Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione malinconica di Attila di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste. Arrivano i barbari? Magari…

Caro Sindaco Roberto Cosolini, che presiedi il CDA del teatro: tu che hai fatto molto – oggettivamente – per il Verdi, devi riprendere a tirare qualche gomitata come quando giocavi sotto canestro nella Talpa (e io ne so qualcosa, strasmile). Siamo ai supplementari e manca poco alla fine della partita. Ci vuole qualche intervento al limite del regolamento perché in questi casi conta il risultato e non il savoir faire.
È urgente che lo staff dirigenziale del Teatro Verdi si rimbocchi le maniche e cerchi di risolvere quello che, a mio parere, è il più grande problema del momento: la disaffezione del pubblico per il proprio teatro.

Anna Markarova

Anna Markarova

Non voglio, né mi piace, colpevolizzare nessuno, anche perché le colpe non sono certo da addossare a singole persone ma bensì a un sistema che ormai ha dato ampia prova di non essere più valido, di non sapere soddisfare le esigenze degli spettatori. Però è un percorso di autoanalisi che va intrapreso immediatamente.
Mettiamola così, scherzosamente come amo fare in questa sede. Ieri avrei voluto che il teatro fosse stato davvero invaso dagli Unni, perché almeno ci sarebbe stato qualcuno in sala (smile). Esagero, scrivo per paradossi, ma posso assicurare i miei soliti happy few che vedere posti vuoti in platea e ovunque con tanto di loggione semideserto non fa piacere, soprattutto quando ormai non è più un’eccezione ma la regola.
Avrei anche consigli da dare, che poi sono quelli che da sempre elargisco con un po’ di cialtroneria da queste pagine – segnatamente dopo la presentazione delle nuove stagioni – ma, almeno per il momento non approfondisco. Ci sarà sicuramente altra occasione.

Enrico Iori

Enrico Iori

Dopo questa tirata iniziale che posso dire dell’Attila di ieri sera?
Parto dalla regia di Enrico Stinchelli e ribadisco quello che scrissi l’anno scorso: allestimento piacevole, nel segno di una tradizione rivisitata con i mezzi tecnologici odierni. Quest’anno c’è qualche ulteriore inserimento di proiezioni, che a mio modo di vedere appesantiscono un po’ lo spettacolo, ma che immagino funzionali alla visione cinematografica, da fantasy, che ha il regista. Il coro si muove un po’ di più e vivacizza certi scorci che erano leggermente statici.

Stinchelli legge il libretto come fosse la sceneggiatura di un film kolossal dei primi anni 60 del secolo scorso, inserendo alcuni squarci fantasy più moderni. Nelle note del libretto di sala scrive di essersi ispirato, tra le altre cose, al Trono di spade.
Una lettura forse un po’ epidermica ma giustificata, a mio parere, sia dalla provenienza protoromantica della tragedia teatrale di Zacharias Werner da cui Solera (e Piave) trasse il libretto sia dalla circostanza che i caratteri dei personaggi – come spesso succede nel primo Verdi – sono appena tratteggiati e non hanno certo una rilevante profondità psicologica, con l’unica eccezione del protagonista.
Perciò nelle belle scenografie realizzate da Pier Paolo Bisleri e grazie alle imponenti proiezioni di Alex Magri sui velari e sullo sfondo trova grande spazio la Natura, così presente nella musica di Verdi, ma anche, a più riprese, l’inquietante apparizione del vecchio romano Leone I. Una Natura che nel suo scorrere inesorabile fa quasi da testimone agli eventi: la notte dell’incendio di Aquileia, il temporale e la successiva alba sul mare lagunare in cui di navicelle coperto è il flutto, la quiete di un bosco sulle malinconiche riflessioni di Odabella, la claustrofobica caverna dell’incubo di Attila. Apprezzabili le luci di Gérald Agius Ordaway che danno profondità alle scene e i severi costumi di Pier Paolo Bisleri, che contribuiscono a mantenere quella tinta scura, brumosa, che identifica l’opera. Insomma un allestimento tradizionale rivisitato con gusto sfruttando le odierne possibilità tecnologiche, che probabilmente acquisterà maggiore ampiezza e respiro immerso nel panorama straordinario della Basilica di Aquileia per cui è stato pensato.

La direzione di Donato Renzetti è di buon livello ma leggermente afflosciata rispetto a l’anno scorso, come se il direttore avesse perso un po’ di mordente. Capita perciò che sia tutto piuttosto corretto ma uniforme, con un vago sospetto di routine che aleggia qua e là.
Delude, e delude molto, Anna Markarova che avrei dato in miglioramento dopo l’esperienza di un anno fa. Il soprano pasticcia le agilità, è confusa nella dizione, gridacchia più di un acuto. Soprattutto non ha mai l’accento giusto per rappresentare uno spirito indomabile come quello di Odabella. Forse non era in serata, può succedere. Però, accidenti, alla fine deve trafiggere con la spada il barbaro Attila: beh, avreste dovuto vedere l’energia che ci ha messo, sembrava che dovesse cambiare il pannolino a un neonato.

Anna Markarova e Enrico Iori

Anna Markarova e Enrico Iori

Enrico Iori è stato un Attila sufficientemente convincente sia dal lato scenico sia da quello vocale, anche se indubbiamente la parte pretenderebbe uno strumento più importante e voluminoso. Però il basso fraseggia con intelligenza, non esagera volendo fare troppo il cattivo e anzi trova il momento migliore nell’incubo che il protagonista ha in chiusura del secondo atto.
Ho apprezzato la prova di Sergio Escobar, che ha cantato la parte di Foresto mostrando le qualità di una voce bella e sonora, che deve imparare a gestire con più serenità psicologica. I mezzi sono rilevanti, compreso uno squillo da tenore d’antan e la capacità di sfumare il canto con mezzevoci interessanti e ben eseguite, che gli hanno consentito di tratteggiare un personaggio difficile, in bilico tra un’aggressività trattenuta e un lirismo non ostentato.

Da sinistra: Devid Cecconi, Enrico Iori, Anna Markarova

Da sinistra: Devid Cecconi, Enrico Iori, Anna Markarova

Devid Cecconi, che alcuni anni fa sentii a Pordenone trissare la vendetta di Rigoletto, era Ezio, personaggio piuttosto rozzo dal punto di vista drammaturgico. Il baritono ha cercato di rendere meno monolitico e stentoreo del solito il generale romano, e ci è riuscito addolcendo un po’ il canto.
Molto bravo il basso Gabriele Sagona, nei panni di Leone I, e sempre brillante il tenore Antonello Ceron in quelli di Uldino.Attila al Verdi di Trieste 3 foto di F.Parenzan-0923
Coro e Orchestra del Teatro Verdi all’altezza della loro fama.
Lo spettacolo ha avuto un buon successo e alle singole gli applausi più intensi sono andati a Enrico Iori e Sergio Escobar, ma tutta la compagnia artistica è stata accolta con favore.
Mi piacerebbe avere testimonianze sulle prossime recite, sia sul rendimento dei cantanti sia sull’affluenza di pubblico.

Un saluto a tutti, alla prossima!

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22 risposte a “Recensione malinconica di Attila di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste. Arrivano i barbari? Magari…

  1. Heldentenor 24 maggio 2014 alle 5:49 pm

    Loggione pieno al 40/50 %, che vuol dire mezzo vuoto, è la solita storia del bicchiere, non del pastore.Condivido il giudizio sui cantanti e su Renzetti, e ti invito se ne avessi voglia a sentire il secondo cast visto in prova generale, che è interessante sia per Morillo, a momenti con un vibrato fastidioso ma molto espressivo e nella parte oltre che buon attore, che la Zinovjeva (oltretutto caruccia assai…). Cosa pensi dell’Art Bonus di Franceschini ? Se fossi il responsabile del Verdi sarei già in giro a trattare con tutte le grosse realtà del territorio che potrebbero aderire , Illy e Generali in primis……..

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    • Amfortas 25 maggio 2014 alle 8:07 am

      Heldentenor, ciao. Non credo che riuscirò a sentire il secondo cast, sinceramente. Sull’Art Bonus devo informarmi meglio, si può scaricare da qualche parte? A prima vista sembra interessante, certo.
      Ciao e grazie.

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      • Heldentenor 25 maggio 2014 alle 10:09 am

        C’era un articolo sul Corriere. E’ un credito di imposta del 65% diluito in tre anni, per le donazioni liberali a favore di restauri e manutenzioni dei beni culturali pubblici (statali e comunali), di musei, biblioteche e archivi, siti archeologici , teatri pubblici e fondazioni lirico-sinfoniche. Il limite è del 5 per mille dei ricavi annui per chi ha reddito d’impresa, mentre persone fisiche ed enti non commerciali possono detrarre fino al 15 % del reddito imponibile. Vero è che ci sono sempre state resistenze verso mecenatismi e atti di liberalità , quasi fosse inopportuno un intervento non statale sul nostro patrimonio artistico. Forse che si ha paura che i mecenati mettano il naso sulla gestione ? Aumenta anche di 50 milioni il fondo di finanziamento trentennale a favore delle fondazioni liriche che abbiano presentato un piano di risanamento. Detto questo, i teatri bisogna riempirli……..

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      • Amfortas 25 maggio 2014 alle 3:20 pm

        Heldentenor, ciao, ok vedrò di capire bene come funziona, grazie.

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  2. Enrico Bruno 24 maggio 2014 alle 7:23 pm

    Devo dire che ho trovato l’Attila di ieri sera molto più convincente di quello di giugno 2013 soprattutto per le parti maschili. La Markarova canta meglio in italiano mentre l’altra volta cantava in ostrogoto e forse per migliorare la dizione difetta nel fraseggio. Un degno omaggio a Verdi dopo lo scivolone imperdonabile di Traviate

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    • Amfortas 25 maggio 2014 alle 8:12 am

      Enrico, ciao. Beh tenore e baritono erano decisamente superiori a quelli dell’anno scorso, anzi, non c’è proprio paragone. Iori e Anastassov più o meno equivalenti e comunque di discreto livello, forse Anastassov ha più personalità. La Makarova male, mi aspettavo tanto di più, spero si riprenda nelle prossime recite.
      Perché scivolone imperdonabile La Traviata? Non era gran cosa ma sono altri gli scivoloni, credimi…
      Ciao e grazie.

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  3. fabio dorigo 25 maggio 2014 alle 12:02 pm

    Inviato da iPad

    >

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  4. principessasulpisello 25 maggio 2014 alle 2:41 pm

    Un’opera di Verdi che manca al mio elenco.

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  5. don jose' 25 maggio 2014 alle 8:09 pm

    Concordo pressochè interamente con la tua recensione (sarei stato piu’ severo con la regia di Stinchelli,ai limiti dell’inutilità),ed appoggio totalmente il tuo appello a Cosolini, che rimarrà purtroppo inascoltato,dal momento che lo stesso ha sempre avallato tutte le scelte – anche quelle scelleratamente suicide- di questa Dirigenza del Teatro.

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    • Amfortas 26 maggio 2014 alle 8:39 am

      Don José, ciao. Sulla regia di Stinchelli ti dirò che a me non è sembrata male, mentre in molti l’hanno apprezzata in pieno. Sapendo quali siano i tuoi orientamenti in merito so che avresti preferito qualcosa di diverso ma, francamente, meglio questa della pretenziosa Tosca veneziana.
      Cosolini non è uno sprovveduto, credo che stia monitorando la situazione. Mi hanno detto che sabato e domenica c’era più gente, può essere anche un problema di prezzi, anche se non SOLO di prezzi.
      Ciao e grazie.

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      • don jose' 26 maggio 2014 alle 1:35 pm

        Beh, la bruttezza della regia della Tosca veneziana era difficilmente eguagliabile…anche se a taluni critici pare sia piaciuta…mah!!! spero veramente tu abbia ragione a proposito di Cosolini (che finora pero’ mi ha dato soltanto delusioni..)

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      • Amfortas 26 maggio 2014 alle 5:53 pm

        Don José, per me più che brutto l’allestimento di Venezia era inutile, soprattutto considerando che credo ne vogliano fare repertorio e riproporlo. Boh. Sul resto vedremo, ciao e grazie anche a te.

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  6. petrossi 26 maggio 2014 alle 1:19 pm

    Confermo per la domenicale i grossi vuoti in loggione: non si fa così per Verdi.
    Soprano con breve strillo solo a voce fredda nel prologo, poi gradevole.
    Sono capace ancora di emozionarmi all’arrivo dei profughi nei barconi sulle rive di Rio Alto.
    Una recita godibile, apprezzata dalle Signore del Loggione, capitanate da una instancabile sostenitrice tra applausi e grida di “Bravo, Brava, Bravi!”: non sono una Signora, ma ho partecipato con piacere al gaudio generale.
    Rispetto alla debolezza della trama: ecchè, Wagner con i suoi filtri magici e complotti da inciucio-anti Siegrifidiani è da meno?

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    • Amfortas 26 maggio 2014 alle 5:50 pm

      Furio, ciao, di certo nelle recite del we c’era più gente che alla prima. Del secondo soprano posso dire solo che è carina 🙂 e per fortuna che c’è ancora gente che si entusiasma! Anche alla prima avevo davanti a me due signore, credo mamma e figlia, che non facevano che manifestare meraviglia, Ribadisco, meno male che esiste ancora il pubblico, chiamiamolo così, generalista, perché se fosse per critici, melomani spinti e altre bestie che allignano nei teatri l’opera sarebbe già morta da almeno un paio di secoli 🙂
      Non c’è nulla di più assurdo della trama del Ring, su questo credo di poter dire una parola definitiva.
      Ciao e grazie!

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  7. Rossana 28 maggio 2014 alle 8:50 pm

    Questa volta, per me, sei stato troppo severo con tutti a parte la regia per la quale mi ritrovo nella tua critica.
    Rossana

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  8. parsifal 5 giugno 2014 alle 5:17 pm

    Parsifal 05 giugno 2014.Ho assistito alla rappresentazione di Attila del 29 maggio. Ho notato che in loggione non c’era molta gente.Lo spettacolo per mio giudizio era migliore di quello dell’anno 2013.La Malakova,non era in buona serata,.Ha ricevuta anche dei Buuh da parte di alcuni loggionisti.Mentre gli uomimi erano tutti dignitosi.La regia di Stinchelli lo trovata abbastanza consona e certamente migliore della precedente..Metterei la firma per spettacoli come L’Attila che ho visto, dato il terribile andazzo che si vede negli altri teatri che stanno distruggendo l’opera.Ciao e grazie

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    • Amfortas 6 giugno 2014 alle 7:37 am

      Parsifal, ciao, nick impegnativo il tuo ma evidentemente qui ti troverai bene 🙂
      Immagino che tu ti riferisca alla Markarova, che ha davvero deluso parecchio tutti coloro coi quali ho parlato. In merito all’allestimento ho già detto la mia, spettacolo gradevole.
      Vedrai che per la prossima operetta il pubblico tornerà numeroso.
      Ciao e grazie.

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      • parsifal 6 giugno 2014 alle 9:28 am

        Parsifal 6 giugno 2014
        Ad Amfortas:Domando scusa per aver scritto Malakova invece di Markarova.Ad ogni modo la tua rubrica è stupenda e mi piace molto.Ribadisco:sono perfettamente d’accordo con la tua recensione:Per quanto riguarda la poca affluenza di pubblico le ragioni sono molte.Forse la prima è che essendo un opera giovanile di verdi non sia tanto interresante ascoltarla.Io la trovo molto bella e ci trovi sempre dentro lo spartito lo zampino di quel grande musicista che Verdi è e diventerà sempre di più con la sua maturità.Ci sono anche molte atre ragioni che penso tu le saprai benissimo quali sono.Ti ringrazio e ti saluto cordialmente.

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      • Amfortas 7 giugno 2014 alle 1:26 pm

        Parsifal, grazie per i complimenti, mi fanno molto piacere.
        A te e agli altri preannuncio che nei prossimi giorni ospiterò qui sul blog un intervento di una persona speciale sull’operetta.
        Ciao e grazie.

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