Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del Rigoletto di Giuseppe Verdi alla Fenice di Venezia: molto bene Désirée Rancatore.

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Neanche fossero già cominciate le celebrazioni per il bicentenario della nascita di Verdi, alla Fenice di Venezia – dopo la Traviata di cui ho riferito pochi giorni orsono – è Rigoletto, nella ripresa dell’allestimento che debuttò nel 2010 a firma di Daniele Abbado, a tenere desta l’attenzione dei melomani.
Segnalo inoltre che in questi giorni le due opere si alternano sul palco quasi senza soste, ed è stato evidente ieri sera, quando durante Rigoletto dall’alto è caduta una banconota/fogliasecca che si era attardata tra le pieghe del palcoscenico dopo la Traviata della sera precedente (smile).
Non mi soffermo troppo sui soliti inconvenienti nell’orrida Venezia, ieri traboccante più che mai di umanità varia. Certo, sul vaporetto – che ieri causa ventaccio traballava più del solito – un’anziana signora col braccio ingessato ha cercato di uccidermi con una tosta gomitata al plesso solare, ma sono cose che succedono. Peraltro io credo d’aver spezzato involontariamente una tibia a un ragazzino con un calcio. Urlava, povero. Ed è anche vero che sono arrivato a casa a notte inoltrata perché un signore ubriaco ha ben pensato di spaccarsi la testa contro una porta proprio nel vagone dove mi trovavo io. Ovviamente sono stati chiamati tutti, dall’ONU in giù, sino alla Polfer, per risolvere il problema. Risultato, una bella ora di ritardo per me e qualche punto di sutura per l’alcolista anonimo.
Ma veniamo alle cose meno serie.
Qualche decennio fa – il tempo passa, maledizione – “Bella senz’anima” fu il titolo di un grande hit. Bene, in questo caso lo spettacolo di Abbado mi è sembrato non solo senz’anima, ma pure brutto (smile). Sarà che all’ennesima regia in cui si stigmatizzano i vizi e gli stravizi della borghesia l’opera trotter si accascia stremato dalla noia. Oppure sarà che dei conflitti e delle immani tensioni psicologiche, della rivoluzionaria ed eversiva messa in scena del diverso, in questo contesto – terribilmente statico – non c’è traccia. E certo non aiuta vedere ancora verso la fine del Preludio il Rigoletto di turno che compare sul palco a sipario chiuso, illuminato dall’occhio di bue, che fa la faccia truce al pubblico. La prima volta che vidi una trovata del genere mi ero appena comprata la A112 Elegant (smile).
Insomma, non lo so, ma resta che un’opera di tale complessità non trova un’adeguata rappresentazione se non c’è un’idea forte e, francamente, l’esibizione del sesso e di qualche corpo nudo ormai appartiene a una stanca routine che odora tanto di monotono provincialismo e che neanche la provocazione fine a se stessa può giustificare. Resta un certo discreto equilibrio cromatico, grazie ai costumi di Alison Chitty e all’impianto luci di Valerio Alfieri che valorizza un po’ le tetre e risapute (ancora questi muri e pannelli, per Abbado sono un’ossessione visto che sono presenti così spesso nei suoi spettacoli) scenografie della stessa Chitty.
Si conferma direttore verdiano assai interessante Diego Matheuz, il quale si butta con giovanile entusiasmo sulla ricchissima partitura ma allo stesso tempo non pecca di superficialità. Ne esce una direzione vibrante, tesa, in cui grazie al fraseggio orchestrale mobilissimo i contrasti dinamici ben individuano i laceranti sentimenti dei protagonisti. Grande attenzione anche ai cantanti, che nei concertati o nei tanti duetti sono accompagnati con personalità e nitore espressivo, anche grazie a un’Orchestra della Fenice che evidentemente è in sintonia col suo giovane direttore. Unico appunto, come già nella precedente Traviata, qualche episodico eccesso di decibel.
Il compito d’impersonare Rigoletto – uno dei caratteri più sfaccettati dell’intera drammaturgia verdiana – era affidato a Dimitri Platanias, che ha i mezzi vocali per la parte ma manca, clamorosamente, di personalità artistica perché non approfondisce minimamente la psicologia del personaggio. Il suo è un Rigoletto monocorde, piatto, sbilanciato sul lato grossier e quindi sempre costretto al canto muscolare, che soddisfa il pubblico meno smaliziato – e ne sia prova il grande successo ottenuto alla fine – ma non centra l’obiettivo di una caratterizzazione sfumata, sfuggente, ambigua, che è irrinunciabile per valutare positivamente un cantante che si cimenta nella parte. Paradigmatici, in questo senso, i modesti risultati espressivi nel duetto con Sparafucile e nel monologo Pari siamo. Soprattutto nell’ultima scena, inoltre, la voce è parsa affaticata (le ultime frasi non morir…mio tesoro…erano sgradevolmente sbiancate). Buona la presenza scenica e va dato atto all’artista di non essersi lasciato andare a troppe gigionate dal punto di vista attoriale.
Altalenante la prestazione di Celso Albelo nei panni del Duca. Certo, la voce è ideale o quasi per la parte ma – al netto di un’entrata cauta (Questa o quella, piuttosto anonima) – mi è sembrato che il tenore sia stato poco incisivo nel caratterizzare l’arroganza libertina, la protervia del potentato politico. Buono il duetto con Gilda nel primo atto e ancora meglio l’aria (Ella mi fu rapita) che apre il secondo atto, mentre la cabaletta (Possente amor mi chiama) è stata chiusa con un re bemolle che si può definire né più né meno che un urlo crescente e strozzato. Ancora bene poi la canzone (La donna è mobile) del terzo atto e discreto il famoso concertato a quattro, in cui la voce passava bene la robusta orchestra.
Albelo guarda evidentemente ad Alfredo Kraus ma, se mi si consente la battuta, al momento ha bisogno di un binocolo piuttosto potente (smile).
E veniamo ora a Gilda, che di solito è ridotta dai soprani a un’insopportabile bambolina semideficiente.
In questo caso, invece, Désirée Rancatore non solo non ci ha inflitto codesta tortura, ma ha delineato un personaggio convincente sotto ogni punto di vista, sia vocale sia attoriale.
La voce, ben proiettata, è molto più corposa di qualche tempo fa e allo stesso momento il soprano non ha perso brillantezza negli acuti (e sovracuti) che sono penetranti e puliti. Ma, soprattutto, è molto curato il fraseggio e l’attenzione alla parola scenica notevole, tanto che dando per scontata l’ottima resa dell’aria Caro nome, mi fa piacere rilevare come l’artista sia stata espressiva in quelle piccole frasi che di solito non si notano, come ad esempio nel primo duetto col padre (almen chi sia fate ch’io sappia la madre mia – che meritava una risposta artistica più incisiva dal baritono -) e anche nelle poche battute con Giovanna (Giovanna ho dei rimorsi) che precedono l’entrata del tenore. Magnifico il finale, con le commoventi frasi spezzate che precedono la morte di Gilda. Nel denso quartetto concertato la voce svettava, tra l’altro.
Nel complesso quindi la Rancatore ci restituisce una Gilda giovane e credibile, affrancata da smancerie e sdilinquimenti che di solito fanno percepire il personaggio lontanissimo dalla nostra realtà.
Buona la prova di Gianluca Buratto, voce imponente di basso, che dovrebbe disciplinare un po’ l’emissione ma che comunque interpreta uno Sparafucile cinico il giusto e adeguato dal punto di vista scenico.
Brava anche Anna Malavasi, che ha voce mezzosopranile – non enorme, ma educata – di un bel colore seducente, adatta alla caratterizzazione di una Maddalena più sobria di quello che si vede (e sente) abitualmente.
Vigoroso il solido Monterone di Luciano Batinic.
Di buon livello la prova di tutti gli altri comprimari, che potete trovare nella locandina qui sotto. Eccellente il Coro del Teatro La Fenice.
Il pubblico –il teatro non era esaurito, ma comunque assai affollato – ha gradito molto lo spettacolo, applaudendo anche a scena aperta tutti gli artisti. Alle singole grande successo per tutti, particolarmente caloroso per i tre protagonisti.
Le recite proseguono sino al 29 settembre, alternando due cast.

Un saluto veloce ché tra qualche ora mi aspetta l’inaugurazione della stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste.

A presto e ciao a tutti!

P.S.

Le foto si riferiscono alle recite dell’anno scorso, appena saranno pronte quelle di ieri, le allego in una gallery.

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 14 SETTEMBRE 2012: RIGOLETTO DI GIUSEPPE VERDI

 

Il Duca di Mantova Celso Albelo
Rigoletto Dimitri Platanias
Gilda Désirée Rancatore
Sparafucile Gianluca Buratto
Maddalena Anna Malavasi
Il Conte di Monterone Luciano Batinic
Giovanna Annika Kaschenz
Marullo Armando Gabba
Matteo Borsa Iorio Zennaro
Il Conte di Ceprano Luca Dall’Amico
La Contessa di Ceprano Elena Traversi
Un usciere di corte Antonio Casagrande
Un paggio della Duchessa Emanuela Conte
 

Maestro concertatore e direttore Diego Matheuz

 
Scene e costumi Alison Chitty
Coreografia Simona Bucci
Luci Valerio Alfieri
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

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8 risposte a “Recensione semiseria del Rigoletto di Giuseppe Verdi alla Fenice di Venezia: molto bene Désirée Rancatore.

  1. principessasulpisello 16 settembre 2012 alle 12:56 pm

    Relativamente ai cantanti, manca spesso la capacità e il tempo di approfondire la psicologia dei personaggi, cosa basilare in un autore come Verdi.

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  2. Luciana 17 settembre 2012 alle 6:40 am

    sono d’accordo quasi su tutto perchè Albelo a parte il re bemolle
    è stato il migliore interprete della serata

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    • amfortas 17 settembre 2012 alle 7:40 am

      Luciana, mah, non sono troppo d’accordo. Ho sempre apprezzato Albelo ma, almeno in occasione di questa recita, l’ho sentito poco incisivo. Il re bemolle è un incidente, quella nota è difficile, può succedere a chiunque.
      Ciao e grazie!

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  3. Maura 20 settembre 2012 alle 4:20 pm

    Caro Amfortas, come mai non commenti nulla sul Corriere della Grisi? Ciao…

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  4. amfortas 20 settembre 2012 alle 4:48 pm

    Maura, l’argomento meriterebbe un’ampia disamina 🙂 ma mi limito a una risposta sintetica: leggo spesso il CdG ma ritengo del tutto inutile commentare.
    Ciao!

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  5. erica 25 settembre 2012 alle 1:02 am

    Mi scuso per la ignoleria, ma in apertura, penso involontariamente, ti è sfuggito che ci si appresta alle celebrazioni del bicentenario verdiano. Non della scomparsa si tratta, bensì della nascita. Buonanotte.E.

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