Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria delle Nozze di Figaro di Mozart alla Fenice di Venezia: la regia di Damiano Michieletto fa discutere.

Il Vignettaio, giustamente, ha ritenuto di prendere in giro la mia prosa involuta e pure la chiave di lettura di Damiano Michieletto. Non me la sento di biasimarlo…

Non c’è nulla da fare, l’orrida Venezia mi stupisce sempre. Anzi, in qualche caso addirittura m’intimorisce pure.
Partitura Nozze di Figaro.
Ieri per esempio, perso tra le calle nel tentativo di raggiungere la Fenice, mi sono imbattuto in un gabbiano geneticamente modificato. Era enorme e si stava mangiando un sacco della spazzatura. Il sacco eh? Non quello che c’era dentro. Avrà pesato una quarantina di kg, credo, per un’apertura alare di almeno 3 metri. Pensate che le zampe palmate erano inguainate in un paio di sneakers n°38. Aveva pure lo sguardo minaccioso, di sfida. Ho cominciato ad armeggiare con la macchina fotografica per immortalare codesto mostro ma proprio in quei fieri momenti è passata una signora, credo autoctona, con un pitbull regolarmente al guinzaglio e relativa museruola (il pitbull, non la signora), che ha fatto una fine orribile (la signora, non il pitbull), dilaniata dal gabbiano diversamente sviluppato. Sono scappato vigliaccamente insiema al cagnaccio, lo confesso, e non ho scattato alcuna foto. Neanche quando lo stesso volatile abnorme (l’ho riconosciuto dalle sneakers) è passato volando sopra al Canal Grande con tre giapponesi appesi agli artigli, che peraltro continuavano a scattare foto, va detto.
Poi, quando al bar della Fenice ho speso 7 euro per due caffè ho capito che evidentemente era la Domenica del rapace, e io non ne sapevo nulla. Che volete, a Venezia c’è sempre tanta roba da vedere, mica possono pubblicizzare tutto.
Mi sono calmato solo al ritorno in vaporetto, quando ho potuto godere della vista dei Caronte che fanno gestacci osceni alle spalle dei novelli sposi che si fanno un giro in gondola. Non ho più saputo nulla del pitbull.
Bene, come sempre dopo le cose serie passo ora al gossip, che sarebbe la recensione di queste Nozze di Figaro.
Che dire dell’allestimento di Damiano Michieletto? Prima di tutto che le scene (Paolo Fantin) sono sostanzialmente le stesse del Don Giovanni. Cambiano solo le luci di Fabio Barettin, coerenti con il disegno interpretativo del regista, e i costumi di Carla Teti, sobri ed eleganti con l’unica eccezione di Cherubino, vestito come una specie di montanaro villico, che potrebbe vivere oggi a Ortisei o essere vissuto cent’anni fa a San Vigilio di Marebbe. Povero Cherubino, l’unico con un brutto costume, davvero non si poteva guardare (smile).
Marina Comparato e Carmela Remigio.
Credo, ma non posso esserne certo, che questa atipicità/atemporaneità del costume volesse identificarlo/distinguerlo come variabile impazzita all’interno del gruppo degli altri personaggi che infatti indossavano abiti chiaramente riferibili ai primi del Novecento.
Ricordo ai profani che Cherubino è una parte en travesti particolarmente intrigante: una donna che interpreta non solo un uomo ma un uomo adolescente, in costante tempesta ormonale (si potrebbe definire addirittura un Don Giovanni in fieri – o forse un piccolo Mozart? -) che spariglia ulteriormente con i suoi appetiti sessuali una situazione che è già piuttosto complessa, da questo punto di vista.
L’idea di Michieletto però è un’altra e cioè quella di sottolineare marcatamente la sensualità delle situazioni e di dare forma all’inconscio dei protagonisti (idea non nuovissima) a significare che la vicenda ha due piani di lettura: quello che accade effettivamente e ciò che passa per la testa ai personaggi nei momenti in cui sono sotto pressione dal punto di vista emotivo. Il regista realizza questa sua interpretazione anticipando l’entrata in scena dei rispettivi antagonisti oppure sovrapponendone la presenza.
Illuminante, in questo senso, la scena in cui Figaro canta la sua infastidita e puntigliosa aria (Se vuol ballare signor contino) mentre si accapiglia con il Conte stesso.
Contemporaneamente alcuni lati del carattere di certi personaggi sono estremizzati, per ancorarli meglio alla realtà. La stizzosa Marcellina, nella scena iniziale con Susanna, non regge alle ironie sulla sua età e va fuori di testa lanciando stoviglie, bicchieri, posate e coinvolgendo la cameriera nella baruffa.
Ovviamente si potrebbero fare altri esempi che per brevità tralascio. Anche qui nel finale c’è un colpo di scena, con l’inusitato suicidio della Contessa, unica vera vittima e forse il personaggio più “limpido” nella visione del regista.
Il fatto è che, almeno a mio parere, questo gioco di specchi e controspecchi appesantisce la narrazione teatrale di un’opera che è già sovrabbondante di equivoci ( non a caso è tratta da una commedia di Beaumarchais che s’intitola La folle journée ou Le mariage de Figaro) e toglie un po’ di quella leggerezza e briosità alla quale Mozart e Da Ponte evidentemente tenevano, visto che si sono dati da fare per attutire quegli elementi di critica sociale di cui il testo originale è invece pieno.
Spesso ho avuto la sensazione di una certa staticità, forse perché il gioco della scena ruotante, visto due volte a distanza ravvicinata, perde un po’ di fascino e svanisce l’effetto sorpresa.
Resta il dubbio che Michieletto invece volesse proprio connotare di ulteriore irrequietezza l’opera e di farci intravedere squarci di “cattiveria”in personaggi che di solito sono visti come bonaccioni.
Come nel Don Giovanni di cui ho scritto qui, la direzione di Antonello Manacorda risulta complementare con la visione del regista e questo è sempre un bene per l’omogeneità dello spettacolo.Antonello Manacorda.
Una concertazione tesa quindi – bellissima la Sinfonia – senza fronzoli, attenta alle esigenze dei cantanti (Manacorda sul podio canta tutte le parti a memoria), mai clangorosa. Allo stesso tempo il direttore ha ricreato bene quelle atmosfere liriche e struggenti che attraversano tutta la partitura mozartiana e si focalizzano nelle arie della Contessa. Il mio parere è che oggi non sia facilissimo sentire un Mozart diretto così bene. In gran spolvero mi è sembrata l’Orchestra della Fenice.
Mattatore della serata è risultato il bravissimo Alex Esposito, che ha voce di buon volume e ben timbrata, e un’esuberanza scenica davvero ammirevole che ben si presta a rappresentare un personaggio come Figaro. Applausi a scena aperta per lui dopo l’aria Non più andrai farfallone amoroso.
Markus Werba interpretava il Conte e se dal lato scenico si è ben disimpegnato, ha convinto meno da quello vocale perché la voce, di timbro abbastanza anonimo, ha mostrato qualche durezza in alto. Peraltro il suo irrequieto Conte risulta credibile.Markus Werba e Rosa Feola.
Convincente il Bartolo di Umberto Chiummo, mentre rivedibile mi è sembrato Bruno Lazzaretti nella parte di Basilio, che ha palesato molte difficoltà nell’aria dell’asino, come la chiamo io.
Di buona routine le prove di Emanuele Giannino (Don Curzio) e Matteo Ferrara (Antonio).
Tra le protagoniste femminili è stata una bella gara di bravura.
Nei panni della Contessa, Carmela Remigio ha affrontato con qualche cautela la prima aria (Porgi amor) ma poi la sua prestazione è andata in crescendo ed è sbocciata in una magnifica interpretazione della struggente Dove sono i bei momenti, salutata da un’ovazione.Carmela Remigio.
La Contessa è una parte che davvero le sta a pennello, perché l’artista è a proprio agio sia per la tessitura sia per l’accento sempre appropriato.
Molto brava anche Rosa Feola, Susanna, che è riuscita a rendere la sensualità e la malizia del personaggio senza ricorrere a effetti grossolani e sfoggiando una voce sicura e gradevole. Segnalo anche un curioso incidente in cui il soprano ha dimostrato sangue freddo: a un certo punto le è rimasta in mano la maniglia di una finestra. Ebbene, invece di scoppiare in una risata sgangherata come avrei fatto io, la Feola dopo un decimo di secondo di smarrimento ha aperto la finestra prendendola per il battente (smile).
Di notevole rilievo artistico anche il Cherubino di Marina Comparato, assai impegnata anche scenicamente, che si fa apprezzare, tra le altre cose, per la qualità del legato e l’intelligenza del fraseggio. Anche per lei applausi a scena aperta dopo le due arie.
Bene la Barbarina giovane e vitale di Arianna Donadelli, che canta la non sempre eseguita aria della spilla.
Un po’ più debole dal punto di vista vocale, ma comunque discreta la prova di Elisabetta Martorana, che si è cimentata pure nell’aria della capretta.
Completavano il cast Nicoletta Andeliero e Francesca Poropat.Applausi 2
Applausi trionfali per Alex Esposito, Carmela Remigio e Antonello Manacorda. Successone meritato per tutti gli altri. Nessuna contestazione alla regia, che invece era stata riprovata piuttosto duramente all’esordio. Una regia che fa discutere, comunque di spessore e interessante.
Insomma, dopo aver letto di gabbiani, rapaci, asini, caprette, potrete dire in giro, con maggior ragione del solito, che avete letto una recensione da bestie.

Un saluto a tutti (strasmile).

P.S

Qui ci sono tutte le foto che ho scattato, con grande sprezzo del pericolo. Le maschere della Fenice sono delle bestie pure loro (strasmile).

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39 risposte a “Recensione semiseria delle Nozze di Figaro di Mozart alla Fenice di Venezia: la regia di Damiano Michieletto fa discutere.

  1. Paolo Locatelli 17 ottobre 2011 alle 4:53 pm

    Ciao Amfortas, anch’io ho visto lo spettacolo ieri e sono sostanzialmente d’accordo con i giudizi che hai dato. L’ho trovato nel complesso meno interessante del Don Giovanni e decisamente troppo simile per essere visto a due settimane di distanza. In ogni caso un’allestimento di ottimo livello, Michieletto vale senz’altro una trasferta a Venezia.
    Un saluto, Paolo

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  2. amfortas 17 ottobre 2011 alle 5:12 pm

    Paolo, ho letto ora il tuo ampio commento sul Discorso e sono contento che la pensiamo sostanzialmente allo stesso modo.
    Ciao e grazie!

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  3. daland 17 ottobre 2011 alle 8:21 pm

    Lo vedrò venerdi sera. Dopo la tua recensione mi sento di essere ottimista! Ciao.

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  4. amfortas 17 ottobre 2011 alle 8:52 pm

    daland, sono contento che tu ci vada, soprattutto per sapere che ne pensi della direzione di Manacorda. L’allestimento non credo che incontrerà il tuo gradimento, ma comunque a rileggerci!
    Ciao e grazie.

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  5. Alucard4686 18 ottobre 2011 alle 10:16 am

    Dato che spesso c’è una cooperazione fra Venezia e Ts, speriamo di poter vedere prossimamente questi spettacoli, se il teatro ci sarà ancora…
    Magari, riescono ad ingaggiare anche il temuto pennuto. Tanto gli piacciono le città di mare 😀

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  6. margot 18 ottobre 2011 alle 11:41 am

    Immagina il fratello romano del gabbiano sulla terrazza del palazzo di fronte al mio. Oltre a tutto il raccapriccio c’è anche l’aggravante che se lo guardi, non necessariamente storto, apre le ali e ti starnazza contro: “‘zzo guardi? Te dò ‘n’alata che quanno smetti de girà c’hai i vestiti fori moda. Guarda che vengo là e te strappo l’occhi!” Non sono cose belle…

    L’hitchcockiana Margot 🙂

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    • amfortas 18 ottobre 2011 alle 1:04 pm

      Margie, devo trovare le parole giuste, ma diciamo che tu con i volatili non hai una bella tradizione alle spalle. Ricordi la gallina che vedevi solo tu, vero?
      Comunque il gabbiano che parla in romanesco ‘n se pò senti’, io te lo dico.
      Ciao 🙂

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  7. amfortas 18 ottobre 2011 alle 1:01 pm

    Alu, speriamo ma io dubito fortemente…che dire, magari ci accontenteremo solo del pennuto 🙂
    Ciao!

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  8. rd 18 ottobre 2011 alle 5:01 pm

    Ma Cherubino… non è vestito da giocatore di calcio inizio ‘900? 🙂

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  9. Marco 18 ottobre 2011 alle 5:58 pm

    I giocatori primi novecento erano esattamente così, basta vedere le vecchie foto 😉

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  10. Martino Pinali 18 ottobre 2011 alle 7:09 pm

    Ammiro Michieletto, non tanto per le sue regie (di cui, ahimè, ho visto solo il Roméo et Juliette al Filarmonico e in primavera la Gazza ladra) quanto per la sua giovane età e le sue idee innovative che però riescono ad attenersi al contesto. Tuttavia, da quello che mi hanno descritto, non riesco a capire una cosa: Le nozze di Figaro sono una commedia, no? E perché trasformarla in qualcosa di serioso, al limite del tragico??? Posso capire il claustrofobico Don Giovanni, ma non riesco a capire molto queste “psicoanalitiche” Nozze. Aspetterò comunque di vedere la trilogia completa Mozart-Da Ponte-Michieletto nel 2013 (adoro farmi progetti futuri…sperando che vadano in porto 😀 )

    Martino (Badoéro)

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    • amfortas 18 ottobre 2011 alle 8:57 pm

      Martino, io ho visto moltissimi allestimenti di Michieletto e in generale credo sia un regista che abbia idee, che sia giovane è meglio, ma non è fondamentale. Conosco giovani completamente idioti e vecchi arzilli e intelligentemente propositivi. I tuoi dubbi sono i miei, e li ho esplicitati nel post. Però io sono sempre contento quando qualcuno mi fa vedere le cose da prospettive inusuali, altrimenti sai la noia! Il Così non me lo perderò neanch’io, credo. Ciao e grazie 🙂

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  11. Susanna 18 ottobre 2011 alle 11:36 pm

    Ho assistito alla prima. Il cast è stato mediocre (voto esatto, secondo me, cinque meno), ma questa non è necessariamente una stroncatura, considerato che le innumerevoli registrazioni eccellenti che sono a disposizione di questo capalavoro assoluto rendono difficile e impari ogni confronto. La Remigio era fuori personaggio nella splendida “Porgi amor”, mentre nell’aria “Dove sono” è andata decisamente meglio, ma sembrava essere rimasta nelle corde di Donna Elvira (avrebbe dovuto essere più romantica e malinconica invece che aggressiva). Alex Esposito non mi ha impressionato, nè per la voce, nè per la teatralità accentuata. La Feola non ha sbagliato la sua aria, facendola sufficientemente, ma per il resto non è stata entusiasmante. Il duetto “Crudel” con il conte è stato un assoluto massacro. La Comparato l’ho sentita meglio in altre occasioni. Anch’io ho notato che Manacorda ha cantato quasi tutte le parole, e l’ho trovato poetico, ma la sua direzione è stata a volte caratterizzata da tempi discutibili, come quello troppo veloce per i miei gusti per la prima aria di Cherubino a rischio di allucinante marcetta. Per quanto riguarda la regia, ritengo meritatissimi i sonori fischi della serata rivolti a Michieletto provenienti da tutto il teatro. Alcune soluzioni erano palesamente copiate (come il potere “taumaturgico” di Cherubino, ad esempio “applicato” alla “resurrezione” della contessa durante l’ouverture), pochissime erano carine (i palloni volanti sull’aria di Figaro), ma la maggior parte erano di una tristezza imbarazzante. La più insensata di tutte, il suicidio finale della Contessa, una vera e propria presa in giro nei confronti del pubblico – un mix di ignoranza e arroganza inaccettabile -, altro che innovazione comprensibile solo a palati sopraffini.

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    • amfortas 19 ottobre 2011 alle 8:34 am

      Susanna, ciao. Abbiamo visto serate diverse e quindi ci stanno disparità di giudizio sul rendimento dei cantanti, è palese. Però, scusa, definire aggressivo l’approccio di Carmela Remigio al personaggio della Contessa è diverso, anche perché Michieletto nella sua regia ha una visione esattamente opposta, tanto che appunto prevede che alla fine la Contessa si uccida proprio perché è palesemente “diversa” dal resto dei personaggi. Non capisco poi il tuo accenno a un’innovazione comprensibile solo a palati sopraffini: io non l’ho scritto e mi pare anche che il mio post non faccia credere che io la pensi così 🙂
      Ciao e grazie per il contributo.

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  12. Marisa 19 ottobre 2011 alle 3:15 pm

    Non ho visto lo spettacolo e mi dispiace, ma non credo che far suicidare la contessa sia una bella trovata. Nonostante il suo accorato dolore e le sue malinconie, proprio un crepacuore è decisamente fuoriluogo e sicuramente non rende giustizia alla delicatezza di Mozart.

    In quanto alla sovrapposizione di quello che si dice (o si canta) e quello che si pensa, ricordo che è la normale condizione umana e lo si dovrebbe capire comunque. Basta un minimo di allenamento per accorgersene. Ci sono poi altri strati più profondi , ma lasciamoli nell’inconscio 🙂

    Cherubino è sicuramente il personaggio più ambiguo di tutto il contesto ( anche senza ricorrere a improbabili costumi) e quello che si presta a maggiori interpretazioni psicologiche, perchè non ancora irrigidito in un ruolo preciso e i turbamenti adolescenziali lo espongono ad una plasmaticità maggiore. Non credo si tratti comunque di un futuro Don Giovanni perchè il suo modo di innamorarsi di tutte è lo schiudersi ad una dimensione erotica nuova e palpitante, più vicino alla sensibilità di Saffo (“…rapido un fuoco sottile corre dentro la carne,- e con gli occhi non vedo più, e le orecchie rombano, – e il sudore m’inonda, e mi cattura tutta il tremore,…”), una donna quindi, che non alla consumata tecnica maschile di Don Giovanni.

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    • amfortas 19 ottobre 2011 alle 3:42 pm

      Marisa, ben ritrovata. Ti dirò che neanche a me la soluzione del suicidio della Contessa piace molto, però ha un senso nel contesto dello spettacolo di Michieletto.
      Su Cherubino non saprei, io lo sento decisamente maschio, seppure non possa certo negarne l’ambiguità di fondo. L’aria del primo atto mi pare abbastanza indicativa, soprattutto per quel E se non ho chi m’oda, parlo d’amor con me! , che mi pare tipicamente maschile, come comportamento. E poi Don Giovanni non era un tecnico, ma un istintivo 🙂 a mio parere, perché la tecnica comporterebbe una premeditazione, un ragionamento. Guarda che brutta fine fa, povero.
      Ora vedo di scoprire qualcosa di più sul costume di Cherubino.
      Ciao!

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  13. amfortas 19 ottobre 2011 alle 9:12 pm

    Comunque ragazzi, è ufficiale. Il costume di Cherubino è da calciatore dei primi del Novecento. Me l’ha detto Cherubino in persona, mica pizza e fichi eh? 🙂
    Un saluto a tutti voi e ancora grazie per gli interventi!

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  14. principessasulpisello 21 ottobre 2011 alle 12:00 pm

    Quest’opera è il mio ansiolitico!

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  15. Alessio 21 ottobre 2011 alle 8:20 pm

    Ho visto lo spettacolo ieri. Michieletto era presente alla fine ed e’ stato aspramente contestato. Io penso che alcune sue idee siano poco funzionali a quest’opera, ma trovo che la sua lettura delle Nozze sia assolutamente coerente. La contessa fascia quell tristi stanze nelle quali

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  16. Alessio 21 ottobre 2011 alle 8:26 pm

    …nelle quali ha sofferto e subito dei piccoli traumi: le offese e la violenza di suo marito che alla fine vuol solo salvare la faccia. Io penso che lei non abbia alcun motivo dii festeggiare perche’ sa bene che suo marito domani ricominciera’ da capo!!… Il lieto fine e’ una convenienza-convenzione.
    Ecco il mio pensiero. Alessio

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    • amfortas 22 ottobre 2011 alle 8:45 am

      Alessio, se c’è una qualità in Michieletto questa è proprio la coerenza, anche negli allestimenti più originali. Penso al Romèo di Gounod, per esempio, che poteva essere discusso per l’ambientazione stravagante ma seguiva una linea precisa.

      Finale

      Poi sai, i traumi piccoli sono tali solo per chi non li vive in prima persona 🙂
      Ciao e grazie per il contributo.

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  17. Susanna 22 ottobre 2011 alle 2:24 pm

    Salve a tutti di nuovo (negli altri post non ho salutato e mi dispiace). A febbraio ho visto le Nozze alla Staatsoper di Vienna, ho pagato 35 euro per un posto in galleria dal quale si vedeva tutto il palcoscenico e ho assistito a uno spettacolo ottimo, mentre alla Fenice per 140 euro ho assistito a uno spettacolo, a mio avviso, mediocre (che ripeto, non è necessariamente una critica). Certo, per i miei gusti a Vienna la direzione di Möst era un po’ compassata, ma impeccabile, e Erwin Schrott come conte mi ha lasciato perplessa (Susanna e Figaro sufficienti, contessa splendida), ma per il resto è stata una serata bellissima. Forse anche perché la regia, nonostante i soliti particolari kitsch che non mancano mai nelle produzioni mitteleuropee, non ha strafatto. Io credo che questo sia il punto: con un’opera perfetta come le Nozze non bisogna strafare, il compito dovrebbe essere quello di assecondare tanto materiale sublime. Ed essere fedeli in maniera intelligente (che non vuol dire pedissequa e/o non creativa) al libretto, anche perché è un libretto davvero senza precedenti, che potrebbe essere rappresentato anche senza musica, come solo opera teatrale, per quanto è perfetto. Bene, in questo libretto non si parla di suicidio, non si parla né di Tosca, né di Cio-cio-san, ma della Contessa. E si parla di perdono: la splendida pagina del perdono del conte e della contessa (immortalata anche dal film “Amadeus”) indica qualcosa che va al di là delle convenzioni, delle ipocrisie e delle meschinità presenti nei matrimoni, indica verso il sublime del perdono. Oltre a essere puro non-sense, in questo caso il suicidio (ma anche tante altre soluzioni della regia) fa parte di una visione manichea che non può che apparire sprovveduta o arrogante di fronte alle impressionanti sfaccettature e sfumature di un’opera come questa, che non devono essere appiattite, ma soltanto esaltate. Grazie e saluti a tutti.

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    • amfortas 22 ottobre 2011 alle 4:42 pm

      Susanna, rispetto il tuo parere, ma trovo che non ci sia nulla di più convenzionale del perdono. E soprattutto, quanto a manipolazioni, il film Amadeus è un esempio in negativo, perché quello sì banalizza la vita (e la morte) di Mozart. A me pare che Michieletto, semplicemente, provi a dare una lettura diversa delle Nozze, lo faccia con originalità e coerenza e con un discreto lavoro sui cantanti. Sono sempre curioso e interessato nei confronti di chi vede le cose da un punto di vista originale, ecco, soprattutto quando lo fa con buongusto. Però probabilmente tu sei, in questo senso, più conservatrice di me 🙂
      Segalo intanto la recensione di Daland, riferita alla recita di ieri sera.
      Ciao e grazie!

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      • Susanna 22 ottobre 2011 alle 5:53 pm

        Salve. La citazione di “Amadeus” era per indicare che l’importanza della pagina del libretto del perdono è stata riconosciuta anche da un film commerciale e adolescenziale come quello di Forman, che non considero di certo un termine di discussione e/o di paragone. Film appesantito guarda caso proprio dal manicheismo del bene contro il male (chissà quanto voluto da Puskin che ha alimentato il discutibile mito del Salieri nemico di Mozart!). Volevo, insomma, solo sottolineare che la rilevanza della pagina è stata vista anche in un contesto del genere. Se poi è conservatrice chi ritiene che l’aspetto tragico semplicemente non esista in un’opera come le Nozze – senza che ciò intacchi minimamente la densità emotiva e lo spessore esistenziale unici in essa contenuti – non posso che esserlo. Una regia del genere sembra quasi voler intendere che quest’assenza di tragicità sia una mancanza … Quando, in realtà, la leggerezza e l’ineffabile dell’imprevedibilità degli intrecci amorosi è molto, molto più difficile da restituire sulla scena. Poi, per quanto riguarda la non convenzionalità, ben venga, anzi, spesso è estremamente esaltante, ma non dovrebbe mai, almeno secondo me, essere disgiunta da una comprensione approfondita delle istanze di musica e libretto. Ciao.

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  18. amfortas 22 ottobre 2011 alle 6:22 pm

    Susanna, è chiaro che tutti noi abbiamo delle priorità da soddisfare quando andiamo a teatro, ed evidentemente le mie sono differenti dalle tue. Questo fatto non è certo una diminutio né per me né per te 🙂
    Le istanze della musica, soprattutto, erano a mio parere pienamente rispettate anche perché la direzione di Manacorda perfettamente s’attagliava alla visione registica.
    Ciao!

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  19. Marco 27 ottobre 2011 alle 12:29 pm

    Allora ci ho indovinato! Mi sembrava impossibile una interpretazione diversa… Azzeccatissima a parer mio nel contesto!
    10 e lode a Michieletto!!!

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  20. amfortas 27 ottobre 2011 alle 7:01 pm

    Marco, queste Nozze hanno raccolto molte recensioni positive e anche qualche contestazione – parlo della regia – ma nessuna stroncatura assoluta. Al di là dei singoli pareri significa che il regista non ha rappresentato se stesso, ma si è messo a disposizione del libretto e della musica. Non è poco, di questi tempi.
    Ciao e grazie!

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  21. Alessio 30 ottobre 2011 alle 12:25 am

    Cara Susanna, ma se tu tossi la Contessa crederesti al perdono di tuo marito? Andiamo… lui è “un labbro menzogner” come dici tu…. lo sai benissimo che il crudele più non ti ama, (sempre parole tue)…
    Il conte medita vendetta (“seggiamo e meditiam vendetta”) non perdono….
    Un uomo come il conte non ha assolutamente nulla di sublime. Sublime è la contessa, la sua sofferenza docile, il suo non conoscere violenza.
    In questo l’addio che Michieletto le fa compiere, il suo saluto finale, è la silenziosa conclusione della sua giornata. La storia è sempre fatta dagli uomini, come canta Marcellina, e la Contessa non può fare altro che dire di si……. (nota che in Beaumarchais il perdono viene dato per ben 3 volte in un giorno solo…. insomma il conte è un codardo ridicolo…altro che sublime). Ricoprire di fischi una lettura del genere significa non volersi porre nessuna domanda e andare all’opera già con le risposte in tasca…. ma allora che senso ha? facciamo dei bei concerti che tanto mozart-da ponte funzionerebbero comunque alla grande.

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    • Susanna 31 ottobre 2011 alle 2:31 pm

      Cari Alessio e Amfortas, può darsi che il conte sia solo un personaggio mediocre. Per tutta l’opera non fa altro che cercare di imporre i propri privilegi e architettare soluzioni che lo favoriscano (e questo dalla regia emerge bene), però è anche vero che spesso l’aspetto comico (che invece emerge molto poco), dovuto anche al fatto che poi alla fine non ottiene mai ciò che brama, sovrasta quello mediocre. Quindi la sua personalità non è forse così monocorde, e di sicuro ha più di una sfaccettatura. Sicuro è anche che il conte non ha alcun bisogno di chiedere un falso perdono, perché, grazie alla sua posizione, può continuare, a prescindere dal risultato, a fare quello che già fa. Ma ammettiamo pure che alla fine chieda perdono ipocritamente solo per salvare le apparenze di fronte agli altri personaggi presenti sulla scena, e che quindi il “tono supplichevole” di cui si parla nel libretto sia finto; allora non si capisce perché mai questa giornata sia diversa dalle altre e quindi degna di essere rappresentata nell’opera, se poi il conte fa quello che fa tutti gli altri giorni. “Questo giorno di tormenti, di capricci e di follia” è un giorno speciale forse proprio perché avviene qualcosa di unico (grazie in ogni caso per l’interessante riferimento, che non conoscevo, al perdono nell’opera di Beaumarchais).
      In ogni caso, se anche fosse così, se anche il conte chiedesse un perdono fasullo, ciò non cambia che la contessa lo perdoni lo stesso, perché non è come lui. La regia aveva l’intenzione di caratterizzare l’unicità del suo personaggio, ma con il suicidio paradossalmente non ci riesce, perché soffoca la sua diversità rispetto agli altri. Se non credesse al perdono che concede, la contessa sarebbe infatti proprio come il conte. Continuo a pensare che un suicidio dopo un perdono sia un non-sense: la contessa è malinconica ma non depressa, ferita ma non vinta, e se si suicida per amore, perché sarebbe proprio l’amore (rappresentato da Cherubino) a farla “risorgere” nell’Ouverture? Un amore in partenza già fallimentare, ipocrita, convenzionale, per cui non varrebbe di certo la pena di lottare. Secondo me non c’è traccia di questo sapore rinunciatario, di questo nichilismo emozionale, nelle “Nozze”. Non che manchi l’aspetto anche cialtronesco dell’amore, al pari di quello imprevedibile e ineffabile, proprio perché in quest’opera è rappresentata una gamma vastissima del caleidoscopio dei sentimenti umani e non solo il bianco e il nero.
      P. S. Per quanto riguarda i miei gusti che non apprezzerebbero il destabilizzante, “sublime” non indica una bellezza ieratica, anzi è (almeno dal Settecento in poi, guarda caso proprio il secolo di Mozart) la parola usata per determinare qualcosa che è per antonomasia destabilizzante! Pensiamo a Kant che nella “Critica del Giudizio” inserisce le eruzioni dei vulcani e in generale i fenomeni spaventosi della natura nel celebre “sublime dinamico”!! A me, fallibile mortale, un perdono così, sincero e disinteressato, sconvolge. E una musica tanto straordinaria e soave, ricca di sfumature così come i sentimenti umani, mi destabilizza e mi inquieta fin nel profondo, altro che …
      Comunque, grazie per le vostre sollecitazioni. Ciao, Susanna (e non Contessa?).

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      • amfortas 31 ottobre 2011 alle 7:40 pm

        Susanna, ti sei spiegata benissimo. Io credo però che se il regista sceglie di enfatizzare un lato caratteriale di un personaggio, giocoforza poi ne mette in ombra un altro o altri. Qui l’idea forte era di dare uno sguardo fuori dagli schemi alla vicenda, e mi pare (opinione, ovvio) che sia stata ben realizzata.
        Ciao e grazie ancora per gli articolati interventi.

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  22. amfortas 30 ottobre 2011 alle 5:28 pm

    Alessio, forse Susanna preferisce una lettura del capolavoro di Mozart meno destabilizzante, non c’è nulla di male in tutto ciò.
    Non sono d’accordo sul fatto che Mozart/Da Ponte funzionerebbero comunque, o meglio non del tutto, stiamo pur parlando di teatro, che non può prescindere se lo si vuol godere in pieno di un allestimento a tutti gli effetti.
    Ciao 🙂

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  23. Pingback:Recensione semiseria di Così fan tutte di Mozart alla Fenice di Venezia, ovvero la scuola dei gabbiani assassini. | Di tanti pulpiti.

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