Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

L’amorosa presenza di Nicola Piovani, con la regia di Chiara Muti, apre con grande successo la stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste

Si è aperta la nuova stagione teatrale del Teatro Verdi di Trieste e, di questi tempi, sarebbe già così una buona notizia. C’è di più, in realtà, perché per il vernissage si è scelta la prima mondiale di un compositore contemporaneo e, rara avis, vivente: Nicola Piovani, artista notissimo e poliedrico che ha collaborato con alcuni dei più importanti registi cinematografici (Bellocchio, Tornatore, Fellini, Monicelli ecc) e Premio Oscar nel 1999 per La vita è bella di Roberto Benigni. Oltre a quest’attività Piovani è stato artefice delle musiche di scena per molti spettacoli teatrali, autore di musiche da camera e davvero tanto altro, compresa una cooperazione con Fabrizio De André in due straordinari concept album nei primissimi anni Settanta del secolo scorso.
Amorosa presenza è un’opera semiseria in due atti che è nata parecchi decenni fa su commissione – presto accantonata – del Teatro d’Opera di Atene. Piovani ci lavorò con Vincenzo Cerami, autore del soggetto, e insieme misero le basi del libretto. In seguito, il progetto rimase a lungo in nuce sino a quando, tre anni fa, Piovani fu contattato da Antonio Tasca, direttore generale del Verdi, che gli propose di riprendere l’opera per il teatro triestino.
Vincenzo Cerami purtroppo non c’è più, perciò è stata la figlia Aisha a raccogliere il testimone del padre per la stesura a quattro mani del libretto.
Per la sua “fiaba d’amore” Piovani ha voluto come regista Chiara Muti, che ha pensato un allestimento di grande civiltà teatrale in linea con l’atmosfera onirica del libretto.
La disposizione degli elementi di scena è ben studiata, minimalista ma ricca di suggestioni. Prevalgono simmetrie dinamiche che fanno da cornice alla vicenda trattata con uno stile fumettistico ma non banale, in cui si riconoscono richiami alla pittura francese del Novecento. Le scenografie e i costumi di Leila Fteita, ben valorizzate dalle luci cangianti di Vincent Longuemare, sono state interamente realizzate dai laboratori del teatro triestino. Si nota un certosino lavoro sulla gestualità dei cantanti, la cura nelle controscene e la felice collocazione delle coreografie (Miki Matsuse) che accompagnano metaforicamente le (dis)avventure dei protagonisti.
La trama è piuttosto semplice e al contempo ben congegnata: in un’immaginaria metropoli, nei primi anni Settanta, due giovani si amano ma non riescono a comunicare e per farlo ricorrono a uno degli escamotage più noti della storia del teatro: il travestimento. Ovviamente la circostanza genera equivoci, fraintendimenti, situazioni paradossali e anche qualche garbata riflessione sull’identità di genere. Alla fine, con la Natura che fa da spettatrice muta degli eventi – rappresentata dall’Albero, dai fumettistici cespugli e dalla luna – coroneranno il loro sogno d’amore.
Dal punto di vista musicale Amorosa presenza è un puzzle formato da tessere piuttosto riconoscibili e citazioni dei grandi compositori dell’opera italiana e non solo, immersi in un flusso sonoro continuo in cui trovano spazio i classici numeri chiusi, le romanze da salotto – Piovani ha palesato la sua ammirazione per Tosti –  e i concertati. Non mancano aperture melodiche e richiami alla musica popolare, come il tango nel finale. Qua e là compaiono influenze che (a chi scrive) hanno ricordato Puccini, Rossini, Weill e Gershwin.
Il punto debole del lavoro di Piovani sono i versi del libretto che sono sembrati farraginosi, soprattutto all’inizio. Forse sarebbe opportuno snellire un po’ il testo da alcune reiterazioni, ma questo aspetto spetterà, ovviamente, al compositore.
L’orchestra, di impianto classico, è arricchita da strumenti che appartengono alla cultura musicale moderna come l’ukulele, la chitarra elettrica, il sassofono.
Piovani ha diretto con precisione ed evidente emozione la sua partitura, ben supportato dalla solita impeccabile Orchestra del Verdi, capace di morbidezza negli archi, brillantezza nei legni e nelle percussioni e sottolineature umoristiche negli ottoni.
Bene anche il Coro che è intervenuto fuori scena.

La compagnia di canto era omogenea, nonostante la sostituzione last minute del previsto tenore Giuseppe Tommaso, ben rimpiazzato da Motoharu Takei il quale, dopo un inizio in sordina, si è ben disimpegnato nella parte di Orazio sia dal lato vocale sia per disinvoltura in scena.
Bravissima Maria Rita Combattelli, dinamica e accorata, che con giovanile grazia ha donato la sua voce limpida di soprano leggero al personaggio di Serena, palesando intonazione cristallina ed emissione pulita.
Convincente sotto ogni punto di vista anche il rendimento della coppia di “anziani”: il severo Tutore William Hernandez, dalla timbrata voce baritonale, e la disillusa Tata Aloisa Aisemberg, mezzosoprano.
Nelle vesti di “narratore” ha ben figurato anche il basso Cristian Saitta nella parte ricca di significati metaforici dell’Albero.
Per questa prima mondiale, che tra l’altro ha visto il “debutto” del nuovo Sovrintendente Giuliano Polo, il teatro non era esaurito ma sicuramente affollato e si è notata una presenza di giovani maggiore del solito. Con la scelta, coraggiosa, di aprire la stagione con un’opera fuori dal grande repertorio e firmata da un artista molto popolare la fondazione triestina ha ottenuto una notevole visibilità mediatica che potrebbe pagare dividendi nel medio termine.
Il pubblico ha tributato un trionfo a tutta la compagnia artistica, chiamata più volte al proscenio. Personalmente consiglio una puntata a teatro, lo spettacolo si replica sino al 29 gennaio.

SerenaMaria Rita Combattelli
OrazioMotoharu Takei
TataAloisa Aisemberg
TutoreWilliam Hernandez
L’AlberoCristian Saitta
  
DirettoreNicola Piovani
Direttore del CoroPaolo Longo
  
RegiaChiara Muti
Scene e costumiLeila Fteita
LuciVincent Longuemare
Assistente alla regiaNoa Naamat
CoreografieMiki Matsuse
  
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste
  





2 risposte a “L’amorosa presenza di Nicola Piovani, con la regia di Chiara Muti, apre con grande successo la stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste

  1. Pier Brovedani 23 gennaio 2022 alle 12:21 am

    Carissimo, condivido il tuo commento. Piovani conferma il suo eclettismo (sì, da Rossini a Gershwin fino a Piazzolla) ma il puzzle a sentir bene appare fin troppo frammentato, non scorre, con frequenti pause (per riprendersi un po’?). La mia impressione è che le percussioni e i fiati coprano fin troppo i cantanti, molto bravi e di ottima presenza scenica ma certo non potenti (né la parte lo richiedeva). Non è certo un’opera, ma neanche un musical né tanto meno un’operetta. Non cerco di classificarla, ma mi pare che nessuna romanza (canzone?) prenda veramente il volo (come accade ad esempio, si parva licet, in Bernstein). Certo non aiuta un debolissimo e a tratti imbarazzante libretto, con rime baciate e ripetizioni quasi esasperanti. Ma le colpe delle figlie non ricadano sui padri…

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    • Amfortas 23 gennaio 2022 alle 10:11 am

      Ciao Pier, stavolta siamo d’accordo. Al primo ascolto è difficile dare una valutazione di un’opera, soprattutto quando gli spazi lirici sono angusti; si dovrebbe tornare in teatro, per vedere se qualcosa resta impresso nella memoria. Il libretto è davvero ostico, ma forse la poetica è diversa da quella a cui siamo abituati, non so. Ho letto anche pareri positivi amche se in teatro i più erano perplessi, boh.
      Ciao, Paolo

      Piace a 1 persona

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