione dei due protagonisti…! Che dire Paolo? Forse ai registi attuali piace resuscitare i morti, come hanno già fatto anche in due edizioni del “Don Giovanni” mozartiano.
    Va bene Paolo, “Tristan und Isolde”, a Radio Tre, se ho capito bene, dovrebbe essere mandato in differita in dicembre. In compenso, questa sera, mandano “Le pécheures de perle” di Bizet, sempre in differita dal San Carlo di Napoli. Non sarà un capolavoro assoluto come l’opera wagneriana… ma è una vera delizia. No?
    Ciao Paolo…è sempre un piacere!

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    • amfortas 19 novembre 2012 alle 9:30 am

      Daniele, grazie a te per la costanza con la quale mi segui!
      Per Kunde orami non ci sono parole soprattutto vedendolo anche in teatro, perché la recitazione è davvero meritevole di elogio: non fa un gesto inutile e davvero sembra applicare le disposizioni sceniche di Boito. Io, che sono un istintivo, quando sono uscito da teatro ho pensato subito a quelle.
      Quanto ai registi ne abbiamo già parlato però mi spiacerebbe che questa produzione di Micheli sia confusa con l’eurotrash più bieco, perché non è assolutamente vero: si tratta di un allestimento tradizionalissimo – ovviamente con i mezzi consentiti nel 2012 – con qualche incongruenza, ma nulla di scandaloso e comunque mantiene un tono generale di buongusto.
      In giornata scriverò anche del Tristan, abbi fede!
      Ciao 🙂

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